L’invito accolto

e rifiutato

Domenica XXVIII del tempo ordinario A

Papa Francesco

A cura di Gianfranco Venturi

28A2017
22,1-14 L’invito alla festa di nozze [1]

L’invito rifiutato
Gesù ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a partecipare ad un banchetto di nozze (cf. Mt 22,1-14). L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio. Dio è buono verso di noi, ci offre gratuitamente la sua amicizia, ci offre gratuitamente la sua gioia, la salvezza, ma tante volte non accogliamo i suoi doni, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi e anche quando il Signore ci chiama, tante volte sembra che ci dia fastidio. Alcuni invitati addirittura maltrattano e uccidono i servi che recapitano l’invito.

L’invito accolto
Ma, nonostante le mancate adesioni dei chiamati, il progetto di Dio non si interrompe. Di fronte al rifiuto dei primi invitati egli non si scoraggia, non sospende la festa, ma ripropone l’invito allargandolo oltre ogni ragionevole limite e manda i suoi servi nelle piazze e ai crocicchi delle strade a radunare tutti quelli che trovano. Si tratta di gente qualunque, poveri, abbandonati e diseredati, addirittura buoni e cattivi – anche i cattivi sono invitati – senza distinzione. E la sala si riempie di “esclusi”. Il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori.

Tutti, anche i peccatori sono invitati
La bontà di Dio non ha confini e non discrimina nessuno: per questo il banchetto dei doni del Signore è universale, per tutti. A tutti è data la possibilità di rispondere al suo invito, alla sua chiamata; nessuno ha il diritto di sentirsi privilegiato o di rivendicare un’esclusiva. Tutto questo ci induce a vincere l’abitudine di collocarci comodamente al centro, come facevano i capi dei sacerdoti e i farisei. Questo non si deve fare; noi dobbiamo aprirci alle periferie, riconoscendo che anche chi sta ai margini, addirittura colui che è rigettato e disprezzato dalla società è oggetto della generosità di Dio. Tutti siamo chiamati a non ridurre il Regno di Dio nei confini della “chiesetta”- la nostra “chiesetta piccoletta” - ma a dilatare la Chiesa alle dimensioni del Regno di Dio. Soltanto, c’è una condizione: indossare l’abito nuziale cioè testimoniare la carità verso Dio e verso il prossimo.

22,1 Lo sposo è Gesù [2]

Non tutti possono partecipare al banchetto, ma solo coloro che sono stati invitati, e l’invitato è beato: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!” (Lc 14, 14). Molti sono gli invitati (Mt 22; Lc 14,16; Mt 20,16). Gli invitati si radunano e l’atmosfera è di gioia: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3, 29). Si tratta della gioia annunciata già da tempo: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli” (Is 61, 10). “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Sal 45).
Questa gioia che regna nel banchetto assumerà anche forma di culto nella Gerusalemme definitiva e nel nostro tempo dell’attesa. “Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare” (Mc 2, 19). Il culto è anche la festa che si celebra grazie alla presenza dello sposo: “E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Mt 9,15). La gioia regna tra i discepoli perché Gesù è con loro: non c’è digiuno, bensì banchetto.
È singolare che chi parla di Gesù come sposo sia proprio Gesù stesso o Giovanni, che lo battezza nel Giordano (Gv 3,29ss). Il Battista, colui che dà testimonianza di Gesù, colui che lo chiama “Agnello di Dio” (Gv 1,32-36), è anche colui che lo chiama “Sposo”. È stato testimone del compimento di ciò che aveva detto colui che l’aveva inviato a battezzare (Gv 1,33ss), ha visto lo Spirito scendere su di lui, ha udito la voce del Padre garantire che egli era suo Figlio: nel suo cuore di ebreo fedele che aspettava le nozze del proprio popolo con il Messia, contempla nel Battesimo nel Giordano l’epifania di quelle nozze: lo sposo che purifica la sposa dai suoi peccati.

22,1-4 Il rifiuto dell’invito [3]

La mancanza di vigilanza e l’infedeltà vanno di pari passo. Traggono nutrimento l’una dall’altra, reciprocamente. Non si è capaci di accettare l’invito del Signore quando il nostro cuore è succube del proprio giudizio, del proprio spazio interiore, dei propri interessi. Gli invitati alle nozze rifiutano di partecipare per seguire i propri affari. Esiste anche l’infedele che tiene un comportamento ambiguo: va alla festa ma non indossa l’abito adatto, ovvero si dimostra indegno di prendere parte al banchetto (Mt 22,1-4).

22,1-14 Misericordia di Dio e degli uomini [4]

(domanda): Quali affinità e quali differenze esistono tra la misericordia di Dio e quella degli uomini?
Questo parallelo può essere fatto per ogni virtù e per ogni attributo di Dio. Camminare sulla strada della santità significa vivere alla presenza di Dio, essere irreprensibili, porgere l’altra guancia, cioè imitare la Sua infinita misericordia. “Se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,41); “A chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica” (Lc 6, 29); “Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Mt 5,42). E infine: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). Tanti insegnamenti del Vangelo che ci aiutano a capire la sovrabbondanza della misericordia, la logica di Dio.
Gesù invia i suoi non come detentori di un potere o come padroni di una legge. Li invia nel mondo chiedendo loro di vivere nella logica dell’amore e della gratuità. L’annuncio cristiano si trasmette accogliendo chi è in difficoltà, accogliendo l’escluso, l’emarginato, il peccatore. Nei Vangeli leggiamo la parabola del re e degli invitati alla festa di nozze del figlio (Mt 22,1-14; Lc 14,15-24). Accade che non si presentano al banchetto coloro che erano stati invitati, cioè i sudditi migliori, coloro che si sentono a posto, che lasciano cadere nel vuoto l’invito, perché troppo presi dalle loro occupazioni. Così il re ordina ai suoi servi di andare nelle strade, nei crocicchi, e di radunare tutti quelli che incontrano, buoni e cattivi, per farli partecipare al banchetto.


NOTE

1 Angelus, 12 ottobre 2014.
2 L’epifania della sposa, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 128-139; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 75-84.
3 Aspettando l’epifania, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 104-107; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 54-57.
4 Misericordia e compassione, Francesco, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME- LEV, Milano – Città del Vaticano, 2016, 99-103.

 

Invitati a nozze

ma nella gioia (Mt 22,1)

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario A

La domenica “degli invitati al banchetto di nozze”

A cura di Franco Galeone *

28A
La parabola di Matteo, con l’invito al banchetto, ci insegna che Dio chiama tutti, alla gioia; saranno puniti solo quanti rifiutano l’invito. Accettare di entrare nel convito comporta però un cambiamento: indossare la veste nuziale, fuori di metafora: occorrono le opere di giustizia. La versione di Matteo è più drammatica e violenta rispetto a quella di Luca. Nel racconto di Matteo è un re che invita, gli invitati uccidono i servi del re, il re distrugge i nemici e le loro città; infine, tra gli invitati, il re ne scopre uno senza la veste nuziale, e anche per lui è pianto e stridor di denti. Il racconto di Luca, invece, presenta un Gesù in armonia con la grande famiglia ebraica, a pranzo addirittura in casa di uno dei capi dei farisei; Luca scrive che a invitare non è un re ma un uomo, che gli invitati non sono criminali che ammazzano i servi, ma persone civili che si scusano di non poter partecipare al banchetto; manca poi lo sciagurato senza la veste nuziale. Insomma, vi domina l’amore di Dio e la gioia del banchetto.

Indossare la veste nuziale

Una cosa emerge subito da questa parabola; la stupida cattiveria degli uomini. A che cosa li invita, questo re? A una noiosa conferenza? A una cerimonia funebre? No, a nozze! Anche nel parlare comune, mi inviti a nozze significa una grande gioia. E poi, non c’è nulla da perdere! Tutto è pronto! Tutto è gratuito! Basta solo venire! Anche a mani vuote! Il re torna alla carica assicurando che sulle mense non ci sono fichi secchi ma buoi e animali ingrassati. Pare di vedere gli animali allo spiedo, sui carboni accesi, tra il profumo del grasso bruciato! Da perfetti arroganti (è sempre un re che invita!), gli invitati si rifiutano. Ma non basta! Non solo respingono l’invito al mittente, ma insultano e uccidono gli stessi soldati del re. E a questo punto, si passa il testimone. Via i primi invitati, e avanti gli altri, raccolti per le strade e le piazze, tutta gente comune, straccioni, gente di colore, sfaccendati, baraccati, emarginati, clandestini, prostitute, barboni ... Ora la sala è piena, ma ecco la sorpresa! Non basta essere invitati per partecipare al banchetto. Fuori di metafora: scartato Israele, basta essere chiamati per entrare nel Regno? No, perché Gesù non ha mai predicato il privilegio, la raccomandazione, la razza superiore, la limpieza de sangre. Per fare parte degli eletti, occorre meritarselo. Cioè: occorre indossare la veste nuziale.

Tutti quelli che troverete, buoni e cattivi

Che strano questo re, che abolisce le differenze, le patacche, gli anni di servizio. Noi laureati, noi teologati, noi blasonati, noi religiosi, noi buoni al fianco dei cattivi! E poi, il re si infuria solo con quel poveretto ritenuto indegno perché non indossa l’abito nuziale. In fondo, erano stati tutti invitati all’improvviso, dalle strade e dalle piazze, nessuno aveva avuto la possibilità di lavarsi e di cambiarsi. Davvero strano questo re, questo Dio! È un avvertimento: la logica, lo stile, il gusto di Dio, è infinitamente diverso dal nostro. Ma non sta a noi giudicare il suo comportamento. Possiamo invece giudicare i comportamenti strani dell’uomo nei confronti di Dio. Tutta la Bibbia descrive come Dio tratta bene l’uomo, e come l’uomo maltratta Dio. Dio non ci chiama a una rigorosa resa dei conti, a pagare i debiti, a difenderci in tribunale. Dio ci sorprende con un invito a nozze. Dobbiamo cambiare idee: il credente non è più uno schiavo curvo sotto il giogo della legge, non è più un precettato che deve presentarsi in caserma. È una persona liberata, è un invitato alla festa! Ecco perché quell’invitato viene gettato fuori dalla sala. Credeva di dover partecipare ad un funerale e non a nozze. Quell’infelice è il prototipo di tanti cristiani che si vestono di severità e di gravità, anziché di gioia e di speranza.

Testimoni gioiosi!

E noi? Nelle nostre assemblee liturgiche esprimiamo la gioia nel Signore risorto? G. Bernanos si chiedeva: Ma dove diavolo voi cristiani avete nascosto la vostra fede nel Signore risorto? La gioia riuscirà anche a convertire gli altri: Perché io creda nel loro Dio, bisognerebbe che i cristiani cantassero dei canti migliori, e che i suoi discepoli avessero un’aria più amabile (F. Nietzsche). Nell’immaginario collettivo, quando qualcuno vede un prete o una suora, tocca ferro, fa scongiuri. Il poeta dell’amore J. Prevert paragona il prete a quegli insetti che dovunque si poggiano lasciano il loro lurido segno, perché su ogni sentimento hanno scritto: vietato, peccato, proibito! Che desolazione! Dio ne è costernato! Un cristianesimo triste vi spegne dentro, un prete triste vi rovina la vita!
Ma attenzione: la gioia cristiana non è evasione o distrazione o alienazione. La gioia cristiana è una tristezza superata. I santi lo hanno compreso bene. Penso a Bernadette Soubirous, spesso incompresa e spesso malata: nella snervante altalena della sua fragile salute, esclamò: Nel mio letto di dolore, io sono più felice di una regina sul suo trono. Penso a Benedetta Bianchi Porro, una splendida ragazza morta nel 1964, a 28 anni: pochi mesi prima di morire, colpita da un tumore al sistema nervoso, così scrive ad un giovane disperato: Caro Natalino, fino a tre mesi fa, godevo ancora della vista; ora è notte. Però nel mio calvario non sono disperata. Io so che, in fondo alla via, Gesù mi aspetta.

Pessimisti, forse perché falliti!

Abbiamo già detto tante volte che il punto di riferimento necessario di tutte le prospettive è il Regno di Dio; la nostra male-educazione religiosa ci spinge invece a mettere come punto di riferimento la Chiesa, in modo che tutte le profezie sono state riferite alla Chiesa, compresa questa del banchetto dei popoli. L’obiettivo della fede non è la Chiesa ma il Regno di Dio, e la Chiesa è segno e strumento di questo Regno. Nella nostra volontà di potenza, abbiamo creduto che il movimento dei popoli era guidato dai Paesi occidentali, cioè dai Paesi cristiani. Dobbiamo invece constatare che noi cristiani non possediamo le segnaletiche della storia; non sappiamo bene cosa significhi libertà e giustizia; la nostra universalità è di tipo ideologico, cioè funzionale al nostro potere, che abbiamo contrabbandato come voluto da Dio! Per entrare nell’ottica giusta, dobbiamo ritenere che il Regno di Dio comincia, oggi e qui. Il Regno di Dio non è un convento di anime belle, non è la mistica rosa o l’angelica farfalla di dantesca memoria; è un banchetto, una festa, in cui non si distingue più ciò che appartiene al corpo e ciò che appartiene allo spirito; la saldatura tra natura e spirito è completa durante un convito.
È una verità difficile da accettare. Quando la scriviamo, colpiamo nel cuore la superbia religiosa, e la reazione in nome di Dio è dura! Camminare, con umiltà, insieme agli altri popoli, verso il Regno: questo ci potrà salvare, questo ci potrà far entrare nella Terra promessa. Mettersi fuori o contro questi grandi processi della storia non servirà a nulla; rifiutare di entrare nel grande gioco della vita, starsene rinchiusi come Achille nella sua tenda, non fermerà il cammino della vita, che andrà avanti, senza di noi, contro di noi. Il nostro pessimismo o la nostra violenza spesso sono solo una velina per mascherare il nostro fallimento !Quelli che non vogliono andare al matrimonio sono persone piene di cultura o sicure di sé o fanaticamente religiose. Quelli che entrano al banchetto nuziale sono persone gli uomini e le donne delle Beatitudini! Al Padre del Cielo chiediamo nel Padre Nostro: Venga il Tuo Regno. Cioè gli chiediamo: Signore, che questa vita sia un banchetto per tutti! È logico che quanti sono soddisfatti, non vogliono questo. Quello che vogliono è continuare ad avere i loro privilegi e differenze, mantenendo le distanze. E questo non lo sopporta il Padre. Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

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INDICE

Preghiera in vista del Sinodo dei giovani

Introduzione
Un lavoro artigianale di dialogo
- Francesco e i giovani
- “Diventare artigiani di futuro”
- Il Sinodo dei giovani: un lavoro artigianale di dialogo
- Il sussidio “Voi siete artigiani di futuro”
- Come utilizzare questo sussidio

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.

 

L'amore 
André Comte-Sponville

lamore

«Amare è gioire». Aristotele

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?
Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.
Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

 

La confessione finale

di un laico

Jean D'Ormesson

sole-luce

Verrà molto presto il momento in cui mi troverò di fronte a Dio.
In cui mi troverò di fronte a Dio... Per noi poveri viventi in queste parole incerte tutto è soggetto a cauzione e a dubbio. Quando mi troverò di fronte a Dio probabilmente non ci sarà più assolutamente niente. Non ci sarà più il tempo. E a capire che non c'è niente io non ci sarò più. E forse non ci sarà nemmeno Dio.

Io non lo so se Dio esiste. Dio, o la natura, mi ha rifiutato il dono della fede. Chi sono io per rispondere con un sì o con un no a una domanda più grande di noi? Dio, o la natura, non mi ha permesso di decidere su un segreto e su un mistero così remoti al di sopra di me. Nel dubbio che mi assilla e spesso mi sommerge brilla tuttavia la speranza. Unamuno dice, non ricordo più dove, che credere a Dio forse consiste nello sperare che esista. Allora, sì, credo in Dio. Perché spero che esista.
Quando comparirò di fronte a quel Dio a cui devo tutto – la mia vita, le mie gioie, le mie pene, l'universo che mi circonda, il sole sul mare, la mia allegria che era viva e i miei dubbi che erano crudeli – mi getterò ai suoi piedi e gli dirò:
«Signore, perdonami. Ti ho tradito molto. Sono stato indegno della grandezza e della fiducia che mi avevi accordato poiché, nella tua bontà, mi hai dato la vita e mi hai lasciato libero di scegliere. La mia mediocrità la disprezzo con forza, ma purtroppo un po' tardi. Non sono stato né un eroe, né un martire, né un santo. Mi sono occupato di me molto più che di coloro che mi avevi affidato come fratelli. Sono stato indegno delle promesse che mi avevi elargito. Ho ricevuto molto più di quanto abbia mai dato. Ho ceduto troppo alla pigrizia, alla vanità, all'indifferenza nei confronti del prossimo, al gusto del guadagno, al delirio di voler essere sempre primo tra i primi. Ho vissuto nel tumulto e nell'agitazione. Ho cercato la felicità e troppo spesso il piacere.
Tu lo sai, mio Dio. Ho amato le baie, il tuo mare che ricomincia all'infinito, il tuo Sole che era diventato mio, molte tue creature, le parole, i libri, gli asini, il miele, gli applausi di cui provavo vergogna, ma che coltivavo. Ho amato tutto ciò che passa. Ma ciò che ho amato soprattutto sei tu, che non passi. Ho sempre saputo di essere meno di niente sotto lo sguardo della tua eternità e che sarebbe venuto il giorno in cui sarei comparso di fronte a te per essere finalmente giudicato. E ho sempre sperato che la tua eternità di mistero e di angoscia fosse anche e soprattutto un'eternità di perdono e d'amore.
Non ho fatto quasi nulla del tempo che mi hai prestato e poi ti sei ripreso. Ma, in maniera maldestra e ignorante, dal fondo del mio abisso non ho mai smesso di cercare la via, la verità e la vita».

(Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, Neri Pozza 2017, pp. 370-371)

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