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    Il cristiano, «profeta» dell'oggi



    Tullo Goffi

    (NPG 1978-02-44)


    DIO SOLIDALE CON NOI

    Con una fantasia infantile talvolta immaginiamo come due scene grandiose: l'una in alto, ove Dio giace pienamente soddisfatto di se stesso e appagato entro la sua pace; l'altra costituita da un mondo inquieto, ove gli uomini si dibattono fra interminabili situazioni difficoltose. Sembra più logico pensare che lo stesso Iddio onnipotente è impegnato incessantemente nel completare la sua opera creativa, così da mostrarsi attivo per condurre l'universo umano entro la sua stessa vita trinitaria. Iddio Padre talmente ama e desidera questo esito finale, da aver inviato il Figlio ad incarnarsi fra noi. Non è stato un gesto divino isolato. Nella chiesa il Padre rinnova sacramentalmente il dono sacrificale del Figlio suo, al fine di far fiorire nel nostro io i germi di una nuova vita caritativa. Se questo è l'atteggiamento di Dio in Cristo verso dì noi, quale il nostro verso Dio? Di fatto constatiamo che gli uomini sono divisi in due grandi raggruppamenti. Gli uni raccolgono i loro pensieri e le loro preoccupazioni entro la figura del mondo presente: non ritengono che l'azione divina creativa possa offrire una novità futura. Osservando la presente realtà, negano che si possa immaginare un Dio che ci ami. Si sentono arbitri del destino proprio e del mondo: qualsiasi avvenire si disperde e si esaurisce fra i sentieri terrestri. È inutile supplicare un Essere supremo che constatiamo disattento e sconfitto fra le vicende terrene (cf. Sal 14,1-2; 53, 2-3).
    Esistono quelli che si chiamano credenti, non tanto perché solamente credono nell'esistenza di Dio, ma perché sanno scorgerlo presente nelle situazioni umane; perché sono certi che egli tramuta la nostra storia umana in salvifica per noi; perché ritengono che lo Spirito del Signore diffonde il divenire del morire-risorgere di Cristo alle singole anime ancor oggi; perché, nonostante ciò che ora accade, si sentono destinati alla pace gioiosa sconfinata; perché aderiscono alla Parola, la quale assicura che all'interno dei nostri sforzi e desideri va operando (in maniera a noi incontrollabile) l'amore di Dio nello Spirito di Cristo.

    VIVERE DI FEDE

    Uno è credente e vive di fede, quando ritiene che Dio nello Spirito di Cristo è presente nel mondo; ha un suo disegno salvifico da realizzare in mezzo agli uomini; è operante all'interno della storia umana; ha interessi solidali con noi nell'affrontare le nostre vicende quotidiane.
    Credenti erano i patriarchi, che nel loro intimo immaginavano Jahvè scendere sul vespro per discutere con loro su quanto dovevano fare per preparare degnamente la venuta del messia. Credente era la Vergine Maria, la quale «meditava in cuor suo» (Lc 2,18) tutto quanto accadeva in lei e attorno a lei alla luce della promessa divina sulla salvezza universale; credente era Gesù, che in ogni cosa e su ogni cosa stava in ascolto continuo del volere del Padre suo (Gv 4,34; 5,20; 6,38); credente è la comunità ecclesiale, che si offre qual vivente sacramento fiducioso sull'opera salvifica del Signore verso ogni generazione.
    Siccome Dio in Cristo, non solamente in passato, ma tuttora va operando la salvezza fra il popolo suo, sta il problema fondamentale della fede sul come saper discernere oggi la maniera con cui Dio si offre a noi; come collaborare al suo disegno salvifico attualmente in via di attuazione. Questo dovere è stato solennemente ribadito dal Concilio Vaticano II: «È dovere permanente di scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione si colga la salvezza ora in via di attuazione» (GS 4).
    Che cosa significa cogliere i segni dei tempi in modo autentico? Innanzitutto implica il saper badare alle situazioni o avvenimenti che accadono in noi, presso gli altri, nella vita pubblica o ecclesiale, nell'universo. Precisa il Concilio: «Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche» (GS 4). Successivamente, bisogna saper interrogare quanto accade, così da coglierne il suo recondito messaggio spirituale; è necessario individuarne l'insegnamento secondo il disegno divino, attuandolo in servizio alla salvezza comune. Il credente è l'eterno interrogante, per poter cogliere dalla realtà circostante le indicazioni dello Spirito su ciò che si deve fare; per uniformare su tali indicazioni la propria mentalità, i propri desideri, la propria attività (GS 4).
    Sapendo leggere il disegno salvifico, che Dio si propone e che intende palesare attraverso gli avvenimenti attuali, abbiamo poi la possibilità di operare in questi secondo uno spirito di fede, entro una prospettiva redentiva, assecondando il volere di Dio Padre, nell'ascolto dello Spirito di Cristo, in imitazione di quanto ha fatto il Signore. Il credente è colui che non si arresta alla materialità degli avvenimenti, non è il cronista della storia contemporanea; non si limita a quanto vede, ma va ai profondo delle cose; vi vuol leggere l'intenzione divina soggiacente a quella degli uomini; vuol indagare ove ci conduca il mondo presente al di là di quanto possiamo noi ora esperimentare; vuol intuire un legame al di sotto delle peripezie accadute nella storia degli uomini e tale legame gli suggerisce un certo disegno divino salvifico universale in Cristo. «La chiesa crede di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10).
    È soprattutto a questo compito di discernere ed ascoltare i segni dei tempi, che il Concilio ha inteso alludere, quando ha ricordato come ogni cristiano debba continuare in se stesso la missione profetica del Cristo «Cristo, il grande profeta (...) adempie la sua funzione profetica fino alla piena manifestazione della sua gloria (...) anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della grazia della parola, perché la forza del vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale» (LG 35).
    Il compito profetico di discernere i segni dei tempi è necessariamente comunitario: richiede una sua attualizzazione in maniera ecclesiale. Il Concilio stesso prescrive: i sacerdoti «siano pronti ad ascoltare i laici (...), in modo da poter assieme a loro riconoscere i segni dei tempi»
    (PO 9). Certamente non è opera facile. Vivendo noi nella storia ci riesce assai difficoltoso intuire quali siano i veri segni dei tempi. Talvolta si possono cogliere, come tali, talune situazioni negative, che non fanno che disorientare. Mentre può accadere che si percepiscano segni, che sono autentici, ma si cerca cordialmente di contrastare, perché si giudicano qual annunzio di possibile sconvolgimento deleterio profondo verso l'esistente ordine spirituale. Animi conservatori (ad esempio), proprio perché con chiarezza avvertono la portata rivoluzionaria di certi segni dei tempi, li avversano temendone la forza sconvolgente.

    ESSERE PROFETA OGGI

    Sul modo di cogliere i segni dei tempi e di armonizzare su essi la propria esistenza, esiste oggi un orientamento e una sensibilità assai nuovi e singolari. Quanto ieri era riconosciuto e valutato qual ammonimento di una presenza dello Spirito, può darsi che oggi susciti scarso interesse e nessun insegnamento; mentre aspetti ieri inosservati, possono risvegliare al presente forte commozione.
    Ieri si era attenti agli stati interiori d'animo dei singoli, per discernervi le indicazioni di una personale vocazione o i segni carismatici dello Spirito indicanti il cammino spirituale da percorrere. Come autentico uomo spirituale era comunemente riconosciuto l'abile direttore dell'anima. Oggi si è maggiormente preoccupati di cogliere lo Spirito operante nella storia socio-politico-ecclesiale; di discernere i suoi carismi in relazione ai doverosi comportamenti pubblici; di individuare le grazie del Signore su cui deve imperniarsi la vita comunitaria dell'assemblea ecclesiale. Si sta attenti soprattutto ai segni di movimenti di ordine pubblico.
    La cultura spirituale di ieri suggeriva di badare all'entità delle cose, al loro significato oggettivo indistruttibile, al fatto di costituirsi entro un determinato ordine ben stabilito. Su questa visione statica e metafisica si erano formati i grandi santi contemplativi. San Tommaso meditava su Dio, concepito come causa immobile di un universo tendente a costituirsi in un ordine definitivo anche sulla terra; san Francesco d'Assisi scorgeva nella beltà creata esistente il dispiegarsi della bontà provvidenziale di Dio.
    Il credente odierno indaga l'universo anche con l'aiuto delle scienze, le quali mostrano come tutto il creato è in divenire, come in esso affiorino anche situazioni provvisorie inappaganti, come tutto quanto esiste invoca di essere aiutato ad uscire dalla vanità presente. La fede integra questo sguardo insoddisfatto sul mondo, rendendo cosciente il credente di dover umanizzare tutto ciò che esiste; di adattare l'universo alla propria statura umana. Si devono cogliere i segni nel creato, non per contemplarvi una divina bontà provvidenziale, ma per saperlo convenientemente trasformare. La fede invita ogni uomo a sentirsi concreatore, a percepirsi interpellato dalla parola e dalla luce del Signore, a saper cogliere la volontà di Dio in Cristo badando alla realtà presente su cui si è chiamati ad intervenire, a stare in ascolto di quanto ispira lo Spirito durante il proprio impegno soffuso di fede, a mettere la propria opera come integrante quella divina.
    Il credente, nell'atto stesso che sente la propria missione piena di dignità, ha coscienza della propria povertà. Opera con fiducia sulle realtà presenti, ma rimanendo distanziato interiormente da esse, per potervi contemplare la possibile volontà di Dio, che invita a trasformarle. Il cristiano, che si lascia soggiogare dalla realtà in cui lavora, che rimane incantato sull'esito della sua attività, che si impegna fiducioso sulla propria abilità, dimentica forse che esiste lo Spirito, il quale pur opera nella storia umana e richiede che lo cerchiamo e l'amiamo in essa. Il credente è tutto dedito nel trasformare il mondo, ma stando in attenzione verso i segni indicatori che lo Spirito vi fa emergere a indirizzo dell'attività umana.

    TALUNI SEGNI DI TEMPI ODIERNI

    Interessa qui poter individuare qualche atteggiamento culturale odierno, che possa essere indicato come segno dei tempi. Già il Concilio Vaticano II ha presentato come segni dei tempi il rinnovamento liturgico (SC 43), il movimento ecumenico (UR 4), il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli (AA 14). Soprattutto il Concilio, nella costituzione Chiesa e mondo, ha dimostrato di saper essere attento ai segni dei tempi sparsi nella vita economico-sociale-politica.

    Vivere da adulto

    Nella cultura odierna si nota come aspirazione assai diffusa l'ambizione di essere considerato un adulto indipendente, capace di autodirigersi. Si sopporta malamente la constatazione di essere uno diretto da altri, di dover camminare entro prescrizioni protettive a modo di dande, di sentirsi giudicato un minorenne.
    Questa ambizione odierna di vivere da adulti, di essere legge a se stessi e agli altri, si esprime evangelicamente nell'intento di vivere come profeti nella comunità ecclesiale, di attuarsi nel volontariato di servizio sociale. Essere profeta significa essere capace da se stesso a cogliere l'ammonimento dello Spirito attraverso le situazioni sociali, a saper intuire il bene oggi conveniente al di sopra del costume comune, ad aver visioni circa quanto possa opportunamente essere compiuto al di là delle immaginazioni vissute dagli altri; ad individuare le indicazioni emergenti dal presente e manifestanti il progetto divino sul futuro.
    Profeta è colui che non si limita all'osservanza della legge e all'ossequio di ordinamenti pubblicamente sanciti, ma compie gesti gratuiti. Profeta è colui che è inventivo di nuovi aspetti di generosità evangelica verso i fratelli; colui che propone gesti caritativi oltre la condotta comunemente praticata. .È un compito questo particolarmente consono ai giovani, i quali percepiscono le esigenze nuove, si sentono conquisi dalle aspirazioni del momento, captano le forme spirituali dell'ora. Per il profeta il dovere non viene dettato dall'alto, non si coglie formulato nel codice, non si riduce a quanto è tradizionalmente ritenuto obbligatorio. Esso è generato dall'esperienza caritativa, che gli animi profetici creano con il proprio comportamento. Profeta è chi mostra agli altri i doveri esistenti al di là delle condotte praticate, al di là delle leggi esistenti, al di là dei criteri etici dominanti.
    L'atteggiamento profetico è richiesto anche nella vita ecclesiale. Il cristiano ideale non è chi è tutto ben strutturato entro le direttive canoniche; quegli che sogna un mondo tutto ben ordinato e stabilmente quieto. Anche se l'osservanza dei regolamenti è doverosa, non esaurisce la prospettiva evangelica. Nella vita missionaria ecclesiale profeta è colui che con la sua condotta svela nuovi imperativi pastorali; che attraverso il suo comportamento indica nuove vie caritative.

    Vivere nel servizio

    Un altro segno, assai appariscente nell'oggi, è la consapevolezza che si diventa adulti in proporzione che si sa vivere come dono ai fratelli: essere con l'altro e in suo servizio. Nell'adesione a questa prospettiva odierna, il credente prende come esemplare la vita di Gesù Cristo. La spiritualità antica parlava di fraternità o di comunione caritativa col prossimo, dato che Cristo è presente col suo Spirito in ogni uomo.
    Oggi, dato che sono dominanti il personalismo comunitario e una profonda solidarietà cosmica, si desidera cogliere in Cristo un'indicazione maggiormente espressiva di una nostra accoglienza degli altri. Gesù ha detto che quanto sí fa a un altro, anche il meno apprezzabile socialmente, è fatto a lui direttamente. Egli invita a sentirci come viventi nell'altro e curare i suoi interessi come se fossero nostri. Essere come il frammento eucaristico che si offre in cibo per sostentare i credenti; essere come la croce che ha realizzato la soddisfazione delle nostre mancanze da parte dell'innocente Gesù. E come Cristo vive diffuso con il suo Spirito in tutti gli uomini, anche noi dobbiamo affrontare come nostra la situazione di ogni popolo; dobbiamo saperci immedesimare e assumere le difficoltà che sono proprie di altre nazioni (GS 11). In questo spirito il cristiano, anche se si atteggiasse a contestatore, non mai si qualifica come giudice sulla comunità: vive semplicemente su se stesso la radicalità sconvolgente del vangelo per realizzare socialmente un'esperienza caritativa in favore dei fratelli.

    Responsabilità e laicità politica

    Un altro segno dei tempi odierni è la richiesta dei cristiani di poter vivere secondo le indicazioni di una laicità politica. Essi sognano una chiesa impegnata nel sociale, ma al modo di comunità il più possibile pneumatica, povera di ogni potere sociale o politico; una chiesa animatrice di attività socio-politiche, ma che non gestisce come proprietaria enti beneficiali, né si impone in modo legalistico sui costumi civici. I credenti vorrebbero poter scegliere fra i vari programmi offerti da uomini politici, e non già essere costretti ad aderire a un partito a motivo della fede, lasciando poi gestire ad esso il potere sociale. Il cristiano ambisce essere «come
    l'anima» all'interno di ogni possibile corrente politica; vuol sentirsi operante in qualsiasi movimento sociale, vivendovi secondo lo spirito della diaspora; chiede di essere abilitato a recare l'ispirazione evangelica all'interno di ogni corrente sindacale, sociale o politica (GS 72). La laicità politica secondo la fede deve essere vissuta come una testimonianza della signorìa dello Spirito di Cristo sul mondo: una signorìa che non si traduce in potere ecclesiastico. È provvidenziale che la gerarchia ecclesiastica debba essere costretta a vivere fra autonomie politiche e sociali, le quali l'aiutano a rendersi coscientemente critica verso proprie possibili intemperanze dominative.

    L'emancipazione femminile

    Si potrebbe ricordare come ulteriore segno dei tempi la attuale emancipazione femminile. Le donne credenti, nel contesto politico ed ecclesiale odierno, sono chiamate a suscitare un costume cristiano nuovo, a suggerire una loro presenza più qualificata nella comunità ecclesiale, a proclamare una enunciazione evangelica dei problemi femminili. Esse devono attuarsi nel movimento emancipativo femminile non tanto per un appagamento dei desideri personali, quanto per missione di politica ecclesiale nell'ascolto dello Spirito.

    Il ruolo profetico dei giovani

    L'odierna acculturazione della fede, realizzata attraverso l'ascolto dei segni dei tempi, è affidata soprattutto ai giovani. Essi hanno facilità nell'annunciare il nuovo; hanno la capacità di essere creativi di un costume più autenticamente evangelico; hanno la possibilità di attuarsi con gesti splendidi, che suscitano l'ammirazione pubblica. Pensando a loro, mi ricordo quando da ragazzo abitavo in campagna. Dopo il crudo inverno, venivamo visitati nei nostri ampi cortili dalle rondini. Recavano grande gioia, perché con il loro canto. ci annunciavano la primavera, che esplodeva in ogni angolo della terra. Si percepiva il senso della vita nuova che s'affacciava. Così i giovani sono chiamati ad annunciare la vita di fede acculturata nell'attualità dell'oggi: il loro annuncio deve essere accolto qual gradita proclamazione di una nuova primavera sociale ed ecclesiale.


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