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    Il tempo dell’attesa


     

    Mario Cimosa

    (NPG 2001-09-47)



    Azione e impegno vigilante: ecco le «key-words», le «parole-chiave» di questo tempo forte dell’«anno liturgico».

    * L’«anno liturgico» o «anno cristiano» indica il modo di consacrare a Dio il nostro tempo.
    Con Gesù che è entrato nello spazio e nel tempo facendosi uno di noi, viviamo i giorni, le settimane, i mesi, l’anno. Riviviamo con Lui tutti i momenti della sua esperienza umana, terrena. Con Lui e accanto a Lui, come Lui è accanto a noi. Dio è disceso da noi e noi risaliamo a Lui servendoci del mondo creato, del tempo per raggiungerlo, offriamo la vita di ogni giorno e tutto il nostro servizio di amore ai fratelli, diffondiamo la «Bella Notizia» ovunque avendo sempre lo sguardo rivolto verso l’avvenire, facendo evolvere il mondo intero verso la pienezza dei tempi, iniziata già nel momento dell’Incarnazione e che abbiamo ricordato nel Grande Giubileo del Duemila.
    * L’anno liturgico è l’attualizzazione di un passato per il futuro.
    È la storia passata del Signore e del suo popolo che diventa presente per la presenza del Signore. La Bibbia, libro morto, diventa attuale e vivo quando la Parola del Signore viene proclamata e da noi ascoltata nella Liturgia. È una presenza reale e attiva di Gesù nella Parola come quella eucaristica. È la Parola che dà alle celebrazioni dell’«anno cristiano» tutta la sua consistenza e il suo valore.
    * Andiamo incontro al Signore che viene.
    La nostra è una tensione verso il futuro, verso la meta ultima della storia, che permea tutta la nostra vita cristiana, ma non è l’oggetto unico dell’attesa. È un’attesa nella speranza. Gesù rimane «colui che era, che è e che viene» (Ap 4,8). Cristo rimane l’atteso, perché il suo avvento/venuta non ha ancora riempito tutte le realtà del mondo. Tanti giovani, e non solo giovani, lo attendono ancora perché non hanno ancora raggiunto la sua piena statura; in molte zone della loro esistenza egli non è ancora entrato. La nostra è una speranza che risorge senza fine e che conosce un ritmo progressivo.
    * Questo nuovo Avvento non è lo stesso di quello dello scorso anno. Ogni anno è nuovo perché, mentre lascia dietro di sé le tappe raggiunte, si protende verso nuove mete. Il progressivo avvicinarci alla mèta tiene sempre sveglia la speranza e trasforma la vita in una corsa verso Colui che continuamente viene.
    * Ma la prima parola-chiave è la fede.
    È la fede questa capacità di cogliere la presenza misteriosa del Signore nella Parola, nella testimonianza dei giovani cristiani impegnati che la rendono presente tra i fratelli, in tutte le realtà del mondo umano e cosmico che sono progressivamente conquistate dalla forza divina del Signore che viene.
    * Vivere l’Avvento significa vivere l’ansia missionaria della Chiesa.
    Impegna tutte le energie ad affrettare la venuta del Regno. Quando preghiamo nel padre nostro «venga il tuo regno», ci impegniamo a porre tutte le nostre energie ad affrettare la venuta del Regno. Vogliamo rendere la nostra azione, il nostro lavoro, il nostro esempio, le nostre parole... segni della venuta del Signore. Ci sentiamo «legati con immense funi al porto della speranza» (Gregorio Magno), ma vogliamo anche incarnare questa speranza nel mondo umano e giovanile in cui viviamo e a cui vogliamo dare un volto migliore.
    * Il Signore Gesù fu atteso per secoli dai popoli.
    È già venuto storicamente nella pienezza del tempo e nel centro della storia a Betlemme «l’anno decimo quinto del regno di Tiberio Cesare» (Lc 3,1). Il tempo ha toccato in Lui la sua pienezza.
    Eppure viene continuamente nella nostra vita, in quella della società e della Chiesa. Siamo cittadini del cielo che vivono ancora sulla terra. Egli tornerà nella gloria alla fine dei tempi. Tutta la storia antica tende a Cristo e tutta la storia cristiana tende alla gloria: come le tappe intermedie di un disegno tendono al fine ultimo, da cui tutto prende senso.
    Questo periodo dell’anno ci permette perciò di scoprire una dimensione prettamente biblica della vita.
    * Andare incontro a «Dio che viene», come veniva incontro al popolo dell’Antico Testamento intervenendo continuamente a suo favore. Gesù è venuto e viene per radunare i figli dispersi, per fare l’unità di tutti i popoli, per fare degli uomini una sola famiglia.
    * La presa di coscienza di questo fatto apre il nostro cuore alla speranza, a una gioiosa speranza, e non solo alla speranza di quello che avverrà, alla speranza in una salvezza finale, ma alla speranza di chi è sicuro che «Dio collabora in tutte le cose al bene con coloro che lo amano» (Rm 8,28). Quella speranza di cui abbiamo bisogno oggi soprattutto, che sradica dal cuore la paura del futuro ma ci permette di leggere attentamente i segni dei tempi, di scorgere nelle pieghe della storia la presenza amorevole di un Dio che è e che resta sempre un «padre».
    * Però la speranza così compresa diventa attenzione, vigilanza, collaborazione ai disegni di Dio su ciascuno di noi e su tutta l’umanità. Collaborazione che prevede due atteggiamenti: quello del ritorno-conversione, e quello dell’impegno nell’esistenza quotidiana alla vocazione cristiana che è servizio gratuito e volontario ai propri fratelli, soprattutto a quelli più bisognosi del nostro aiuto e del nostro soccorso. Il Concilio nel documento sulla Chiesa nel mondo contemporaneo dice: «In tutto (il Cristo) opera una liberazione, in quanto nel rinnegamento dell’egoismo e con l’assumere nella vita umana tutte le forze terrene, essi (i cristiani) si proiettano nel futuro, quando l’umanità stessa diventerà oblazione accetta a Dio… L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo» (Gaudium et Spes 38.39).
    È quello che già Paolo diceva con altre parole nella lettera a Tito: «È sicura questa parola e voglio che tu insista in queste cose, affinché quelli che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone… Imparino anche i nostri a distinguersi nelle opere di bene attendendo alle necessità più urgenti per non essere persone inutili» (Tito 3, 8.14).
    «Ascoltiamo» allora la Parola delle quattro domeniche di quest’Avvento in quest’anno liturgico, cosiddetto «A», del primo cioè di un ciclo triennale, secondo una tradizione che risale alla lettura sinagogale di tutta la Torah nel giro di tre anni e che ci fa venire a contatto con i grandi Libri della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, dei Profeti e degli Evangelisti, di Isaia, di Paolo, di Matteo.

    Prima domenica: attesa vigilante del Signore che viene

    Il tema della «globalizzazione», della riunione e dell’unità è tanto caro al profeta Isaia. Lo descrive nella sua poesia dell’età dell’oro, lo leggeremo nella seconda domenica di Avvento.
    Nella prima domenica il profeta vede Gerusalemme alla fine dei tempi in una prospettiva universalistica. Tutti i popoli incamminati verso Gerusalemme, verso il «tempio del Dio di Israele» per ascoltare una lezione di vita. Si parla di «sentieri», di «vita», di «camminare»: tutta una terminologia che nella Bibbia indica «come comportarsi». Il Signore appare come un maestro di vita e il luogo dove insegna è il tempio in Sion. La religione è presentata come una «norma di vita».
    Con la Legge ascoltata da tutti i popoli Dio guiderà e giudicherà tutti gli uomini. In questo regno universale dove trionfa la giustizia e la pace, il profeta intravede anche un disarmo universale. Gli strumenti di guerra, le armi, si trasformeranno in strumenti di pace, da utilizzare nel lavoro dei campi. Una pace perfetta è la caratteristica di questi tempi messianici. In quel tempo vi saranno armenti invece di armamenti: si profila una pace universale. Il monte artificiale che gli uomini volevano costruire per raggiungere il cielo e che invece causò la confusione delle lingue e la dispersione: la Torre di Babele. Al posto del monte della superbia, il monte della presenza divina; al posto della confusione delle lingue, un parola del Signore che tutti ascoltano e accettano; al posto della dispersione, la riunione di tutti a Pentecoste, allorché i popoli comprenderanno la nuova lingua dello Spirito, la lingua dell’amore.
    L’attesa di Israele nell’AT si situa tra il disordine della caduta e del peccato e la nascita di Gesù Messia che viene a portare la liberazione. La nostra attesa tra la venuta storica di Gesù in questo mondo e la sua seconda venuta alla fine dei tempi. Il popolo di Israele e il popolo cristiano si incontrano nella speranza. Una speranza attiva, che esige l’impegno. Per entrambi si tratta di «svegliarsi dal sonno», di «rifiutare le opere delle tenebre e di indossare le armi della luce». È un linguaggio caro a Paolo. È il futuro e non il passato a dare un senso alla nostra vita.
    Noi siamo gli uomini della speranza e la nostra esistenza è comandata dal punto di arrivo: la pienezza del nostro essere figli di Dio, la totale liberazione da noi stessi. Possiamo arrivare alla mèta vivendo in pienezza il presente, comportandoci come colui che di notte cammina verso il giorno che ormai è vicino. Ecco la vita cristiana nel suo pieno dinamismo: viverla significa, da una parte, rompere con quella parte del mondo che è nelle tenebre perché non illuminato dalla luce di Cristo e, dall’altra, rivestire quelle capacità, quelle armi che mi permettono di agire nella luce, di rivestirmi cioè di Cristo-Luce. Vivere nella luce significa realizzare nella vita tutto ciò che è positivo. La via del cristiano non è tappezzata di «no», di rifiuti, di negatività, ma di opere buone.
    La parola-chiave del Vangelo di questa prima domenica è vegliare. Non dobbiamo lasciarci impressionare dalle immagini usate dall’evangelista Matteo nel brano di Vangelo che ascolteremo e che ci ricorda che la venuta ultima e definitiva del Signore Gesù è imprevedibile.
    Questo potrebbe determinare in noi un senso di pessimismo. Ma le prospettive aperte dal profeta Isaia suscitano una profonda impressione di ottimismo e di pace.
    Se la fine del mondo e il ritorno di Cristo sono improvvisi e sembrano fare paura, è anche vero che il suo ritorno comporta un successo: la riunificazione di tutti i popoli.
    «Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo».
    È anche quello che ci fa cantare il salmo responsoriale di questa domenica (il Salmo 121): il giorno ultimo è quello in cui andremo incontro al Signore: «Quale gioia quando mi dissero: Andremo incontro al Signore!»

    Seconda domenica: preparate la via al Signore

    Nella seconda e nella terza domenica viene presentato un primo «modello dell’attesa»: la figura di Giovanni Battista, il pre-cursore, che corre, cammina davanti al Cristo e ne prepara la via, oggi come allora. La sua Parola di orientamento, di ammonimento, risuona oggi come allora: «preparare la via». È una voce che risuonerà sempre nella storia degli uomini: il lavoro di conversione non è mai finito. Preparare la via esige uno sforzo costante di conversione, di ritorno. Paolo ne parla nella seconda lettura di questa domenica. È l’agire di Dio e di Cristo nella storia che deve guidare l’agire cristiano. Come Dio si è comportato con fedeltà verso Israele e ne aspetta il ritorno, così si è comportato verso tutti gli uomini agendo con misericordia e amore nella passione di Cristo.
    Così devono fare i cristiani. Se Cristo oggi non è più visibile nella storia, chi può continuare la sua missione nel manifestare agli uomini la bontà di Dio? Il cristiano. Perciò Paolo dice: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto noi». Solo così sarà valida la nostra speranza perché sostenuta dalla forza dello Spirito che è in noi ed è diffusore di carità, di giustizia e di pace. È lo Spirito del Signore con i suoi doni di sapienza, di intelligenza, di consiglio, di fortezza, di conoscenza e di timore che ristabilirà la giustizia nel mondo e renderà possibile la conversione dell’uomo. È la poesia dell’età dell’oro di cui parla Isaia nella prima lettura:
    «Spunterà un nuovo germoglio:
    nella famiglia di lesse
    dalle sue radici,
    germoglierà dal suo tronco.
    Lo spirito del Signore verrà su di lui:
    gli darà saggezza e intelligenza,
    consiglio e forza.
    Conoscenza e amore per il Signore.
    Ubbidire a Dio sarà la sua gioia.
    Non giudicherà secondo le apparenze,
    non deciderà per sentito dire.
    Renderà giustizia ai poveri
    e difenderà i diritti degli oppressi.
    Con i suoi ordini farà punire e uccidere
    quelli che commettono violenze nel paese.
    La giustizia e la fedeltà
    saranno legate a lui
    come cintura stretta attorno ai fianchi.
    Lupi e agnelli vivranno insieme e in pace,
    i leopardi si sdraieranno
    accanto ai capretti.
    Vitelli e leoncelli mangeranno insieme,
    basterà un bambino a guidarli.
    Mucche e orsi pascoleranno insieme;
    i loro piccoli si sdraieranno
    gli uni accanto agli altri,
    i leoni mangeranno fieno come i buoi.
    I lattanti giocheranno presso nidi
    di serpenti, e se un bambino metterà
    la mano nella tana di una vipera
    non correrà alcun pericolo.
    Nessuno farà azioni malvagie o ingiuste
    su tutto il monte santo del Signore.
    Come l’acqua riempie il mare,
    così la conoscenza del Signore
    riempirà tutta la terra».
    È questa la Buona Notizia annunciata da Isaia e da annunciare oggi, al nostro mondo disorientato, nel quale si mescolano iniziative meravigliose ed estremismo terroristico condotto in nome di Dio.
    Uno sguardo di fede, speranza nella fede, sono i sentimenti che possono farci vedere la presenza dell’età dell’oro già cominciata.
    Così l’Avvento diventa il periodo dell’ottimismo cristiano.

    Terza domenica: la gioia per l’arrivo dei tempi messianici

    Da sempre, nella liturgia, la terza domenica d’Avvento è segnata dal tema della gioia. Gioia per l’imminente venuta di Gesù nel ricordo della sua nascita a Betlemme tanti secoli fa, e gioia per il suo ritorno alla fine dei tempi. I segni di questa sua duplice venuta sono i miracoli e le guarigioni.
    È evidente il collegamento tra la lettura di Isaia in cui si parla della strada del Signore nel deserto rigenerato che si coprirà «con fiori di campo, si canterà e griderà di gioia… verrà ridata gioia alle braccia stanche e alle ginocchia che vacillano… i ciechi riacquisteranno la vista e i sordi udranno di nuovo… gioia e felicità rimarranno con loro, tristezza e pianto scompariranno» e il Vangelo che mostra nell’arrivo dei tempi messianici, nella nascita di Gesù di Nazaret, questi segni predetti e previsti dal profeta.
    È soprattutto il segno della guarigione dei ciechi che credono il più significativo anche da punto di vista della fede. La guarigione è il riacquisto della luce, della «conoscenza» che suscita la fede. Certe luci che il Signore ci dona, negli uomini, negli avvenimenti sono suscettibili di aprirci alla fede e di renderci più accoglienti del dono che ci viene fatto.
    È uno stimolo a fare più attenzione alle persone e alle cose, alle circostanze e agli avvenimenti.
    Inoltre il dono della fede suscita la nostra luce per comprendere e vedere meglio nel contesto della nostra vita. La fede in tutte le sue dimensioni è al primo piano in questo tempo di avvento. La possibilità di vedere, di camminare, di udire, che è anche la nostra, è segno che il Signore è presente e noi attendiamo la sua più piena e definitiva presenza in noi e nel mondo.
    Giacomo, nella seconda lettura, ci invita alla pazienza nell’attesa dell’avvicinarsi del regno. Attendere nella pazienza e nella carità verso gli altri. La speranza cristiana è pazienza e carità, e Giacomo ci dà come modello quella dei profeti.

    Quarta domenica: l’annuncio a Giuseppe della nascita del Messia

    La quarta domenica è la domenica dell’annuncio a Giuseppe, ma anche la domenica della «madre»: la centralità di Maria, la Madre, è particolarmente accentuata in tutti e tre i cicli liturgici in questa quarta domenica di Avvento. Non è possibile dimenticare che Maria è quel punto della storia in cui è entrata la salvezza, dall’alto, per estendersi a tutta l’umanità. È in Maria che Dio si è fatto uomo. Questa fanciulla di Nazaret è stata riempita della luce dello Spirito ed è diventata la casa di Dio. La sua missione non è finita a Betlemme. Il suo mistero è di essere là dove il suo Gesù non è ancora arrivato. Maria continua a camminare nel mondo per essere sempre colei che prepara la venuta di Gesù.
    Il profeta Isaia, «l’evangelista dell’Emmanuele», aveva intravisto questa donna, la Madre, come donna-vergine, che avrebbe offerto a Dio tutta la sua femminilità per dare una degna accoglienza al suo Figlio venuto sulla terra come un semplice uomo, come uno di noi, Lui Dio, il Signore dei Signori.
    Il Vangelo di Matteo mette sulla scena la drammatica situazione di Giuseppe dinanzi allo stato in cui si trova la sua fidanzata. A Betlemme, sotto la Basilica della Natività, accanto alla Grotta, si trova, assieme ad altre grotte, una Cappella di S. Giuseppe, dove Gesù potrebbe benissimo essere nato e che a suo tempo serviva per gli animali. Essa è dedicata a S. Giuseppe, ricorda la visione che Giuseppe ebbe quando gli apparve un angelo in sogno e gli disse: «… Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggì in Egitto. Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Tu devi rimanere là, fino a quando io non ti avvertirò»» (Mt 2,13).
    Ma Giuseppe aveva avuto un altro annuncio già prima della nascita di Gesù, ricordato appunto nel Vangelo di oggi: «Giuseppe, discendente di Davide, non devi aver paura di sposare Maria, la tua fidanzata: il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo» (Mt 1, 20).
    Giuseppe è una figura evangelica stupenda che noi conosciamo poco, purtroppo! Molte notizie possiamo attingerle dai cosiddetti Vangeli Apocrifi. C’è un racconto, in particolare, chiamato Storia di Giuseppe Falegname, dove si racconta che Giuseppe, discendente di Davide, essendo rimasto vedovo ebbe dai sacerdoti del Tempio in custodia Maria che aveva dodici anni. Chiamato perciò «padre putativo». Di qui la tradizione di un vecchio con la barba fluente che in linea con la figura di Giuseppe l’Egiziano dell’Antico Testamento, uomo giusto, è testimone e custode della verginità di Maria e della divinità di suo Figlio. È la figura di Giuseppe forse più conosciuta. È lui, come dice il Vangelo, che dà al figlio di Maria il nome di Gesù.
    Secondo un’altra tradizione preferita invece dai cristiani che provenivano dal paganesimo, Giuseppe era un uomo giovane e forte che aveva accettato volontariamente la verginità di Maria «per amore e solo per amore» e l’aveva difesa e custodita.
    È bello vedere queste due figure di Giuseppe assieme. Esse vengono da due diverse tradizioni della comunità primitiva, ma complementari, entrambi coerenti con il messaggio evangelico. Esse presentano Giuseppe all’incrocio delle vie tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
    In particolare Matteo vuole presentare Giuseppe come l’uomo giusto che si è mantenuto aperto all’azione salvifica di Dio manifestatasi attraverso il messaggio dei profeti. Se l’evangelista Luca ha presentato l’annunciazione a Maria, Matteo ha preferito presentare quella a Giuseppe. L’angelo lo chiama «discendente di Davide», lo invita a prendere Maria con sé, e a dare il nome al figlio di Maria.
    E qui si inserisce il cosiddetto «Vangelo di Paolo» presentato nella seconda lettura di oggi. Gesù è l’oggetto del Vangelo. Annunciare il Vangelo è annunciare Gesù, il Figlio di Dio, nell’umiltà e bassezza della sua vita terrena, cioè secondo la carne e nella gloria e potenza che ora possiede dalla risurrezione dai morti. Sono i primi elementi del credo cristiano. Nato dalla discendenza di Davide secondo la carne. Di Cristo Paolo afferma anzitutto che fu un uomo inserito nella nostra storia: figlio di Davide, possiede come ogni uomo una genealogia che autentica la sua appartenenza alla nostra razza; secondo la carne, cioè secondo la natura umana, come la nostra sottoposta alla fame, al dolore e soprattutto alla morte. Ma colui che è vissuto nella bassezza e nell’umiltà, che è morto e fu sepolto, è stato costituito figlio di Dio potente dalla risurrezione dai morti. Così Paolo, nel suo Vangelo, sottolinea lo stretto rapporto che c’è tra Natale e Pasqua, rapporto che giustifica l’attualizzazione della Nascita di Gesù nella celebrazione della liturgia. È proprio quel Gesù nato da una vergine-madre, uomo come noi, per fare la volontà del Padre suo che morendo sulla croce e risorgendo dai morti ha portato a tutti noi la salvezza.


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