Dio ha bisogno

di operai [1]

Domenica XXV del tempo ordinario A

Papa Francesco

A cura di Gianfranco Venturi

vineyard-workers


20,1-16 Uscire a tutte le ore [2]

C’è una seconda parola che mi fa riflettere. Quando Gesù racconta del padrone di una vigna che, avendo bisogno di operai, uscì di casa in diverse ore del giorno per chiamare lavoratori nella sua vigna (cf. Mt 20,1-16). Non è uscito una sola volta. Nella parabola Gesù dice che è uscito almeno cinque volte: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio - abbiamo ancora tempo che venga da noi! - C’era tanto bisogno nella vigna e questo signore ha passato quasi tutto il tempo per andare nelle strade e nelle piazze del paese a cercare operai. Pensate a quelli dell’ultima ora: nessuno li aveva chiamati; chissà come si potevano sentire, perché alla fine della giornata non avrebbero portato a casa niente per sfamare i loro figli. Ecco, quanti sono responsabili della pastorale possono trovare un bell’esempio in questa parabola. Uscire in diverse ore del giorno per andare ad incontrare quanti sono in ricerca del Signore. Raggiungere i più deboli e i più disagiati per dare loro il sostegno di sentirsi utili nella vigna del Signore, fosse anche per un’ora soltanto.

 

Essere chiamati è già

una grazia (Mt 20.1)

XXV Domenica Tempo Ordnario A

La domenica “dei lavoratori dell’ultima ora”

A cura di Franco Galeone *

XXVA


Il nocciolo della parabola sta nell’atteggiamento degli operai della prima ora, e di Dio nei confronti degli operai dell’ultima ora (v.11). Tutti gli altri elementi sono un espediente per mettere in rilievo questa verità: Dio è buono, coloro che hanno lavorato tutta la giornata (gli ebrei) non lo sono; nel paradiso c’è posto per tutti, perché Dio chiama tutti gli uomini a tutte le ore: la salvezza è sempre un dono del suo amore (v.15). Guai a comportarsi con Dio come il fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo, o come Giona riguardo agli abitanti di Ninive, o come quelli che accampano diritti perché hanno lasciato tutto! Gli ebrei sono stati i primi ad essere chiamati, ma non per questo avranno un trattamento di favore (v.16). Come dire: Dio non fa sconti a nessuno!


Paolo Tondelli

EducArte

In cammino con gli adolescenti

Messaggero 2017 - pp. 212 - € 16,00

educarte
Contenuto
L’autore, attento ai giovani «concreti» di oggi, capace di interpretarne aspirazioni e ideali, forte della sua esperienza diretta di educatore e raccogliendo la sfida pastorale odierna presenta la sua proposta esplicita di Gesù. Il libro è uno strumento pensato per gli educatori con progetti, proposte e suggerimenti concreti per far scoprire ai ragazzi la comunità cristiana in cui vivere la fede in Cristo, il senso religioso nella loro vita, in ogni incontro, in ogni persona, in ogni cosa.

Destinatari
Educatori, formatori, animatori di adolescenti.

Autore
Paolo TONDELLI, presbitero nella diocesi di Reggio Emilia - Guastalla, si occupa dei giovani e della formazione degli educatori e, a livello diocesano, ricopre l’incarico di assistente ecclesiastico dell’Agesci. Ha pubblicato: Adolescenti e Vangelo. Una ricerca di alleanza (2015) ed è redattore di un blog dal titolo Giovani, fede e altro. Riflessione a voce alta riguardo l’ambito dell’educazione alla fede delle nuove generazioni (http://donpaolotondelli.blogspot.it) che tratta tematiche legate all’educazione.

VoiSieteArtigianidiFuturo cover
INDICE

Preghiera in vista del Sinodo dei giovani

Introduzione
Un lavoro artigianale di dialogo
- Francesco e i giovani
- “Diventare artigiani di futuro”
- Il Sinodo dei giovani: un lavoro artigianale di dialogo
- Il sussidio “Voi siete artigiani di futuro”
- Come utilizzare questo sussidio

1. “Voi siete artigiani di futuro”
Voi siete artigiani di futuro
“Camminare la vita”, mai “girare la vita”!
Tenete alta la vostra dignità, non lasciatevi escludere
Giovani nella cultura dello scarto
Cercate di essere “autentici”?
Non abbiate paura di sognare un mondo più giusto
Il mondo ha bisogno di giovani coraggiosi
Non abbiate paura di piangere!
Viviamo nel tempo dell’immagine
La giovinezza è …
I giovani fermento di futuro
Un giovane che ama non va in pensione
Concretezza nelle azioni

2. Sempre insieme: giovani e anziani, futuro e memoria
Giovani ed anziani
Camminare con una memoria
Fare memoria aiuta ad essere popolo in cammino
Voi siete speranza per il futuro
Maria ci insegna a fare memoria

3. “Andate contro corrente, fate chiasso”
Il desiderio della felicità
“Beati i puri di cuore”
Fate rumore andando controcorrente
I giovani devono fare chiasso, sognare
Spero che ci sia chiasso
Voi siete quelli che dovete fare chiasso
Fate chiasso e organizzatelo bene

4. Lasciatevi amare e amate
Lasciarci amare e sorprendere da Dio
Sospinti dall’amore più grande
La sfida dell’amore per non diventare “giovani-museo”
La sfida dell’integrità morale
Amare nella prossimità
L’amicizia: un dono da avere e offrire
Un’amicizia è sempre a due
Vivere l’amicizia capace di trasmettere la gioia del vangelo
“Ammalatevi di amore”

5. “Piantate semi di speranza”
Il nostro Dio è un Dio delle parole, dei gesti, dei silenzi?
Due occhi: per vedere e per sognare
Cos’è la speranza?
Il cammino della speranza
Qual è oggi la speranza per un cubano?
Tre vie per tenere viva la speranza
Abbiamo perso il fascino di sognare insieme
La speranza è Gesù Cristo
Voi siete una ricchezza da trasformare in speranza
Chiamati a salvare la speranza

6. “Non vivacchiate: vivete!”
Non vivacchiate: Vivete!
Creiamo una nuova fiducia nella vita
Lottare per la vita
Gesù dà la vera passione alla vita
Vinci la tua vita
“Prendere la vita come viene, per imparare a vivere”

7. Generazione “né-né”
Un problema: i giovani “né-né”
Una generazione di giovani che non hanno lavoro
Come fermare il reclutamento?
Università, luogo per saper interrogarci e dare risposte alle sfide
Le sfide morali nel mondo degli studenti
Il sapere è una via privilegiata per lo sviluppo integrale della società
Lo studio all’estero è un’occasione di crescita umana e culturale
L'università: luogo lavoro artigianale del dialogo
Ripensare i modelli

8. Non “giovani-divano”, ma “giovani-con-scarpe”
Il dolore, la guerra non sono più una cosa anonima
Ciò che Dio sogna per noi
Gesù, è il Signore del rischio, del sempre oltre
Il mondo ha bisogno non di giovani-divano, ma giovani-con-scarpe
Gesù invita a lasciare un’impronta, costruire un ponte
Il mondo e la chiesa hanno bisogno di voi
La Visitazione: un’icona del volontariato cristiano
Unitevi nell’amicizia sociale

9. “Trasformate una parete in un orizzonte”
“Le cose si possono cambiare?”
Davanti ai fallimenti
Come affrontare le difficoltà
Diventate messaggeri di speranza
Le pozzanghere sulla via della speranza

10. Abbiate sempre il coraggio di volere di più, di più, di più
Guardate sempre l’orizzonte e guardate anche indietro
I giovani “quietisti”: quelli del “Nulla si può cambiare!”
Come diffondere la pace in questo mondo?
La “dea lamentela” è un inganno
La festa che piace a Dio
Gli sbagli sono grandi maestri di vita
La medicina dell’“ascoltoterapia”
Essere sentinelle del mattino

Pregare con Papa Francesco
“Voi siete artigiani di futuro”
“Camminare la vita, mai girare la vita”
Sospinti dall’amore più grande
Non abbiate paura di piangere
Tenete viva la speranza

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)

 

L'amore 
André Comte-Sponville

lamore

«Amare è gioire». Aristotele

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?
Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.
Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita. Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida. È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore. 

Ma quale amore? E per quale oggetto?
L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo.
Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.
L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi? L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?
Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante. I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.
Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice.
Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre. Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice.
L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene?
Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.
Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.

Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere. Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.
Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore? Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio?

Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:
C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio».
C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».

C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...».
Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato...
Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...
Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)

 

La confessione finale

di un laico

Jean D'Ormesson

sole-luce

Verrà molto presto il momento in cui mi troverò di fronte a Dio.
In cui mi troverò di fronte a Dio... Per noi poveri viventi in queste parole incerte tutto è soggetto a cauzione e a dubbio. Quando mi troverò di fronte a Dio probabilmente non ci sarà più assolutamente niente. Non ci sarà più il tempo. E a capire che non c'è niente io non ci sarò più. E forse non ci sarà nemmeno Dio.

Io non lo so se Dio esiste. Dio, o la natura, mi ha rifiutato il dono della fede. Chi sono io per rispondere con un sì o con un no a una domanda più grande di noi? Dio, o la natura, non mi ha permesso di decidere su un segreto e su un mistero così remoti al di sopra di me. Nel dubbio che mi assilla e spesso mi sommerge brilla tuttavia la speranza. Unamuno dice, non ricordo più dove, che credere a Dio forse consiste nello sperare che esista. Allora, sì, credo in Dio. Perché spero che esista.
Quando comparirò di fronte a quel Dio a cui devo tutto – la mia vita, le mie gioie, le mie pene, l'universo che mi circonda, il sole sul mare, la mia allegria che era viva e i miei dubbi che erano crudeli – mi getterò ai suoi piedi e gli dirò:
«Signore, perdonami. Ti ho tradito molto. Sono stato indegno della grandezza e della fiducia che mi avevi accordato poiché, nella tua bontà, mi hai dato la vita e mi hai lasciato libero di scegliere. La mia mediocrità la disprezzo con forza, ma purtroppo un po' tardi. Non sono stato né un eroe, né un martire, né un santo. Mi sono occupato di me molto più che di coloro che mi avevi affidato come fratelli. Sono stato indegno delle promesse che mi avevi elargito. Ho ricevuto molto più di quanto abbia mai dato. Ho ceduto troppo alla pigrizia, alla vanità, all'indifferenza nei confronti del prossimo, al gusto del guadagno, al delirio di voler essere sempre primo tra i primi. Ho vissuto nel tumulto e nell'agitazione. Ho cercato la felicità e troppo spesso il piacere.
Tu lo sai, mio Dio. Ho amato le baie, il tuo mare che ricomincia all'infinito, il tuo Sole che era diventato mio, molte tue creature, le parole, i libri, gli asini, il miele, gli applausi di cui provavo vergogna, ma che coltivavo. Ho amato tutto ciò che passa. Ma ciò che ho amato soprattutto sei tu, che non passi. Ho sempre saputo di essere meno di niente sotto lo sguardo della tua eternità e che sarebbe venuto il giorno in cui sarei comparso di fronte a te per essere finalmente giudicato. E ho sempre sperato che la tua eternità di mistero e di angoscia fosse anche e soprattutto un'eternità di perdono e d'amore.
Non ho fatto quasi nulla del tempo che mi hai prestato e poi ti sei ripreso. Ma, in maniera maldestra e ignorante, dal fondo del mio abisso non ho mai smesso di cercare la via, la verità e la vita».

(Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, Neri Pozza 2017, pp. 370-371)

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