green diary

Disponibile on line “The Green Diary” per attuare la conversione ecologica suggerita da Papa Francesco
Si chiama The Green Diary, un sito rivolto ai giovani e non solo, che vogliono raccogliere l'invito di Papa Francesco per un'ecologia integrale. Un vero e proprio diario, fatto di spunti di riflessione per meglio osservare, valutare ed agire. Ma anche un documento aperto che può essere arricchito dai contributi di ognuno, proprio come si scrive su un diario.
«“Il grido della terra e dei poveri non può più aspettare” sono le parole che cinque anni fa Papa Francesco ci consegnava nell’enciclica Laudato si’. Con questo “Diario” anche la Comunità Papa Giovanni XXIII intende fornire il suo contributo alla Chiesa, ed in particolare ai giovani, in cammino verso una nuova Ecologia Integrale». È il commento di Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità fondata da don Oreste Benzi.
Il tema dell’ecologia è approfondito tramite dieci parole chiave, ognuna delle quali è dettagliata in momenti di preghiera, spunti di lettura dalla Enciclica Laudato si', racconti di testimoni di oggi e di ieri della Comunità Papa Giovanni XXIII e semplici ed efficaci inviti all'azione ecologica. La Comunità di don Benzi è impegnata, insieme ad altri movimenti cattolici di tutto il mondo, per agire secondo le logiche di una ecologia integrale.
«Quest'anno non abbiamo potuto realizzare i campi di condivisione per i giovani. Erano occasioni di vita comune con i poveri nelle periferie del mondo in cui siamo presenti. E così è nato questo strumento on line. Una cassetta degli attrezzi per crescere nella consapevolezza ecologica, una mappa per i giovani, troppo spesso dimenticati, diventando preda del primo occupante» spiega Ramonda.
Visita thegreendiary.apg23.org

Una compassione

intelligente

XVII Domenica nell’anno A


Luciano Manicardi

In quel tempo, avendo udito della morte di Giovanni Battista,13Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini
Mt 14,13-21

La pericope evangelica della XVIII domenica del tempo Ordinario dell’annata A inizia con l’annotazione che Gesù parte su una barca e si ritira in disparte, in un luogo deserto, dopo aver appreso la notizia della morte di Giovanni Battista (cf. Mt 14,13). Come si era ritirato dopo aver saputo dell’arresto di Giovanni (Mt 4,12), ora, venuto a sapere della sua esecuzione capitale, analogamente si ritira, fa anacoresi. Il rapporto di Gesù con Giovanni è profondo anche nella distanza. È come se la presenza di Giovanni abitasse in Gesù: la notizia della sua morte provoca un’eco profonda in lui, una risonanza certamente di tipo affettivo, ma non solo. Immerso nel Giordano da Giovanni, Gesù ne è stato un seguace, e il loro incontro è stato un evento spirituale in cui l’uno ha riconosciuto la vocazione dell’altro ed entrambi si sono obbediti a vicenda pur di compiere il volere del Padre (cf. Mt 3,13-17). Ora, morto Giovanni, Gesù cerca la solitudine per prendere una distanza dall’evento dell’esecuzione del Battista e poter così leggere la propria responsabilità di fronte al vuoto lasciato da Giovanni. È come se la morte di Giovanni divenisse un messaggio per lui, un passaggio di testimone. Quando, vedendo le folle che lo avevano seguito sottraendolo di fatto alla solitudine che cercava, Gesù abdicherà al proposito di ritiro per prendersi cura di loro, lo farà anche assumendo la postura pastorale nei confronti di gente che, come specifica Marco nella sua redazione evangelica, “erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34) perché orfane del Battista. In ogni caso, noi abbiamo qui l’espressione di quella ricerca di solitudine e ritiro che ha caratterizzato la vita di Gesù (Mt 14,23; Mc 1,35.45; 6,31; Lc 5,16; Gv 11,54). Gesù non fugge di fronte al vuoto in cui consiste il lutto per la perdita dell’amico e maestro, non si stordisce, ma cercando la solitudine tenta di rendere eloquente per lui tale perdita. Gesù coltiva il vuoto della morte di Giovanni e così quella morte diventa generativa e produttrice di vita. Non a caso il racconto evangelico che inizia con la notizia della morte di Giovanni, si chiude con l’atto con cui Gesù dà vita alle folle curando i malati e dando loro da mangiare. E come la morte di Giovanni è stata elaborata da Gesù facendone un atto di responsabilità che l’ha impegnato nei confronti delle folle, così egli spingerà i suoi discepoli a un’analoga assunzione di responsabilità nei confronti della gente affamata dicendo loro: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).
La notizia della partenza di Gesù verso un luogo solitario si sparge e le folle, a piedi, seguono Gesù che invece si è spostato su una barca. Ci troviamo dunque nei dintorni del lago di Tiberiade. La “sequela” che le folle attuano di Gesù, in questo caso, contraddice l’intento di Gesù. E la contraddizione appare nella sua “violenza” quando veniamo a sapere, al termine del racconto, che quelle folle constavano di migliaia di persone (Mt 15,21). Gesù non cerca le folle, anzi, a volte, scoraggia le folle numerose che lo cercano e le mette in guardia (cf. Lc 14,25). Gesù non è certo incantato dal numero consistente di ascoltatori, ma non si sottrae nemmeno al loro grido, al loro bisogno, alla loro sete. Quando infatti scende dalla barca “prova compassione” per loro e accetta di “cambiare programma” mostrando duttilità e capacità di cogliere nella folla che lo distrae dal suo proposito di solitudine e silenzio, un appello da ascoltare e a cui obbedire. La solitudine e il ritiro sono un’esigenza per Gesù, ma egli non è così rigido da fare dei propri pur giusti e giustificati progetti una barriera che gli impedisca di ascoltare il bisogno degli altri. E a motivo della carità egli deroga dal suo progetto di ritiro. Anzi, provando compassione, sentendosi cioè sconvolto nelle viscere dalla visione delle folle che lo cercano mendicando la sua presenza, egli sente anche la loro sofferenza, entra in contatto con la loro mancanza e, mentre si prende cura di loro e fa loro il bene, fa certamente il bene anche a se stesso. Sofferente per la morte di Giovanni, Gesù è particolarmente disponibile e aperto a sentire la sofferenza delle folle, la loro mancanza, e ad agire di conseguenza. Nessun moto di fastidio e nessuna ribellione di fronte alle folle numerose, ma l’assunzione del dato di realtà per fare di quella contraddizione un’occasione per vivere l’obbedienza a Dio. Anche altrove Matteo riporta la compassione di Gesù per le folle (per esempio, in Mt 9,36) e questo movimento profondo dell’animo non va ridotto a un semplice sentimento, a un semplice sommovimento interiore, ma va colto anche nella sua forza cognitiva. La compassione è anche intelligenza dell’altro. Intelligenza che comporta almeno un giudizio che vede la grave situazione di bisogno dell’altro e una valutazione di innocenza, per cui l’altro non ha colpa della situazione penosa in cui si trova. Infine, la compassione comporta l’azione, l’intervenire in favore dell’altro. E Gesù, dice Matteo, cura i malati (Mt 14,14). Non si dice che li guarisce, ma che li cura e curare significa anzitutto “servire” e “onorare” una persona, averne sollecitudine, assumersi la responsabilità della loro persona, prendersene cura. E così passa la giornata e viene la sera (Mt 14,15).
Entrano ora in scena i discepoli che si rivolgono a Gesù con parole di realismo disimpegnato. Essi fanno presente a Gesù ciò che Gesù già certamente sapeva, ovvero che il luogo è solitario e l’ora è tarda e dunque occorre rimandare le folle affinché se ne vadano nei villaggi per acquistare cibo. La presenza di Gesù, maestro e guida, sembra deresponsabilizzarli: dicono a Gesù cosa deve fare nei confronti delle folle. Non si interrogano su ciò che eventualmente loro stessi possono fare, ma insieme (Mt 14,15: “i discepoli”, dunque tutti), come tutti quanti incapaci di autonomia e di iniziativa, si rivolgono a lui affinché faccia quel che vogliono loro. Ma la risposta di Gesù mostra che il suo pensare non coincide con il pensare dei discepoli. Ed è un pensare che li responsabilizza rinviandoli a loro stessi. “Non hanno bisogno di andarsene; date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14,16). Come altrove nei vangeli, l’obiezione dei discepoli si richiama a ragionevolezza, a buon senso, e si nutre di quella malcelata superiorità e condiscendenza che si ha nei confronti di chi non si rende conto della realtà. E diviene anche un mascherato rimprovero. Non è forse così quando i discepoli dicono a Gesù che, in mezzo alla calca, si è sentito toccato nelle sue vesti: “Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: ‘Chi mi ha toccato?’” (Mc 5,31). Qui l’obiezione verte sulla risibile quantità di cibo che i discepoli hanno a disposizione: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci” (Mt 14,17). E si potrebbe aggiungere: “Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?” (Mt 15,33). C’è un realismo che è mancanza di fede, che diventa un impedire al Signore di intervenire nella storia, che ostacola il novum che Dio può operare. In questo caso i discepoli è come se dicessero che la loro povertà, la pochezza a loro disposizione, è ciò che impedisce loro di adempiere la parola di Gesù. Chiediamoci: non è forse una tentazione che abita i cristiani quella di ritenere che la povertà, la mancanza di mezzi sia ciò che ostacola l’evangelizzazione, l’annuncio e la testimonianza del vangelo? Per Gesù è l’esatto contrario: la povertà è condizione necessaria dell’annuncio evangelico. Il vangelo impoverisce e spoglia chi se ne vuole fare testimone e servo. E solo così l’annuncio è fecondo.
E la via indicata di Gesù è quella della condivisione. Il poco, condiviso, diventa sufficiente per tutti. E Gesù imbandisce un banchetto, anzi il banchetto messianico. Tra i compiti del Messia vi è quello di assicurare il pane al popolo. Il re Davide, figura del Messia venturo, aveva distribuito una focaccia di pane per ciascuno dei membri del popolo d’Israele (2Sam 6,19). Gesù qui si manifesta come colui che realizza l’operare del Dio che “dà il cibo a ogni vivente” (lett. “il pane a ogni carne”: Sal 136,25), come il pastore che fa sedere sull’erba verde (Mt 14,19) il suo gregge e lo rifocilla e sostiene (cf. Sal 23). Il testo può certamente anche essere colto come prefigurazione del banchetto eucaristico (cf. Mt 14,19), tuttavia può essere utile terminare la riflessione ricordando che le parole di Gesù “Voi stessi date loro da mangiare” si rivolgono anche a noi oggi e diventano una spina nella carne che interpella le chiese di fronte alla tragedia della fame nel mondo. Le parole di papa Benedetto XVI conferiscono una dimensione politica e mondiale al comando che Gesù rivolse ai suoi discepoli: “La fame miete ancora moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai quali non è consentito … di sedersi alla mensa del ricco epulone. Dare da mangiare agli affamati (cf. Mt 25,35.37.42) è un imperativo etico per la chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e di condivisione del Signore Gesù. Inoltre, eliminare la fame nel mondo è divenuta, nell’era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta. La fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale” (Caritas in veritate 27). La prassi messianica di Gesù passa così nella realtà ecclesiale e diviene parola e azione profetica.

Dio è importante

nella tua vita?

Pew Research Center

Assisi

Qual è il rapporto tra credere in Dio e comportamento morale? E quanto sono importanti Dio e la preghiera nella vita delle persone? Il Pew Research Center nel 2019 ha posto queste domande a 38.426 persone in 34 paesi del mondo e ha pubblicato i risultati in un servizio del 20 luglio scorso. Il testo è stato tradotto da Antonio Dall’Osto.

La maggioranza nelle economie emergenti collega la fede in Dio e la moralità.
In 34 paesi, presenti nei sei continenti, una media del 45% afferma che è necessario credere in Dio per avere principi morali. Ma ci sono grandi variazioni regionali nelle risposte a questo interrogativo.
Le persone, nelle economie emergenti incluse in questo sondaggio, tendono ad essere più religiose e sono più propense a considerare la religione importante nella loro vita, e anche più inclini rispetto a coloro che vivono in economie avanzate ad affermare che la fede in Dio è necessaria per avere principi morali...

Qui la sintesi completa

toso

pp. 253 - € 17,00

Recensione di Stefano Zamagni

Chi si sentisse orfano di un libro di riflessione teologico-politica calato nella realtà di questo nostro tempo, scritto in modo esemplarmente chiaro e a tutti accessibile, non dovrebbe perdersi il nuovo saggio di Mario Toso, vescovo di Faenza-Modigliana, già Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Salesiana e Segretario del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace. Ecologia integrale, dopo il Coronavirus è un libro originale e propositivo. Originale per il taglio espositivo che l’Autore, come già in altri suoi lavori, è riuscito a confezionare: una combinazione, ben riuscita, di acume teologico, solida preparazione filosofico-politica, speciale attenzione e passione alle problematiche di una pastorale sociale calibrata sulla ecologia integrale. Propositivo perché questo scritto obbliga a rivedere non pochi dei luoghi comuni intorno a categorie quali quelle di democrazia, libertà, giustizia sociale, sostenibilità. E ciò non sulla base di elucubrazioni astratte, ma a partire – come vuole l’approccio del realismo storico fatto proprio dal Nostro – dai problemi reali che intrigano l’uomo di oggi: la crisi del welfare state; la scarsità crescente di beni relazionali; le minacce al principio democratico derivanti dalle nuove forme di nazionalismo e/o sovranismo; la insostenibilità del sentiero di crescita finora perseguito, soprattutto in Occidente; la testarda insistenza nel voler trattare i beni comuni – tale è l’ambiente – come se fossero beni privati o beni pubblici. Né poteva essere diversamente, stante l’accoglimento da parte dell’A. del principio teologico secondo cui è la conoscenza a fondare l’amore: l’amore che nasce dal bisogno è gracile; l’amore che nasce dalla conoscenza è sovrabbondante.
Dopo una lucida ed efficace (e perciò utilissima a fini pastorali) rilettura della Laudato sì, alla luce anche dell’ampio dibattito internazionale suscitato dalla pubblicazione nel 2015 di questo straordinario documento, Toso entra nel merito del suo tema, focalizzando l’attenzione sugli assi portanti della odierna questione ecologica. Primo, la Chiesa si prende cura non solo dell’essere umano, ma anche della natura: “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n.49). È in ciò il senso proprio dell’espressione “ecologia integrale”: questione sociale e questione ambientale sono come le due facce di una medesima medaglia e dunque non possono essere trattate disgiuntamente, come è stato fino a tempi recenti, quando antropocentrismo da un lato e ambientalismo estremo dall’altro si contendevano la palma del vincitore.
Secondo, la critica al nuovo paradigma tecnocratico che si è venuto imponendo sulla scia della rivoluzione digitale e alle forme di potere – soprattutto finanziario – che ne sono derivate, occupa un posto centrale in questo saggio. Toso non disconosce affatto i meriti e i vantaggi associati alla nuova traiettoria tecnologica, ma non accetta che questi possano, anche solo in parte, giustificare la rinuncia al principio noto come “human in command”. L’efficienza è bensì un valore, ma di certo non quello supremo. L’efficienza appartiene all’ordine dei mezzi, non a quello dei fini. Di qui l’insistenza del Nostro a guardarsi dai rischi, tutt’altro che virtuali, della “servitù digitale” verso cui ci stanno dirigendo le grandi corporation dell’high-tech.
Terzo, la stretta correlazione, ampiamente documentata, tra inquinamento e diffusione di virus quale l’attuale COVID-19 deve portarci a riflettere sul fatto – scrive Toso – che le epidemie affliggono la società attraverso le vulnerabilità che gli uomini creano per tramite delle loro relazioni con l’ambiente, con le altre specie e tra loro. Il coronavirus si è diffuso nella maniera di cui ora sappiamo perché esso ha trovato il suo fitting (adattamento) nel tipo di società che abbiamo costruito. I virus sono profughi della distruzione ambientale. Di qui l’invito accorato a mutare il modello di crescita fino ad ora adottato.
Quarto, la sostenibilità – un termine ormai inflazionato e dunque a rischio di perdita di valore – va assicurata rispetto a tutte e tre le sue dimensioni: ambientale, economica, culturale. Non solo, ma ciò deve avvenire in modo congiunto, cioè simultaneo. Il che non è affatto semplice. In particolare, la transizione economica che deve essere avviata non può riguardare solamente il passaggio dal modello di economia lineare a quello di economia circolare, ma anche il cambiamento radicale di quelle istituzioni economiche e finanziarie massimamente responsabili dell’aumento endemico delle disuguaglianze sociali. Del pari, la transizione culturale da favorire - avverte Toso - non può limitarsi alla sola denuncia del “meccanismo consumistico compulsivo e del vortice degli acquisti e delle spese superflue” (Laudato sì, n.203), ma deve spingersi fino all’affermazione di un nuovo stile di vita centrato sulla sobrietà. Donde la necessità di porre in atto misure e pratiche (di nudge) che favoriscano tale affermazione.
Il volume si chiude con un capitolo specificamente dedicato ad “Una nuova evangelizzazione del mondo agricolo-rurale”. Toso tocca qui un nervo gravemente scoperto. Poche settimane fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato il loro Sustainable Development Goals Report 2020. Vi si legge che solo quest’anno 70 milioni di esseri umani si collocheranno al di sotto della linea di povertà assoluta, un numero questo che andrà ad aggiungersi ai 750 milioni di persone che già soffrono la fame. La situazione è talmente preoccupante che il World Food Program sta predisponendo il più importante intervento mai realizzato finora. Ebbene, leggere con attenzione, alla luce di ciò, queste pagine finali del libro di Toso ci fa comprendere di quanta forza trasformatrice della realtà intorno a noi è capace il Pensiero Sociale Cristiano.
Il fatto della possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, cioè sul lato delle risorse. Quel che è necessario perché la possibilità abbia a realizzarsi è insistere sull’elemento della speranza, che per il cristiano non è mai utopia né il fatalismo di chi si affida alla sorte. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civile. È la speranza che sprona all’azione e alla intraprendenza, perché colui che è capace di sperare è anche colui che è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente.

Iperconnessi e vulnerabili

Paradossi e rischi della crescita virtuale

Alberto Pellai *

pexels photo 4545981

 

Molte ricerche hanno evidenziato che più di un quarto degli adolescenti ha accesso a Internet nella solitudine della propria camera da letto...

SOMMARIO
1. Nativi o natanti digitali?

2. Iperconnessi: i numeri di un fenomeno globale
3. La fatica di chi vuole perseguire un progetto educativo
4. Gli iperconnessi: cosa dice la ricerca
5 L’isolamento sociale: una generazione di potenziali Hikikomori
6. La conferma delle neuroscienze
7. Una nuova educazione digitale diventa necessaria
8. Esiste un’età limite al di sotto della quale evitare l’accesso alla vita online?

QUI IL LINK DEL PDF

* Dipartimento di Scienze Bio-medicheDipartimento di Scienze Bio-ediche dell’Università degli Studi di Milano

 

PUBBLICATO IL "QUADERNO GIOVANI"
DEL MOVIMENTO GIOVANILE SALESIANO

quaderno

pp. 96 - € 5,00


Proposta

educativo-pastorale

MGS

per il 2020-2021

Il Quaderno giovani, in conformità ad una tradizione ormai ben consolidata e fruttuosa, è il punto di riferimento per la proposta pastorale dell’anno in corso in tutti gli ambienti salesiani d’Italia.
“Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare” dice la donna vestita di luce al piccolo Giovanni Bosco nel sogno dei nove anni, di cui nel 2024 ricorrerà il bicentenario. Da qui prende avvio la proposta pastorale per l’anno 2020-21: essa ci invita ad essere “nel cuore del mondo” per esserne luce, sale e lievito.
Il presente quaderno è comporto di cinque capitoli: l’ispirazione nasce dal sogno dei nove anni, di cui si invita ad approfondire la dimensione spaziale dei luoghi; un secondo momento, biblico e teologico, cerca di andare in profondità rispetto all’ispirazione carismatica iniziale; il capitolo centrale è dedicato a comprendere l’identità cristiana secondo un approccio squisitamente vocazionale; il quarto capitolo mette a tema le modalità concrete per realizzare una “cittadinanza responsabile” oggi; infine vengono offerte al lettore alcuni “medaglioni di santità” da cui trarre ispirazione per un’azione efficace e profetica nel nostro tempo.
Il presente Quaderno giovani è un vivo e operativo, perché offre ad ogni lettore dei contenuti solidi in grado di interagire con il singolo e con il gruppo attraverso la richiesta di partecipazione personale al cammino indicato. Non siamo quindi davanti ad un “libro da leggere”, ma abbiamo tra le mani un “compagno di viaggio” che invita ogni giovane o adulto a crescere spiritualmente e ad ogni comunità educativa e pastorale a mettersi in discussione per potersi migliorare.
La configurazione, lo stile e la proposta del presente Quaderno giovani lo rendono prima di tutto adatto per i giovani, i quali sono chiamati a prendere sul serio la loro esistenza, conformandola a quella del Signore Gesù. Insieme con i giovani, uno strumento come questo è consigliato anche ad altre categorie di persone: prima di tutto agli animatori e agli educatori dei fanciulli, dei preadolescenti, degli adolescenti e dei giovani; ai membri che a diverso titolo appartengono alla famiglia salesiana (cooperatori, ex allievi e altri gruppi); agli insegnanti e formatori impegnati cristianamente nella loro missione. Questo quaderno può essere infine di giovamento ai salesiani di don Bosco, alle figlie di Maria Ausiliatrice e ai sacerdoti impegnati nell’ambito educativo per la loro formazione spirituale, pedagogica e pastorale.

♦ Indice e presentazione del “Quaderno giovani”

Capitolo 1 del “Quaderno giovani”

CEI

SERVIZIO NAZIONALE
PER LA PASTORALE GIOVANILE


Aperto per ferie /2


Dalle linee guida del Governo
alla progettazione nei territori

oratorioFe

Con condivisione e sostegno dei membri del FORUM ORATORI ITALIANI sono state inviate ai Vescovi diocesani e agli incaricati diocesani di pastorale giovanile le linee per un progetto che la Chiesa Italiana rilancia per il tempo estivo a favori dei ragazzi e dei giovani.
Con la raccomandazione di valutare le diverse possibilità nei vari territori, tenendo aperto il dialogo con le istituzioni ecclesiali e civili. con la somma attenzione ovviamente a prevenire o ridurre il rischio di contagio, ma anche di non rinunciare a una presenza educativa di vicinanza ai ragazzi e di sostegno ai genitori in questo inedito sfidante tempo.

Alcune particolari attenzioni:

«1. È l’occasione per attivare reti intraecclesiali ed extraecclesiali di lavoro e di comunione.
2. Noi non condividiamo più l’idea che l’oratorio sia quasi esclusivamente il luogo del tempo libero, dove le proposte formative sono costruite sul gioco e sulla socializzazione, al netto degli impegni di vita. L’oratorio è luogo di formazione alla vita, attraverso il protagonismo dei ragazzi che così imparano che cosa è la vita e in essa trovano anche la chiamata della fede.
Il collegamento con i percorsi scolastici, l’attenzione alla solidarietà e alla fragilità, il coinvolgimento delle famiglie in senso costruttivo, la realizzazione di progettualità in rete con i vari protagonisti dei servizi all’infanzia (soprattutto nello sport), l’attenzione all’integrazione religiosa e culturale devono entrare sempre di più nel percorso formativo degli oratori, aggiungendosi a quelli che già con successo si stanno vivendo.
3. Uno dei temi del percorso educativo e formativo di quest’anno è proprio la presa in carico dell’epidemia, perché i ragazzi imparino a conoscerla, ad affrontarla con responsabilità e con solidarietà. Imparare l’uso delle mascherine, il lavarsi le mani, l’accompagnare con l’amicizia chi si ammala, imparare una solidarietà di affetto e di vicinanza, accogliere chi è più fragile, capire il senso delle norme igienico-sanitarie con senso di responsabilità… tracciano un cammino educativo interessante per quest’estate, dove l’importante non è costringere i ragazzi a mettere in pratica queste norme, ma ad assumerne responsabilmente e volentieri il senso».

Tre i passaggi individuati e proposti:

- Fase 0: la formazione dei gruppi e degli animatori
- Fase 1: attività gestite via web
- Fase 2: se/quando sarà possibile uscire e ritrovarsi a piccoli gruppi

Informazioni:
CEI - Ufficio Giovani <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>
dove è anche possibile scaricare il pdf della proposta.

Il sito
- lo spot su youtube
- il sito di riferimento

3P e NPG

PPP e NPG 

Emozione e gioia

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.