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    La storia di Antonella e altri



    Gioia Quattrini

    (NPG 1994-01-44)


    Il vuoto ammiccava seducente alle gambe intorpidite di Antonella. Le imposte spalancate sul temporale. Aveva vent'anni e qualcosa di più, il canto di grandi affetti, il carisma di una intelligenza brillante e la ferma intenzione di morire. L'ultimo ricordo nella sua mente era quello di poco tempo prima, mentre, emozionata, sussurrava sciocche cose all'uomo che le aveva temprato il pensiero ed addolcito il cuore e che ora si imponeva, i capelli a posto in modo innaturale, pallido nel sorriso su quel maledetto cuscino rosso e senza scarpe.
    Una cosa era certa, nonostante più volte da allora la faglia del suo animo avesse rivelato la propria esistenza con improvvisi smottamenti, con la lacerazione dei legami più intensi, con il silenzio della solitudine, davanti alla sua morte, tutti avrebbero rivendicato per le proprie coscienze il privilegio della costernazione. Guardando le imposte spalancate si impose di accarezzare con il pensiero le cose che avevano brillato nel passato come gemme su velluto nero. Furono le risate avide di sole, l'aria della corsa fiera nei polmoni, i palpiti scomposti nella gola a tirarla via dal vuoto, per sempre. Aveva riconosciuto la voce che gridava nella sua mente, senza voler tacere: la passione per la vita.
    È questa la storia di uno dei dodici giovani che, ogni giorno, in Italia, intendono, tentano, riescono a togliersi la vita. Sulla carta ammicca una semplicità insidiosa. Non lasciamoci sedurre e non permettiamo che la vicenda assurga a paradigma. Non deve, non può essere considerata tale. L'onestà, l'umiltà intellettuale degli operatori nei centri psichiatrici - raro un rigurgito di sicumera scientifica - detta senza equivoci che, salvi alcuni segnali ricorrenti, ogni suicidio è il salto nel vuoto dopo una corsa a perdifiato cominciata in segreto e conclusasi all'improvviso, mai del tutto ricostruibile, unica e non paragonabile nei suoi meandri sotterranei a nessun'altra avvenuta o a venire. Il giovane che si uccide segna così la sconfitta per quanti lo hanno amato ed avuto in cura, in una lotta sofisticata e complessa, pure con qualche possibilità di riuscire.
    La gioventù è il momento della curiosità sorridente, del pensiero pieno di vigore nel gesto che crea, del progetto audace a sfidare la misura. Non vi sono dubbi, però: la tonicità dei muscoli, l'ossigeno nel sangue, la vividezza delle idee per dare alla realtà futura le sfumature dei nostri sogni, possono avere una sola generosa fonte: la famiglia. E lì dove figure di sostituzione devono intervenire a stemperare un vuoto di presenze, l'equilibrio e la fortezza rimangono gravemente compromesse e tutto è più difficile. Crescere nel cuore e nella mente e forgiare la propria esistenza risultano da sempre naturali attendimenti dell'uomo. Ma di ciò che avviene ad un essere umano, nulla è mai naturale poiché egli stesso con il suo pensiero mette in discussione il suo intimo e il mondo.
    Il XX secolo, il secolo delle comunicazioni di massa e del villaggio globale, ha dissolto, nel caos di messaggi generici, la delicatezza e la sacralità di quel dialogo intimo in cui il microcosmo familiare trova ogni volta la stagione del proprio
    rinnovamento. Accade così un atroce delitto dove a morire è l'audacia del progetto e l'onestà della fatica, il futuro sfiorato senza tremori, la capacità di gestire il terrore. Le cose, insomma, che si imparano a tavola con madre, padre, fratello e sorella: compiti ardui come affettare il pane appoggiando la pagnotta al petto.
    I giovani, in piedi ed immoti nella landa desolata dove costruire dovranno il proprio futuro, orbi della luce di cui solo le favole antiche possiedono la scintilla, senza formule magiche, senza spada forgiata dal fuoco, cadono in ginocchio con il cuore nella gola. Pavese dettava: «I mostri non muoiono. A morire è la paura che si ha di loro». Probabilmente nessuno lo aveva sussurrato ad Antonella nelle notti della sua infanzia, ferita dagli incubi e sfregiata per le lacrime.
    La paura - si sa - deforma l'immagine, inibisce la potenzialità, incalza il pensiero fino a farlo volare nella gabbia della mente come falena impazzita, tuttavia non smorza la tensione del vivere. La passione per la vita, che toglie la pace davanti al possesso che sfugge di un soffio, davanti all'assenza che si staglia ogni volta più lontana, davanti all'angoscia che invade e devasta, rivendica la libertà di negarsi: è il suicidio.
    In mare aperto, è il grido che riempie il silenzio delle sirene. La nobiltà e la grandezza del destino di ognuno è resistere al loro canto che seduce. Per questo non si può tollerarne il silenzio. Il terrore di quella melodia schiaffeggia a viso pieno, ma senza melodia non c'è destino. Nel silenzio si annulla un'esistenza, cui l'incapacità di osare ha furtato la dignità di farsi valore. Chi rimane: educatori, medici, genitori, amici, resi inefficaci da un equivoco terribile, da una latitanza inarginabile, da una distrazione pilotata e vile, espiano con terribili rimpianti la colpa di non essere stati in grado di.
    Così il giovane che si è ucciso trionfa, con la sua unica singolarità svelata infine dalla morte. Divenuto all'improvviso vasto come il mondo, si fa largo in noi la sensazione che avremmo dovuto dargli più spazio nella nostra vita. Più spazio, forse tutto lo spazio. Il giovane ottiene, così, con la propria scomparsa, ciò che con la presenza non sentiva di poter ottenere: l'affermazione di sé, l'annullamento della paura.
    Ci vogliono buoni maestri, maestri che la retorica non abbia intorpidito, che la demagogia non abbia reso tronfi. Ci vogliono mani grandi per abbassare le braccia a chi intende gettarsi nel vuoto come un angelo, trattenuto nei palmi dai chiodi di una croce invisibile. Buoni maestri che sappiano dare spazio ed attenzione al giovane confuso; gli spieghino come fare scandalo, come lacerare i veli dei pregiudizi, delle menzogne meschine di un certo mondo, non ancora smascherato. Che sia un sogno, di quelli da toccare, fatto ad occhi aperti, a guidare per costruire la propria vita e dare fisionomia a ciò che essa contiene.
    Si insegni che non vi è vuoto di colore o di suoni che faccia preferire una morte assoluta e definitiva. Che i giovani possano parlare dei loro travagli semplicemente, perché questi non sono tacche di debolezza sulla propria dignità. Che gli adulti parlino ai giovani di un futuro dove potrebbe essere possibile rifinire le traiettorie, mondare le fonti, spegnere le violenze, asciugare le lacrime, a condizione però che si sia tutti presenti, senza nessuna defezione.
    La parola lenisce i gangli infiammati, richiama all'esserci e all'agire in nome di un cammino che, con buone probabilità, non finirà mai per scovare la terra promessa. Ma è nel cammino e in niente altro la grande vittoria. Che i padri guidino lo sguardo dei propri figli verso le infinite invocazioni che giungono da ogni dove: dove la fame e le malattie falciano, dove le armi stroncano, dove la droga risucchia. Modifichiamo a nostra immagine la barbarie che ci circonda. In un habitat per niente favorevole alla civiltà, costruiamo il senso della vita contro la seduzione dell'oblio. Sono sfide alle quali nessuno di noi può sottrarsi. Sono il campo di prova per imparare soprattutto a sbagliare. Nessuno pretende la perfezione da nessuno.
    C'è un esercito di giusti che viene violato con puntualità terribile. L'immobilità dei corpi che restano, ad ogni battaglia, sul campo di guerra è maledetta da chi sopravvive ed incita a non fermarsi. Non è mai tempo di diserzioni.
    Non è tempo di aggiungersi al numero delle vittime.
    Vi è sempre, in un esercito, un vecchio soldato spossato, una madre sfinita, un bimbo oltraggiato che sognano di vederci spuntare all'orizzonte, circonfusi di quell'alone di luce che sola la carità dona senza privilegi. Chi di noi è disposto a non esserci?


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