Una comunione

d’amore e di vita

Santissima Trinità C

Enzo Bianchi

santatrinita

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Gv 16,12-15

È la festa cosiddetta della Trinità, fissata dalla chiesa la prima domenica dopo la Pentecoste: una festa “strana”, perché non è memoriale di un evento della vita di Cristo, ma piuttosto una confessione e una celebrazione dogmatica dovuta ai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). In verità nella Bibbia non si trova mai la parola Trinità, ma vi è piuttosto la rivelazione di Dio come Padre, della Parola fatta carne, Gesù il Figlio di Dio, e dello Spirito santo che come forza scende su alcuni uomini, quindi su Gesù stesso, e poi sulla chiesa. Nelle Scritture vi è dunque il racconto del mistero di Dio, comunione di vita e di amore, ma mai appare la parola Trinità – anzi, sarebbe meglio dire Tri-unità –, termine proveniente dalla lingua greca, razionale e astratta: Dio si è rivelato mediante eventi e azioni, non con formule dottrinali. Noi cattolici però, in obbedienza all’intenzione della chiesa, celebriamo questa festa ascoltando i testi biblici nei quali troviamo la parola di Dio, e ci fermiamo a questo.
Il brano evangelico è tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, già più volte incontrati nel tempo di Pasqua, quelli da lui rivolti ai discepoli prima della sua gloriosa passione. Chi parla è il Gesù glorioso del quarto vangelo, Signore del mondo e della chiesa nel suo oggi; parla qui e ora alla chiesa, spiegandole che egli, ormai risorto, è vivente presso Dio e in Dio quale Dio. Ha già promesso di non lasciare orfani quanti credono in lui (cf. Gv 14,18) e perciò di mandare loro lo Spirito Paraclito, avvocato difensore (cf. Gv 14,15-17.26; 15,26-27; 16,7-11); ha invitato i credenti ad avere fede in lui e li ha messi in guardia rispetto al mondo nel quale ancora essi vivono, preannunciando loro ostilità e persecuzione (cf. Gv 14,27; 16,1-4.33), ma dichiarando anche che il Principe di questo mondo è stato da lui vinto per sempre (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11).
Gesù, che ha insegnato per anni ai suoi discepoli e che nel quarto vangelo si attarda a lasciare loro le sue ultime volontà, a un certo punto deve confessare: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (letteralmente: “portarle”). Anche Gesù ha fatto l’esperienza del desiderio di comunicare molte cose ma di rendersi conto che l’altro, gli altri non sono in grado di condividerle, di comprenderle, di portarle dentro di sé. In ogni relazione – lo sperimentiamo quotidianamente – l’assiduità provoca una crescita di conoscenza, l’ascolto e le parole scambiate permettono una maggior comunicazione con l’altro, ma a volte ci si trova di fronte a dei limiti che non si possono oltrepassare. L’altro non può comprendere, non può accogliere ciò che si dice, e addirittura comunicargli delle verità può diventare imprudente, a volte non opportuno. Si manifesta il limite, una barriera che può anche far soffrire ma che va accettata. Anzi, occorre non solo sottomettersi a essa, ma addirittura arrivare alla resa: non si può né si deve comunicare di più…
Non c’era difficoltà a esprimersi da parte di Gesù, bensì incapacità di ricezione da parte dei discepoli. Gesù però getta lo sguardo sul tempo dopo di sé, con fede-fiducia e con speranza: “Oggi non capite, ma domani capirete”. Perché? Perché egli sa che la vita e la storia sono anch’esse rivelatrici; che vivendo si arriva a capire ciò che abbiamo semplicemente ascoltato; che è con quelli con cui camminiamo che si comprendono più profondamente le parole affidateci. Si potrebbe dire – parafrasando un celebre detto di Gregorio Magno – che “la parola cresce con chi la ascolta”, con chi la scambia con altri, con chi la medita insieme ad altri, con chi sa ascoltare la vita, gli eventi, la storia. Il cammino della conoscenza non è mai finito, l’itinerario verso la verità non ha un termine qui sulla terra, perché solo nell’al di là della morte, nel faccia a faccia con Dio, conosceremo pienamente (cf. 1Cor 13,12).
Questa verità dà alla fede cristiana uno statuto che non sempre teniamo presente. Dovremmo cioè prestare più attenzione alle vicende di Gesù e dei suoi discepoli, leggendole non solo come fatti del passato ma anche come tracce sulle quali camminiamo ancora oggi. La nostra fede non è statica, non ci è data una volta per tutte come un tesoro da conservare gelosamente, ma è come un dono che cresce nelle nostre mani. Dicendo queste parole, Gesù certamente intravedeva anche tra i suoi discepoli il pericolo del voler conservare ciò che avevano conosciuto come uno scrigno chiuso, come un museo, invece di permettere alle sue parole di percorrere le strade del mondo e i secoli della storia crescendo, arricchendosi nell’incontro con altre parole, storie, culture. Sì, la verità che ci è stata consegnata progredisce in approfondimento e in estensione, e per molti aspetti la chiesa di oggi, come quella di ieri, conosce ciò che è essenziale alla salvezza; ma la chiesa di oggi conosce di più e comprende il Vangelo stesso in modo più approfondito. Non è il Vangelo che cambia ma siamo noi oggi a comprenderlo meglio di ieri – come diceva papa Giovanni –, meglio anche dei padri della chiesa.
Ma questa crescita della comprensione non avviene per energie che sono in noi, non è un’avventura dello spirito umano, ma è un cammino “guidato” dal dono del Risorto, lo Spirito santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Abbiamo una guida nel tempo in cui Gesù non è più tra di noi allo stesso modo in cui camminava accanto ai suoi sulle strade della Palestina. Siamo sulle strade del mondo, tra le genti, in mezzo ai pagani, come “viandanti e pellegrini” (cf. Eb 11,13, 1P 2,11): non siamo soli, orfani, senza orientamento. Ecco il dono di Gesù risorto, lo Spirito santo, “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che ora è divenuto il nostro compagno inseparabile. Lo Spirito è luce, è forza, è consolazione, e ci guida: dolce luce quando è notte, brezza che rinfresca nella calura, forza che sostiene nella debolezza. Noi cercatori della verità mai posseduta percorriamo il nostro cammino, ma lo Spirito santo ci dà la possibilità di andare oltre la conoscenza della verità acquisita, attraverso inizi senza fine. E sia chiaro che questa comprensione non sta all’interno di una dimensione intellettuale, gnostica, ma è conoscenza esperita da tutta la nostra persona; e la verità che cerchiamo e inseguiamo non è una dottrina, non sono formule o idee, ma è una persona, è Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la verità” (Gv 14,6).
Lo Spirito santo però non è una forza, un vento che viene da dove vuole e va dove vuole, ma è lo Spirito di Cristo, che resta libero rispetto alla chiesa, anche se mai dissociato da Gesù. Quando lo Spirito è presente e ci parla di Gesù, è come se ci parlasse Gesù stesso, e in questo modo ci parla di Dio, perché dopo la resurrezione non si può più parlare di Dio senza guardare e conoscere Gesù suo Figlio che lo ha raccontato (cf. Gv 1,18) con parole d’uomo e con la sua vita umanissima. Le parole di Gesù sullo Spirito santo, dunque, in realtà ci indicano il Padre, Dio, perché il Padre e il Figlio hanno tutto in comune: il Figlio è la Parola emessa dal Padre e lo Spirito è il Soffio di Dio che consente di emettere la Parola. È in questo modo che Giovanni, attraverso le parole di Gesù, ci accompagna a intravedere il nostro Dio come Padre, Figlio e Spirito santo: un Dio che è intimamente comunione plurale, un Dio che è comunione d’amore, un Dio che nel Figlio si è unito alla nostra umanità e attraverso lo Spirito santo è costantemente trascinato in questa comunione di vita.
Nel leggere o ridire questa pagina evangelica, stiamo però attenti a non trasformarla in un trattato di dottrina, in una sorta di enigma, in una formula matematica sconosciuta… Se questa è una verità, verifichiamola annunciandola ai “piccoli”, a quanti sono privi di strumenti intellettuali, ai poveri. Solo se essi, ascoltandola dalle nostre labbra, la capiscono, ciò significa che qualcosa abbiamo capito anche noi; altrimenti siamo nell’inganno di aristocratici gnostici che credono di vedere e invece sono ciechi (cf. Gv 9,40-41), credono di conoscere e invece restano ignoranti, credono di confessare la fede e invece sono legati alla dottrina. Il Vangelo è semplice, è per i piccoli, è una realtà nascosta agli intellettuali e agli eruditi (cf. Mt 11,25; Lc 10,21): non rendiamolo difficile o addirittura enigmatico, degno di stare su una stele di pietra e incapace di entrare nel cuore di ogni persona. Imprimendo su di noi il segno della croce, diciamo il nostro desiderio e impegno di credere con la mente, con il cuore e con le braccia, cioè con quanto operiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

 

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Una proposta per giovani

 

Bello con te

 

Dignità nella parola

Pierangelo Sequeri

parola e spirito

Il problema odierno dello Spirito non è la ricchezza delle lingue, è proprio la miseria del linguaggio. Hai voglia a decifrare e a tradurre. Un grugnito è un grugnito. Quando il linguaggio raggiunge la soglia inferiore della civiltà della parola, la Santa Colomba non sa più dove posarsi, per ispirare parole decenti e intelligenti. Il degrado del linguaggio, mi pare, in questo momento è il punto più basso della nostra civiltà. Questo degrado è veicolo di epidemie: porta rozzezza, insensibilità, aggressività, presunzione, prepotenza, violenza. La cosiddetta sfera della comunicazione ne è intasata. Ma il livello dell’interazione sociale si va rapidamente omologando. La chiamano franchezza, ma è prepotenza: violazione dell’intimità (propria, ma anche altrui), esibizione dell’inguardabile (coi bambini che ci guardano).
Il coraggio di dire quello che si pensa sarebbe certamente una virtù: ma c’è modo di farlo, bisogna pur avere uno straccio di pensiero, per semplice che sia. (D’ora in avanti, rispettate i carrettieri: è l’epoca della maleducazione degli insospettabili, il momento della grevità dei colletti bianchi). Nella politica, poi (la democrazia, del resto, è partecipazione), dichiarazioni che vorrebbero essere solenni come giuramenti assomigliano sempre più alle grida che incitavano i gladiatori al tempo di san Paolo. E non ci soffermiamo sulla scuola, dove un manipolo di generosi e appassionati è circondato più del generale Custer. Nel libro biblico del Siracide, scritto originariamente in ebraico (e ben conosciuto dalla tradizione rabbinica, benché non accolto nel canone giudaico), si trova un passo straordinario: «Nel discorso del pio c’è sempre saggezza, lo stolto muta come la luna. Tra gli insensati bada al tempo, tra i saggi fermati a lungo. Il discorso degli stolti è un orrore, il loro riso fra i bagordi del peccato. Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli, e le loro questioni fan turare gli orecchi.
Uno spargimento di sangue è la rissa dei superbi, le loro invettive sono un ascolto penoso» (Siracide 27, 12-16). Ce n’è per tutti, come si vede. Persino nella Chiesa non mancano segni eccessivi di nervosismo, e serpeggiano le incontenibili pulsioni degli apocalittici e degli svagati. Certo, la Chiesa ha molti più anticorpi. I beni del pensiero, la qualità del discorso, la franchezza del Vangelo, la passione per la riflessività e la meditazione, hanno plasmato una grande tradizione, che merita riabilitazione. È il momento di ricordarsi della sua bellezza e di chiedere con passione i doni speciali dello Spirito che la rianima, anzitutto nella Chiesa. Non solo per sé, ma anche per farne circolare l’amabilità e la grazia nella sgangherata sintassi di questo nostro post-umanesimo mercantile. Lo Spirito di Dio non ha soltanto il dono delle lingue, per farsi intendere da tutti.
Ha il dono del linguaggio, per trasformare anche i gemiti della creatura oppressa, incerta sui suoi stessi desideri più profondi, in autentica poesia dell’invocazione di una speranza migliore. Lo Spirito, come dice san Paolo, «viene in aiuto della nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare » (Lettera ai Romani 8,26). I doni dello Spirito sono come una sinfonia di questo tratto di stile, che ricompone la lingua degli uomini e restituisce la convivenza alla sua bellezza: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza, pietà e timor di Dio (Isaia 11, 2). L’Inviato di Dio, che deve irradiare la forza di questo Spirito, «non giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire».
Giudica «con giustizia i miseri» e «prende decisioni eque per gli oppressi del paese» e porta la pace persino fra il lupo e l’agnello (cfr. Isaia 11, 3-9). La pietà e il timore di Dio non parlano di fremiti velleitari della compassione e di trucide intimidazioni del sacro: parlano di ritrovato rispetto per il Mistero della benedizione che ci tiene insieme. La Pentecoste dello Spirito, che parla tutte le lingue, in questo Giubileo della Misericordia, porta una parola necessaria per tutti. Le pulsioni che distruggono il linguaggio creano inimicizia e insensibilità. Ci distruggono. Lo Spirito lascia intatta la bella varietà delle lingue, ma ci restituisce alla dignità del linguaggio comune: nel quale ci parliamo, ci ascoltiamo, ci affezioniamo alla vita. Il più bello di tutti i nostri legami.

(Avvenire, 15 maggio 2016)

 

Educare il sentire:

al cuore della formazione

Vanna Iori - Daniele Bruzzone

Università Cattolica (sede di Piacenza)

JoanMiro

Riprendiamo una bella conferenza di due pedagogisti amici (e i cui libri ci sentiamo vivamente di suggerire ai nostri lettori) su un tema determinante per l'educazione e la pastorale giovanile: 
LA FORMAZIONE DEL CUORE È IL CUORE DELLA FORMAZIONE.

(file pdf)

 

Frequenza degli Italiani

ai riti religiosi

Indagine Istat

Franco Garelli

italianiinchiesa

Sarà anche vero che – come pensano non pochi ecclesiastici – che la Chiesa non intende subire le statistiche, ma opera per cambiarle. Non accetta cioè la “legge” della secolarizzazione, per cui fa di tutto per contrastare i trend negativi della religiosità, l’attenuarsi dello spirito religioso, la crisi delle evidenze etiche; non piegandosi, in altri termini, all’idea dell’insignificanza della fede cristiana nella modernità avanzata. Tuttavia, nonostante questa ferrea volontà, anche gli uomini del sacro devono prendere atto che la situazione religiosa del paese non è delle più rosee, visto che – col passare degli anni – sempre meno gente varca la soglia delle chiese ogni settimana nel giorno dedicato al Signore.
A certificarlo questa volta è l’Istat, un istituto autorevole che proprio in questi giorni ha reso pubblici i risultati della sua ultima indagine multiscopo (su un campione di popolazione assai ampio e rappresentativo), che fornisce anche il dato della frequenza settimanale ai riti religiosi su tutto il territorio nazionale per il 2015, con ampi confronti sugli anni precedenti.

La pratica religiosa in Italia

La pratica regolare nel Paese, per il 2015, ha coinvolto il 29% degli italiani. Fin qui nulla di strano, perché si tratta di un’indicazione in linea con il trend degli ultimi 5 anni, che segnala quindi una situazione di stabilità nel breve periodo. Che tuttavia occorre ben analizzare, per capirne il senso e la portata.
Ciò anzitutto perché il dato medio dell’Istat si ottiene guardando alla pratica religiosa dell’insieme degli italiani con più di 6 anni, per cui esso risulta un po’ drogato dalle ali estreme delle popolazione (i bambini da un lato e i soggetti con più di 75 anni dall’altro) che sono i gruppi che presentano la più alta partecipazione al culto domenicale. Ad esempio, ben il 52% dei bambini e dei ragazzi dai 6 ai 13 anni hanno frequentato nel 2015 i riti almeno una volta alla settimana.
Inoltre, guardando alle diverse classi di età, vi è la conferma del fatto che la pratica religiosa assidua è più un habitus della popolazione anziana (con più di 65 anni) che di quella adulta e soprattutto giovanile. Vanno in chiesa ogni domenica il 40% degli anziani, rispetto al 25% di quanti hanno un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, rispetto ancora al 15% circa dei giovani tra i 18 e i 29 anni.
Ma i dati più interessanti emergono dall’andamento nel tempo della pratica religiosa che caratterizza le diverse classi di età.
Dal 2006 al 2015, quindi nell’arco dell’ultimo decennio, il gruppo che più si è assottigliato nella pratica religiosa regolare è quello dei giovani dai 18 ai 24 anni, che ha perso ben il 30% dei frequentanti. Lo stesso è avvenuto tra gli adulti dai 55 ai 59 anni. Mentre le flessioni sono più contenute per i 25-29 enni (- 20%), per gli italiani dai 40 ai 50 anni (- 10%), per gli anziani (-12%).
Insomma, il calo è generalizzato e interessa anche i bambini e gli adolescenti; ma coinvolge assai più i giovani (cosa nota) e gli over 50 (aspetto questo imprevisto).

Interpretazioni

Come spiegare queste punte alte di disaffezione? Quella giovanile – come si sa – è l’età più critica per la fede, quella in cui l’abbandono è più diffuso, quando si mettono maggiormente in discussione le scelte fatte da altri (i genitori) o quando si affievolisce il peso della formazione religiosa ricevuta, magari a fronte di compagnie di amici che la pensano diversamente. Sono gli anni in cui molti smettono di partecipare, o lo fanno in modo assai discontinuo e altalenante, a seconda degli stati d’animo del momento. Alcuni poi possono ritornare più avanti sui propri passi, affacciandosi all’età e ai ruoli adulti; magari dopo un periodo di stand by che si colora anche di ribellione per ciò che è stato sin qui imposto e non scelto personalmente.
La caduta di partecipazione degli over 50 è invece socialmente più nuova e curiosa. Essa può indicare che si è di fronte ad una particolare “faglia” della vita, a un momento della biografia personale denso di novità e di cambiamenti. In questa fascia di età varie persone stanno ridefinendo il proprio cammino, costruendosi un’altra vita, intrecciando nuove relazioni, affacciandosi ad esperienze diverse, quando la carriera è agli sgoccioli, i figli sono ormai adulti e sistemati, il rapporto con il partner di un tempo si è esaurito; e questo cambiamento di orizzonte non può non riversarsi anche sulla pratica religiosa, che viene così sospesa o pensata diversamente. Ma non mancano casi che giungono alle stesse conclusioni per effetto della crisi economica e sociale a cui possono essere esposti o a seguito di ferite che derivano dal proprio vissuto (perdita di amici cari, licenziamenti, pre-pensionamenti, rapporti difficili in famiglia). Per cui in un periodo di vita più segnato dalla precarietà, anche il rapporto con la fede religiosa tende a offuscarsi e a indebolirsi.
In sintesi: il processo di secolarizzazione che da tempo ha investito il paese continua il suo trend, anche se con toni non dirompenti, anche senza il tracollo che alcuni prefigurano. I luoghi di culto sono sempre più frequentati da persone con i capelli bianchi, e meno da giovani e da adulti alle prese con profondi rivolgimenti nella propria vita. Insomma: la fede accompagna il vissuto, segue gli alti e bassi delle varie esistenze. Non può essere diversamente, in una società in cui è venuta meno la pressione sociale ad andare in chiesa, e chi lo fa vuol vedere una qualche corrispondenza tra ciò che si vive nel proprio intimo e ciò che si manifesta anche pubblicamente.

(Fonte: “Settimana-News” - www.settimananews.it – del 28 febbraio 2016)

 

Il numero NPG

di aprile-maggio

 

«METTERE ORDINE

NELLA PROPRIA VITA»
Sei vie della Sapienza

covernpg-aprilemaggio2016-1

 

Pastorale giovanile

e famiglia

Editoriale NPG 4/2016 
in margine all'Esortazione Amoris Laetitia 

Alberto Martelli

Santo padre COVER
Amoris Laetitia: è di questi giorni la pubblicazione ufficiale della Esortazione Apostolica di Papa Francesco sulla famiglia, che conclude un lungo percorso di riflessione e di verifica pastorale che ha coinvolto l’intera Chiesa e ha avuto il suo culmine in ben due Sinodi dei vescovi.
Un tema certamente attuale, pieno di polemiche, aperture, crisi, litigi e discussioni, ma anche prospettive e speranze inedite, che il Papa ha cercato di raccogliere.
Non è questo il luogo per fare una sintesi e nemmeno un commento dell’Esortazione, che nella sua complessità merita di essere letta e meditata lungamente. Ma certo non possiamo esimerci dall’apprezzare come ancora una volta il Santo Padre ci aiuti in un tema e una progettazione pastorale che non può oggi trovarci impreparati o in ritardo con i tempi: la relazione tra pastorale giovanile e famiglia.

Ci pare che, almeno in prima battuta Amoris Laetitia ci aiuti a riflettere sul tema della famiglia con alcuni tratti distintivi che ci preme in qualche modo annunciare affinché siano poi ripresi con calma in futuro.

In primo luogo la famiglia non è un "valore", né un ideale, ma vita concreta.
In tutto il documento Francesco insegue una prospettiva realmente pastorale. La verità della famiglia nella sua essenza e nella sua natura è sempre intrecciata alla concretezza storica della sua incarnazione nella cultura contemporanea, sia quella ecclesiale, che quella extraecclesiale. Ecco perché ci permettiamo di dire che finalmente la famiglia non è un "valore", perché ognuno di noi e ognuno dei giovani con i quali lavoriamo ha una esperienza concreta della famiglia, che è contemporaneamente svelamento della sua natura, così come Dio l’ha pensata, e concretizzazione di essa, colpita e ferita dal peccato e dalla caducità della natura umana.
Così Francesco fa compiere una rivoluzione pastorale ai nostri pensieri. Non ci costringe a guardarci in uno specchio bello quanto rarefatto, preciso e pulito (inapplicabile però alla nostra concreta vita quotidiana), ma fa un’operazione di teologia pastorale profonda, intravedendo nella storia il valore dell’eterno, ma senza illudersi di poter tralasciare tutto ciò che è cammino quotidiano e diuturno sforzo di incarnazione della verità.
La famiglia è realtà storica e proprio in essa Dio si rivela e con essa occorre che facciamo i conti, per far sì che il nostro progetto pastorale non si debba misurare con una essenzialità che non esiste, costringendoci tra l’idealismo rigido e cieco, e il prassismo lassista e scoraggiato.

In secondo luogo: la famiglia è realmente il centro.
Pur nella consapevolezza dei suoi limiti, Francesco non rinuncia a riportare la famiglia alla sua verità più profonda: essere nel mondo il rispecchiamento di Dio Trinità.
La famiglia è dunque il centro anche della pastorale giovanile. Non si tratta infatti di mettere in concorrenza pastorale giovanile e pastorale famigliare, ma di rimettere al centro anche della pastorale giovanile ciò che è il centro della vocazione dell’uomo: essere una famiglia.
Non è una concorrenza tra progetti o - ancora peggio - tra uffici di curia, ma la rilettura della realtà a partire dal suo centro e dal suo fine, pur nella sua concretezza storica.
Il Papa insiste in maniera forte e decisa sul fatto che «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo» (AL 123), proprio all’interno di quella «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126) che è appunto il matrimonio.
La pastorale giovanile non può esimersi dal proporre questo definitivo ai giovani e a partire da esso deve rileggersi. Porre al centro la famiglia è una questione teologica e antropologica che deve far riscrivere i progetti pastorali da una prospettiva più umana e più evangelica, più “definitiva”.

Infine, come terzo punto, fra i tanti che si potrebbero citare, scegliamo di porre in evidenza la responsabilità che il Papa affida all’accompagnamento personale e al discernimento delle comunità cristiane.
Nell’alternativa tra chi desidera applicare alla famiglia delle leggi astratte e preordinate, pur congruenti con il magistero ecclesiale, e chi invece è per lasciare alla coscienza personale la decisione finale, ma in una autodeterminazione senza riferimenti e senza regole, Francesco sceglie la via dell’accompagnamento e del discernimento della comunità cristiana.
Tutte le difficoltà, le crisi, le situazioni irregolari, i dubbi sulla famiglia, non vengono ricondotti né ad una legge senza vita né ad una vita senza legge. La comunità cristiana, la Chiesa locale con i suoi vescovi, ma anche ogni comunità sul territorio viene invece responsabilizzata, ricollocando la questione del peccato e del perdono nel suo alveo più autentico.
Chi si trova in situazioni di difficoltà non è un estraneo, e come fratello e sorella va accompagnato. La comunità deve prendersi la responsabilità di conoscerlo, di seguirlo, di capirlo, di amarlo e soltanto a questo patto può permettersi di giudicarlo evangelicamente.
Non esiste più l’alternativa tra dentro e fuori, ma esiste la difficile ed evangelica situazione di una Chiesa santa, ma fatta di peccatori che quindi hanno di fronte a sé non l’alternativa tra santità e peccato, ma il lungo, bello e pieno di speranza cammino della conversione, della testimonianza quotidiana, della misericordia che fa ricominciare e a volte anche del castigo, ma sempre nell’ottica di potersi rialzare e camminare ancora.
Questa storia di accompagnamento e di discernimento comunitario deve coinvolgere e segnare anche la pastorale giovanile. I giovani non sono “dentro” o “fuori”, sono sempre come noi adulti e forse più di noi in cammino e in bilico, bisognosi di essere accompagnati, di essere indirizzati e a volte di essere riaccolti.

Perché allora NPG si occupa di famiglia? Non solo perché per molti giovani è la meta che verrà e comunque l’origine da cui provengono, ma soprattutto perché la riflessione su di essa alla luce della Bibbia, del Magistero e della storia, è occasione di un profondo ripensamento della comunità ecclesiale, nelle sue responsabilità e nei suoi progetti. È una questione teologica, antropologica e pastorale che ci stimola ad una pastorale giovanile più incarnata, più misericordiosa, più orientata al definitivo evangelico della santità nella conversione e nel cammino quotidiano.

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