Il voto a 16 anni
Una risposta adulta all'urlo dei giovani
d. Elio Cesari *
I drammatici disordini e i saccheggi che hanno recentemente scosso le piazze di Milano (e di altri capoluoghi d’Italia) hanno mostrato il volto inquietante e inascoltato di un disagio giovanile profondo. Le cronache e gli operatori sul campo rivelano che tra i protagonisti di quelle vie devastate vi erano ragazzi giovanissimi, dai 12 ai 15 anni, spinti non da appartenenze politiche o da motivazioni ideologiche, ma da un’ansia prestazionale, da uno stile predatorio e da una rabbia esplosiva e incontrollata. Confinare questi eventi a una mera questione securitaria o di mancata integrazione delle "seconde generazioni" sarebbe un errore miope: tra i fermati figurano affiancati figli di immigrati e giovani della "Milano bene".
Dalla «rabbia muta» delle piazze all'urlo di esistenza
Ci troviamo di fronte a una solitudine interiore trasversale e a un vuoto identitario in cui manca un orizzonte di senso e il futuro viene raccontato solo in chiave catastrofica. Quando il desiderio del cuore non trova le parole per essere espresso, degenera in una «rabbia muta». Quella vetrina infranta non è altro che l'ultimo, disperato urlo di chi cerca di dire al mondo adulto: «Io esisto, guardatemi!». Tuttavia, dietro questa irruenza priva di freni si cela un bisogno autentico e inespresso: la volontà incontrollata di incidere sulla realtà, di esprimere le proprie aspirazioni e di partecipare attivamente alla costruzione di una visione di futuro diversa per la cosa pubblica.
Ora, in una democrazia compiuta, il diritto di voto costituisce lo strumento fondamentale attraverso cui ciascun cittadino esercita la propria corresponsabilità per il bene comune e per la vita politica. Oggigiorno ci troviamo di fronte a un evidente paradosso istituzionale: mentre da un lato la scuola chiede ed eroga con crescente insistenza percorsi di educazione civica, formulando ai ragazzi richieste esplicite di maturità democratica, dall'altro nega a un giovane di 16 anni la possibilità di esprimersi nelle urne, come se mancasse del diritto (o dovere) primario dell’essere cittadino.
Garantire il diritto di voto a 16 anni significa dare seguito concreto all'orientamento espresso dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di fine anno. Il Presidente ha sottolineato con forza l'urgenza di porre le nuove generazioni nelle condizioni reali di partecipare alla vita pubblica, alla politica e alla cura del bene comune:
“Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.
La risposta del mondo adulto non può limitarsi a slogan o a ideali irrealizzabili: deve tradursi in una misura concreta, verificabile ed esigibile. Anche nel dibattito pubblico si è evidenziato come questa proposta rappresenti una scelta di assoluto senso e razionalità politica per il Paese. Sperimentare l'abbassamento dell'età elettorale a 16 anni a partire (magari ad experimentum, con una verifica seria successiva) dalle prossime consultazioni democratiche rappresenterebbe un atto di fiducia istituzionale in grado di rendere i giovani veramente corresponsabili e portatori di novità. Potrebbe essere uno spazio democratico e concreto in cui indirizzare la possibilità di pensare e costruire un futuro possibile migliore del presente, sentito come oppressivo e senza spazio.
Creare il "letto del fiume": la pedagogia di Don Bosco, il richiamo del Papa
Di fronte all'irruenza dei giovani, l'adulto rischia spesso di oscillare tra la cieca repressione securitaria e un giustificazionismo paternalista fondato sul refrain del "dover ascoltare i ragazzi". Il vero dramma risiede in una società segnata da «adulti che non sono contenti di essere adulti» (mons. Delpini), incapaci di testimoniare perché valga la pena crescere. I ragazzi cercano «adulti-veri» capaci di stare nella relazione con autorevolezza.
Il metodo educativo di San Giovanni Bosco insegna la necessità di passare dall'«adulto del fare» (che limita e punisce) all'«adulto dello stare». Don Bosco credeva fermamente che i ragazzi debbano essere resi protagonisti attivi e non meri destinatari passivi delle nostre azioni educative. Riconoscere e generare le condizioni perché questa intuizione si possa realizzare per davvero significa restituire ai ragazzi la dignità della scelta, rifiutando sia il determinismo che l'imposizione calata dall'alto. Dare ai sedicenni il diritto di voto significa offrire loro il "letto del fiume" entro cui far scorrere la forza e la passione delle loro aspirazioni: non dire loro a priori cosa debbano pensare, ma aiutarli a canalizzare le proprie energie interiori affinché si trasformino in costruzione e non in devastazione.
Nel panorama sociale contemporaneo si consuma la grande alternativa richiamata da Papa Leone XIV nell'Enciclica Magnifica Humanitas: quella tra la logica distruttiva di Babele e il cantiere operoso di Neemia. La violenza cieca e l'isolamento sono le macerie di una Babele moderna; la risposta, tuttavia, non risiede in interventi isolati, ma nella ricostruzione di una vera Alleanza Educativa.
Come il profeta Neemia ricostruì le mura della città invitando ciascuno a farsi carico del "proprio pezzo di muro", così oggi la politica, le famiglie, la scuola e la comunità cristiana sono chiamate a collaborare per offrire ai ragazzi uno spazio reale di protagonismo. Concedere il voto a 16 anni non è un regalo demagogico né una concessione ideologica, ma il compimento di questo "pezzo di muro" da parte delle istituzioni. Significa dire a ciascun giovane, con la forza della legge e della democrazia: “Puoi scegliere, puoi partecipare e puoi farti carico, insieme a noi, del bene di tutti”.
* Segretario Generale Cisi e vicedirettore NPG













































