L'ultima Cena

Gehrard Lohfink

ultima cena

Luca tramanda, prima di raccontare l'istituzione dell'eucaristia, il seguente detto di Gesù:

Ho tanto desiderato mangiare questa [questo agnello di] Pasqua con voi, prima della mia passione (22,15).

Tale detto afferma chiaramente che Gesù sa quello che l'attende. Egli patirà, sarà ucciso. Proprio per questo l'ultima Cena, che egli consumerà con il gruppo dei Dodici, ha un'importanza particolare per lui. Tutti i suoi desideri sono diretti a tale cena. Non si trattava di una cena qualunque. Era la cena dí Pasqua. Così la vede Luca, così la vedono Marco e Matteo.
Gesù, dal momento che vede arrivare la sua morte, deve darne un'interpretazione [1]. E proprio la cena pasquale gliene offrì l'occasione. Proprio essa era infatti punteggiata fin dai tempi antichi di segni, allusioni e interpretazioni. C'erano le erbe amare, i pani azzimi, l'agnello e il calice della benedizione (secondo una enumerazione successiva, il terzo calice). Essa attualizzava l'uscita dall'Egitto e sperava nel Messia. Un antico detto interpretativo aramaico a proposito dei pani azzimi recitava [2]:

Ecco, questo è il pane della tribolazione, che i nostri padri dovettero mangiare quando uscirono dall'Egitto.

Ora nella ricerca su Gesù è naturalmente controverso se l'ultima Cena sia effettivamente stata una cena pasquale. Mentre la tradizione dei primi tre vangeli si attiene chiaramente a una cena pasquale consumata nella notte del 15 di Nisan, il quarto vangelo sottolinea che il giorno della crocifissione di Gesù era già il 14 di Nisan, per cui Gesù è morto esattamente nel momento in cui nel tempio si macellavano gli agnelli pasquali [3]. Ma precisamente questo sarà la teologia giovannea: Gesù va così presentato come il vero agnello pasquale. E di conseguenza Giovanni non descrive neppure l'ultima Cena di Gesù come una cena pasquale.
Qui di seguito darò la preferenza all'esposizione dei primi tre evangelisti: l'ultima Cena di Gesù fu la cena pasquale nella notte del 15 di Nisan. Gli argomenti di segno opposto hanno il loro peso, ma non sono in alcun modo determinanti [4]. A volte trascurano completamente la situazione.
Così si argomenta, per esempio, dicendo che la cena pasquale viene celebrata in famiglia con donne e figli, mentre secondo Marco Gesù avrebbe consumato l'ultima Cena solo col gruppo dei Dodici [5]. Questo è vero, Marco la presenta effettivamente così. E precisamente questa deve essere stata l'intenzione di Gesù: egli non vuole precisamente celebrare la cena pasquale, come si era soliti fare, con la sua famiglia naturale, ma con la sua nuova famiglia. E nemmeno con un qualunque gruppo di discepoli, che si sarebbero casualmente ritrovati, ma, come Marco afferma espressamente, con i Dodici (14,17-18). La sua ultima cena ha infatti l'intimità familiare tipica della cena pasquale. E tuttavia già la scelta dei partecipanti allude chiaramente ad Israele, al raduno e alla nuova creazione del popolo di Dio, cui Gesù ha dato inizio con il gruppo dei Dodici. Qui non ci si può appellare al rituale abituale per andare contro la libertà di Gesù. Per la ricostruzione dei particolari mi atterrò, qui di seguito, alla descrizione di Marco [6], che descrive la particolarità di questa cena nel modo seguente.
Durante la cena Gesù prende il pane, recita sopra di esso l'abituale preghiera di ringraziamento, lo spezza e lo porge ai Dodici. Questo è ancora il rito abituale. È la preghiera che si recita a tavola prima del pasto principale, dopo che sono stati mangiati gli antipasti e dopo che il padrone di casa ha ricordato l'uscita dall'Egitto. Marco non racconta naturalmente nulla a proposito degli antipasti, della liturgia pasquale e degli altri elementi della cena. La tradizione da lui seguita presuppone che tutto ciò sia noto e ovvio. Egli e la sua tradizione raccontano solo ciò che è particolare e unico in quest'unica cena pasquale [7]. E di ciò fa adesso parte il fatto che Gesù interpreta il pane spezzato che egli porge ai commensali, con le parole:

Questo è il mio corpo.

Il termine "corpo" non dobbiamo qui intenderlo nel senso occidentale di elemento contrapposto all'anima. "Corpo" indica la persona, tutto l'essere umano. Gesù intende dire: «Questo pane sono io stesso. Questo io sono con la mia storia e con la mia vita. La mia vita sarà spezzata come questo pane. Io lo do a voi, affinché abbiate parte ad esso».
Questa azione simbolica di Gesù è quindi una profezia della sua morte. Gesù annuncia nel segno del pane spezzato la propria morte. Nello stesso tempo però tale azione simbolica è qualcosa di più di una semplice profezia della sua morte. Gesù fa infatti partecipare i Dodici alla propria esistenza, alla sua vita, che ora viene data alla morte. Evidentemente la sua morte ha una dimensione profonda, a cui i Dodici e quindi Israele devono partecipare. In che cosa tale dimensione profonda consista, in Marco non viene ancora detto in questo punto, diversamente da quanto invece avviene nella linea tradizionale lucana-paolina della tradizione dell'ultima Cena [8].
La tradizione di Marco presuppone, senza dirlo espressamente, che alla preghiera recitata a tavola e alle parole di interpretazione pronunciate sul pane spezzato segua il pasto principale: il mangiare l'agnello con erbe amare, pane e marmellata di frutta. Alla fine del pasto principale il padrone di casa prendeva il «calice della benedizione» e pronunciava su di esso una nuova preghiera di ringraziamento. A questo punto Marco comincia di nuovo a narrare, perché adesso succede un'altra cosa particolare: Gesù fa diventare anche il porgere e il bere il calice della benedizione un'azione simbolica. Infatti dopo che egli ha pronunciato la preghiera di benedizione sopra di esso, lo interpreta nel modo seguente:
Questo è il mio sangue, [il sangue] dell'alleanza, che è versato per molti.
Qui sono espressi con concisione dei concetti che per l'uomo di oggi sono anche troppo concisi. Di questo non possiamo però fare una colpa da attribuire al testo antico. Il lettore di oggi non saprebbe infatti neppure che alle spalle dell'espressione interpretativa aramaica citata c'è l'espressione «Questo è il pane di afflizione» di Dt 16,1-8. Per orecchie ebraiche bastavano allora poche parole centrali, spesso anche una sola, per richiamare tutto un più grande contesto biblico. Che cosa vuole dire il testo di Marco?
Anzitutto: Gesù allude di nuovo alla sua morte imminente. Interpreta il calice con il vino rosso come il suo sangue, che sarà presto versato. «Versare il sangue» significa «uccidere». Gesù sarà ucciso. Ma neppure qui egli si ferma alla profezia della sua morte. Il testo non parla semplicemente del sangue di Gesù, ma del suo sangue dell'alleanza. E «sangue dell'alleanza» allude all'evento di Es 24,4-11 dove viene raccontato l'atto della fondazione d'Israele. Mosè erige ai piedi del Sinai un altare e dodici stele, asperge l'altare con sangue sacrificale, quindi legge alle dodici tribù il libro dell'alleanza, asperge alla fine anche il popolo col sangue e dice:

Ecco il sangue dell'alleanza
che il Signore ha concluso con voi
sulla base di tutte queste parole (Es 24,8).

Poi Mosè e gli anziani d'Israele possono mangiare con Dio stesso sul monte. In questo punto non abbiamo bisogno di chiederci quale fosse il senso originario di questa aspersione con il sangue. Verosimilmente essa vuole mostrare che Israele diventa un popolo di sacerdoti nel senso di Es 19,6:

Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Per la successiva comprensione di Es 24,8 d'importanza decisiva è il fatto che qui sono collegati fra di loro tre motivi: il pasto in comune, l'alleanza di Dio con Israele e il sangue con cui l'alleanza viene conclusa. Nella tradizione interpretativa ebraica del tempo di Gesù si concepiva
questo sangue, che era stato asperso sull'altare ai piedi del Sinai, come mezzo dell'espiazione dei peccati d'Israele [9].
Alla luce di questo retroterra le parole pronunciate da Gesù sul calice di benedizione in Mc 14,24 possono solo significare: la sua vita sarà data alla morte. Il suo sangue, che allora sarà versato, non è però un sangue versato inutilmente e senza senso, ma è «sangue dell'alleanza», cioè esso rinnova e porta a compimento l'alleanza conclusa da Dio con Israele al Sinai. Questo rinnovamento escatologico dell'alleanza, che è nello stesso tempo una nuova creazione e una nuova fondazione d'Israele, avviene per mezzo del sangue di Gesù, che libera Israele dalla sua colpa ed espia per esso.
Se prendiamo seriamente il collegamento con Es 24,8, allora con i «molti», di cui parlano le parole pronunciate sul calice in Marco, può essere indicato anzitutto solo Israele. Gesù interpreta la propria morte violenta come morte per Israele, come dedizione espiatrice della sua vita per la vita del popolo di Dio.
Questo riferimento a Israele dovrebbe risultare chiaro già semplicemente dal fatto che Gesù porge il calice della benedizione ai Dodici, ai rappresentanti da lui eletti del popolo delle dodici tribù. Ma il riferimento a Israele risulta altrettanto chiaro anche in base al retroterra dell'alleanza del Sinai. L'alleanza del Sinai fu conclusa con Israele, e se essa viene rinnovata, viene di nuovo rinnovata con Israele. Il termine «molti» indica perciò anzitutto il popolo delle dodici tribù.
Tuttavia non dobbiamo limitarci a questa affermazione, perché il discorso dei «molti» deriva da Is 52,13-53,12, il cosiddetto quarto canto del servo di YHWH. Il servo di Dio [10] soffre in rappresentanza vicaria «per i molti». E in tale canto, in cui «i molti» rappresentano un motivo guida, questi sono chiaramente i popoli pagani [11]. Marco perciò, quando riportò la tradizione dell'ultima Cena a lui precedente, dovette pensare oltre che a Israele anche ai popoli. Né questo costituisce un problema. Infatti nella teologia dell'Antico Testamento Israele rappresenta vicariamente í popoli. Non è eletto per amor suo, ma per amore dei popoli. La salvezza, che si diffonde in Israele, deve diventare la salvezza per tutto il mondo. Perciò i molti possono essere anzitutto Israele e attraverso di lui poi anche i popoli. L'affermazione universale diventerebbe sbagliata solo se saltasse a pie' pari il riferimento ad Israele. E questo non avviene certamente in Marco, così come non avviene negli altri autori del Nuovo Testamento.
Possiamo pertanto dire: nel corso del rituale della cena pasquale Gesù interpreta, secondo Marco, il pane spezzato e il vino rosso nel senso della sua morte imminente. E porgendo il pane e il vino al gruppo dei Dodici lo fa partecipare, e con esso fa partecipare Israele, alla forza della sua morte. Tale morte è infatti contemporaneamente interpretata come espiazione per l'Israele divenuto colpevole e come rinnovamento dell'alleanza del Sinai. E attraverso l'Israele escatologico questa salvezza nuovamente e definitivamente donata deve raggiungere i molti popoli.
In Marco Gesù conclude infine questa duplice interpretazione con uno sguardo sul futuro escatologico:

In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio (14,25).

Qui Gesù fa di nuovo una profezia sulla sua morte. D'ora in poi egli non berrà più vino, e meno che mai il vino della cena pasquale, perché lo uccideranno. Egli non si limita però a profetizzare la sua morte, ma allude anche al grande banchetto del tempo finale, così come esso è descritto, per esempio, in Is 25,6-8. Quando questo banchetto avrà luogo, la morte sarà annientata per sempre. Il velo di tristezza, che grava su tutti i popoli, sarà strappato via. Israele sarà purificato da ogni ignominia (Is 25,7-8). E soprattutto: in quel giorno Dio si manifesterà in modo definitivo e per sempre come re (Is 24,23). Il regno di Dio irromperà nella sua forma compiuta, in tutta la sua pienezza. Con questo sguardo gettato sul futuro escatologico Marco conclude l'ultima Cena di Gesù.
Poiché non esiste alcun serio motivo per considerare la descrizione marciana dell'ultima Cena come una dotta costruzione delle prime comunità (chi avrebbe mai potuto avere il coraggio di attribuire a Gesù una simile costruzione?), e poiché la tradizione dell'ultima Cena citata da Paolo in 1 Cor 11,23-25 concorda in punti essenziali con Mc 14,22-24, possiamo dire: così Gesù celebrò la sua ultima Cena e così la comprese.
Al termine della sua vita egli compie dunque un'ultima e decisiva azione simbolica. Egli la compie alla vigilia della sua morte. Tale azione interpreta la sua morte ed è nello stesso tempo la somma e l'apice di precedenti azioni simboliche. Essa si riallaccia alla costituzione dei Dodici, perché Gesù celebra la cena pasquale con il gruppo dei Dodici.
Inoltre si riallaccia anche al precedente ingresso nella città e all'azione nel tempio. Gesù si era dato a riconoscere come il Messia d'Israele e come colui che aveva il compito di sottoporre anche il tempio al regno di Dio. In tutto questo egli aveva davanti agli occhi il tempio escatologico, che sarebbe stato perfettamente santo e conforme a Dio. Adesso, nelle parole di interpretazione pronunciate sul calice, egli fa della propria vita e della propria morte il luogo dell'espiazione per Israele (e quindi anche per i popoli). In questo modo il concetto del tempio viene reinterpretato e inserito in un nuovo campo di riferimento. Il suo centro più intimo non è più costituito dai molti sacrifici, ma dal sacrificio della propria vita fatto da Gesù, dal dono della sua vita. Lui stesso è il nuovo e definitivo luogo dell'"espiazione".
Ciò è talmente ardito, anzi incredibile, che svariati studiosi del Nuovo Testamento contestano semplicemente l'idea dell'espiazione non solo per quanto riguarda la celebrazione dell'ultima Cena di Gesù, ma in linea di principio. Per la sua ultima Cena essi gli concedono ancora uno sguardo sul futuro escatologico, ma non l'interpretazione della sua morte imminente come azione espiatrice in favore d'Israele. Le questioni così sollevate sono d'una tale importanza per la comprensione di ciò che Gesù volle che dobbiamo dedicare loro un capitolo specifico, quello seguente.

NOTE

1 Per la restante parte di questo capitolo mi rifaccio a G. LOHFINK, Braucht Gott die Kirche? Zur Theologie des Volkes Gottes, Freiburg i. Br. 2002', 237-241 [trad. it. cit.).
2 Citato in base a G. DALMAN, Jesus-Jeschua, Leipzig 1922, 127-128. La datazione del detto è però controversa. A una sua comparsa tardiva pensa G. STEMBERGER, Pesachhaggada und Abendmahlsberichte des Neuen Testaments, in ID., Studien zum rabbinischen Judentum (SBAB 10), Stuttgart 1990, 357-374, qui 360-361. Es 13,8 (cf. Es 12,26-27) induce comunque a pensare che già molto presto sia esistito un rituale della Pasqua con le dettagliate spiegazioni.
3 Così M. HENGEL - A.M. SCHWEMER, Jesus und das Judentum, 582. Determinante è Gv 18,28.
4 Cf il breve riassunto degli argomenti principali, che depongono in favore di una cena pasquale, in M. HENGEL - A.M. SCHWEMER, Jesus und das Judentum, 582-586. D'importanza fondamentale resta sempre J. JEREMIAS, Die Abendmahlsworte Jesu, Göttingen 19603, 9-82 [trad. it., Le parole dell'ultima cena, Paideia, Brescia 1974, 9-104].
5 Così G. THEISSEN - A. MERZ, Der historische Jesus, Göttingen 1996, 375 [trad. it. cit., 522].
7 Il racconto più antico dovrebbe essere quello di Marco. Le differenze tra Marco e 1 Cor 11,23-26 sono più facilmente spiegabili come un ulteriore sviluppo della redazione marciana che non viceversa. Cf. R. PESCH, Das Markusevangelium II (HThK NT 11/2), Freiburg i. Br. 1977, 369-377 [trad. it.
7 Sullo svolgimento della cena pasquale cf. J. JEREMIAS, Die Abendmahlsworte Jesu, 78-82 [trad. it. cit., 99-104]. Che Mc 14,22-25 sia parte integrante di un testo più ampio che concepiva l'ultima Cena di Gesù come una cena pasquale, è stato dimostrato da R. Pesch. Ultimamente: ID., Das Evangelium in Jerusalem: Mk 14,12-26 als ältestes Überlieferungsgut der Urgemeinde, in P. STUHLMACHER (ed.), Das Evangelium und die Evangelien. Vorträge vom Tübinger Symposium 1982 (WUNT 28), Tübingen 1983, 113-155, qui spec. 146-155.
8 Lc 22,19-20; 1 Cor 11,23-26.
9 Nel Targum Onkelos leggiamo (in modo simile a come leggiamo nel Targum Jeruschalmi I) a proposito di Es 24,8: «Mosè prese il sangue e lo asperse sull'altare per espiare a favore del popolo, e disse: Ecco, questo è il sangue dell'alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole». Cf. P. STUHLMACHER, Biblische Theologie des Neuen Testaments I, Giittingen 1992, 137.
10 Nel libro di Isaia, anche nei cosiddetti "canti del servo", il servo di Dio è sempre Israele. Una più ampia trattazione al riguardo in G. LOHFINK - L. WETMER, Maria – nicht ohne Israel. Eine neue Sicht der Lehre von der Unbefleckten Empfägnis, Freiburg i. Br. 2008, 223-230 [trad. it. cit.].
11 All'interno di Is 52,13-53,12 si parla dei «molti» in 52,14.5 e 53,11.12. Is 52,15 mostra che si tratta dei «popoli». Inoltre bisogna tener conto di un fatto: già all'interno dello stesso Antico Testamento i «molti» sostantivati possono indicare sia l'Israele escatologico (Dn 9,27; 11,33; 12,3) sia i «molti» provenienti dai popoli pagani (Is 52-53). Parimenti ampio è il loro significato nel Nuovo Testamento: nella tradizione dell'ultima Cena essi possono indicare anzitutto Israele, ma in Mt 8,11 indicano chiaramente i popoli. Cf anche Mc 10,45 con 1 Tm 2,6.

(Gehrard Lohfink, Gesù di Nazaret. Cosa volle, chi fu, Queriniana 2014, pp. 306-312)

Gli sguardi della tenerezza

Enzo Bianchi

È possibile pensare ad altro, in questo tempo in cui stiamo soffrendo a causa dei diversi atteggiamenti da assumere per difendere da questo nemico invisibile noi stessi, le persone che amiamo e gli altri? Credo sia impossibile, anche perché non appena ci fermiamo a riflettere, ci poniamo inevitabilmente domande che non ci esentano dal pensare alla morte.
Sì, la morte che ormai ha colto non solo “altri”, ma anche persone care, qualcuno con un volto per noi riconoscibile, che aveva una famiglia, degli amici, un lavoro, una vita di relazioni.
Sappiamo inoltre che quanti muoiono per questo virus vengono portati via da casa e strappati improvvisamente agli affetti dei loro cari, affetti che non possono più essere manifestati; diventano da un giorno all’altro persone sole, in mano a estranei ed entrano in un processo medico che, pur curandoli, li fa sentire abbandonati. Quanti uomini e donne ho ascoltato in questi giorni dire: «L’hanno caricato sull’ambulanza, non abbiamo potuto seguirlo, né avere sue notizie fino a quando ci è giunta la comunicazione della sua fine. E poi nessun saluto neppure al corpo morto, ma solo una bara anonima tra tante altre portate via, senza un possibile congedo».
La paura di tanti, soprattutto anziani, è di ammalarsi e morire soli, lontani da chi si ama e senza neppure quei segni religiosi così importanti per chi ha una fede cristiana. Il sentimento che molti conoscono di fronte a questi eventi è certo la compassione, un “soffrire insieme”.
Questa compassione viene però vissuta in modo parziale, e in verità è ridotta a poco più che una semplice afflizione: sentimenti, emozioni, dolore, senza però poter compiere un gesto, senza poter fare nulla di concreto per chi soffre o muore.
Certo, si può anche piangere, ma senza potersi prendere cura di chi muore, in un’impotenza disperante.
Siamo chiamati ad accettare un “non fare” perché qualsiasi gesto ci è impedito, al fine di vincere questo male, di predisporre tutto perché la vita possa vincere.
Dobbiamo assolutamente accettare questa realtà, non esorcizzarla e neppure rimuoverla con espedienti che vorrebbero renderci ciechi e assicurarci un’immunità che non è per tutti. Siamo insieme “sulla stessa barca”, giovani e vecchi, insieme dobbiamo anche stare in silenzio e assumere queste domande mute senza cedere al fatalismo, bensì con la volontà di combattere contro la morte: la morte che deve interrogarci affinché prendiamo sul serio la vita. Pensare la morte, infatti, è pensare la vita, anche se in questo momento fatichiamo a comprenderlo.
Come scrive Fernando Savater: «Si diventa umani quando si assume, anche se mai del tutto, la certezza della morte». Intanto, proprio nello spazio chiuso nel quale in questi giorni siamo costretti ad abitare con quanti condividono con noi la vita, cerchiamo di avere sguardi di tenerezza, di scambiare parole che aiutino la convivenza, di amarci come viandanti che sanno che il viaggio finisce. Perché ciò che davvero conta è come si è percorso insieme il viaggio della vita.

(La Repubblica - 23 marzo 2020)

3P e NPG

PPP e NPG 

Emozione e gioia

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.