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    «Un uomo ricco e il povero Lazzaro»



    Parabole giovani /8

    Roberto Seregni

    (NPG 2012-08-2)


    «Giusto, padre?»

    «Io non faccio del male a nessuno!», si difendeva così un papà di mezz’età dopo un incontro con un gruppo di genitori. Il tema della serata era stato pungente e, forse, si era sentito toccato sul vivo. Sì, è vero: non fare del male a nessuno è già un primo passo. Forse molti dei nostri problemi quotidiani sarebbero risolti se tutti cercassero di rispettare questa semplice norma di convivenza… C’è anche da dire, però, che spesso questa affermazione è tra le più sfruttate giustificazioni per non riconoscere il minimalismo e la superficialità di cui siamo imbevuti.
    Quanti (presunti) cristiani si giustificano così sulla soglia del confessionale: «Non ho ucciso nessuno, non bestemmio, non rubo… quindi sono a posto con la coscienza! Giusto, pa­dre?».
    Sbagliato, fratello!
    Ascolta cosa dice il Rabbì.

    Un ricco e Lazzaro

    In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.
    Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.
    E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si convertiranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi» (Luca 16,19-31)

    La parabola è costruita su un duplice contrasto: il povero e il ricco, durante la vita e dopo la morte.
    Il primo contrasto è abilmente descritto da Luca nella presentazione dei due protagonisti. Il ricco viene messo in scena senza nome ed è descritto in tutto il suo lusso e nella sovrabbondanza della ricchezza con sette minuziose annotazioni. L’ultima di queste, tradotta con l’avverbio «lautamente» (lampròs in greco), vuole decisamente calcare la mano, indicare il massimo possibile e scomoda un termine che troviamo solo qui in tutta la Bibbia![1]
    Dopo l’estrema ricchezza dell’innominato festaiolo, viene presentata l’estrema povertà di Lazzaro. Mentre il primo si riveste degli abiti più raffinati e banchetta lautamente, quest’ultimo è ricoperto di piaghe e spera di nutrirsi di qualche avanzo.
    Così commenta Gerard Rossè:
    «Lazzaro giaceva presso il portone della casa del ricco: questo è il posto del mendicante impotente, come la tavola è quello del ricco».[2]
    Mi piace sottolineare che Luca lascia il ricco nell’anonimato, mentre il povero è chiamato con il suo nome. Forse questa scelta vuole antipare il ribaltamento della seconda parte della parabola. Il nome Lazzaro, infatti, è il diminutivo greco del nome ebraico Eleazaro che significa «Dio aiuta, Dio soccorre».

    Il capovolgimento

    Nella seconda parte della parabola tutto è rovesciato: il ricco è nei tormenti e Lazzaro è in beata compagnia di Abramo. Il giudizio di Dio capovolge la situazione terrena e capovolge anche una certa mentalità in base alla quale la ricchezza terrena era segno del privilegio divino. Niente di tutto questo! Nella parabola emerge chiaramente che Dio è dalla parte dei poveri. Non si dice nulla dei meriti o delle virtù di Lazzaro semplicemente perché questo non interessa.
    Ciò che conta, invece, è sottolineare che Dio difende gli ultimi e prende la parte dei diseredati.
    Allo stesso modo non si dice nulla riguardo alla cattiveria del ricco. Egli non è condannato per le sue ricchezze o perché si è comportato da oppressore o da violento, ma perché ha vissuto da ricco ignorando il povero. Talmente preso dai suoi affari non si è accorto di chi aveva vicino e si è dimenticato di quelle virtù umane e spirituali che secondo Basilio di Cesarea sono caratteri distintivi del cristiano: la vigilanza e l’attenzione. Nella conclusione delle sue Regole morali troviamo scritto:
    «Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora, ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene».[3]
    Dello stesso parere è Isaia Anacoreta:
    «L’uomo non può allentare la vigilanza del cuore, finchè vi è respiro nelle sue narici».[4]
    Penso che il centro della parabola sia proprio questo: il ricco è condannato per la sua totale indifferenza e disattenzione.
    Il ricco e il povero sono vicini, vicinissimi, ma l’uno nemmeno si accorge dell’altro. Questo, lo ripeto, è il centro. Il ricco non è né cattivo, né violento, né oppressore verso il povero Lazzaro. Semplicemente non lo vede. Terribil­mente non si accorge di lui.
    Così commenta Michel Gourgous:
    «Il torto del ricco è quello dell’autosufficienza e della chiusura. Quest’uomo si è lasciato sedurre «dalla ricchezza e dai piaceri della vita», ostacoli che possono soffocare la Parola di Dio e impedirle di giungere a maturazione».[5]
    Questa chiusura è l’abisso che separa il ricco dal povero, valico incolmabile scavato dalla superficialità, dal minimalismo e dall’indifferenza dell’innominato godereccio.
    Questo è l’esito – per tornare alla provocazione iniziale – di chi si accontenta di non bestemmiare, non rubare, non uccidere, non… e non riesce ad alzare la testa per accorgersi di chi ha intorno. La bellezza della vita evangelica proposta dal Rabbì non si può ridurre a una serie di cose da non fare o rimpicciolire in una carrellata di divieti. La proposta di Gesù è un di più che allarga il cuore e non un di meno che mette al sicuro nella tana.
    La vita cristiana in compagnia del Risorto fa sperimentare la gustosa insicurezza del mare aperto, che è mille volte più affascinante dei porti ammuffiti nei quali spesso amiamo rintanarci. Questa è la vera conversione alla quale l’innominato festaiolo si è sempre sottratto.


    NOTE

    [1] Cf Michel Gourgues, Le parabole di Luca, dalla sorgente alla foce, Elledici, 1998, p. 168.
    [2] Gerard Rossè, Il Vangelo di Luca, commento esegetico e teologico, 1992, Città Nuova, p. 640.
    [3] Cf Basilio di Cesarea, Opere ascetiche, a cura di U. Neri. Utet, 1980, p. 209.
    [4] Isaia Anacoreta, La custodia della mente, 15
    [5] Michel Gourgues, Le parabole di Luca, dalla sorgente alla foce, Elledici, 1998, p. 183.


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