Una nuova fraternità

Fratel Mathias - Bose


23 luglio 2019

In quel tempo 46mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. 47Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». 48Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 50Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
Mt 12,46-50

“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (v. 48): il dialogo di Gesù con la folla a proposito della sua vera famiglia è inserito al termine di un capitolo di controversie nel Vangelo secondo Matteo. Come Gesù aveva attaccato con virulenza scribi e farisei, indicando di non avere nulla a che spartire con “questa generazione” (Mt 12,42), pone ora le distanze tra sé e quelli della sua “generazione”, i suoi parenti secondo la carne.
Nel brano odierno infatti sua madre e i suoi fratelli vengono a raggiungerlo. Anche se non condividono forse l’opinione dei farisei a suo riguardo, lo considerano tuttavia “fuori di sé” (Mc 3,21), come altrove sottolinea Marco. Avvicinandosi a Gesù cercano allora presumibilmente di consigliargli di abbassare i toni e di ridurre la tensione con i suoi interlocutori. L’inquietudine materna intravede già dove l’atteggiamento del Figlio lo condurrà. Ma Gesù non intende nemmeno entrare in argomento. Non accetta di identificare la propria famiglia in queste persone: attraverso la sua Parola infatti costituisce una nuova famiglia. In tal modo, coloro che si credono parte della parentela di Gesù in realtà non vi appartengono più, mentre coloro che non lo sono secondo la carne possono diventarlo in verità. La parola di Gesù li costituisce tali.
Gesù distrugge così i presunti privilegi legati ai legami di parentela, ma depotenzia pure radicalmente le chiusure o addirittura le maledizioni ereditate dalle proprie appartenenze familiari. Genera un nuovo inizio, al quale ciascuno è chiamato ad aprirsi: il segno visibile di tale disponibilità sarà la realizzazione concreta della volontà del comune Padre che è nei cieli (v. 50). Una nuova stirpe si costituisce allora attorno a lui, una nuova fraternità basata sulla condivisione degli stessi intenti. Riconoscendosi figli di uno stesso Padre (che non a caso viene invocato come “Padre nostro”: Mt 6, 9) e assumendo nel proprio comportamento una stessa pratica (la volontà del Padre: v. 50), i credenti entrano nella logica adottata da Gesù stesso, ed entrano anche automaticamente a fare parte della sua nuova famiglia allargata.
Ogni famiglia possiede diversi racconti che si trasmettono di generazione in generazione o da membro a membro: fondano la comune appartenenza e regolano i costumi condivisi. Anche Gesù, con la sua persona e il suo insegnamento, trasmette alla sua famiglia spirituale una Parola instauratrice: essa echeggia la voce del Padre da cui proviene e trasmette la sua volontà celeste. Ascoltandola e mettendola in pratica, i fratelli e le sorelle troveranno gioia, beatitudine (cf. Lc 11,28).
Il primato da accordare a Gesù e alla logica del suo Regno relativizza allora risolutamente i diritti e i doveri collegati alla famiglia naturale, anche se non ne annienta la realtà. Tuttavia la condizione per essere degno di Gesù sarà di non amare più la propria famiglia di lui (cf. Mt 10,37). E all’appartenenza a questa nuova famiglia sarà anche legata una promessa: a chi lascia la gente della propria casa a causa di Gesù e del suo insegnamento – oltre ai conflitti che vi sono legati (cf. Mt 10,34-36) – viene assicurata una famiglia centuplicata (cf. Mt 19,29).

massimi 

Elena Massimi

CANTARE LA MESSA


Guida pratica per la scelta dei canti


CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2019

«Cosa cantiamo all’inizio della messa? E alla comunione?».
Non di rado simili domande risuonano la domenica a ridosso della celebrazione eucaristica. Spesso il criterio che sembra orientare nella scelta dei canti, in modo particolare quando il coro è “giovanile”, è quello del mi piace, nell’illusione (almeno nella maggior parte dei casi) che possa favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Questo non significa che nel cantare non dobbiamo fare esperienza del bello, o che il canto non debba emozionarci, però il mi piace o il non mi piace non può rappresentare il criterio ultimo che determina la scelta di un canto.


Cantare la Messa
offre ai parroci, ai formatori, ai ministri liturgici, schede utili per la formazione e il discernimento delle pratiche, con riferimento puntuale al Messale ed alcune essenziali note storiche e teologiche.

In una modalità laboratoriale vengono indicati i passi concreti da compiere per scegliere opportunamente ciascun canto, del quale si evidenziano le caratteristiche relative al testo e alla musica, la relazione con gli altri linguaggi della celebrazione, senza dimenticare gli “attori”, cioè coloro che possono o devono “metterlo in opera”.

 

 

Provvisoria email NPG

angry

Per motivi ancora sconosciuti, la mail "normale" di NPG (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e quella del Direttore (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) possono spedire mail (es. la Newsletter) ma non ricevere posta.
Invitiamo dunque - per qualunque comunicazione riguardo la rivista - a utilizzare (temporaneamente) quelle qui indicate: MAIL



 

IMG 4858 400

Il giovane Buon Pastore

(Catacombe di San Callisto)


 

NPG

Programmando 2020

redazione1

redazione2
Il gruppo di Redazione NPG (quasi al completo) a Roma-Sacro Cuore, il 26 luglio 2019)
in una giornata di programmazione della Rivista per il 2020...

per proseguire sui sentieri indicati dal Sinodo dei giovani, con la creatività e passione di sta con i giovani per accompagnarli, per condividere, per gioire con loro, come educatori, evangelizzatori, amici.

Le proposte e i temi... presto su questo schermo (e rivista, e sito)!

La Chiesa ha bisogno di voi

per essere pienamente

se stessa

Papa Francesco *

FORUM


Carissimi giovani,

sono molto felice di incontrarvi al termine dell’XI Forum Internazionale dei Giovani, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita con l’obiettivo di promuovere l’attuazione del Sinodo 2018 sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Mi congratulo con il Cardinale Farrell e tutti i suoi collaboratori per questa iniziativa, che riconosce in voi, giovani, i primi protagonisti della conversione pastorale tanto auspicata dai padri sinodali. Questa parola “protagonista” non è un gesto di diplomazia e di buona volontà, o sono protagonisti o non sono niente; o stanno davanti al treno o finiranno nell’ultimo vagone, trascinati dalla marea. Protagonisti. Voi siete giovani in azione in una Chiesa sinodale, e per questo avete meditato e riflettuto negli ultimi giorni.
Ringrazio il Cardinale Farrell per le sue parole, ringrazio te per la lettura della proclamazione finale e ringrazio il Cardinale Baldisseri, che ha diretto il Sinodo, per la sua presenza. Grazie.
Il Documento finale dell’ultima Assemblea sinodale riconosce «l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) come un testo paradigmatico, ossia un modello, per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni» (n. 4). Quando i due discepoli furono seduti a tavola con Gesù, egli «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 30s). È un caso che abbiate potuto celebrare la solennità del Corpus Domini proprio nei giorni in cui vi siete riuniti per questo incontro? Non è forse il Signore che vuole aprire i vostri cuori ancora una volta e parlarvi attraverso questo brano del Vangelo?
L’esperienza che i discepoli di Emmaus avevano vissuto li spinse irresistibilmente a mettersi di nuovo in cammino, nonostante avessero già percorso undici chilometri. Si stava facendo buio, ma non hanno più paura di camminare nella notte, poiché è Cristo che illumina la loro vita. Anche noi, un giorno, abbiamo incontrato il Signore sulla strada della nostra vita. E, come i discepoli di Emmaus, siamo chiamati a portare la luce di Cristo nella notte del mondo. Voi, cari giovani, siete chiamati ad essere la luce nella notte di tanti vostri coetanei che ancora non conoscono la gioia della vita nuova in Gesù.
Clèopa e l’altro discepolo, dopo aver incontrato Gesù, sentirono il bisogno vitale di stare con la loro comunità. Non è vera gioia se non la condividiamo con gli altri. «Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133, 1). Immagino che siate contenti di aver partecipato a questo Forum. E ora che si avvicina il momento di salutarvi, forse già provate una certa nostalgia… E Roma starà più tranquilla. È normale che sia così. Fa parte dell’esperienza umana. Pure i discepoli di Emmaus non volevano che il loro “ospite misterioso” se ne andasse… “Resta con noi”, dicevano, cercando di convincerlo a rimanere con loro. In altri episodi del Vangelo affiora questo medesimo sentimento. Ricordiamo, per esempio, la trasfigurazione, quando Pietro, Giacomo e Giovanni volevano fare delle tende e rimanere sul monte. Oppure quando Maria Maddalena incontrò il Risorto e voleva trattenerlo. Però «il suo Corpo risorto non è un tesoro da imprigionare, ma un Mistero da condividere» (Documento Finale del Sinodo, 115). Gesù lo incontriamo, soprattutto, nella comunità e per le strade del mondo. Quanto più lo portiamo agli altri, tanto più lo sentiremo presente nelle nostre vite. E sono sicuro che voi lo farete, quando ritornerete nei vostri luoghi di origine. Il testo di Emmaus dice che Gesù ha acceso un fuoco nei cuori dei discepoli (cfr. Lc 24, 32). Come sapete, il fuoco, per non spegnersi, deve espandersi, per non diventare cenere, deve propagarsi. Perciò alimentate e diffondete il fuoco di Cristo che è in voi!
Cari giovani, lo ripeto ancora una volta: voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa! Non solamente il futuro, no, l’oggi. O ve la giocate oggi, o perderete la partita. Oggi. La Chiesa ha bisogno di voi per essere pienamente sé stessa. Come Chiesa, voi siete il Corpo del Signore Risorto presente nel mondo. Vi chiedo di ricordare sempre che siete membra di un unico corpo, di questa comunità. Siete legati gli uni agli altri e da soli non sopravvivrete. Avete bisogno gli uni degli altri per segnare veramente la differenza in un mondo sempre più tentato dalle divisioni. Considerate questo: in un mondo in cui sono sempre di più le divisioni e le divisioni portano con sé conflitti e inimicizie, voi dovete essere il messaggio dell’unità, che vale la pena di seguire questo cammino. Solo camminando insieme saremo veramente forti. Con Cristo, Pane di Vita che ci dà forza per il cammino, portiamo la luce del suo fuoco nelle notti di questo mondo!
Vorrei cogliere l’occasione per farvi un annuncio importante. Come sapete, il cammino di preparazione al Sinodo del 2018 ha coinciso in gran parte con il percorso verso la GMG di Panama, che ha avuto luogo soltanto tre mesi dopo. Nel mio messaggio ai giovani del 2017 ho auspicato che ci fosse una grande sintonia tra queste due vie, affidando questa intenzione alla potente intercessione di Maria (cfr. anche Documento Preparatorio, III, 5). Ebbene! La prossima edizione internazionale della GMG sarà a Lisbona nel 2022. Per questa tappa del pellegrinaggio intercontinentale dei giovani ho scelto come tema: “Maria si alzò e andò in fretta” (Lc 1, 39). Per i due anni precedenti vi invito a meditare sui brani: Giovane, dico a te, alzati! (cfr Lc 7, 14 e ChV 20) e Alzati! Ti costituisco testimone delle cose che hai visto! (cfr At 26, 16). Con ciò, desidero anche questa volta che ci sia una grande sintonia tra il percorso verso la GMG di Lisbona e il cammino post-sinodale. Non ignorate la voce di Dio che vi spinge ad alzarvi e seguire le strade che Lui ha preparato per voi. Come Maria ed insieme a lei, siate ogni giorno i portatori della Sua gioia e del suo amore. Maria si alzò e andò in fretta e di fretta andò a visitare sua cugina. Sempre pronti, sempre di fretta, ma non ansiosi. Vi chiedo di pregare per me e ora vi benedico. Tutti insieme, ciascuno nella sua lingua, ma tutti insieme preghiamo l’Ave Maria: “Ave Maria….”

* DISCORSO DEL SANTO PADRE AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE DEI GIOVANI
Sala Clementina - Sabato, 22 giugno 2019

logo uni salesiana

 

 

UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA - UPS

in Teologia Pastorale:

con specializzazione

in Pastorale

Giovanile

Il ciclo proposto intende preparare, sia a livello teorico che pratico, persone competenti in questo ambito della azione ecclesiale, abilitandole a conoscere e discernere la condizione e la realtà giovanile, e a progettare, coordinare e promuovere, nei diversi settori, delle attività ad essa vincolate.
Tale ciclo di studi - come proposto nel documentoin allegato - tiene conto del cammino sinodale e cerca di recepirlo con una proposta adeguata e innovativa.
NPG lo propone ai lettori interessati, a quanti sono "vocazionalmente" disposti a lavorare con e per i giovani, noncomeliberi battitori ma all'interno di una comunità ecclesiale che li manda e li sostiene

QUI la proposta UPS

Qui la BROCHURE


 

ISTAT

Come cambiano i percorsi

di vita dei giovani

Rapporto annuale 2019

Istat2019

 

Qui il PDF

magnifying glass focus 24651432

La "pastorale generativa"

Christoph Theobald *

In memoria fraterna di Philippe Bacq sj (1938-2016)

In questo volume (Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma) non si è trattato in maniera esplicita di ciò che si è convenuto di chiamare «pastorale generativa», ma le intuizioni fondamentali del nostro percorso si iscrivono chiaramente in questa direzione. Oggi si può dire che essa ha incontrato un certo successo, perché ha invitato coloro che vi si ispirano a prendere le distanze sia rispetto a contrapposizioni e risentimenti del passato sia rispetto a dibattiti istituzionali che, senza vie d'uscita, hanno scoraggiato molti attori pastorali; nella nostra situazione di «crisi», li ha piuttosto aiutati a mantenere una rotta spirituale. Ma riconosciamo altresì che il vocabolario della «generazione» ha favorito banalizzazioni, a volte un approccio euforico, caricature (da parte di alcuni detrattori) e persino incomprensioni.
Un dato storico permetterà forse di far comprendere la sfida che questa espressione contiene. Nel 1989, il padre gesuita Édouard Pousset (docente al Centre Sèvres) la utilizzò per la prima volta in occasione di un bilancio pastorale al Villard, un centro animato dalla Mission de France, situato sull'altopiano di Millevaches (Creuse). Non è questa la sede per analizzare l'insieme del suo testo (la cui nuova redazione, più sviluppata è stata da noi pubblicata in Aujourd'hui l'Église, n. 1, Association Roche-Colombe, maggio 1991). Basta citare la diagnosi che apre questo bilancio e ricordare le conseguenze che ne derivano:

Questi giovani, battezzati o no (del MRJC),[1] non sono cristiani. 40 o 50 anni fa, noi lo eravamo. Non perché portavamo in noi i segni di una migliore autenticità evangelica, ma perché vivevamo un'adesione più reale, più efficace all'istituzione cristiana della Chiesa. Il battesimo ci istituiva discepoli di Cristo e lo eravamo, in qualche modo, attraverso una presenza reale della Chiesa nelle nostre coscienze e in tutto il campo sociale. Questa presenza ci impregnava e aveva formato in noi dei riferimenti cristiani significativi già prima di aver iniziato la nostra istruzione religiosa e umana più approfondita.

Tale presenza reale della Chiesa non esiste più per questi giovani. Non vivono più in questa atmosfera che avrebbe formato in loro riferimenti e segni, e che avrebbe fatto penetrare in loro un po' dell'essere cristiano nel quale il battesimo ha continuato a costituire la maggior parte di loro. Con loro non si tratta subito di un'educazione della coscienza cristiana ma della genesi, della generazione di tale coscienza.

magnifying glass focus 24651432

È plausibile

per i giovani d’oggi

credere in Dio?

Franco Garelli
*

IMG 0832

«Allora Gesù, alzati gli occhi,
vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo:

“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” […]
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pane d’orzo e due pesci;
ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: fateli sedere”».
(Giovanni 6,5-10)

C’è molto pessimismo, vi sono tanti profeti di sventura, sia nelle analisi della situazione religiosa italiana, sia nelle ‘letture’ dell’attuale condizione giovanile. Guardando all’insieme della società vari studiosi e osservatori ritengono che la nostra nazione si stia lentamente avvicinando allo scenario che da tempo caratterizza i paesi del Centro-Nord Europa, già investiti alcuni decenni or sono da un processo di secolarizzazione che ha spezzato gli antichi legami. Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio Continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza. E proprio i giovani sono al centro di numerose analisi che non si limitano a descriverli come soggetti ormai privi di antenne per Dio, insensibili ai grandi temi dell’esistenza, tutti tesi a cercare la felicità altrove dalla religione; ma che fanno risalire l’apatia religiosa all’affermarsi di una cultura individualistica e nichilista che riduce le prospettive e gli orizzonti, indebolisce le coscienze, le rende prive di valori e di riferimenti morali. Sotto accusa, dunque, c’è una società in cui tutto sta evaporando, dalla famiglia alla scuola alla chiesa.
Siamo davvero di fronte alla prima generazione incredula? A uno tzunami secolare che rende vano l’annuncio cristiano? Le chiese vuote o meno frequentate indicano che si sta riducendo la spazio non soltanto per i messaggi proposti dalle chiese e dalle religioni storiche, ma anche per la ricerca di senso e per il sentimento religioso tout court?
Le ultime indagini sulle nuove generazioni [1] segnalano certamente che lo scenario religioso è in profonda trasformazione rispetto al passato, caratterizzato da un misto di chiari e scuri che occorre saper decifrare per evitare indebite generalizzazioni.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile
DARE CASA AL FUTURO
Le parole coraggiose del Sinodo dei Giovani
XVI Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile


Le tre "A" della PG: ascolto,

annuncio, accompagnamento

Meditazione introduttiva di don Rossano Sala
Segretario Speciale del Sinodo

fotopg

Emmaus, molto più che un'immagine biblica

Il brano biblico che abbiamo ascoltato è stato scelto dai Padri sinodali per esprimere il cammino compiuto al Sinodo e il percorso che si attendono dalla Chiesa del Terzo millennio. Conviene risentire la loro parola per metterci in comunione con loro: «Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani. Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto» (Documento Finale, n. 4).
Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore Gesù. Non solo: è anche la storia della Chiesa nel suo insieme; esprime poi ciò che ci viene richiesto oggi per camminare insieme con i giovani; è stata perfino l’esperienza spirituale fatta durante l’Assemblea sinodale. Penso che possa essere, a ragion veduta, il filo rosso di questi giorni.
Vorrei augurarvi proprio questo: che il Convegno che stiamo incominciando sia la riproposizione di una conversazione con Gesù capace di portarci alla conversione a Gesù: un momento di crescita integrale per ciascuno di noi; uno spazio aperto all’ascolto e all’attenzione autentici; un tempo di condivisione e di conversione radicale; un’esperienza in cui il nostro cuore possa ritrovare calore e ardore; un momento in cui prendere decisioni coraggiose per il bene della Chiesa e di tutti i giovani, nessuno escluso; un piccolo Sinodo che ci faccia vivere, lavorare e camminare insieme.

Tre bagni più che necessari

Guardando il programma di questi giorni viene naturale pensare alle tre tappe di Emmaus: riconoscere con realismo, interpretare con fede, scegliere con corag­gio. Come ha strutturato il Sinodo dall’interno, Emmaus configura anche questo Convegno nei suoi diversi momenti, che ci ripropongono un cammino similare.
Siamo sul mare, qui a Terrasini, in questa splendida isola che è la Sicilia. È il tempo dei primi bagni. Forse avremo occasione di farlo! Mi sembra che l’immagine del bagno – che dice immersione, contaminazione, purificazione, esperienza – possa aiutarci a incarnare ciò che vivremo insieme.
Ascolteremo il prof. Silvano Petrosino che ci farà fare il primo bagno: il bagno della realtà. È la parte dedicata all’ascolto empatico, in cui Gesù mette tutto se stesso in stato di “attenzione ospitale”: chiede ai due viandanti di esprimersi e lascia che l’angoscia e la delusione escano allo scoperto e le respira nella sua anima. È il momento del riconoscere, che ci chiede silenzio interiore e disponibilità a lasciarci toccare dalla realtà così com’è. Sine glossa, senza fronzoli: nella sua drammaticità e anche tragicità. E questo ascolto, quando è vero, genera turbamento del cuore e stravolgimento degli affetti. Papa Francesco in Christus vivit ci chiede di saperci commuovere, di saper piangere per e con i giovani di oggi (cfr. nn. 75-76).
Ascolteremo con grande interesse fr. Alois, priore di Taizé. È il secondo bagno: il bagno della spiritualità. Al Sinodo la sua presenza è stata molto qualificante. La sua presenza, ho detto: semplice e profonda, riconciliata e gioiosa, radicale e normale. Prima delle sue parole, che sono state altrettanto efficaci. Perché la spiritualità è prima di tutto questione di presenza prima che di parola, di bellezza prima che di riflessione, come avremo occasione di percepire visitando i tesori di Monreale. La verità cristiana, nella sua delicatezza potente e nella sua attrattività luminosa ci apre il campo per interpretare alla luce della grazia le sfide emerse dall’ascolto. Certo, perché non basta il contatto e il confronto con la realtà, è necessario ritrovare i criteri della fede per poterla prima illuminare, poi comprendere e infine trasformare.
Infine il terzo bagno: il bagno della decisione. Il dialogo e il confronto fra don Salvatore Currò e don Giuliano Zanchi, mediato da suor Alessandra Smerilli ci porterà ad entrare nella concretezza della nostra Chiesa italiana, che è chiamata a prendere posizione, a fare la sua parte, a mettersi in gioco con coraggio, a non restare con le mani in mano. Come ha fatto don Pino Puglisi, con cui avremo il dono di confrontarci. Il Papa ce lo aveva detto a Firenze il 10 novembre 2015: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Lo ha ripetuto in Christus vivit: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (n. 103).
È importante questo passaggio: papa Francesco non vuole decidere per noi, allo stesso modo in cui Gesù non decide al posto dei due viandanti con cui cammina! Entrambi ci chiedono di attivarci attraverso un autentico discernimento che arriva a scegliere ciò che nel Signore riterremo più opportuno. Emmaus non si conclude con un invio esplicito da parte di Gesù, ma con la scelta da parte dei due di ritornare a Gerusalemme, nel cuore della comunità, per portare loro la gioia del Vangelo. Gesù li ha ascoltati con pazienza, gli ha aperto la mente con determinazione, li ha nutriti con cura, gli ha riscaldato il cuore con ardore. E poi li ha delicatamente abbandonati, è sparito dalla loro vista, nascondendosi in loro. Ora devono essere coerenti rispetto all’incontro avuto e prendere posizione. Sono chiamati ad uscire allo scoperto, a illuminare la notte!

Tre doni che diventano compiti

Vorrei chiedere per voi e con voi tre grandi doni per questi giorni di crescita spirituale e di condivisione operativa. Essi diventano per noi compiti, perché ogni dono è sempre qualcosa che ci impegna per il suo sviluppo. I doni sono sempre talenti da investire e semi da far fruttificare, mai tesori da trattenere e nascondere.
Prima di tutto il dono/compito dell’ascolto. È il primo passo per entrare con verità nel ritmo del discernimento. Ascolto delle persone e ascolto dello Spirito che parla in loro e in noi. Ascolto empatico, capace di lasciarsi cambiare da ciò che ci tocca l’anima. La cartina al tornasole di un autentico ascolto è il mutamento del proprio punto di vista, una conversione del cuore. Un Padre sinodale – un delegato fraterno – nel suo intervento ci aveva augurato che l’ascolto dei giovani potesse provocare in noi ciò che la parola della donna di origine siro-fenicia aveva provocato in Gesù (cfr. Mc 7,24-30): un cambiamento di sguardo, una diversa posizione e una nuova decisione. È stato un bell’augurio, speriamo di farlo diventare nostro anche qui a Terrasini! D’altra parte – va detto – non è per niente facile entrare nel ritmo dell’ascolto, perché esso scardina alcune nostre sicurezze e convinzioni: è molto più facile restare al livello dell’udire (che rimane solo sul piano intellettuale) o del sentire (che ci tocca solo le emozioni), senza mai arrivare ad un autentico ascolto, che arriva ad una profondità esperienziale ed esistenziale integrali.
Il secondo è il dono/compito dell’annuncio. Il dono di accogliere la verità e il dono di dire la verità. I giovani vanno cercati nella loro sete di verità. Soprattutto oggi. Anche qui vi racconto un piccolo episodio sinodale. Un altro Padre sinodale, il superiore generale dei domenicani, padre Bruno Cadoré, un uomo di grande finezza intellettuale e spirituale, mi raccontava come tutti i giorni scendendo dalla Curia generalizia di santa Sabina sul colle Aventino per venire al Sinodo passava davanti alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove si trova la famosa “bocca della verità”. E mi diceva che ogni mattina c’era sempre fila, e in fila molti erano giovani. “Hanno sete di verità”, mi diceva, “e noi siamo chiamati ad incontrarli esattamente lì, nel loro desiderio di verità”. E ad annunciare loro la verità che è il Vangelo. In un mondo gremito di fake news e dominato dalla post-truth siamo chiamati a farci portatori del “grande annuncio a tutti i giovani” (cfr. Christus vivit, nn. 111-133).
Il terzo è il dono/compito dell’accompagnamento. È l’acquisizione della signorilità e della discrezione di Gesù, che sa camminare con noi, aprirci la mente e scaldarci il cuore, e poi ci dice di diventare adulti, di prendere coraggiosamente in mano la nostra vita. Un Padre sinodale diceva che a Emmaus Gesù ha il coraggio di “sparire nella missione della Chiesa”, di nascondersi in noi e di lasciare alla nostra libertà lo spazio della decisione e dell’azione. Grande azzardo di Dio e immensa responsabilità per ciascuno di noi! Abbiamo parlato molto al Sinodo della presenza e dell’iniziativa dei giovani nella Chiesa e nel mondo. Abbiamo sentito Padri sinodali che hanno denunciato una pastorale che non lascia spazio ai giovani, che più accompagnarli li sostituisce, più che liberarli li incatena, più che attivarli li rende innocui, più che vivificarli li mortifica. Gesù invece rianima, riattiva, riabilita la libertà. In questo senso «Gesù esercita pienamente la sua autorità: non vuole altro che il crescere del giovane, senza alcuna possessività, manipolazione e seduzione» (Documento finale, n. 71). L’autorità non è un potere direttivo, ma una forza generativa: chiediamo dunque di diventare come Eli, che offre a Samuele la sua esperienza di vita e poi si fa da parte con prontezza ed eleganza; di imparare da Giovanni Battista, che sa indicare ai suoi discepoli l’agnello di Dio e chiede loro di seguirlo, facendo lui per primo quello che chiede loro di fare.
Soprattutto chiediamo di imitare Gesù, che non è venuto per derubarci della nostra esistenza, ma per chiederci di prenderla in mano con entusiasmo e metterla a servizio degli altri con generosità. Perché Egli desidera che noi tutti, insieme con tutti i giovani, abbiamo la vita l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
Penso, per concludere questo momento introduttivo, che la corretta e profetica integrazione di queste tre dinamiche decisive della nostra missione con e per i giovani – ascolto, annuncio e accompagnamento – possa essere il frutto maturo di questa breve, intensa e promettente esperienza spirituale che abbiamo appena incominciato. Buon Convegno a tutti!

 

3P e NPG

PPP e NPG

 

Una sorpresa e una grande emozione

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui di seguito il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.

http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2270:npg-marzo-1982&catid=327:npg-annata-1982&Itemid=207

 


Forza e debolezza

dei giovani

Etty Hillesum

 giovaniEtty

Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti - e me ne sento la forza -, per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento?
Il prof. Bonger è morto...
Lui è indimenticabile per me...
Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'IJsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, professor Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto.
E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce; io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo l'IJsclub. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa.
E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere!
Bonger non è l'unico. È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo senz'altro un po' impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà; non si può vivere solo con le verità eterne: così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora qualcosa, e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.