“Se aveste fede

quanto un granello

di senape”

XXVII domenica del tempo Ordinario anno C

Enzo Bianchi

27c

In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».
Lc 17,5-10

Durante la sua salita verso Gerusalemme Gesù è interrogato, a volte invocato o pregato, a volte contestato per il suo comportamento o le sue parole. A volte Gesù si rivolge ai discepoli che lo seguono, a volte ad alcuni farisei e scribi, a volte agli “apostoli”, cioè quel gruppo ristretto di discepoli da lui resi “i Dodici” (Lc 6,13; 9,1) e inviati (questo il senso letterale di apóstoloi) ad annunciare il Vangelo, quelli che saranno anche i testimoni qualificati della sua resurrezione (cf. Lc 24,48; At 1,8.21-22).
Proprio costoro, che hanno ascoltato le esigenze “dure” proclamate da Gesù come decisive per la sua sequela (cf. Lc 9,23-26; 14,26-27), conoscendo la propria debolezza chiedono a Gesù, designato quale Kýrios, Signore della chiesa: “Aumenta la nostra fede!”. È una preghiera rivolta al Signore, a colui che con la forza dello Spirito santo che sempre abita in lui può agire sulla fede, sull’adesione del discepolo. Questa domanda rischia però di non essere compresa nella sua reale portata, perciò sarà bene riflettere sulla fiducia-adesione assolutamente necessaria per essere discepoli di Gesù. La fede, da comprendersi in primo luogo come adesione, può essere presente solo là dove c’è una relazione personale e concreta con Gesù. La fede non è un concetto di ordine intellettuale, non è posta innanzitutto in una dottrina o in una verità, né tanto meno in formule, nei dogmi. La fede non è innanzitutto un “credere che” (ad esempio che Dio esista) ma è un atto di fiducia nel Signore. Si tratta di aderire al Signore, di legarsi a lui, di mettere fiducia in lui fino ad abbandonarsi a lui in un rapporto vitale, personalissimo. La fede è riconoscere che dalla parte dell’uomo c’è debolezza, quindi non è possibile avere fede-fiducia in se stessi. Proprio per questo, soprattutto sulla bocca di Gesù, è frequente l’uso del verbo “credere” (pisteúo) e del sostantivo “fede” (pístis) in modo assoluto, senza complementi o specificazioni:
Credi, non temere (Lc 8,50; Mc 5,36).
La tua fede ti ha salvato (Lc 7,50; 17,19; 18,42; Mc 5,34 e par.; 10,52).
Va’, e sia fatto secondo la tua fede (Mt 8,13).
Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri (Mt 15,28).
Credere senza complementi, avere fede senza specificazioni è per Gesù determinante nel rapporto con Dio e con lui stesso.
Certo, la fede è un atto che si situa alla frontiera tra debolezza umana e forza che viene da Dio, forza che rende possibile proprio l’atto di fede. Si tratta di passare dall’incredulità (apistía: Mc 6,6; 9,24; 16,14; Mt 13,58) alla fede, ma questo passaggio, questa “conversione”, richiede l’invocazione a Dio e, in risposta, il suo dono, la sua grazia, che in realtà sono sempre prevenienti. È infatti difficile e faticoso per ciascuno di noi rinunciare a contare su di sé per decentrarsi e mettere al centro la parola del Signore a noi rivolta. Non si dimentichi che l’incredulità o la poca fede (oligopistía: Mt 17,20; oligópistos: Mt 6,30; 8,26; 14,31; 16,8; Lc 12,28) denunciate da Gesù contraddistinguono la situazione del discepolo (cf. Lc 24,11.41; Mc 9,19 e par.; 16,11.16), non di chi non incontra o non ascolta Gesù. E come non stupirci di fronte al grido di Gesù: “La tua fede ti ha salvato”, emesso davanti a malati, peccatori, stranieri e pagani che, incontrandolo, gli chiedono con fede di essere da lui aiutati e salvati?
C’è un episodio, descritto con particolare cura da Marco (cf. Mc 9,14-29), ma presente anche in Luca (cf. Lc 9,37-43) e Matteo (cf. Mt 17,14-18), che può aiutarci a comprendere meglio il brano che stiamo commentando. Un padre ha un figlio indemoniato e i discepoli di Gesù non riescono a guarirlo. Scoraggiato, quando incontra Gesù, gli dice: “Se tu puoi qualcosa, avendo compassione di noi aiutaci”. E Gesù, dopo aver rimproverato i discepoli – “Generazione incredula!”; come fa Mosè in Dt 9,6; 31,27; 32,5 –, gli risponde: “Non dire: ‘Se puoi’, ma comprendi che tutto è possibile a chi crede”. Ovvero: “Se hai fede, tutto ti è possibile attraverso la fede che ti salva”. È come se Gesù gli dicesse: “Ti basta credere, avere fiducia”, cioè confidare che tutto è reso possibile da Dio per colui che crede, perché “tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27; Gen 18,14). Allora il padre risponde: “Io credo, ma tu vieni in aiuto alla mia incredulità (apistía)”. Basta offrire a Gesù la propria incredulità, lasciare che sia lui a vincere i nostri dubbi, sempre presenti dove c’è la fede all’opera. E così Gesù guarisce non solo il figlio, ma anche il padre, preda della sfiducia verso la vita…
Dunque, proprio perché la fede è credere alla potenza di Gesù, non ha senso la domanda degli apostoli: “Aumenta la nostra fede”. Basta infatti – continua nel nostro brano Gesù – avere fede quanto un granello di senape per sradicare un gelso e trapiantarlo nel mare, per spostare le montagne (cf. Mc 11,22-23; Mt 17,20; 21,21). Gli apostoli sono consapevoli di avere una fede piccola; vorrebbero essere giganti della fede, ma Gesù fa loro comprendere che la fede, anche piccola, se è reale adesione a lui, è sufficiente per nutrire la relazione con lui e accogliere la salvezza. È vero, la nostra fede è sempre oligopistía, fede a breve respiro, ma basta avere in noi il seme di questa adesione alla potenza dell’amore di Dio operante in Gesù Cristo. Credere significa alla fin fine seguire Gesù: e quando lo si segue, si cammina dietro a lui, vacillando sovente, ma accogliendo l’azione con cui egli ci rialza e ci sostiene, affinché possiamo stare sempre là dove lui è. Noi cristiani dovremmo guardare spesso il piccolo seme di senape, tenerlo nel palmo della mano, avere coscienza di quanto sia piccolo; ma dovremmo anche vederlo come seme seminato, morto sottoterra, germinato e cresciuto, fino a diventare grande come un arbusto che dà riparo agli uccelli del cielo – immagine usata da Gesù per descrivere il regno di Dio (cf. Mc 4,26.31-32) –, e dunque stupirci. Così è la nostra fede, piccolissima forse; ma non temiamo, perché se la fede c’è, è sufficiente, perché più forte di ogni nostro altro atteggiamento. La fede è la fede: sempre, anche se piccola, è adesione a una relazione, è obbedienza (hypakoé písteos: Rm 1,5).
La risposta di Gesù agli apostoli prosegue poi con una parabola che li riguarda particolarmente, in quanto inviati a lavorare nel campo, nella vigna il cui padrone è il Signore. Gesù li mette in guardia dal confidare in se stessi, perché questo è il peccato che si oppone radicalmente alla fede. È l’atteggiamento che Gesù condannerà nella parabola del fariseo e del pubblicano al tempio (cf. Lc 18,10-14), rivolta ad alcuni che, come il fariseo, “confidavano in se stessi perché erano giusti (prós tinas toùs pepoithótas eph’heautoîs hóti eisìn díkaioi: Lc 18,9)”. Questo potrebbe succedere anche agli inviati che, consapevoli di aver fatto puntualmente la volontà del Signore, vorrebbero essere riconosciuti, premiati. Ma Gesù, con realismo, chiede loro: può forse succedere questo nel mondo, nel rapporto tra padrone e schiavo? Quando lo schiavo rientra dal lavoro, il padrone gli dirà forse: “Vieni e mettiti a tavola”?”. Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, preparati a servirmi, e dopo mangerai e berrai tu”? Dovrà forse ringraziarlo per aver svolto il suo compito? No, questo non può avvenire, e così gli apostoli, inviati a lavorare nella vigna del Signore, quando hanno terminato il lavoro devono dire: “Siamo servi non necessari, ciò che dovevamo fare l’abbiamo fatto”.
Nella sequela di Gesù non si rivendica nulla, non si pretendono riconoscimenti, non si attendono premi, perché neppure il compito svolto diventa garanzia o merito. Ciò che si fa per il Signore, si fa gratuitamente e bene, per amore e nella libertà, non per avere un premio… Purtroppo nella vita della chiesa i premi, i meriti vengono dati da sé a se stessi e non c’è neanche da aspettare qualcosa da Dio!

 

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Considerazioni di Qian Tang su SDG 4

«Istruzione di qualità»


Una risposta salesiana all’Agenda 2030

 

 

 

 

 

Fatti per la bellezza

Davide Rondoni

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L’uomo è fatto per la bellezza, gli uomini le donne, i giovani, tutti. Siamo fatti per cercare la bellezza, ne inseguiamo le tracce, anche sfuggenti, che appaiono e scompaiono, in un colore del cielo, in un battere di occhi, in un voltarsi di un viso. Cerchiamo la bellezza.

Perché siamo fatti per la bellezza? Di cosa ci parla?

La bellezza è come una grande freccia, come una grande indicazione.

C’è qualcosa che ci aspetta, o che il cuore cerca per essere compiuto, di cui la bellezza è il primo segno. Non è un caso – credo - che si dica “sei bella da morire”, o “sei bello da morire”, quando si riferisce a una persona che colma tanto il nostro desiderio di bellezza. “Sei bella da morire”, perché ci sentiamo come troppo piccoli per contenere la cosa che ci sta arrivando. Lo diceva anche Michelangelo: “Qualcosa mi prende che è più me di me, che quasi mi spacca”. È così dicono anche i ragazzi, oggi, “sei bello che spacca”, “sei bella che spacca”.

Perché l’uomo è fatto per rompere la propria misura, per abbracciare qualcosa di più grande, e la bellezza ne è il segno, inequivocabile, che parla tutte le lingue del mondo.

(Il pensiero del giorno, Radio Rai 1, 21 gennaio 2016)

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COMUNICATO STAMPA

Gestire i migranti

Formazione di Management Pastorale 
e gestione del fenomeno migratorio

pul

La Pontificia Università Lateranense, in collaborazione con la Villanova University di Philadelphia, prosegue nel percorso di approfondimento dei temi che rappresentano le priorità di una Chiesa moderna e impegnata nelle opere di bene.
Papa Francesco ha ricordato che «come l’amministratore fedele e prudente ha il compito di curare attentamente quanto gli è stato affidato, così la Chiesa è consapevole della responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i bisognosi».
In particolare, il focus di quest’anno della Scuola Internazionale di Management Pastorale sarà indirizzato alla gestione del flusso migratorio, anche a seguito dell’intesa fra la PUL e il Ministero dell’Interno che permetterà di accogliere nei corsi universitari 20 ragazzi rifugiati provenienti da Iraq, Eritrea e Siria.

Il Corso di Alta Formazione Universitaria in Management Pastorale é rivolto alle figure chiave del mondo missionario-ecclesiastico: parrocchie, diocesi, enti e congregazioni religiose, organizzazioni profit e no profit, liberi professionisti e dirigenti.
Sono cinque le aree di studio principali: progettazione dei bisogni della comunità, gestione delle risorse economiche, creazione e management del no-profit dell’impresa sociale, innovazione nella gestione delle risorse umane e nei processi organizzativi, comunicazione strategica.
La sesta è il focus speciale dedicato ai migranti: dalla gestione dei flussi fino alla comunicazione che vada oltre la conoscenza e la sensibilizzazione.

“Tutto ciò che la Chiesa è, ha e fa ha di mira esclusivamente la felicità degli infelici. Metteremo buone idee al servizio delle buone opera” dichiara mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense e continua: “la Chiesa di oggi e di domani é chiamata a fare ancora di piú la sua parte al servizio del “Bene fatto bene” come ogni giorno ci ricorda la Fede in cui crediamo”.
Il Management Pastorale rappresenta un sistema di pensiero pratico che integra elementi di imprenditorialità, allo scopo di rivolgersi al bene comune e alla missionarietà all’interno non di una logica di profitto ma di dono.
In autunno partiranno sia l’edizione romana alla Lateranense che quella del Nord Italia – Francia e Svizzera in collaborazione con le diocesi di Torino e Novara.


Scuola Internazionale di Management Pastorale
Pontificia Università Lateranense
Ufficio Stampa

v. di San Giovanni in Laterano, 4
00184 Roma (RM)
cell. 393 9659758
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Programmazione 2017

I CAMMINI

Una proposta-esperienza per giovani "in via"

Paolo Giulietti

via-francigena
NELLA RIVISTA


 

1. Il pellegrinaggio e i giovani: sette ingredienti per cambiare
(articolo introduttivo)
Paolo Giulietti

2. Ai confini della terra per trovare se stessi
(Il Cammino di Santiago: dai Pirenei a Santiago de Compostella – Finisterrae)
Breve descrizione del percorso – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Considerazioni pastorali – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Testimonianza -

3. Riscoprire la fede della Chiesa nell’Italia dei santi
(La Via Francigena dalle Alpi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Monica D’Atti
Considerazioni pastorali – Mons. Andrea Migliavacca (vescovo di San Miniato)
Testimonianza -

4. Sulle orme del Poverello in semplicità e armonia
(La Via di Francesco: da La Verna o Greccio ad Assisi)
Breve descrizione del percorso – Gianluigi Bettin (coautore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Padre Mauro Gambetti (custode del Sacro Convento)
Testimonianza -

5. Alla “Casa del sì” per ascoltare la chiamata di Dio
(La Via Lauretana da Siena a Loreto)
Breve descrizione del percorso – Chiara Serenelli (coautrice guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Paolo Volpe (direttore Centro Giovanni Paolo II)
Testimonianza -

6. Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici
(La Via di Acri da Akko a Gerusalemme)
Breve descrizione del percorso – Paolo Giulietti (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Paolo Giulietti
Testimonianza -

7. Una scuola itinerante di vita cristiana
(Il Cammino di San Benedetto da Norcia a Montecassino)
Breve descrizione del percorso – Simone Frignani (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Donato Ogliari (abate di Montecassino)
Testimonianza -

8. Da “Messer lo Papa” per il cammino più antico
(La Via Amerina da Assisi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Giancarlo Guerrini (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Simone Poletti (direttore ufficio PG Bergamo)
Testimonianza -

9. Scorgere la provvidenza tra le ferite della storia
(Il Cammino della misericordia da Cracovia a Czestochowa)
Breve descrizione del percorso – don Francesco Pierpaoli (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Francesco Pierpaoli
Testimonianza -


SUL SITO E NELLA NEWSLETTER

(a cura di Maria Rattà)


 

Ogni "cammino" sarà "illustrato" sul sito con indicazioni storico-culturali, turistiche e quant'altro.

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