In attesa del Veniente

II domenica di Avvento - Anno A

Enzo Bianchi

giovannibattista
In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, 9 e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Mt 3,1-12

Prima della venuta del Signore, del giorno del Signore, secondo alcuni esperti delle sante Scritture sarebbe venuto il profeta Elia per preparare il popolo all’incontro con Dio, Salvatore e Giudice. Questa speranza è confermata da Gesù, che però invita a discernere tale presenza profetica in Giovanni il Battezzatore, venuto tra quelli che non l’hanno riconosciuto ma hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (cf. Mt 17,10-13). Proprio perché nell’Avvento si attende la venuta del giorno del Signore, e dunque del Figlio dell’uomo, la chiesa ci fa sostare sul ministero di Giovanni: ministero di preparazione della strada per la manifestazione di Gesù a Israele. La sua predicazione, infatti, è più che mai attuale in questo tempo “ultimo”, in cui il Signore viene.
“Giovanni sopraggiunge” (paraghínetai) come predicatore nel deserto della Giudea, a sud-est di Gerusalemme, nelle terre attorno al Giordano, affluente del mar Morto. Sembra un profeta dell’antica alleanza, e lo è dopo almeno cinque secoli di silenzio della profezia nel popolo di Dio. Ha i tratti del profeta Elia: un vestito di peli di cammello (cf. 2Re 1,8; Zc 13,4), una cintura di cuoio, un nutrimento ascetico fornitogli dai frutti del deserto. Come Elia, chiama il popolo alla conversione, a ritornare al Signore prima del suo giorno: “Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato!”. A questo annuncio nuovo le folle accorrono da Gerusalemme e dalla Giudea, accogliendo l’invito del profeta: confessano i loro peccati, si fanno responsabili davanti a Dio del male operato, si pentono e con un’azione decisa e vissuta, l’essere immersi da Giovanni nelle acque del Giordano, testimoniano la loro purificazione e il loro mutamento di vita. È come un nuovo inizio, anche perché Giovanni appare come il profeta designato da Isaia quale annunciatore della definitiva liberazione, del nuovo esodo, della creazione di cieli nuovi e terra nuova (cf. Is 40,1-11).
Giovanni dunque è ascoltato dalle folle, ma sa anche discernere al loro interno quanti ricorrono a lui solo per soddisfare la propria religiosità: sono persone che in realtà non si convertono, non cambiano vita e modo di pensare, ma sono sempre disponibili a vivere riti e a compiere ciò che la religione richiede. Matteo identifica queste persone in farisei e sadducei (attenzione a non tipizzare, soprattutto il primo gruppo!), cioè negli uomini religiosi esperti della dottrina e zelanti nel loro comportamento secondo la Legge. Ecco allora l’invettiva del Battista: “Razza di vipere (cf. Sal 140,4)! Chi è il vostro vero suggeritore? È colui che vi ispira di sfuggire alla passione per la giustizia di Dio, fingendo e aumentando le azioni rituali?”. Sono credenti che non ascoltano le parole di Giovanni, non riconoscono in lui le parole del Signore, eppure vengono al suo battesimo… Per loro il rito va benissimo, mentre fare la volontà di Dio e vivere ciò che il rito dovrebbe significare, no! Hanno dentro di sé certezze: sono figli di Abramo, hanno il senso dell’appartenenza al popolo eletto e scelto da Dio, sanno invocare Dio come il Dio con loro. Giovanni però con la sua predicazione manda in frantumi queste certezze e garanzie: “Non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’, perché Dio può creare figli di Abramo dalle pietre del deserto”. Ormai il giorno del Signore è vicino e il Giudice si sta manifestando come una scura che abbatte alla radice l’albero che non dà frutti buoni, destinandolo al fuoco.
Le immagini della predicazione del Battista sono dure, destano timore, ma in realtà sono quelle tipiche di tutti i profeti, che hanno annunciato il giorno del Signore a quanti contraddicevano la sua volontà vivendo invece formalmente (cioè da ipocriti!) l’alleanza con Dio. Giovanni mette in luce quella rottura che sarà portata a pienezza da Gesù: rottura con i legami di sangue, con l’appartenenza etnica. Figli di Abramo lo si è non per appartenenza carnale, ma perché si vive l’obbedienza e l’adesione a Dio da lui vissute, dirà Paolo (cf. Rm 4,1-3; Gal 3,6).
Giovanni però non vuole che l’attenzione si concentri su di sé e tanto meno vuole apparire lui come il Giudice: costui è veniente, anzi sta dietro (opíso) a lui ed è più forte di lui. Il Battista non si sente nemmeno degno di essere suo servo, portandogli i sandali. Colui che viene è il Giudice che immerge non in acqua, ma nel fuoco escatologico dello Spirito di Dio: non più un rito, ma un evento ultimo e definitivo. Giovanni fa dunque l’ultima chiamata alla conversione, prima della venuta del regno dei cieli ormai imminente; nello stesso tempo, manifesta la sua fede in Gesù, già presente tra i suoi discepoli, che presto sarà manifestato a Israele come “il Veniente” (ho erchómenos: Mt 11,3; 21,9; 23,39). Solo a lui spetta il giudizio definitivo, descritto dal suo precursore con un’immagine apocalittica: “Tiene in mano il ventilabro, per separare la pula dal buon grano. Al passaggio del vento la pula sarà portata via e poi bruciata, mentre il grano sarà raccolto nei granai”.
Sì, di fronte a questi annunci e a queste immagini è doveroso provare sentimenti di timore. Il giudizio è un evento serio ma, quando avverrà, sarà nient’altro che la manifestazione di ciò che ciascuno di noi ha operato ogni giorno, scegliendo il bene o il male. Siamo noi stessi a darci il giudizio, ora e qui: il giudizio non è una spada di Damocle che pende sulla nostra testa, ma un evento che decidiamo oggi. Ecco come la chiesa ci attualizza la predicazione di Giovanni il Battista sulla venuta gloriosa del Figlio dell’uomo.

Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 11,1-20
Quando il popolo di Israele è invaso, minacciato dalle potenze di questo mondo ed è diventato come un albero abbattuto, ridotto a un tronco (cf. Is 6,13), ecco l’azione di Dio: da quel tronco fa spuntare un germoglio che si nutrirà della linfa dell’albero abbattuto. Giunge dunque un discendente di Iesse, un nuovo David ricolmo dei doni dello Spirito di Dio: il suo respiro sarà il timore del Signore, la piena obbedienza a lui e alla sua volontà. Per questo sarà un giudice che non guarda alle apparenze, ma non sarà neppure bendato, perché vedrà nel cuore degli umani e inaugurerà un tempo nel quale giungerà la pace cosmica e la conoscenza del Signore riempirà la terra. Oggi, come allora, attendiamo questo compimento, sapendo che il discendente di Iesse ha un volto: quello di Gesù di Nazaret, il figlio di David, il Messia del Signore.

Lettera ai Romani 15,4-9
L’Apostolo ricorda ai cristiani che, nelle difficoltà della vita comunitaria, nelle tensioni tra forti e deboli, tra conservatori e innovatori, nei conflitti che possono sorgere anche tra discepoli di Gesù, occorre che ognuno accolga l’altro come fratello o sorella, cercando di assumere i sentimenti e i pensieri di Cristo. Ognuno è stato accolto, carico dei propri debiti, da Cristo, che lo ha perdonato e gli ha usato misericordia, e lo stesso deve fare nei confronti dell’altro, nella speranza della venuta del Signore. La parola di Dio contenuta nelle Scritture sempre ci illumina, ci sostiene, ci consola, ci indica il compimento della promessa del Signore, il suo giorno.

 

Avvento 2016

“E IL VERBO SI FECE CARNE”

A cura delle Ispettorie Salesiane ILE-INE-ICP

Sussidio-di-avvento-2016
Tale lavoro di preparazione all'avvento, per animatori e docenti, è composto da:
- un sussidio cartaceo
- video col commento al Vangelo del giorno prodotti
- testi sui buongiorni ed eventuali ritiri
Esso viene offerto in un duplice formato: una parte cartacea, che permette ai giovani di soffermarsi con più tranquillità sulla Parola di Dio del giorno, sottolineare, scrivere, pregare; e una parte video che propone un breve e concreto commento alla Parola.

I CONTENUTI

- Video
https://drive.google.com/drive/folders/0B67Aia9dwH-JNF8wZkRnWVF6aWc
- Commenti al Vangelo
https://drive.google.com/drive/folders/0B67Aia9dwH-JcUlHNUYwcjhyQkE
- Buongiorni
https://drive.google.com/file/d/0B67Aia9dwH-JckRlYVlEdDdWZG8/view
- Celebrazione di inizio
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JdWszN2hKei1vdTA
- Celebrazione penitenziale
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JRERfN1VUMHNmOU0
- Celebrazioni di chiusura
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JX0Q2UUR2aXhOTEk
- Materiale fanciulli
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JTTN0STJRMEVfTVE
PRIMA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JT05CRmx1LUV2RjA
SECONDA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-Ja3M1YlpXZ3Y1LW8
TERZA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JQTZhOTlWX3kwVEk
QUARTA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JRmJ2RFdtcUIzbUk

 

SEGNALAZIONE

 

ATLANTE

 

SUPEREROI

TESORI

SOGLIE

FAGLIE

BARRIERE

DIRITTI

SUPERPOTERI

 

 Antonio Prete

Il cielo nascosto

Grammatica dell'interiorità

Bollati Boringhieri 2016 - pp. 280 - € 16,00

cielonascosto

 

Il contenuto

 

Dentro di noi custodiamo un cielo nascosto, uno spazio-tempo altrettanto abissale dell'universo che ci sovrasta. Come è accaduto alla volta stellata, gli interni d'anima hanno attratto cosmografi fin dall'antichità: filosofi, scrittori, teologi e poeti hanno scrutato, contemplato, decifrato, versato in parole «fantasticanti e conoscitive» ogni transito di pensieri, ogni orbita di passioni, ogni ellissi del desiderio. Si è via via affinata una lingua per dire la mobilità dell'io e il teatro degli affetti, e si è scoperto nelle profondità della mente il punto di maggiore consonanza con il ritmo vivente del mondo. Questa pienezza di raffigurazione e il suo stesso oggetto - la vita interiore, concentrata nelle proprie fantasmagorie, ma anche persa in lontananze e silenzi siderali - rischiano oggi di smarrirsi, vittime dello spossessamento di sé indotto dalla seduzione della vicinanza virtuale e dal frastuono della comunicazione. In controtendenza rispetto ai tempi, Antonio Prete compie qui un prezioso gesto di restituzione. Mette la sua maestria di comparatista al servizio di una materia sconfinata, prelevandovi con levità figure tematiche e passaggi salienti, da Agostino a Joyce, da Montaigne a Proust a Calvino, e cedendo spesso il passo agli amatissimi Leopardi e Baudelaire. Sono tutti loro, insieme con gli artisti che nell'autoritratto hanno sfidato l'irrappresentabile, a costruire idealmente una «grammatica dell'interiorità», dove troviamo declinate le eterne forme del sentire, amorose o meditative, gioiose o dolenti, stupefatte o rammemoranti. Senza attingere a quel lessico, non potremmo neppure riconoscere ciò che ci accade dentro.

 


Premessa

Divento Io dicendo Tu.
Martin Buber, Io e Tu

«Interiorità» è parola che designa e non definisce, che indica e non recinge. Come la parola «amore». O la parola «infinito». Parole senza confini. Che tuttavia sollecitano l'esplorazione, mentre mostrano l'insondabile che le costituisce. Pongono domande, mentre rivelano l'insufficienza di ogni risposta.
L'interiorità è imprendibile, come il tempo che la abita. Inesauribile, come l'immaginazione che la alimenta.
Un azzardo, dunque, voler entrare nel suo teatro, mettersi in ascolto della sua lingua, dei suoi silenzi, del suo enigma. Un azzardo, tuttavia, necessario. Perché dire dell'interiorità è nominare il lungo cammino dell'uomo sulla strada della conoscenza di sé, è interrogare le forme di questa conoscenza e il loro legame con la conoscenza e l'incontro dell'altro. Ma è anche scrutare i sentimenti e le passioni. Che sono come la grammatica dell'interiorità. Una grammatica nella quale il desiderio ha la funzione del verbo.
Certo, non si può fare storia di quel che attiene all'universo del sentire: niente di più proprio e singolare del sentimento, niente di più variabile e multiforme della passione. È possibile tuttavia indugiare su alcune figure che, come una carta dei sentieri, ci possono orientare nel corso dell'esplorazione: il «conosci te stesso» della sapienza greca osservato nel suo svolgersi come senso del limite e della finitudine, le forme e i modi del raccoglimento, la riflessione sull'amore come momento della conoscenza di sé, il rapporto tra le cosmografie celesti e quelle interiori, la «cura di sé», intesa come ricerca di una terrena, provvisoria e temperata felicità, il cammino e le sue raffigurazioni e metafore, il soliloquio, con la sua drammaturgia, le rappresentazioni interiori del tempo e dell'altrove, l'autoritratto nella pittura e il suo costante scarto nei confronti della somiglianza, infine il teatro dell'io e le sue scene, come il Narciso, l'amor proprio e il prender campo del tu. Una sorta di dizionario intimo - un piccolo lessico degli affetti e delle passioni - accompagnerà le soste in questo viaggio nel paese dell'interiorità: la solitudine, la letizia, l'elevazione, l'ascolto, l'attenzione, il ricordo, il silenzio, lo stupore e altre forme del sentire.
Molti saperi hanno avuto per campo di indagine parole contigue a «interiorità», o in parte a essa sovrapposte, come «soggetto», o «psiche», o « anima », o «spirito», o « coscienza ».
La filosofia, ad esempio, ha sempre dedicato grande passione investigativa al soggetto, cercandone il fondamento, l'essenza, la relazione con il mondo. Ha edificato sistemi teoretici intorno all'io, alla sua identificazione con il pensare, intorno alla coscienza. E ha definito le ragioni e i modi di una morale intesa come il teatro d'azione di quella coscienza.
La psicoanalisi, a partire da Freud, con le sue varianti, o scuole, o pratiche, ha dato all'interiorità una struttura, una topica, una decifrabilità. L'insondabile si è mosso verso il linguaggio. Il linguaggio verso la cura.
Le scienze, per la loro parte, ciascuna secondo i propri statuti e procedimenti, hanno dato una rappresentazione fisiologica, neurologica e biologica di quel pensare e sentire, desiderare e immaginare, soffrire e amare che è respiro e ritmo dell'interiorità. E hanno esplorato quel che lega l'individuo, il suo corpo senziente, alla materia dell'universo, il bíos al kósmos.
Le religioni, ciascuna secondo i propri principi e le proprie tradizioni o scritture, hanno rappresentato l'ordine interiore, mettendolo in rapporto con una fede, con una morale, con una promessa. Il cristianesimo, ad esempio, ha raccolto i riverberi e le figure dell'interiorità nell'incantesimo della parola «anima», accogliendo le risonanze della greca psyché, e indicando il non corporeo, il soffio, l'invisibile, e insieme il sentire, con tutte lesue scansioni: tra queste la colpa, il perdono, la salvezza, ma anche l'ordine delle virtù e dei vizi.
La poesia, la narrazione, il teatro, l'arte, in dialogo con tutti i saperi, ma sospingendosi con l'immaginazione fino alla soglia dell'impossibile, e sporgendosi sull'invisibile, hanno fatto dell'interiorità la propria dimora.
Dare forma e ritmo alle fantasmagorie dell'io e scrutare le costellazioni del cielo interiore è sostanza della scrittura. «Sono io stesso la materia del mio libro», scrive Montaigne ad apertura dei Saggi. Così era stato per Agostino, con le Confessioni. Così sarà per molti dei poeti e degli scrittori che ci accompagneranno in questo cammino nel paese dell'interiorità.
Oggi dire dell'interiorità è anzitutto rivolgere l'attenzione a qualcosa che il suo opposto, l'esteriorità, tende a insidiare. A insidiare con antiche e nuove seduzioni: come il fascino dell'immediato, dell'utile, del qui e ora, che sottrae tempo all'attesa, al sogno, all'immaginazione, al dialogo con se stessi, e sostituisce alla profondità e autonomia del desiderio il bisogno di quel che è presentato come necessario essendo superfluo. O come la potenza dell'universo telematico, che rende transitabile e fruibile la lontananza, addomestica l'ignoto, assimila nel virtuale il corporeo, attenua o cancella l'esercizio della memoria individuale, che è parte decisiva della vita interiore. A questa seduzione dell'esteriore si accompagna il declino della critica, della sua parola che potrebbe scuotere l'uniformità e il consenso passivo. Inoltre l'omologazione a. mode e costumi, a idee correnti, a convenzioni, a consumi, attenua il vigore del proprio, del singolare, del saper stare con se stesso, in cui consiste l'interiorità.
In questa opacità del singolare anche l'altro può diventare indifferente. O estraneo, non appartenente al cerchio del nostro sentire, o del nostro patire. Così apparirà improprio un sentimento come la compassione, che si fonda sulla percezione dell'altro come prossimo a sé, parte anch'egli di un comune cammino, vivente tra viventi: sotto lo stesso cielo, sotto le stesse stelle.
Lungo il sentiero della conoscenza di sé, c'è una luce che illumina i passi: il riverbero dell'altro. Non c'è edificazione e cura dell'interiorità senza l'accoglimento dell'altro. E l'altro ha la forma del visibile naturale, con le sue specie viventi, con le sue terre e mari e astri e galassie. E ha li volto del tu, che è principio del riconoscimento di sé. Del colloquio con queste presenze si alimenta la vita dell'interiorità.
Questo libro è un saggio: nel senso proprio e letterale dell'essai, dunque un assaggio, o meglio, una sequenza di assaggi.
Proprio per questo la compiutezza del discorso gli è estranea, e così la tessitura dimostrativa. Come in certe mappe fantastiche, l'estensione delle terre inesplorate e ignote è di gran lunga superiore a quella delle terre conosciute e nominate. Per questo, il lettore è chiamato anch'egli all'avventura di un'esplorazione di cui queste pagine possono essere considerate soltanto come cartigli di segnavia.

PS. Riportiamo l'indice del testo per mostrare, oltre ai riferimenti letterari - non sempre palesi in questo indice - ma soprattutto per mostrare la "grammatica dell'interiorità" che emerge da i contenuti del libro, certamente utile come confronto per ogni educatore.

INDICE

Premessa

1. «Conosci te stesso»
Luce mediterranea
Per la strada, e tra amici
Del limite, dell'orizzonte
Un infigurabile infinito
Ancora del limite, o della caducità
Vedere, oltrevedere
Per una grammatica dell'interiorità: la lontananza

2. Raccoglimento
Raccogliersi presso di sé
Nel silenzio di una stanza
Raccoglimento e intimità
Dal deserto alla parola
La stanza vuota e l'abrasione del senso: Tolstoj, Kafka
La stanza del poeta
Chirografie del destino
Raccoglimento e «scienza della vita»
Per una grammatica dell'interiorità: la solitudine

3. Studio d'amore
Amor che ne la mente mi ragiona
Sul turbamento
Come può esser ch'io non sia più mio?
Come dire l'amore
La cristallizzazione dell'immagine
Il pensiero dominante
Su Amore e Psiche
Per una grammatica dell'interiorità: la quiete, la letizia, la gioia

4. Cosmografie interiori
Della contemplazione
Poesia e cosmologia
Il respiro, l'infinito
L'uno e l'altro cielo
Per una grammatica dell'interiorità: l'elevazione

5. Cura di sé e arte del vivere
La malattia, il corpo, la parola
Vivere da filosofo?
Meditazione sul confine
Una disperata allegrezza
Per una grammatica dell'interiorità: l'ascolto, la lettura

6. In cammino
Il passo dei pensieri
Essere in cammino
L'ascesa al Mont Ventoux
Il viandante, il ritorno
Raccontare il cammino
Per una grammatica dell'interiorità: l'attenzione, l'attesa

7. Soliloquio
Parola silenziosa
Drammaturgia del monologo
La notte di un «tormentato esaminator di se stesso»
Molly o l'odissea del desiderio
A se stesso
Per una grammatica dell'interiorità: l'esame, il segreto, la tristezza

8. Un altro tempo, un altro luogo
La luce dell'anteriorità
Il tempo dell'impossibile ritorno. Annotazione sulla nostalgia
Nel fiume del tempo
Il tempo di un amore mai vissuto
Resurrezioni del tempo assente: recherche e «ricordanza»
II tempo dell'erba che cresce
Per una grammatica dell'interiorità: il ricordo, il sogno

9. Autoritratto
Lo sguardo, l'assenza: la stanza di Velhquez
Il lampo, la presenza: una foto di Degas
Il corpo visibile, il corpo segreto
Ritornare su se stessi: Rembrandt
Tre storie dello sguardo: Van Gogh, Picasso, Bacon
Farsi personaggio o maschera
Margine. Il fiore di Pasolini
Per una grammatica dell'interiorità: il silenzio

10. Nel teatro dell'io: da Narciso al tu
Volto d'ombra
Rispecchiamenti
Passaggio pirandelliano
Dell'amor proprio
«IO è un altro»
L'io, miracolo del tu
Per una grammatica dell'interiorità: la riflessione, lo stupore

Nota bibliografica

Indice dei nomi

 

SEGNALAZIONE

AUGELLI
Prefazione (Vanna Iori)

Nell'oratorio si dà vita a un'azione educativa del tutto particolare, una vera e propria arte.
Ma non un'arte naïf, perché presuppone preparazione, ricerca, sperimentazione, valutazioni attente, capacità di ascolto. Tutte competenze che non si improvvisano, ma che vanno apprese e affinate nel tempo. La conoscenza e l'uso di alcuni specifici strumenti di animazione educativa aiuta l'espressione di vissuti, idee, valori e a ravvivare le dinamiche relazionali.
La centralità che l'animazione riveste per bambini e ragazzi trova forme relazionali che offrono un prezioso contributo per stimolare la crescita della persona, nella pluralità delle sue dimensioni esistenziali.
Dare anima all'educazione è particolarmente urgente in un momento storico complesso e difficile come il nostro. La crisi generale che attraversa il nostro tempo può essere stimolo e sfida per un rinnovamento che tocca tutti i piani dell'esistenza. Nei momenti di difficoltà occorre avere il coraggio di investire sull'educare, perché è da lì che si ricomincia. Ed è necessaria una forte determinazione affinché la volontà di progettare il futuro, pur nell'incertezza, non si risolva in un'educazione incerta. L'educazione degli oratori ha dunque un grande valore perché si fonda su una tensione progettuale impregnata di senso che rende piena e bella la vita, vissuta con realismo, ma senza rassegnazione.
Gli educatori professionali in oratorio assumono in pieno questa sfida: non sono protetti dall'incertezza attuale che attraversa ogni ambito, ma la accolgono e la rielaborano cercando di farne una ricchezza.
L'incontro in oratorio può rinnovare l'entusiasmo e offrire stimoli da cui ripartire per inventare e sperimentare pratiche educative gratificanti ed efficaci. Dal gioco alla pittura, dalla scrittura al teatro, alla musica, all'arte, al cinema: i veicoli espressivi a cui può ricorrere l'educazione sono molteplici. L'educatore professionale sa muoversi tra essi, scegliendo il canale più opportuno e dotando ogni momento animativo di un serbatoio di senso a cui attingere, per sé e per gli altri.
L'oratorio oggi è cambiato, ma le opportunità che offre sono ancora tante e sempre più capillari, maggiormente orientate a cogliere i bisogni sottili e silenziosi di tanti ragazzi, giovani e famiglie.
Riscoprire oggi il significato dell'oratorio è importante perché in quello spazio è racchiuso il senso dell'azione educativa che sa animare, nel senso più pieno del termine: dare anima alle cose e alle persone, sottraendo la stessa azione al rischio di un impoverimento. Troppi ragazzi chiusi in casa, connessi in rete tramite relazioni virtuali, perdono la gioia di rincorrere un pallone, di rapportarsi agli altri. Cupi, annoiati, obesi. Soli. Prigionieri dell'indifferenza. Oppure scarrozzati da adulti tra la palestra, lo strumento musicale, la lingua straniera. Non sempre occasioni educativamente significative.
Gli oratori non sono scomparsi. Lo attestano i numeri. L'oratorio non è in crisi. È cambiata la platea dei fruitori, con un incremento significativo di stranieri e immigrati, ma le sue porte sono spalancate ancora oggi per tanti giovanissimi nel nostro Paese. L'educazione spirituale e religiosa è quella dei valori cristiani, ma non è chiuso all’accoglienza di ragazzi provenienti da altre religioni e da altre culture.
L'ultimo dato censito parla di circa 6.500 oratori in Italia. Luoghi dove vengono accolti circa un milione e mezzo di bambini e adolescenti. Una realtà educativa che, soprattutto negli anni della crisi, per molte famiglie è diventata anche un'opportunità dal punto di vista economico, poiché in fondo l'oratorio, a parte una quota d'iscrizione sostenibile, è di fatto gratuito, e offre una garanzia educativa collaudata ed affidabile.
Le domande nuove che la povertà minorile ci pone sono tante, a partire da: “Che cosa significa crescere nel tempo della crisi?” Una domanda che non ha riguardato la generazione dei giovani genitori che si trovano perciò in molti casi impreparati a vivere le relazioni educative genitoriali in situazioni di precarietà, disoccupazione e povertà. E che si chiedono quale sarà il mondo di domani che spetterà ai loro figli, in questi continui e rapidi cambiamenti. Verso quale futuro andranno?
Ma c’è un’altra domanda ugualmente inedita nella storia recente: “Cosa possono fare le politiche educative per continuare a coltivare la speranza? Concepire la speranza come un dovere non significa negare i problemi, ma cercare nuove prospettive per riaffrontarli e non perdere la fiducia, nonostante tutto.
Gli oratori sono ricchi di diverse figure educative laici e religiosi, sacerdoti, suore, papà e mamme, nonni e giovani che mettono il loro tempo e le loro risorse volontariamente a favore degli altri. Ma sempre più si caratterizzano per la presenza di educatori professionali: non è di certo solo un titolo a stabilire profondità e continuità ad un lavoro formativo ed animativo, ma certamente al crescere della complessità sociale che bussa alle porte degli oratori cresce anche la necessità di affinare la sapienza pedagogica degli educatori, a cui è affidato il compito specifico di prendersi cura degli altri e vivere la relazione educative unendo cuore, mani e testa.
L'improvvisazione deve, quindi, cedere il passo alla progettazione attenta e lungimirante, capace di accompagnare la ricerca delle nuove generazioni.
L’azione degli oratori svolge dunque un ruolo decisivo per il paese, per rilanciare le politiche per l'infanzia e l’adolescenza, perché investire sull'infanzia e l'adolescenza è sviluppo sociale ma anche progresso economico: una priorità che fa crescere le persone in umanità e valori, in un contesto di smarrimento e dispersione.
Potenziare gli investimenti sugli oratori, non solo da un punto di vista economico, ma attrezzandoli con risorse educative qualificate, come luoghi di consolidata esperienza educativa e ludica è un impegno che non riguarda quindi solo le istituzioni religiose ma tutte le realtà socio-educative impegnate negli interventi a contrasto della dispersione scolastica e al reclutamento della criminalità organizzata (soprattutto in alcune aree geografiche), a potenziare l'educativa di strada, a contrastare la microcriminalità, l'abbandono, l'abuso e lo sfruttamento, a promuovere la partecipazione e l'inclusione.
Tenere viva la riflessione sugli oratori e sulle figure educative che li abitano e creare spazi di confronto su questi temi è quanto mai necessario. Il lavoro formativo e di scrittura curato dal Progetto Oratori di Parma si pone come un significativo apripista: radicandosi nel terreno della tradizione, individua punti di riferimento importanti nei percorsi degli educatori professionali, tiene vivi interrogativi cruciali, aprendosi a prospettive inedite.

 

INDICE

Prefazione (V. Iori)
Introduzione (A. Augelli – A. Malandri)

Parte prima: questioni di fondo

1. Istantanee in movimento: lo spazio-oratorio tra tradizione e cambiamento (P. Triani)
1.1. Le coordinate di base
1.2. Temi cruciali per la vita attuale degli oratori
1.3. Rischi e possibili derive
1.4. Direzioni di senso

2. L'educatore di oratorio, espressione di una comunità (M. Falabretti)
2.1. Il senso dell’oratorio
2.2. Gli snodi pastorali della questione
2.3. L’ingaggio
2.4. Direttore dell’oratorio?

3. Nel tessuto del territorio: educatore di oratorio e reti sociali (M. Uriati)
3.1. Elogio degli elefanti: istituzioni a confronto
3.2. La musica dell’erba che cresce: la rete sociale come bene sociale
3.3. Triathlon: le competenze dell’educatore

4. A contatto con la vita: l'educatore che anima (A. Augelli)
4.1. Una complessità che stanca o rivitalizza
4.2. “Paura di cadere o voglia di volare”? L’impegno ad inventare/si
4.3. Oltre i prodotti i processi: la sfida di nutrire interesse
4.4. La bellezza ritrovata: ricongiungere ciò che è lontano
4.5. L’oratorio come rosa dei venti, ovvero concertare l’animazione

5. “Il don: riflessioni e provocazioni sul rapporto educatore-sacerdote in oratorio (G. Goccini)
5.1. Il prete d’oratorio (che non c’è più)
5.2. Oltre il calo numerico
5.3. L’evanescenza del carattere sacerdotale
5.4. Il tramonto della parrocchia “autarchica” e la sfida delle Unità pastorali
5.5. Verso un nuovo paradigma pastorale
5.6. Il prete e l’educatore in oratorio.
5.7. Un cammino comunitario

6. L’oratorio come esperienza spirituale (M. Uriati)
6.1. Legno di balsa: la preziosa fragilità dell’oratorio
6.2. Giù dal pero: una concreta occasione di conversione
6.3. Allargare i paletti della tenda

7. L’imprescindibile cura di sé: mantenersi in dialogo col bambino che siamo stati (E. Musi)
7.1. Interfacce dell’educare
7.2. Il bambino che è in noi
7.3. Un contesto educativo privilegiato, ma troppo spesso disattento
7.4. In supporto alla famiglia

8. La formazione/supervisione degli educatori (A. Malandri)
8.1. “La persona giusta al posto giusto” o forse no
8.2. Un investimento nel tempo di un’intera comunità
8.3. Progettare la formazione
8.4. La formazione come supporto all’azione progettuale

9. La differenza come sfida e possibilità: competenze interculturali in oratorio (M. Salsi)
9.1. Scenari multiculturali in Italia
9.2. Giovani e multiculturalità in oratorio: una fotografia sul presente
9.3. Oratorio e cittadinanza: questione di appartenenze
9.4. L’educatore sulla via interculturale

10. La sostenibilità e la complessità dell'organizzazione: diversi modelli a confronto (O. Pirovano)
10.1. La scelta cooperativa
10.2. L’educatore professionale: volano o deterrente per il volontariato
10.3. La sostenibilità economica
10.4. Alcune esperienze concrete di cooperative

Parte seconda: In ascolto delle biografie professionali

1 Una storia di cui “servirsi”: il metodo autobiografico nei percorsi formativi (A. Augelli)
1.1. Cambia lo sguardo, cambiano le cose
1.2. Elogio della distanza
1.3. La storia di cui hai bisogno

2. Relazioni appassionate (F. Gianotti)
2.1. Coinvolgimenti e distanze
2.2. La storia del mio cuore
2.3. Incontri: maestri, mentori, guru, ribelli e colleghi

3. Da dove vengo e dove vado: come tener viva la motivazione nel tempo (A. Arioli)
3.1. Da dove vengo? Le origini di una scelta
3.2. Che educatore sono?Il senso del proprio lavoro
3.3. Che educatore vorrei essere? Alimentare la motivazione

4. La possibilità delle sfumature: contraddizioni e ambivalenze dell’educatore di oratorio (A. Augelli)
4.1. Tra corazze vuote e gesti incoscienti: gli educatori e l’incertezza identitaria
4.2. A tu per tu con la parte più buia
4.3. Esplorando le ombre della professione educativa
4.4. Le ombre dipendono dalla luce: cambiare i punti focali

5. L'educatore “tra”: al crocevia di situazioni ed incontri (G. Bizzarri)
5.1. Tra la Chiesa e la strada
5.2. Tra le generazioni
5.3. Tra formale ed informale
5.4. Tra professione, vocazione e volontariato
5.5. Tra vita professionale e vita privata

Post-fazione
Intervista semi-seria a me stesso: essere educatore di oratorio e raccontarlo (C. F. Gigante)
Bibliografia

 

Programmazione 2017

I CAMMINI

Una proposta-esperienza per giovani "in via"

Paolo Giulietti

via-francigena
NELLA RIVISTA 

1. Il pellegrinaggio e i giovani: sette ingredienti per cambiare
(articolo introduttivo)

2. Ai confini della terra per trovare se stessi
(Il Cammino di Santiago: dai Pirenei a Santiago de Compostella – Finisterrae)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

3. Riscoprire la fede della Chiesa nell’Italia dei santi
(La Via Francigena dalle Alpi a Roma)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

4. Sulle orme del Poverello in semplicità e armonia
(La Via di Francesco: da La Verna o Greccio ad Assisi)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

5. Alla “Casa del sì” per ascoltare la chiamata di Dio
(La Via Lauretana da Siena a Loreto)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

6. Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici
(La Via di Acri da Akko a Gerusalemme)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

7. Una scuola itinerante di vita cristiana
(Il Cammino di San Benedetto da Norcia a Montecassino)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -

8. Da “Messer lo Papa” per il cammino più antico
(La Via Amerina da Assisi a Roma)
Breve descrizione del percorso 
Considerazioni pastorali )
Testimonianza -

9. Scorgere la provvidenza tra le ferite della storia
(Il Cammino della misericordia da Cracovia a Czestochowa)
Breve descrizione del percorso
Considerazioni pastorali 
Testimonianza -


SUL SITO E NELLA NEWSLETTER

(a cura di Maria Rattà)


 

Ogni "cammino" sarà "illustrato" sul sito con indicazioni storico-culturali, turistiche e quant'altro.

 

La luce

Jean D'Ormesson

luce

Né pittore né scultore, né d'altronde musicista, né matematico, né fisico, né astronomo, assai poco dotato sia per le arti che per le scienze, ho amato molto la luce. La luce del giorno, al mattino, mi ha sempre incantato. Mi svegliavo di buon umore perché, raggiante o coperta, c'era la luce. Su Positano, su Amalfi, su Ravello e i suoi giardini, sulla valle del Drago, su Dubrovnik, su Koréula o su Hvar, su Itaca o Kash, su Symi o Castellorizo, su Karnak o Udaipur, sulle piazze, le chiese, i palazzi, le scale di Gubbio, di Urbino, di Todi, di Spoleto, di Ascoli Piceno, e perfino di Pitigliano o di Borgo Pace, pur prive entrambe di strepitose bellezze, di Ostuni, di Martina Franca, delle piccole cittadine della Toscana, dell'Umbria, della Puglia, dell'Andalusia o del Tirolo, mi ha reso quasi pazzo di felicità. Più dei paesaggi, più della maggior parte delle persone, seppur così incantevoli e sottili, che ho avuto la fortuna di incontrare, più dell'acqua, quel miracolo, più della bellezza degli alberi, più degli asini e degli elefanti, forse più dei libri, forse perfino più dello sci in primavera, del mare nelle calette o delle donne che mi hanno dato tanta felicità al loro apparire, restare e a volte andarsene, ciò che più ho amato in questo mondo in cui ho già passato un bel po' di tempo è la luce.
Quasi quanto il tempo, meno crudele, più morbida, meno segreta e meno misteriosa, ma altrettanto diffusa in tutto l'universo, la luce mi è sempre sembrata mormorare in silenzio qualcosa di Dio.

(Il mio canto di speranza, Ed. Clichy 2015, pp. 109-110)

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Storia "artistica"
della salvezza 

agnolo bronzino discesa di cristo al limbo 1552 dettaglio2

Sinodo sui giovani 
Un osservatorio
Commenti. riflessioni, proposte  

sinodogiovani

Con o senza Te
#nonèlastessacosa
Proposta pastorale MGS 2016-17 
 

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Pellegrini e turisti 
nella Città eterna
Tutto (o quasi tutto) su Roma 
 

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Società, giovani 
e ragazzi
Aspetti socio-psico-pedagogici  

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L'educatore
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(Ravasi, RadioRai,
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