Fiducia in Dio.

Si vive meglio!? (Mt 6,24)

VIII domenica del tempo ordinario A

A cura del Gruppo Biblico ebraico-cristiano di Napoli

fiduciaindio
1. Messaggio di straordinaria consolazione: abbiamo un Padre in cielo, che pensa a noi sulla terra. Dio è fedele, nonostante le nostre infedeltà. La fiducia del credente non poggia sull'uomo, ma su Dio, che veglia sul mondo, e dona sole e luce e pioggia a tutti, buoni e cattivi. Dio nella Bibbia appare come un padre che dà a tutti il nutrimento (Salmo 144). li cristiano evita la concezione magica, tipica di chi aspetta tutto da Dio, e a Lui si affida passivamente; ma evita anche la pretesa orgogliosa dell'ateo che vive "tamquam Deus non esset". Noi dobbiamo essere come quel bambino che è sereno perché c'è "papà", può dormire tranquillo sulle spalle del "papà", anche se intorno c'è il temporale. È vero che a volte non i possono evitare le preoccupazioni: i genitori devono preoccuparsi del futuro dei figli, del futuro delta famiglia; ogni uomo deve preoccuparsi di migliorare la propria vita... Tutto questo Dio lo sa. Quello che dobbiamo evitare non e la 'occupazione" ma la "preoccupazione"! Gesù non ci vuole atei, quasi che tutto dipenda dall'uomo, ma neppure stupidi, quasi che tutto dipenda da Dio. Gesù ci invita, come un sublime artista, a guardare i gigli dei campi, gli uccelli dei cielo (in Luca, anche i corvi!). Avvertiamo l'umorismo? Veniamo svergognati dagli erbaggi, dal passeri, dai corvi, proprio noi che ci crediamo la quintessenza dell'intelligenza universale! Via, smettiamola di essere così preoccupati, e cerchiamo di vivere un po' più poveri: ci sentiremo più liberi, più felici!

2. Il consumismo è diventato uno stile di vita, una necessità esistenziale. Negli anni '60, la parola d'ordine era "risparmiare"; in questi ultimi decenni la nuova parola d'ordine è "consumare". L'economista statunitense Galbraith ha sintetizzato in una battuta la caratteristica fondamentale della nostra civiltà: tutto accade come se san Pietro, per mandare i buoni in paradiso e i cattivi all'inferno, ponga loro soltanto questa domanda: "Cosa hai fatto sulla terra per far crescere il prodotto nazionale lordo?". È chiaro che, per mantenere in piedi il sistema della produzione crescente, occorre ricorrere alla sollecitazione dei bisogni artificiali indotti, perché altrimenti la flessione della domanda bloccherebbe il moto perpetuo dell'economia capitalistica. Sappiamo tutti che il denaro è strumento, e per giunta, convenzionale: è un simbolo! L'uomo se ne dovrebbe servire per soddisfare i bisogni. E invece l'uomo serve il simbolo, mortificando i suoi bisogni più profondi, secondo la forte denuncia di H. Marcuse, che in Eros e civiltà ne evidenzia il disumano "principio di prestazione". Non solo le cose sono diventate oggetti di consumo ma anche le idee, i sentimenti, i valori. Anche la natura deperisce; i fiori dei campi, gli uccelli del cielo sono dentro la grande nuvola di morte, che tutti avvelena. In questo confuso stato d'animo, che sa tanto di sindrome apocalittica, cade sempre attuale la novità del messaggio del Signore perché mette in primo piano i valori, trascurando i quali, qualsiasi società, agricola o industriale che sia, diventa fatalmente disumana.

3. Fiducia in Dio, quindi! Si lavora meglio, si dorme meglio, si digerisce meglio, meno pericoli d'infarto... L'inquietudine per il domani nuoce al lavoro di oggi. Dio e con te, nella tua vita oggi.
Ci sarà anche domani. Conta su di Lui! Cristo non protesta né contro il lavoro né contro la previdenza. Bisogna ragionevolmente prevedere e lavorare. Il Signore ci mette in guardia contro l'affanno, non contro l'occupazione, ma contro la preoccupazione. Pensando troppo all'avvenire, si perde Il coraggio per il presente. "Pensare al domani, che vanità! Serbate per il domani te lacrime di domani. Ce ne saranno sempre abbastanza. Sapete forse voi quello che Dio farà domani? Sapete se lo ha già deciso? Credete che Dio si diverta a farci degli scherzi? Dio è un uomo onesto, e agisce sempre con rettitudine" (C. Péguy).
BUONA VITA!

Galeone

Edizioni Saletta dell'Uva 2017 - pp. 184 - € 10,00
(p.za Matteotti 3 - 81100 Caserta)

INDICE

Prefazione: Mons. Raffaele NOGARO vescovo emerito di Caserta 
Introduzione: Maria Rosaria FAZIO coordinatrice del gruppo di lavoro

VANGELO
"il lieto messaggio di Gesù" (Mc 1,1)

DIO
"una nube oscura lo circonda" (Sal 97,2)

RELIGIONE
"è dai frutti che si conosce la qualità dell'albero" (Mt 12,33)

FEDE
"se aveste fede quanto un granello di senape..." (Mt 17,20) 

Il libro si presenta come una silloge ragionata di articoli, che, naturalmente, risultano diversi per stile e contenuto, ma sempre da tutti è possibile ricavare uno stimolo positivo per crescere nella fede. Esso è rivolto soprattutto ai giovani, bisognosi di costruire la vita sui valori solidi della fede e non sulle sabbie liquide dell'effimero. Saranno essi i futuri cittadini del Duemila! Ma il libro è indicato anche per genitori, educatori, operatori culturali, animatori religiosi: grazie a queste pagine, potranno orientarsi nella giungla dei messaggi e delle ideologie. Queste riflessioni sono ambiziose: vogliono invitare i nostri cinque lettori ad innalzarsi, perché in ognuno di noi sono seppellite urgenti domande di senso e giace un gabbiano incatenato, che aspira a volare nell'azzurro infinito. Forse la lettura richiede impegno, e se davvero poi incontrassimo il Signore? Forse ci sentiamo nauseati se ancora una volta parliamo di Dio? Eppure Dio è il solo che mai può essere cercato inutilmente, neppure quando appare impossibile trovarlo.

 

Vivere con

serena fiducia

Domenica VIII del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Provvidenza

Mt 6,24 Nella sala della spogliazione [1]

Sulla strada della spogliazione…
Ha detto il mio fratello Vescovo che è la prima volta, in 800 anni, che un Papa viene qui. In questi giorni, sui giornali, sui mezzi di comunicazione, si facevano fantasie. “Il Papa andrà a spogliare la Chiesa, lì!”. “Di che cosa spoglierà la Chiesa?”. “Spoglierà gli abiti dei Vescovi, dei Cardinali; spoglierà se stesso”. Questa è una buona occasione per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi. Ma la Chiesa siamo tutti! Tutti! Dal primo battezzato, tutti siamo Chiesa, e tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù, che ha percorso una strada di spogliazione, Lui stesso. È diventato servo, servitore; ha voluto essere umiliato fino alla Croce. E se noi vogliamo essere cristiani, non c’è un’altra strada.

… per non essere cristiani da pasticceria
Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più umano – dicono – senza croce, senza Gesù, senza spogliazione? In questo modo diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci! Bellissimo, ma non cristiani davvero! Qualcuno dirà: “Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?”. Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. È un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte!

Spogliarci della mondanità…
Quando nei media si parla della Chiesa, credono che la Chiesa siano i preti, le suore, i Vescovi, i Cardinali e il Papa. Ma la Chiesa siamo tutti noi, come ho detto. E tutti noi dobbiamo spogliarci di questa mondanità: lo spirito contrario allo spirito delle beatitudini, lo spirito contrario allo spirito di Gesù. La mondanità ci fa male. È tanto triste trovare un cristiano mondano, sicuro – secondo lui – di quella sicurezza che gli dà la fede e sicuro della sicurezza che gli dà il mondo. Non si può lavorare nelle due parti. La Chiesa - tutti noi - deve spogliarsi della mondanità, che la porta alla vanità, all’orgoglio, che è l’idolatria.

… perché la mondanità uccide
Gesù stesso ci diceva: “Non si può servire a due padroni: o servi Dio o servi il denaro” (cf. Mt 6,24). Nel denaro c’era tutto questo spirito mondano; denaro, vanità, orgoglio, quella strada… noi non possiamo… è triste cancellare con una mano quello che scriviamo con l’altra. Il Vangelo è il Vangelo! Dio è unico! E Gesù si è fatto servitore per noi e lo spirito del mondo non c’entra qui. Oggi sono qui con voi. Tanti di voi sono stati spogliati da questo mondo selvaggio, che non dà lavoro, che non aiuta; a cui non importa se ci sono bambini che muoiono di fame nel mondo; non importa se tante famiglie non hanno da mangiare, non hanno la dignità di portare pane a casa; non importa che tanta gente debba fuggire dalla schiavitù, dalla fame e fuggire cercando la libertà. Con quanto dolore, tante volte, vediamo che trovano la morte, come è successo ieri a Lampedusa: oggi è un giorno di pianto! Queste cose le fa lo spirito del mondo. È proprio ridicolo che un cristiano - un cristiano vero - che un prete, che una suora, che un Vescovo, che un Cardinale, che un Papa vogliano andare sulla strada di questa mondanità, che è un atteggiamento omicida. La mondanità spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa!

6,25-33 Vivere tutto con serena attenzione (LS 226)
Stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a qualcuno senza stare a pensare a ciò che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. Gesù ci insegnava questo atteggiamento quando ci invitava a guardare i gigli del campo e gli uccelli del cielo, o quando, alla presenza di un uomo in ricerca, “fissò lo sguardo su di lui” e “lo amò” (Mc 10,21). Lui sì che sapeva stare pienamente presente davanti ad ogni essere umano e davanti ad ogni creatura, e così ci ha mostrato una via per superare l’ansietà malata che ci rende superficiali, aggressivi e consumisti sfrenati.

6,26 La tenerezza del Padre è per ogni creatura (LS 96)

Gesù fa propria la fede biblica nel Dio creatore e mette in risalto un dato fondamentale: Dio è Padre (cf Mt 11,25). Nei dialoghi con i suoi discepoli, Gesù li invitava a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature, e ricordava loro con una commovente tenerezza come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi: “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6). “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre (Mt 6,26).

6,26.28-29 Fiducia nella provvidenza [2]

Dio non si dimentica
Al centro della Liturgia di questa domenica troviamo una delle verità più confortanti: la divina Provvidenza. Il profeta Isaia la presenta con l’immagine dell’amore materno pieno di tenerezza, e dice così: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (49,15). Che bello è questo! Dio non si dimentica di noi, di ognuno di noi! Di ognuno di noi con nome e cognome. Ci ama e non si dimentica. Che bel pensiero… Questo invito alla fiducia in Dio trova un parallelo nella pagina del Vangelo di Matteo: “Guardate gli uccelli del cielo – dice Gesù –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. … Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro” (Mt 6,26.28-29).

Parole astratte?
Ma pensando a tante persone che vivono in condizioni precarie, o addirittura nella miseria che offende la loro dignità, queste parole di Gesù potrebbero sembrare astratte, se non illusorie. Ma in realtà sono più che mai attuali! Ci ricordano che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Finché ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia. Dobbiamo sentire bene, questo! Finché ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia. Se invece, confidando nella provvidenza di Dio, cerchiamo insieme il suo Regno, allora a nessuno mancherà il necessario per vivere dignitosamente.

Cuore pieno, cuore vuoto
Un cuore occupato dalla brama di possedere è un cuore pieno di questa brama di possedere, ma vuoto di Dio. Per questo Gesù ha più volte ammonito i ricchi, perché è forte per loro il rischio di riporre la propria sicurezza nei beni di questo mondo, e la sicurezza, la definitiva sicurezza, è in Dio. In un cuore posseduto dalle ricchezze, non c’è più molto posto per la fede: tutto è occupato dalle ricchezze, non c’è posto per la fede. Se invece si lascia a Dio il posto che gli spetta, cioè il primo, allora il suo amore conduce a condividere anche le ricchezze, a metterle al servizio di progetti di solidarietà e di sviluppo, come dimostrano tanti esempi, anche recenti, nella storia della Chiesa. E così la Provvidenza di Dio passa attraverso il nostro servizio agli altri, il nostro condividere con gli altri. Se ognuno di noi non accumula ricchezze soltanto per sé ma le mette al servizio degli altri, in questo caso la Provvidenza di Dio si rende visibile in questo gesto di solidarietà. Se invece qualcuno accumula soltanto per sé, cosa gli succederà quando sarà chiamato da Dio? Non potrà portare le ricchezze con sé, perché – sapete – il sudario non ha tasche! E’ meglio condividere, perché noi portiamo in Cielo soltanto quello che abbiamo condiviso con gli altri.

Gesù ci porta sulla giusta scala dei valori
La strada che Gesù indica può sembrare poco realistica rispetto alla mentalità comune e ai problemi della crisi economica; ma, se ci si pensa bene, ci riporta alla giusta scala di valori. Egli dice: “La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” (Mt 6,25). Per fare in modo che a nessuno manchi il pane, l’acqua, il vestito, la casa, il lavoro, la salute, bisogna che tutti ci riconosciamo figli del Padre che è nei cieli e quindi fratelli tra di noi, e ci comportiamo di conseguenza. Questo lo ricordavo nel Messaggio per la Pace del 1° gennaio: la via per la pace è la fraternità: questo andare insieme, condividere le cose insieme.

Maria madre della provvidenza
Alla luce della Parola di Dio di questa domenica, invochiamo la Vergine Maria come Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra esistenza, il cammino della Chiesa e dell’umanità. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti ci sforziamo di vivere con uno stile semplice e sobrio, con lo sguardo attento alle necessità dei fratelli più bisognosi.

6,33 Il Regno ci chiama (EG 180)

Leggendo le Scritture risulta chiaro che la proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio. E neppure la nostra risposta di amore dovrebbe intendersi come una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso, il che potrebbe costituire una sorta di “carità à la carte”, una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza. La proposta è il Regno di Dio (Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali. Cerchiamo il suo Regno: “Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Il progetto di Gesù è instaurare il Regno del Padre suo; Egli chiede ai suoi discepoli: “Predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7).

NOTE

[1] Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas. Sala della Spogliazione del Vescovado, Assisi 4 ottobre 2013.
[2] Angelus, 2 marzo 2014.

 

Pastorale giovanile, luogo

delle alleanze educative

Intervista a d. Michele Falabretti

a cura di Daniele Rocchi

CONVEGNO
“La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana”: è questo il tema del XV convegno nazionale di pastorale giovanile che si svolgerà a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo del convegno è “capire il ruolo centrale della figura dell’educatore che non è un solitario che va per la sua strada ma si costruisce attraverso un sistema educativo integrato a più voci: ha ricevuto un mandato educativo dalla comunità cristiana che, a sua volta, lo sostiene e lo forma; con la comunità, con il territorio, con gli altri educatori ha bisogno di intrecciare sogni e progetti. Si tratta di un percorso graduale che può prevedere il passaggio dal fare l’animatore all’essere educatore”. Il convegno arriva dopo la Gmg di Cracovia (luglio 2016) e si colloca nel cammino verso il Sinodo dei vescovi che nel 2018 affronterà il tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. A don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, promotore dell’evento, abbiamo rivolto alcune domande.

 

Questo convegno, in continuità con quelli di Genova (2014) e di Brindisi (2016), pone attenzione sugli educatori. La cura delle nuove generazioni chiede sempre più dei punti di riferimento che la contemporaneità riesce a dare con sempre più difficoltà…
Al convegno di Bologna partiamo con gli educatori, consapevoli che non è un punto di partenza assoluto: avremmo potuto partire dai giovani e dalle loro diverse età di vita. Ma partiamo da qui perché le due grandi esperienze del 2016 (il Giubileo dei ragazzi e la Gmg di Cracovia), ci hanno rivelato l’importanza di costruire percorsi di accompagnamento. C’è bisogno di persone disponibili e competenti che sappiano tessere relazioni educative buone. C’è bisogno di fare alleanza e di fare squadra: fra educatori di uno stesso contesto, fra educatori che appartengono allo stesso territorio ma anche a diverse agenzie educative; fra educatori, famiglie e comunità. Nessun educatore può pensare di potersi muovere da solo, l’azione educativa non può essere un monologo. La pluralità fa crescere.

La sfida educativa riguarda più gli adulti che sono andati in crisi che i giovani?
È andato in crisi anzitutto il cuore degli adulti. Non è la prima volta che attraversiamo tempi difficili; forse il dopoguerra è stato un tempo davvero di fame e di miseria, più difficile della crisi economica che stiamo affrontando. La vera differenza sono proprio gli adulti (nonni e genitori): allora formavano un popolo in missione che non aveva paura di dire ‘voglio lavorare perché i miei figli non passino ciò che abbiamo vissuto noi’. Ma oggi no: adulti e anziani non si sognano neanche lontanamente di rinunciare alla propria posizione. Il mito ‘dell’uomo che si è fatto da solo’ li sta costringendo a ripiegarsi solo sui propri diritti ormai conquistati, ma che non sappiamo fino a quando riusciremo a garantire. Non è difficile vedere una fragilità che, certamente, assume i tratti della precarietà, dell’incertezza lavorativa e sociale, e che si trasforma in vulnerabilità del vivere. Gli adolescenti avvertono questo clima: sentono i racconti delle fatiche e delle scelte di chi giovane, appena avanti a loro, cerca la strada. Oggi un adolescente e un giovane rischiano di guardare al proprio futuro come una minaccia che incombe.

Il problema giovanile dipende anche da adulti che non vogliono fare spazio. Come se ne esce?
“La comunità deve farsi carico dei giovani. La situazione è drammatica ma se ne viene fuori insieme. Di educatori che sanno suonare la chitarra e che sorridono ma non riescono a cogliere i problemi reali dei giovani non sappiamo che farcene. È urgente ridisegnare la figura dell’educatore. Educatori non si nasce, si diventa”.

Sì, ma come?
Attivando quelle alleanze di cui parlavo poco fa, fra educatori, famiglie e comunità. Queste alleanze sono sane, perché aiutano l’educatore a sentirsi costantemente a servizio della Chiesa e delle persone. Ma sono anche difficili, perché chiedono uno stile condiviso e interpellano gli adulti di ogni comunità. Le competenze vanno formate: questo richiede tempo e risorse, intelligenza, cuore, conoscenze. Parlando di educatori torna al centro dell’attenzione l’idea che la Chiesa genera alla fede ogni volta che celebra i sacramenti, che annuncia e tesse relazioni di carità. Ma questo non significa – ancora – generare a una “vita di fede”. Per la quale c’è bisogno di incrociare seriamente la libertà delle persone che non va immediatamente “guidata”, ma va anzitutto interpellata e provocata. Così si diventa educatori. Mi auguro che questo convegno riesca ad offrici non soluzioni immediate ma il gusto di scoprire quali cose vanno custodite nel cuore e fatte crescere. Solo così le nostre competenze educative diventeranno espressione del cuore del Pastore buono.

Il programma del convegno
I lavori saranno aperti dallo psichiatra Vittorino Andreoli con una relazione (20 febbraio) su “Quale adulto per una educazione possibile?”, cui seguiranno (21 febbraio) gli interventi di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena, su “Generare la fede, generare una vita di fede”, e di Chiara Scardicchio, docente di pedagogia sperimentale, su “Educatore e educatori: ritratto di una figura sempre in ricerca”. Il 23 febbraio, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, presenterà la ricerca Ipsos sugli oratori italiani, cui seguirà una comunicazione sul Sinodo sui giovani. Il convegno, cui sono iscritti oltre 650 delegati da tutta Italia, prevede anche tavoli di lavoro, una visita a Ravenna, e si chiuderà con un pellegrinaggio alla Madonna di san Luca dove monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, celebrerà la messa finale.

(FONTE: Parola di vita. Settimanale d'informazione dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano (18/02/2017)



 

«Ascolto e movimento»

Perché il Sinodo sui giovani

Papa Francesco

 

DOMANDA

Santo Padre, noi riconosciamo la sua capacità di parlare ai giovani e di infiammarli per la causa del Vangelo. Noi sappiamo anche del suo impegno per avvicinare i giovani alla Chiesa; per questo ha convocato il prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Quali motivazioni l'hanno spinta a convocare il Sinodo sui giovani? Quali suggerimenti ci offre per raggiungere i giovani oggi?

RISPOSTA

Alla fine del Sinodo scorso ogni partecipante ha dato tre suggerimenti sul tema da affrontare nel prossimo. Poi sono state consultate le Conferenze episcopali. Le convergenze sono andate su temi forti, quali gioventù, formazione sacerdotale, dialogo interreligioso e pace. Nel primo Consiglio post-sinodale è stata fatta una bella discussione. Io ero presente. Ci vado sempre, ma non parlo. Per me importante è ascoltare davvero. È importante che io ascolti, ma lascio che siano loro a lavorare liberamente. In questo modo capisco come emergono le problematiche, quali sono le proposte e i nodi, e come si affrontano.
Hanno scelto i giovani. Ma alcuni sottolineavano l'importanza della formazione sacerdotale. Personalmente ho molto a cuore il tema del discernimento. L'ho raccomandato più volte ai gesuiti: in Polonia e poi alla Congregazione Generale'. Il discernimento accomuna la questione della formazione dei giovani alla vita: di tutti i giovani, e in particolare, a maggior ragione, anche dei seminaristi e dei futuri pastori. Perché la formazione e l'accompagnamento al sacerdozio ha bisogno del discernimento.
Al momento è uno dei problemi più grandi che abbiamo nella formazione sacerdotale. Nella formazione siamo abituati alle formule, ai bianchi e ai neri, ma non ai grigi della vita. E ciò che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all'astrazione casuistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio. E la volontà di Dio si cerca secondo la vera dottrina del Vangelo e non nel fissismo di una dottrina astratta. Ragionando sulla formazione dei giovani e sulla formazione dei seminaristi, ho deciso il tema finale così come è stato comunicato: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
La Chiesa deve accompagnare i giovani nel loro cammino verso la maturità, e solo con il discernimento e non con le astrazioni i giovani possono scoprire il loro progetto di vita e vivere una vita davvero aperta a Dio e al mondo. Dunque ho scelto questo tema per introdurre il discernimento con maggior forza nella vita della Chiesa. L'altro giorno abbiamo avuto la seconda riunione del Consiglio post-sinodale. Si è discusso abbastanza bene su questo argomento. Hanno preparato la prima bozza sui Lineamenta che si dovrà inviare subito alle Conferenze episcopali. Hanno lavorato anche religiosi. È uscita una bozza ben preparata.
Questo comunque è il punto chiave: il discernimento, che è sempre dinamico, come la vita. Le cose statiche non vanno. Soprattutto con i giovani. Quando io ero giovane, la moda era fare riunioni. Oggi le cose statiche come le riunioni non vanno bene. Si deve lavorare con i giovani facendo cose, lavorando, con le missioni popolari, il lavoro sociale, con l'andare ogni settimana a dar da mangiare ai senzatetto. I giovani trovano il Signore nell'azione. Poi, dopo l'azione si deve fare una riflessione. Ma la riflessione da sola non aiuta: sono idee... solo idee. Dunque due parole: ascolto e movimento. Questo è importante. Ma non solamente formare i giovani all'ascolto, bensì innanzitutto ascoltare loro, i giovani stessi. Questo è un primo compito importantissimo della Chiesa: l'ascolto dei giovani. E nella preparazione del Sinodo la presenza dei religiosi è davvero importante, perché i religiosi lavorano molto con i giovani.

(Conversazione-intervista con i Superiori Generali USG - 25 novembre 2016, in Civiltà Cattolica 4000 /2017, pp. 325-6)

 

Un libro su

Dante e la misericordia

copertina Miserere

 

Un libro per parlare di Dante. Un libro per sondare il viaggio di Dante come viaggio nella e attraverso la misericordia. Un libro scritto da un giovane che ha già la maturità di chi ha letto molto e molto ha viaggiato: anche grazie a Dante. Ci si chiede quale sia l'attualità di Dante, a cosa serva la letteratura e qualsivoglia altra espressione artistica. Per esempio, come ha scritto Galimberti, a capire se stessi: a dare un nome a pulsioni ed emozioni e farle diventare sentimenti. Dante, peraltro, si dimostra quanto mai attuale, nella misura in cui si rivela capace di parlare alle teste e ai cuori di tutti: purché si abbia la voglia di fermarsi un minuto a leggere e riflettere, opportunità che il sapiente e accessibile testo dell'Autore offre anche ai non "specialisti".

pp. 173 - € 15,00
Acquistabile su IBS, LIbreria Univesitaria, Amazon

 

Segnalazione libraria

Hargot

Sonzogno 2017 - pp. 176 - € 16,50


Che ne abbiamo fatto della liberazione sessuale conquistata negli anni Sessanta? È la domanda che si pone Thérèse Hargot, scrittrice e terapeuta, forte di un’esperienza decennale nelle scuole a contatto con gli adolescenti. Invece di renderci più liberi – questa è la sua risposta – tale liberazione ci ha portato da un’obbedienza a un’altra: dal “non bisogna avere relazioni sessuali prima del matrimonio” al “bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile”. I giovani credono di essersi affrancati dai divieti, ma spesso si trovano più imprigionati di prima. Se un tempo l’imperativo di restare vergini fino alle nozze li deprimeva, ora a deprimerli (e confonderli) è l’imperativo opposto, ovvero quello di misurarsi fin da subito con la propria sessualità. Il facile accesso al porno, l’ansia della performance, l’ossessione dell’orientamento sessuale... Che libertà è questa, che impone di scegliere l’identità, gli amori, le pratiche come un mero prodotto di consumo?
Grazie a numerose testimonianze, l’autrice – con coraggio, sfidando le polemiche che si sono puntualmente scatenate dopo la pubblicazione del libro in Francia – affronta, in modo rigorosamente laico, i problemi dei ragazzi, invitandoli a ripensare la loro vita affettiva e sessuale, per renderla davvero gioiosa.

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