Un canto liberatorio

Sorella Sylvie - Bose


24 giugno 2019

57In quel tempo per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Lc 1,57-66.80

Oggi festeggiamo la nascita di Giovanni il Battista e ci immergiamo nell’inno profetico del Benedictus cantato da Zaccaria suo padre e da tutti i credenti che si uniscono a lui per benedire il Dio di Israele. Egli è lodato come colui che visita il suo popolo, ovvero ognuno di noi, per darci la redenzione. Zaccaria, in questo canto, riconosce l’azione di Dio nella storia e gusta, attraverso le Scritture (questo cantico è un compendio di numerosi passi delle Scritture), l’avverarsi dell’alleanza che Dio aveva stretto con Abramo. Un’alleanza sempre rinnovata, come le nuove alleanze nel corso dei secoli fino alla venuta di Gesù, salutato con esultanza da Giovanni nel ventre di sua madre.
Zaccaria era rimasto muto e sordo a causa della sua incredulità. Non avendo creduto all’angelo che, in risposta alla preghiera sua e di Elisabetta, gli aveva promesso un figlio il cui nome doveva essere Giovanni (che significa“Dio fa grazia”), era stato privato della capacità di impartire la benedizione al popolo, come spettava alla funzione sacerdotale che esercitava (Lc 1,22). Ci sono voluti nove mesi e otto giorni perché Zaccaria si lasciasse lavorare interiormente dalle profezie delle Scritture e dal bambino stesso nel grembo di sua moglie. Al termine di questo tempo si aprì al soffio dello Spirito che spirò in lui un canto liberatorio, portatore di speranza per tutti.
Dando un nome nuovo a suo figlio, Zaccaria rinunciò a se stesso per proiettare il bambino nella vocazione che gli spettava e che non sarà quella sacerdotale. Infatti, la tradizione voleva che il figlio prendesse il nome e la funzione del padre, prolungando così la vita dello stesso.
No, il figlio sarà chiamato profeta dell’Altissimo e preparerà le strade al messia. Annuncerà e aspetterà con fede il sole che sorge dall’alto, la luce del mondo capace di rischiarare quelli che vivono nelle tenebre. Giovanni, cresciuto nella solitudine del deserto che lo porterà all’umiltà, sarà in grado di discernere le ombre di morte che avvolgono i peccatori. La sua conoscenza intima del Signore che gli permetterà di indicare il messia nella persona semplice di Gesù e di credere in lui malgrado le sue incomprensioni cf. (Lc 7,19), questa conoscenza lo porterà ad accogliere tutti quelli che si sentono peccatori. Li giudicherà con la tenerezza del Padre ed eserciterà, attraverso l’immersione simbolica nell’acqua, la misericordia verso di loro, mostrando loro il volto di un Dio che salva l’essere umano liberandolo dalle colpe e lavandolo dai sensi di colpa. Si mostrerà invece intransigente verso coloro che si nascondono dietro a un’appartenenza religiosa per giustificarsi, non mettersi in gioco e non guardare la propria verità (cf. Lc 3,7-8). “Fate dunque frutti degni della conversione”. Giovanni apriva una via di pace a quelli che lo desideravano davvero, e aspettava il salvatore potente che avrebbe battezzato in Spirito santo e fuoco (cf. Lc 3,16). Il fuoco di un amore capace di liberarci dal nemico, cioè di consumare l’odio che giace nei nostri cuori, per darci la pienezza della sua pace.

La Chiesa ha bisogno di voi

per essere pienamente

se stessa

Papa Francesco *

FORUM


Carissimi giovani,

sono molto felice di incontrarvi al termine dell’XI Forum Internazionale dei Giovani, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita con l’obiettivo di promuovere l’attuazione del Sinodo 2018 sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Mi congratulo con il Cardinale Farrell e tutti i suoi collaboratori per questa iniziativa, che riconosce in voi, giovani, i primi protagonisti della conversione pastorale tanto auspicata dai padri sinodali. Questa parola “protagonista” non è un gesto di diplomazia e di buona volontà, o sono protagonisti o non sono niente; o stanno davanti al treno o finiranno nell’ultimo vagone, trascinati dalla marea. Protagonisti. Voi siete giovani in azione in una Chiesa sinodale, e per questo avete meditato e riflettuto negli ultimi giorni.
Ringrazio il Cardinale Farrell per le sue parole, ringrazio te per la lettura della proclamazione finale e ringrazio il Cardinale Baldisseri, che ha diretto il Sinodo, per la sua presenza. Grazie.
Il Documento finale dell’ultima Assemblea sinodale riconosce «l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) come un testo paradigmatico, ossia un modello, per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni» (n. 4). Quando i due discepoli furono seduti a tavola con Gesù, egli «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 30s). È un caso che abbiate potuto celebrare la solennità del Corpus Domini proprio nei giorni in cui vi siete riuniti per questo incontro? Non è forse il Signore che vuole aprire i vostri cuori ancora una volta e parlarvi attraverso questo brano del Vangelo?
L’esperienza che i discepoli di Emmaus avevano vissuto li spinse irresistibilmente a mettersi di nuovo in cammino, nonostante avessero già percorso undici chilometri. Si stava facendo buio, ma non hanno più paura di camminare nella notte, poiché è Cristo che illumina la loro vita. Anche noi, un giorno, abbiamo incontrato il Signore sulla strada della nostra vita. E, come i discepoli di Emmaus, siamo chiamati a portare la luce di Cristo nella notte del mondo. Voi, cari giovani, siete chiamati ad essere la luce nella notte di tanti vostri coetanei che ancora non conoscono la gioia della vita nuova in Gesù.
Clèopa e l’altro discepolo, dopo aver incontrato Gesù, sentirono il bisogno vitale di stare con la loro comunità. Non è vera gioia se non la condividiamo con gli altri. «Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133, 1). Immagino che siate contenti di aver partecipato a questo Forum. E ora che si avvicina il momento di salutarvi, forse già provate una certa nostalgia… E Roma starà più tranquilla. È normale che sia così. Fa parte dell’esperienza umana. Pure i discepoli di Emmaus non volevano che il loro “ospite misterioso” se ne andasse… “Resta con noi”, dicevano, cercando di convincerlo a rimanere con loro. In altri episodi del Vangelo affiora questo medesimo sentimento. Ricordiamo, per esempio, la trasfigurazione, quando Pietro, Giacomo e Giovanni volevano fare delle tende e rimanere sul monte. Oppure quando Maria Maddalena incontrò il Risorto e voleva trattenerlo. Però «il suo Corpo risorto non è un tesoro da imprigionare, ma un Mistero da condividere» (Documento Finale del Sinodo, 115). Gesù lo incontriamo, soprattutto, nella comunità e per le strade del mondo. Quanto più lo portiamo agli altri, tanto più lo sentiremo presente nelle nostre vite. E sono sicuro che voi lo farete, quando ritornerete nei vostri luoghi di origine. Il testo di Emmaus dice che Gesù ha acceso un fuoco nei cuori dei discepoli (cfr. Lc 24, 32). Come sapete, il fuoco, per non spegnersi, deve espandersi, per non diventare cenere, deve propagarsi. Perciò alimentate e diffondete il fuoco di Cristo che è in voi!
Cari giovani, lo ripeto ancora una volta: voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa! Non solamente il futuro, no, l’oggi. O ve la giocate oggi, o perderete la partita. Oggi. La Chiesa ha bisogno di voi per essere pienamente sé stessa. Come Chiesa, voi siete il Corpo del Signore Risorto presente nel mondo. Vi chiedo di ricordare sempre che siete membra di un unico corpo, di questa comunità. Siete legati gli uni agli altri e da soli non sopravvivrete. Avete bisogno gli uni degli altri per segnare veramente la differenza in un mondo sempre più tentato dalle divisioni. Considerate questo: in un mondo in cui sono sempre di più le divisioni e le divisioni portano con sé conflitti e inimicizie, voi dovete essere il messaggio dell’unità, che vale la pena di seguire questo cammino. Solo camminando insieme saremo veramente forti. Con Cristo, Pane di Vita che ci dà forza per il cammino, portiamo la luce del suo fuoco nelle notti di questo mondo!
Vorrei cogliere l’occasione per farvi un annuncio importante. Come sapete, il cammino di preparazione al Sinodo del 2018 ha coinciso in gran parte con il percorso verso la GMG di Panama, che ha avuto luogo soltanto tre mesi dopo. Nel mio messaggio ai giovani del 2017 ho auspicato che ci fosse una grande sintonia tra queste due vie, affidando questa intenzione alla potente intercessione di Maria (cfr. anche Documento Preparatorio, III, 5). Ebbene! La prossima edizione internazionale della GMG sarà a Lisbona nel 2022. Per questa tappa del pellegrinaggio intercontinentale dei giovani ho scelto come tema: “Maria si alzò e andò in fretta” (Lc 1, 39). Per i due anni precedenti vi invito a meditare sui brani: Giovane, dico a te, alzati! (cfr Lc 7, 14 e ChV 20) e Alzati! Ti costituisco testimone delle cose che hai visto! (cfr At 26, 16). Con ciò, desidero anche questa volta che ci sia una grande sintonia tra il percorso verso la GMG di Lisbona e il cammino post-sinodale. Non ignorate la voce di Dio che vi spinge ad alzarvi e seguire le strade che Lui ha preparato per voi. Come Maria ed insieme a lei, siate ogni giorno i portatori della Sua gioia e del suo amore. Maria si alzò e andò in fretta e di fretta andò a visitare sua cugina. Sempre pronti, sempre di fretta, ma non ansiosi. Vi chiedo di pregare per me e ora vi benedico. Tutti insieme, ciascuno nella sua lingua, ma tutti insieme preghiamo l’Ave Maria: “Ave Maria….”

* DISCORSO DEL SANTO PADRE AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE DEI GIOVANI
Sala Clementina - Sabato, 22 giugno 2019

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UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA - UPS

in Teologia Pastorale:

con specializzazione

in Pastorale

Giovanile

Il ciclo proposto intende preparare, sia a livello teorico che pratico, persone competenti in questo ambito della azione ecclesiale, abilitandole a conoscere e discernere la condizione e la realtà giovanile, e a progettare, coordinare e promuovere, nei diversi settori, delle attività ad essa vincolate.
Tale ciclo di studi - come proposto nel documentoin allegato - tiene conto del cammino sinodale e cerca di recepirlo con una proposta adeguata e innovativa.
NPG lo propone ai lettori interessati, a quanti sono "vocazionalmente" disposti a lavorare con e per i giovani, noncomeliberi battitori ma all'interno di una comunità ecclesiale che li manda e li sostiene

QUI la proposta UPS

ISTAT

Come cambiano i percorsi

di vita dei giovani

Rapporto annuale 2019

Istat2019

 

Qui il PDF

“Noi giovani siamo il presente

Intervista a Carina Baumgartner
 

Carina

Inizia oggi, presso la Casa Il Carmelo di Ciampino, il Forum Internazionale dei Giovani promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Il Forum, che si terrà fino al prossimo 22 giugno, si propone come una continuazione ideale del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre, incentrato proprio sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Il Movimento Giovanile Salesiano (MGS) sarà rappresentato in questo incontro, che radunerà rappresentanti di vari movimenti, da Carina Baumgartner, giovane del MGS Austria, che lavora nella Pastorale Giovanile Salesiana a Vienna e che faceva parte del precedente “Small Team”, l’équipe di coordinamento del MGS Europa.

Carina, che aspettative hai per questo Forum?

Questo incontro, per me, è la dimostrazione che il cammino sinodale non si è interrotto con il Documento Finale. Lo vedo come una grande opportunità per i giovani di tutto il mondo che, ancora una volta, possono incontrarsi, condividere le loro esperienze e, soprattutto, giocare un ruolo da protagonisti.

Cosa significa per te rappresentare il Movimento Giovanile Salesiano in questo incontro?

Il Movimento Giovanile Salesiano è una parte importante della mia vita. È qui che sono cresciuta e mi sono formata, è la mia famiglia all’interno della Chiesa. Quindi, rappresentarlo in questo Forum Internazionale è un grande onore. Mi fa sentire davvero felice, perché mi dà la possibilità di condividere tutte le esperienze vissute negli ultimi anni con il Movimento Giovanile Salesiano e, al tempo stesso, di ascoltare le esperienze degli altri.

Quale pensi che sia il ruolo del Movimento Giovanile Salesiano?

Questo Forum è anche l’occasione per riflettere su quanto è stato fatto dopo il Sinodo, nei nostri rispettivi Paesi. Personalmente, in Austria, come MGS abbiamo lavorato con tanti giovani, provenienti da diversi contesti. Abbiamo lavorato con i più poveri, con gli emarginati. Li abbiamo inclusi nei nostri programmi, come ad esempio il “Don Bosco for Refugees”, coinvolgendoli in diverse attività. Adesso ci consideriamo come una grande famiglia e penso che proprio questo sia il nostro compito. Vogliamo far capire che nessuno resta escluso, siamo vicini a tutti i giovani, nonostante tutto.

Papa Francesco dà molta fiducia ai giovani. Pensi che questo sia un segnale importante?

Certamente. C’è un’affermazione di Papa Francesco che mi piace sottolineare: i giovani non sono solo il futuro, sono il presente! E sono davvero convinta che noi giovani siamo il presente. Abbiamo tante idee e vogliamo essere parte attiva della Chiesa. È bello sapere che la Chiesa vuole dare voce ai giovani, conoscendo le nostre esperienze e il nostro punto di vista.

(Fonte: ANS – Roma)

Conferenza Stampa di presentazione del

Forum Internazionale dei Giovani

promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

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Alle ore 11.30 di questa mattina (18-06-2019), presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione del Forum Internazionale dei Giovani, promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, che si svolge a Sassone di Ciampino (Roma), presso la Casa Il Carmelo, dal 19 al 22 giugno 2019, sul tema: “Giovani in azione in una Chiesa sinodale”. Lo scopo del Forum Internazionale dei Giovani è quello di promuovere la recezione e il prosieguo del cammino sinodale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, svoltosi in Vaticano dal 3 al 28 ottobre 2018 sul tema: “I Giovani, la Fede e il Discernimento Vocazionale”.
Sono intervenuti il Rev.do Padre Alexandre Awi Mello, I.Sch., Segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; il Rev.do Padre João Chagas, Responsabile dell’Ufficio Giovani del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; la Signora Desfortunées Kuissuk Feupeussi, Responsabile per i giovani della Comunità Emmanuel in Camerun, Membro del gruppo di giovani di Douala (Camerun), Uditrice alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi svoltosi nell’ottobre 2018; la Signora Isabella McCafferty, Membro del Consiglio per i Giovani della Conferenza Episcopale Neozelandese, impegnata nella pastorale giovanile per l’Arcidiocesi di Wellington (Nuova Zelanda); presente all’Incontro pre-Sinodale nel marzo 2018; il Signore Michele Borghi, Delegato del Movimento di Comunione e Liberazione presso la Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali della Conferenza Episcopale Italiana; presente all’Incontro pre-Sinodale nel marzo del 2018.
Riportiamo per intero l'intervento di Michele Borghi

Un primo contributo che il processo sinodale ha offerto è stato la valorizzazione di luoghi in cui ci si possa ritrovare corresponsabili della missione della Chiesa. Quando ho partecipato alla Riunione pre-sinodale dello scorso anno, mai avrei immaginato che mi potesse segnare così tanto. In quei giorni, diversi nuovi rapporti si sono rivelati immediatamente familiari e misteriosamente fraterni. Eravamo estranei, ma sembrava ci conoscessimo da sempre. Credo che questa sia stata un’esperienza simile a quella descritta dai padri sinodali all’inizio del Documento Finale: pur a partire da sensibilità e culture talvolta distanti, si può camminare insieme, nella Chiesa e non solo. Che cosa rende possibile questo? Mi sembra che Papa Francesco mi abbia risposto con il titolo dell’Esortazione Apostolica: Christus vivit. È questo che rende la sua Chiesa unita, prima di ogni strategia. Riscoprire questa strana unità e la sua origine è stato un primo dono del processo sinodale alla mia vita di cristiano. È così cresciuta in me la voglia di essere un piccolo seme di unità nella Chiesa e in mezzo alle persone che incontro.
Un’altra sollecitazione mi è giunta dai frutti concreti del percorso sinodale. In questi anni la Chiesa ha cercato di individuare i tratti sfidanti della realtà giovanile. Il Documento Finale ne ha messi a fuoco diversi e si è offerto come una base aperta per il cammino che ci attende. È un cammino impegnativo. Di fatto, al di là dei particolari analitici, mi pare che il Sinodo abbia evidenziato un dato lampante: c’è – letteralmente – un mondo di giovani “inquieti” che ci aspetta. Mi è rimasta impressa nella mente un’espressione usata dal Papa nell’Esortazione Apostolica: “sensazione di profonda orfanezza”. Come possiamo, noi che abbiamo incontrato il Padre, non correre a testimoniarlo a tutti i nostri coetanei che sono “orfani”, “cresciuti in un mondo di ceneri”? Immagino che il processo sinodale non sia stato in grado di cambiare la realtà giovanile. Tuttavia, ha cercato di descriverla, e da qui il cammino è appena cominciato. Ne siamo tutti responsabili.
In questo senso, la lettura della Christus vivit mi ha ispirato un forte richiamo alla missione e alla testimonianza. Rileggendo il testo sono stato smosso da due punti di vista. Da un lato, l’Esortazione Apostolica è come un dialogo alla scoperta dell’intimità del proprio essere giovane, guidato passo dopo passo dal Papa. È un dialogo che ci svela la nostra umanità, ricca di attese, fragilità, ferite, e che ci ricorda ciò che Dio vuole dirle. Dall’altro lato, riconsiderando soprattutto il capitolo IV, mi sono chiesto: che modo hanno i giovani di scoprire che Dio li ama, che Cristo li salva, e soprattutto che Egli vive? Su questo aspetto, io credo, ognuno di noi è interpellato. La Christus vivit ci scomoda. Penso non ci sia infatti altro modo per scoprire le “tre grandi verità” – come le chiama Francesco –, se non questo: incontrarle nei volti di chi ha avuto la grazia di sentirsele annunciare e di viverle. Per me, quindi, il processo sinodale e la Christus vivit sono stati una scossa, non tanto per rinnovare un permanente studio sociologico sul mondo giovanile, ma per diventare creativo nell’annuncio, in continua uscita. Spetta innanzitutto a me, a noi, alle nostre comunità, incarnare “il grande annuncio” che tutti i giovani attendono.
Mi piacerebbe quindi che il Forum fosse un momento di approfondimento del compito che abbiamo, ognuno offrendo la propria creatività. Un desiderio speciale per me sarebbe in particolare comprendere di più il significato di quella che Francesco chiama “pastorale popolare”: che tipo di atteggiamento chiede a tutti noi come Chiesa? 

(per le altre presentazoni, in lingua): https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/06/18/0526/01090.html

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La "pastorale generativa"

Christoph Theobald *

In memoria fraterna di Philippe Bacq sj (1938-2016)

In questo volume (Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma) non si è trattato in maniera esplicita di ciò che si è convenuto di chiamare «pastorale generativa», ma le intuizioni fondamentali del nostro percorso si iscrivono chiaramente in questa direzione. Oggi si può dire che essa ha incontrato un certo successo, perché ha invitato coloro che vi si ispirano a prendere le distanze sia rispetto a contrapposizioni e risentimenti del passato sia rispetto a dibattiti istituzionali che, senza vie d'uscita, hanno scoraggiato molti attori pastorali; nella nostra situazione di «crisi», li ha piuttosto aiutati a mantenere una rotta spirituale. Ma riconosciamo altresì che il vocabolario della «generazione» ha favorito banalizzazioni, a volte un approccio euforico, caricature (da parte di alcuni detrattori) e persino incomprensioni.
Un dato storico permetterà forse di far comprendere la sfida che questa espressione contiene. Nel 1989, il padre gesuita Édouard Pousset (docente al Centre Sèvres) la utilizzò per la prima volta in occasione di un bilancio pastorale al Villard, un centro animato dalla Mission de France, situato sull'altopiano di Millevaches (Creuse). Non è questa la sede per analizzare l'insieme del suo testo (la cui nuova redazione, più sviluppata è stata da noi pubblicata in Aujourd'hui l'Église, n. 1, Association Roche-Colombe, maggio 1991). Basta citare la diagnosi che apre questo bilancio e ricordare le conseguenze che ne derivano:

Questi giovani, battezzati o no (del MRJC),[1] non sono cristiani. 40 o 50 anni fa, noi lo eravamo. Non perché portavamo in noi i segni di una migliore autenticità evangelica, ma perché vivevamo un'adesione più reale, più efficace all'istituzione cristiana della Chiesa. Il battesimo ci istituiva discepoli di Cristo e lo eravamo, in qualche modo, attraverso una presenza reale della Chiesa nelle nostre coscienze e in tutto il campo sociale. Questa presenza ci impregnava e aveva formato in noi dei riferimenti cristiani significativi già prima di aver iniziato la nostra istruzione religiosa e umana più approfondita.

Tale presenza reale della Chiesa non esiste più per questi giovani. Non vivono più in questa atmosfera che avrebbe formato in loro riferimenti e segni, e che avrebbe fatto penetrare in loro un po' dell'essere cristiano nel quale il battesimo ha continuato a costituire la maggior parte di loro. Con loro non si tratta subito di un'educazione della coscienza cristiana ma della genesi, della generazione di tale coscienza.

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È plausibile

per i giovani d’oggi

credere in Dio?

Franco Garelli
*

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«Allora Gesù, alzati gli occhi,
vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo:

“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” […]
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pane d’orzo e due pesci;
ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: fateli sedere”».
(Giovanni 6,5-10)

C’è molto pessimismo, vi sono tanti profeti di sventura, sia nelle analisi della situazione religiosa italiana, sia nelle ‘letture’ dell’attuale condizione giovanile. Guardando all’insieme della società vari studiosi e osservatori ritengono che la nostra nazione si stia lentamente avvicinando allo scenario che da tempo caratterizza i paesi del Centro-Nord Europa, già investiti alcuni decenni or sono da un processo di secolarizzazione che ha spezzato gli antichi legami. Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio Continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza. E proprio i giovani sono al centro di numerose analisi che non si limitano a descriverli come soggetti ormai privi di antenne per Dio, insensibili ai grandi temi dell’esistenza, tutti tesi a cercare la felicità altrove dalla religione; ma che fanno risalire l’apatia religiosa all’affermarsi di una cultura individualistica e nichilista che riduce le prospettive e gli orizzonti, indebolisce le coscienze, le rende prive di valori e di riferimenti morali. Sotto accusa, dunque, c’è una società in cui tutto sta evaporando, dalla famiglia alla scuola alla chiesa.
Siamo davvero di fronte alla prima generazione incredula? A uno tzunami secolare che rende vano l’annuncio cristiano? Le chiese vuote o meno frequentate indicano che si sta riducendo la spazio non soltanto per i messaggi proposti dalle chiese e dalle religioni storiche, ma anche per la ricerca di senso e per il sentimento religioso tout court?
Le ultime indagini sulle nuove generazioni [1] segnalano certamente che lo scenario religioso è in profonda trasformazione rispetto al passato, caratterizzato da un misto di chiari e scuri che occorre saper decifrare per evitare indebite generalizzazioni.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile
DARE CASA AL FUTURO
Le parole coraggiose del Sinodo dei Giovani
XVI Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile


Le tre "A" della PG: ascolto,

annuncio, accompagnamento

Meditazione introduttiva di don Rossano Sala
Segretario Speciale del Sinodo

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Emmaus, molto più che un'immagine biblica

Il brano biblico che abbiamo ascoltato è stato scelto dai Padri sinodali per esprimere il cammino compiuto al Sinodo e il percorso che si attendono dalla Chiesa del Terzo millennio. Conviene risentire la loro parola per metterci in comunione con loro: «Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani. Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto» (Documento Finale, n. 4).
Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore Gesù. Non solo: è anche la storia della Chiesa nel suo insieme; esprime poi ciò che ci viene richiesto oggi per camminare insieme con i giovani; è stata perfino l’esperienza spirituale fatta durante l’Assemblea sinodale. Penso che possa essere, a ragion veduta, il filo rosso di questi giorni.
Vorrei augurarvi proprio questo: che il Convegno che stiamo incominciando sia la riproposizione di una conversazione con Gesù capace di portarci alla conversione a Gesù: un momento di crescita integrale per ciascuno di noi; uno spazio aperto all’ascolto e all’attenzione autentici; un tempo di condivisione e di conversione radicale; un’esperienza in cui il nostro cuore possa ritrovare calore e ardore; un momento in cui prendere decisioni coraggiose per il bene della Chiesa e di tutti i giovani, nessuno escluso; un piccolo Sinodo che ci faccia vivere, lavorare e camminare insieme.

Tre bagni più che necessari

Guardando il programma di questi giorni viene naturale pensare alle tre tappe di Emmaus: riconoscere con realismo, interpretare con fede, scegliere con corag­gio. Come ha strutturato il Sinodo dall’interno, Emmaus configura anche questo Convegno nei suoi diversi momenti, che ci ripropongono un cammino similare.
Siamo sul mare, qui a Terrasini, in questa splendida isola che è la Sicilia. È il tempo dei primi bagni. Forse avremo occasione di farlo! Mi sembra che l’immagine del bagno – che dice immersione, contaminazione, purificazione, esperienza – possa aiutarci a incarnare ciò che vivremo insieme.
Ascolteremo il prof. Silvano Petrosino che ci farà fare il primo bagno: il bagno della realtà. È la parte dedicata all’ascolto empatico, in cui Gesù mette tutto se stesso in stato di “attenzione ospitale”: chiede ai due viandanti di esprimersi e lascia che l’angoscia e la delusione escano allo scoperto e le respira nella sua anima. È il momento del riconoscere, che ci chiede silenzio interiore e disponibilità a lasciarci toccare dalla realtà così com’è. Sine glossa, senza fronzoli: nella sua drammaticità e anche tragicità. E questo ascolto, quando è vero, genera turbamento del cuore e stravolgimento degli affetti. Papa Francesco in Christus vivit ci chiede di saperci commuovere, di saper piangere per e con i giovani di oggi (cfr. nn. 75-76).
Ascolteremo con grande interesse fr. Alois, priore di Taizé. È il secondo bagno: il bagno della spiritualità. Al Sinodo la sua presenza è stata molto qualificante. La sua presenza, ho detto: semplice e profonda, riconciliata e gioiosa, radicale e normale. Prima delle sue parole, che sono state altrettanto efficaci. Perché la spiritualità è prima di tutto questione di presenza prima che di parola, di bellezza prima che di riflessione, come avremo occasione di percepire visitando i tesori di Monreale. La verità cristiana, nella sua delicatezza potente e nella sua attrattività luminosa ci apre il campo per interpretare alla luce della grazia le sfide emerse dall’ascolto. Certo, perché non basta il contatto e il confronto con la realtà, è necessario ritrovare i criteri della fede per poterla prima illuminare, poi comprendere e infine trasformare.
Infine il terzo bagno: il bagno della decisione. Il dialogo e il confronto fra don Salvatore Currò e don Giuliano Zanchi, mediato da suor Alessandra Smerilli ci porterà ad entrare nella concretezza della nostra Chiesa italiana, che è chiamata a prendere posizione, a fare la sua parte, a mettersi in gioco con coraggio, a non restare con le mani in mano. Come ha fatto don Pino Puglisi, con cui avremo il dono di confrontarci. Il Papa ce lo aveva detto a Firenze il 10 novembre 2015: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Lo ha ripetuto in Christus vivit: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (n. 103).
È importante questo passaggio: papa Francesco non vuole decidere per noi, allo stesso modo in cui Gesù non decide al posto dei due viandanti con cui cammina! Entrambi ci chiedono di attivarci attraverso un autentico discernimento che arriva a scegliere ciò che nel Signore riterremo più opportuno. Emmaus non si conclude con un invio esplicito da parte di Gesù, ma con la scelta da parte dei due di ritornare a Gerusalemme, nel cuore della comunità, per portare loro la gioia del Vangelo. Gesù li ha ascoltati con pazienza, gli ha aperto la mente con determinazione, li ha nutriti con cura, gli ha riscaldato il cuore con ardore. E poi li ha delicatamente abbandonati, è sparito dalla loro vista, nascondendosi in loro. Ora devono essere coerenti rispetto all’incontro avuto e prendere posizione. Sono chiamati ad uscire allo scoperto, a illuminare la notte!

Tre doni che diventano compiti

Vorrei chiedere per voi e con voi tre grandi doni per questi giorni di crescita spirituale e di condivisione operativa. Essi diventano per noi compiti, perché ogni dono è sempre qualcosa che ci impegna per il suo sviluppo. I doni sono sempre talenti da investire e semi da far fruttificare, mai tesori da trattenere e nascondere.
Prima di tutto il dono/compito dell’ascolto. È il primo passo per entrare con verità nel ritmo del discernimento. Ascolto delle persone e ascolto dello Spirito che parla in loro e in noi. Ascolto empatico, capace di lasciarsi cambiare da ciò che ci tocca l’anima. La cartina al tornasole di un autentico ascolto è il mutamento del proprio punto di vista, una conversione del cuore. Un Padre sinodale – un delegato fraterno – nel suo intervento ci aveva augurato che l’ascolto dei giovani potesse provocare in noi ciò che la parola della donna di origine siro-fenicia aveva provocato in Gesù (cfr. Mc 7,24-30): un cambiamento di sguardo, una diversa posizione e una nuova decisione. È stato un bell’augurio, speriamo di farlo diventare nostro anche qui a Terrasini! D’altra parte – va detto – non è per niente facile entrare nel ritmo dell’ascolto, perché esso scardina alcune nostre sicurezze e convinzioni: è molto più facile restare al livello dell’udire (che rimane solo sul piano intellettuale) o del sentire (che ci tocca solo le emozioni), senza mai arrivare ad un autentico ascolto, che arriva ad una profondità esperienziale ed esistenziale integrali.
Il secondo è il dono/compito dell’annuncio. Il dono di accogliere la verità e il dono di dire la verità. I giovani vanno cercati nella loro sete di verità. Soprattutto oggi. Anche qui vi racconto un piccolo episodio sinodale. Un altro Padre sinodale, il superiore generale dei domenicani, padre Bruno Cadoré, un uomo di grande finezza intellettuale e spirituale, mi raccontava come tutti i giorni scendendo dalla Curia generalizia di santa Sabina sul colle Aventino per venire al Sinodo passava davanti alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove si trova la famosa “bocca della verità”. E mi diceva che ogni mattina c’era sempre fila, e in fila molti erano giovani. “Hanno sete di verità”, mi diceva, “e noi siamo chiamati ad incontrarli esattamente lì, nel loro desiderio di verità”. E ad annunciare loro la verità che è il Vangelo. In un mondo gremito di fake news e dominato dalla post-truth siamo chiamati a farci portatori del “grande annuncio a tutti i giovani” (cfr. Christus vivit, nn. 111-133).
Il terzo è il dono/compito dell’accompagnamento. È l’acquisizione della signorilità e della discrezione di Gesù, che sa camminare con noi, aprirci la mente e scaldarci il cuore, e poi ci dice di diventare adulti, di prendere coraggiosamente in mano la nostra vita. Un Padre sinodale diceva che a Emmaus Gesù ha il coraggio di “sparire nella missione della Chiesa”, di nascondersi in noi e di lasciare alla nostra libertà lo spazio della decisione e dell’azione. Grande azzardo di Dio e immensa responsabilità per ciascuno di noi! Abbiamo parlato molto al Sinodo della presenza e dell’iniziativa dei giovani nella Chiesa e nel mondo. Abbiamo sentito Padri sinodali che hanno denunciato una pastorale che non lascia spazio ai giovani, che più accompagnarli li sostituisce, più che liberarli li incatena, più che attivarli li rende innocui, più che vivificarli li mortifica. Gesù invece rianima, riattiva, riabilita la libertà. In questo senso «Gesù esercita pienamente la sua autorità: non vuole altro che il crescere del giovane, senza alcuna possessività, manipolazione e seduzione» (Documento finale, n. 71). L’autorità non è un potere direttivo, ma una forza generativa: chiediamo dunque di diventare come Eli, che offre a Samuele la sua esperienza di vita e poi si fa da parte con prontezza ed eleganza; di imparare da Giovanni Battista, che sa indicare ai suoi discepoli l’agnello di Dio e chiede loro di seguirlo, facendo lui per primo quello che chiede loro di fare.
Soprattutto chiediamo di imitare Gesù, che non è venuto per derubarci della nostra esistenza, ma per chiederci di prenderla in mano con entusiasmo e metterla a servizio degli altri con generosità. Perché Egli desidera che noi tutti, insieme con tutti i giovani, abbiamo la vita l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
Penso, per concludere questo momento introduttivo, che la corretta e profetica integrazione di queste tre dinamiche decisive della nostra missione con e per i giovani – ascolto, annuncio e accompagnamento – possa essere il frutto maturo di questa breve, intensa e promettente esperienza spirituale che abbiamo appena incominciato. Buon Convegno a tutti!

 

3P e NPG

PPP e NPG

 

Una sorpresa e una grande emozione

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui di seguito il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.

http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2270:npg-marzo-1982&catid=327:npg-annata-1982&Itemid=207

 


Forza e debolezza

dei giovani

Etty Hillesum

 giovaniEtty

Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti - e me ne sento la forza -, per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento?
Il prof. Bonger è morto...
Lui è indimenticabile per me...
Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'IJsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, professor Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto.
E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce; io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo l'IJsclub. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa.
E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere!
Bonger non è l'unico. È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo senz'altro un po' impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà; non si può vivere solo con le verità eterne: così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora qualcosa, e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.