Bisogna pregare

con parresia

Domenica XX del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 Moses arms supported

15,21 28 Coraggio nella preghiera [1]

Nel Vangelo Gesù è chiaro: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7) e, per farci capire bene, ci fa l'esempio di quell'uomo che insistentemente bussa a mezzanotte al vicino per avere tre pani, senza curarsi di passare per maleducato (cf. Lc 11,5 8). Gli interessava soltanto di ottenere la cena per il suo ospite.
E se di inopportunità si tratta, guardiamo a quella donna cananea (cf. Mt 15,21 28) che rischia che i discepoli la prendano (v. 23) e che le dicano “cagnolina” (v. 27), pur di ottenere quello che vuole: la guarigione della figlia. Quella donna sì che sapeva lottare con coraggio nella preghiera.
A questa costanza e insistenza nella preghiera il Signore promette la certezza del risultato: “Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8). E ci spiega il perché del successo: Dio è Padre. “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,11 12). Ciò che il Signore promette alla nostra preghiera fiduciosa e perseverante va molto più in là di quello che immaginiamo: oltre a quello che chiediamo ci darà anche lo Spirito Santo. Quando Gesù ci esorta a pregare con insistenza, ci spinge nel seno stesso della Trinità e, attraverso la sua santa umanità, ci conduce al Padre e ci promette lo Spirito Santo.

15,21-28 Pregare con parresia [2]

Più volte ho parlato di parresia, del coraggio e della passione nella nostra azione apostolica. Lo stesso atteggiamento deve essere nella preghiera: bisogna pregare con parresia. Non essere tranquilli dopo aver chiesto una sola volta. L’intercessione cristiana ha bisogno di tutta la nostra insistenza fino al limite. Così pregava Davide quando chiese per il figlio moribondo (cf. 2Sam 12,15-18), così pregò Mosè per il popolo ribelle (cf. Es 32,11-14; Nm 4,1019; Dt 9,18- 20), lasciando da parte le loro comodità e il vantaggio personale e la possibilità di diventare il leader di una grande nazione (cf. Es 32,10). Non cambiò di “partito”, non negoziò la sua gente, ma combatté fino alla fine. La nostra consapevolezza di essere stati scelti dal Signore per la consacrazione o il ministero ci deve allontanare da ogni indifferenza, di qualsiasi comodità o interesse personale nella lotta a favore di questa gente da cui ci hanno preso e ai quali siamo stati mandati a servire. Come Abramo, dobbiamo trattare con Dio la sua salvezza con vero coraggio, e questo stanca come si stancavano le braccia di Mosè quando pregava in mezzo alla battaglia (cf. Es 17,11-13). L’intercessione non è per i deboli. Noi non preghiamo per “realizzare” e per mettere in pace la nostra coscienza o per godere di un’armonia interiore puramente estetica. Quando preghiamo, combattiamo per il nostro popolo. Così prego io? O mi stanco, mi annoio e cerco di non entrare per sottrarmi a questa lotta e mi preoccupo della mia tranquillità? Sono come Abramo nel coraggio dell’intercessione o finisco per essere meschino come Giona quando si lamentò della perdita del ricino che gli faceva da tetto e non di quegli uomini e donne “che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra” (Gv 4,11), vittime di una cultura pagana?

15,21-28 L’eroica costanza [3]

Il Vangelo narra molte scene di ricerca e di incontro con Gesù e, in ciascuna di esse, c’è qualche elemento che può aiutarci nella preghiera. L’incontro con Gesù porta sempre con sé una chiamata, grande o piccola che sia (Mt 4,19; 9,9; 10,1-4); esso avviene a qualunque ora ed è pura gratuità (Mt 20,5-6); deve essere cercato e voluto (Mt 8,2-3; 9,9), talvolta con eroica costanza (Mt 15,21 ss), talaltra con urla di sgomento (Mt 8,25), e nella ricerca si può sperimentare il dolore della perplessità e del dubbio (Lc 7,18-24; Mt 11,2-7). L’incontro con Gesù Cristo ci conduce sempre più verso l’umiltà (Lc 5,9); a volte può essere rifiutato, a volte accettato a metà (Mt 13,1-23): nel primo caso è fonte di grande dolore per il cuore di Cristo (Mt 20,30; 23,37-39). Non si tratta di una ricerca e di un incontro asettico, pelagiano, ma di un percorso che implica anche il peccato e il pentimento (Mt 21,28-32). L’incontro con Gesù Cristo avviene nella vita di tutti i giorni, nella pratica assidua della preghiera, nella lettura sapiente dei segni dei tempi (Mt 24,32; Lc 21,29) e nei nostri fratelli (Mt 25,31-46; Lc 10,25-37).

15,22 Misericordia come “impietosirsi” [4]

Pietà e pietismo
Tra i tanti aspetti della misericordia, ve ne è uno che consiste nel provare pietà o impietosirsi nei confronti di quanti hanno bisogno di amore. La pietas - la pietà - è un concetto presente nel mondo greco-romano, dove però indicava un atto di sottomissione ai superiori: anzitutto la devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori, soprattutto anziani. Oggi, invece, dobbiamo stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. Allo stesso modo, la pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va.

Pietà, manifestazione della misericordia
La pietà di cui vogliamo parlare è una manifestazione della misericordia di Dio. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che il Signore offre ai suoi discepoli per renderli “docili ad obbedire alle ispirazioni divine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830). Tante volte nei Vangeli è riportato il grido spontaneo che persone malate, indemoniate, povere o afflitte rivolgevano a Gesù: “Abbi pietà” (cf. Mc 10,47-48; Mt 15,22; 17,15). A tutti Gesù rispondeva con lo sguardo della misericordia e il conforto della sua presenza. In tali invocazioni di aiuto o richieste di pietà, ognuno esprimeva anche la sua fede in Gesù, chiamandolo “Maestro”, “Figlio di Davide” e “Signore”. Intuivano che in Lui c’era qualcosa di straordinario, che li poteva aiutare ad uscire dalla condizione di tristezza in cui si trovavano. Percepivano in Lui l’amore di Dio stesso. E anche se la folla si accalcava, Gesù si accorgeva di quelle invocazioni di pietà e si impietosiva, soprattutto quando vedeva persone sofferenti e ferite nella loro dignità, come nel caso dell’emorroissa (cf. Mc 5,32). Egli le chiamava ad avere fiducia in Lui e nella sua Parola (cf. Gv 6,48-55). Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia.

Coltivare la pietà
Anche noi siamo chiamati a coltivare in noi atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita, scuotendoci di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale (cf. 1Tm 6,3-8).
Guardiamo l’esempio della Vergine Maria, che si prende cura di ciascuno dei suoi figli ed è per noi credenti l’icona della pietà. Dante Alighieri lo esprime nella preghiera alla Madonna posta al culmine del Paradiso: “In te misericordia, in te pietate, […] in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate” (XXXIII, 19-21).

NOTE

[1] La preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del Vaticano 2013, 131-140.
[2] Veracità e conversione. I nostri peccati, in: J. M. BERGOGLIO – FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 45-50.
[3] L’incontro con Gesù, in J. M. BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Milano, 2014, 18-20.
[4] Udienza giubilare, 14 maggio 2016.

FONTE

J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

 

Donna, grande 

è la tua fede! (Mt 15,28)

XX Domenica A

a cura di Franco Galeone *

Cananea

Una madre, quando prega, è onnipotente!

Il Vangelo di questa domenica ha come personaggio centrale una madre, che con la forza dell’amore ottiene il trionfo delle ragioni del cuore. La donna è una cananea, secondo Matteo; Marco precisa che è greca, di origine sirofenicia. In ogni caso è una pagana, secondo gli ebrei. Questa madre ha una figlia molto malata; ha saputo che Gesù è nei paraggi, e va a trovarlo. Ma Gesù non le bada, anzi, mostra un certo fastidio; anche gli apostoli non ne possono più: Esaudiscila, non vedi come ci grida dietro? Una seccatrice! Ma Gesù sembra irremovibile: Sono stato mandato solo alle pecore perdute di Israele. Gesù parla da ebreo, e considera gli ebrei come dei figli, e i pagani come dei cani, cioè infedeli. Gesù però attenua il tradizionale disprezzo verso gli infedeli chiamandoli non cani ma cagnolini, scoprendo così le sue carte. La donna se ne accorge. Grecamente, anche se non aveva studiato i sofisti, Socrate, l’Organon aristotelico, la donna sfrutta l’apertura della battuta stessa di Gesù: Il pane ai figli, sì, ma le briciole ai cagnolini! Donna, la tua fede è grande. Tua figlia è guarita! Davvero quella madre dimostrò che se Dio è onnipotente, la preghiera può essere onnipotentissima!

Una donna converte Gesù

Gesù appare nel vangelo sempre tra la gente o in preghiera con il Padre: era un uomo di incontri, di relazioni, di comunicazioni; in ogni relazione si riceve e si dà qualcosa; Gesù accendeva il cuore dell'altro ma anche lui ne era trasformato. Questa cananea, di un’altra religione e di un altro paese, converte Gesù, gli fa cambiare mentalità, gli apre il cuore al dolore di tutte le madri e di tutti i figli, che abitino in Israele o a Gaza: il dolore è uguale come uguale è l’amore delle madri. La donna dice a Gesù: No, tu sei venuto per tutti, tu provi dolore per tutti, la sofferenza conta più della religione, tu non appartieni a nessuna chiesa e perciò appartieni a tutti. Non ci sono figli e cani, ma tutti figli di Dio. È incredibile: questa donna non andava a pregare nel tempio, anzi, pregava un altro dio, eppure a questa donna pagana Gesù dice che ha una grande fede. Certamente quella donna non aveva la fede dei teologi ma quella della madri che soffrono. E Dio è felice quando vede una madre abbracciata alla carne della sua carne. E riceve il miracolo: la figlia guarisce. La sua fede fu come un grembo che partorì la figlia per la seconda volta.

Gesù ci esaudisce sempre, anche deludendoci!

Quello che subito colpisce in questo brano di Vangelo è la insensibilità, il silenzio, il rifiuto, il disprezzo di Cristo nel colloquio con la donna cananea. Eppure, dal Vangelo sappiamo che alla fine Gesù esaudisce la preghiera di quella madre. Cerchiamo allora di comprendere! Gesù conosce quella donna meglio di tutti, meglio di lei stessa. Sa a quale altezza di fede può arrivare, se la si aiuta. Accontentare in ritardo è un male, esaudire prima è ancor peggio. Quella madre chiedeva solo un favore, per poi tornarsene a casa tranquilla, un miracolo e poi fuggire lontano da Dio. Gesù, invece, voleva che la donna cananea si distaccasse da quello che domandava, per attaccarsi a Colui che pregava. Perciò occorreva del tempo, doveva farla maturare ancora. Ecco perché Gesù dice quella frase così dura: Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. Poiché quella donna era umile, ha percepito, al di là delle parole, l’intenzione di Gesù: non si trattava di un rifiuto ma di una chiamata. E’ vero, Signore, ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola del padrone. Che affettuosa malizia in questa risposta, che afferra l’argomento di Gesù e lo rivolge a suo favore! Questa donna è viva, spirituale, inventiva. Hanno sorriso insieme, Gesù aveva scherzato con lei, sono diventati amici per sempre. Gesù poteva adesso, senza alcun pericolo, concederle quello che chiedeva. Tra amici, i doni non fanno alcun male, ma tra estranei creano obblighi. Gesù non temeva più di perderla, non rischiava più che ella se ne andasse lontana da Lui con il suo tesoro; il suo tesoro era ormai il ricordo di quelle parole, di quel dialogo con Gesù che si era chinato su di lei, l’aveva chiamata e attesa, finché zampillasse in lei quell’essere nuovo che essa stessa ignorava, e da cui tutti e due erano ora abbagliati:

Donna, davvero grande è la tua fede!

Noi, invece, usiamo sacramenti e preghiere come tranquillanti o come transazioni commerciali: un miracolo in cambio di un ex voto. Con i santi è ancora più tragicomico: abbiamo tutta una lista di santi del “pronto-soccorso”. Abbiamo un preciso elenco di santi e di sante contro ogni genere di malattia e di pericolo: dal mal di gola agli oggetti perduti, dai problemi di cuore ai depositi di esplosivi, dalla paura degli esami alle questioni di cuore; anche per i casi impossibili abbiamo una santa taumaturga! Naturalmente paghiamo il disturbo, non vogliamo nulla gratis: do ut des. Dio dev’essere costernato da questa mentalità sacro-mercantile! Come dobbiamo pregare? Bastano poche parole, ma pregate a lungo. Maria, come un lungo rosario, meditava in cuor suo le parole ascoltate da Gesù. Gesù per una notte intera ha detto solo: Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta! A noi quanto tempo sarà necessario? Facciamo silenzio, deserto, vuoto, attorno e dentro noi. Lasciamoci lievitare come pane, morire dolcemente come seme nel terreno. Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)

 

La confessione finale

di un laico

Jean D'Ormesson

sole-luce

Verrà molto presto il momento in cui mi troverò di fronte a Dio.
In cui mi troverò di fronte a Dio... Per noi poveri viventi in queste parole incerte tutto è soggetto a cauzione e a dubbio. Quando mi troverò di fronte a Dio probabilmente non ci sarà più assolutamente niente. Non ci sarà più il tempo. E a capire che non c'è niente io non ci sarò più. E forse non ci sarà nemmeno Dio.

Io non lo so se Dio esiste. Dio, o la natura, mi ha rifiutato il dono della fede. Chi sono io per rispondere con un sì o con un no a una domanda più grande di noi? Dio, o la natura, non mi ha permesso di decidere su un segreto e su un mistero così remoti al di sopra di me. Nel dubbio che mi assilla e spesso mi sommerge brilla tuttavia la speranza. Unamuno dice, non ricordo più dove, che credere a Dio forse consiste nello sperare che esista. Allora, sì, credo in Dio. Perché spero che esista.
Quando comparirò di fronte a quel Dio a cui devo tutto – la mia vita, le mie gioie, le mie pene, l'universo che mi circonda, il sole sul mare, la mia allegria che era viva e i miei dubbi che erano crudeli – mi getterò ai suoi piedi e gli dirò:
«Signore, perdonami. Ti ho tradito molto. Sono stato indegno della grandezza e della fiducia che mi avevi accordato poiché, nella tua bontà, mi hai dato la vita e mi hai lasciato libero di scegliere. La mia mediocrità la disprezzo con forza, ma purtroppo un po' tardi. Non sono stato né un eroe, né un martire, né un santo. Mi sono occupato di me molto più che di coloro che mi avevi affidato come fratelli. Sono stato indegno delle promesse che mi avevi elargito. Ho ricevuto molto più di quanto abbia mai dato. Ho ceduto troppo alla pigrizia, alla vanità, all'indifferenza nei confronti del prossimo, al gusto del guadagno, al delirio di voler essere sempre primo tra i primi. Ho vissuto nel tumulto e nell'agitazione. Ho cercato la felicità e troppo spesso il piacere.
Tu lo sai, mio Dio. Ho amato le baie, il tuo mare che ricomincia all'infinito, il tuo Sole che era diventato mio, molte tue creature, le parole, i libri, gli asini, il miele, gli applausi di cui provavo vergogna, ma che coltivavo. Ho amato tutto ciò che passa. Ma ciò che ho amato soprattutto sei tu, che non passi. Ho sempre saputo di essere meno di niente sotto lo sguardo della tua eternità e che sarebbe venuto il giorno in cui sarei comparso di fronte a te per essere finalmente giudicato. E ho sempre sperato che la tua eternità di mistero e di angoscia fosse anche e soprattutto un'eternità di perdono e d'amore.
Non ho fatto quasi nulla del tempo che mi hai prestato e poi ti sei ripreso. Ma, in maniera maldestra e ignorante, dal fondo del mio abisso non ho mai smesso di cercare la via, la verità e la vita».

(Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, Neri Pozza 2017, pp. 370-371)

 

Un contributo dell’Istituto di Catechetica UPS
alla Chiesa italiana

nel contesto e in preparazione al Sinodo dei Vescovi del 2018:
i giovani, la fede e il discernimento vocazionale


Master di 1° livello per

Educatori di Adolescenti

MasterAdolescentiX Copertinasito

L’esigenza di sostenere e accompagnare le Chiese locali nel rinnovamento dei processi di educazione alla fede relativi alla fascia degli adolescenti (14-19 anni), in un orizzonte che privilegia l’educazione integrale del «buon cristiano e onesto cittadino», spinge l’Istituto di Catechetica della Facoltà di Scienze dell’Educazione (FSE) dell’Università Pontificia Salesiana (UPS), su richiesta e in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale (UCN) e il Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile (SNPG) della Conferenza Episcopale Italiana, a proporre un Master di primo livello per educatori degli adolescenti in ambito ecclesiale.

La proposta risponde anche al sentito bisogno di una qualificazione specifica e di aggiornamento per i Direttori degli Uffici Catechistici e del Servizio per la Pastorale Giovanile nell’ambito delle Diocesi italiane e per i collaboratori che li affiancano a vari livelli nell’animazione pastorale e catechistica diocesana.
Il Master, con finalità di aggiornamento nelle scienze dell’educazione e di formazione specifica nella metodologia catechetico-pastorale, intende abilitare le persone indicate dall’Ordinario all’assunzione di responsabilità e coordinamento a livello diocesano e parrocchiale della pastorale e catechesi con gli adolescenti.

Il Master è rivolto a Direttori e Collaboratori degli Uffici Catechistici Diocesani (UCD) e del Servizio di Pastorale giovanile Diocesano (SPGD) e a Educatori che svolgono un servizio negli Oratori e Centri Giovanili (OCG).
Per accedere come studenti Ordinari al Master si richiede il Baccalaureato/Laurea in Filosofia o Teologia o Scienze dell’Educazione o, più in generale, Scienze umane. Possono essere ammessi come Ospiti quegli studenti che hanno un “curriculum vitae” ritenuto idoneo dal Direttore del Master.

In linea con gli intenti del progetto, il Master intende garantire non solo la conoscenza dei contenuti ma la capacità di padroneggiarli, elaborarli, gestirli e applicarli. Il Master prevede delle aree tematiche e contenuti della formazione, offerti nelle lezioni frontali, approfonditi e sperimentati poi nei laboratori e nel tirocinio. Il Master, con forte accentuazione applicativa è strutturato in 1500 ore, pari a 60 ECTS.

Il Master ha una durata di 15 mesi (settembre 2017 – dicembre 2018), con la frequenza così distribuita:
* [Tre settimane intensive di 5 giorni] 11-15 settembre 2017; 9-13 febbraio 2018 e 7-11 (14-18) settembre 2018.
* [Due incontri di 3 giorni] 13-15 novembre 2017 e 11-13 maggio 2018 (lunedì-mercoledì).
Sede del Master: Università Pontificia Salesiana, Piazza dell’Ateneo Salesiano, 1 – 00139 ROMA.

Per informazioni e iscrizioni:
Indirizzo mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Pagina web: rivistadipedagogiareligiosa.it

Depliant


Forza e debolezza

dei giovani

Etty Hillesum

 giovaniEtty

Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti - e me ne sento la forza -, per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento?
Il prof. Bonger è morto...
Lui è indimenticabile per me...
Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'IJsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, professor Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto.
E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce; io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo l'IJsclub. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa.
E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere!
Bonger non è l'unico. È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo senz'altro un po' impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà; non si può vivere solo con le verità eterne: così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora qualcosa, e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.

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