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    La situazione demografica

    in Europa

    Un approccio antropologico

    Jean Laffitte

    Vorrei esprimere alcune osservazioni su questo fenomeno spesso descritto come un crash demografico. I vari specialisti che oggi parleranno su questo tema non mancheranno di dimostrare quanto la situazione sia preoccupante e di analizzarne gli effetti a medio e lungo termine. Personalmente mi propongo di ricordare alcuni dati statistici recenti per poter poi esaminare non solo le implicazioni sociali di questo crollo demografico, ma anche provare a dare alcuni principi di interpretazione.
    Prima di farlo, vorrei fare una premessa importante: il problema della demografia deve essere considerato come una questione ormai politica. In modo paradossale, la demografia mette in rilievo i limiti dell’azione politica, ma nel contempo non potrà mai essere affrontato senza l’aiuto del mondo politico. Trent’anni fa, quando si parlava di demografia, si esaminavano tutti gli aspetti sociali e umani del problema, in alcuni casi si evocavano delle situazioni locali problematiche. Per esempio mi ricordo che ai problemi demografici era sempre rimandata la questione della fame nel mondo e della ripartizione delle ricchezze. Spesso si attribuiva anche erroneamente la miseria presente in alcuni paesi ad una sovrappopolazione. Per fortuna ci sono stati vari specialisti a mostrare il pericolo metodologico di voler ragionare sulla base di dati globalizzati. Notiamo che questo approccio discutibile che consiste nel dire che le risorse mondiali non sarebbero sufficienti per una popolazione superiore a 10 o 12 miliardi di persone, è ancora presente in molte ideologie. Darei solo un esempio: nel mio Paese dove la situazione, pur essendo preoccupante, lo è molto meno che in altri Paesi, un uomo politico di cui non faccio il nome ha avanzato come proposta che lo Stato sopprima le allocazioni familiari per le famiglie al di là del primo figlio. Dietro una proposta di questo genere c’è una visione assurda delle ricchezze nazionali o mondiali come se fossero una torta da condividere; quindi, si tratterebbe di ridurre il numero di quelli che condividerebbero la torta. Ovviamente, i problemi non si pongono mai in questi termini semplicistici.

    Situazione demografica in Europa

    Vorrei limitare la nostra riflessione al continente europeo, dove assistiamo ad un vero crollo demografico. Esistono vari strumenti di misura della situazione dell’evoluzione della popolazione in una zona geografica determinata. Il mezzo fondamentale è, come sappiamo, il tasso di fertilità che rappresenta il numero dei figli che nascono da donne in età fertile. Un altro è la piramide delle età che consente di misurare una evoluzione a lungo termine.
    L’indice di fecondità quasi in tutti i paesi è sceso al di sotto di 2,0 figli per donna in età fertile. Il paese europeo col pericolo più forte di invecchiamento è la Slovenia: l’indice di fecondità è 1.2; il paese con minor pericolo di invecchiamento, invece, è l’Irlanda; il paese infatti ha raggiunto un tasso di fertilità di 2,0 negli ultimi anni.
    Insieme all’Irlanda sta la Francia, con un tasso di 1,97 nel 2008. tutti gli altri Paesi hanno un tasso che va da 1,9 a 1,25.
    Nei Paesi dell’Europa occidentale, esiste un contrasto tra i paesi del nord, tra i quali alcuni conoscono un certo miglioramento (Svezia) e i Paesi mediterranei dove la situazione è più preoccupante: Spagna, Italia, Grecia. In tali Paesi, osserviamo che la situazione cambia notevolmente da una regione all’altra. Questo significa che alcune province conoscono un livello di fertilità tale da far temere la propria scomparsa: nella provincia delle Asturie, c’era cinque anni fa un tasso di 0,70, quasi il tasso più basso del mondo e la stessa preoccupazione si potrebbe avere in Italia per le regioni della Liguria (1,0), della Lombardia o del Veneto (circa 1,05)
    Si sa che per rinnovare la popolazione ci vuole un tasso non inferiore a 2,1. Nessuno dei Paesi europei giunge a questo tasso. Invece se un tasso di 1,3 fosse mantenuto per due generazioni, i demografi concordano tutti nello stimare che una popolazione data, dopo 100 anni, crollerebbe a ¼ del suo livello attuale. Oggi in Europa la media non supera 1,5.
    Si deve notare che la maggiore parte di questi tassi anormalmente bassi sarebbe ancora più bassa se i Paesi europei non avessero conosciuto i flussi immigratori che osserviamo da circa 30 anni.
    È noto che le famiglie di immigrazione recente hanno più figli. È vero in Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda.
    L’Europa non si limita ai Paesi occidentali; tra tutti i Paesi che hanno raggiunto la comunità europea non osserviamo tassi migliori: la Slovenia e la Repubblica Ceca hanno rispettivamente 1,22 e 1,23. Paesi che erano fecondi conoscono la stessa tendenza: Polonia (1,23). Non ho qui l’intenzione di drammatizzare una situazione che di per sé è davvero molto preoccupante. Inoltre, è sempre rischioso avanzare delle prospettive per 50 o 100 anni, nella misura in cui possono sempre intervenire delle circostanze storiche che cambiano tutte le previsioni. Tuttavia, vorrei richiamare la vostra attenzione su due elementi: normalmente, le circostanze nuove che intervengono nella storia di un paese o di un continente non vanno nel senso positivo di un miglioramento (eccetto in tempi di durevole e alta crescita economica); invece, sono delle circostanze imprevedibili che alterano il corso normale della vita di un popolo: per esempio guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali. Nel passato, queste circostanze allarmanti si sono verificate regolarmente e la loro implicazione si può notare nei disegni delle piramidi di età. Concernente il continente europeo, si può osservare l’impatto delle guerre napoleoniche, la prima guerra mondiale, che fino ad adesso è stata la più importante relativamente alle sue conseguenze sulle popolazioni tedesca e francese. In altri continenti, lo stesso si potrebbe dire dell’impatto dei genocidi cambogiano sulla popolazione della Cambogia o della guerra nel Rwanda sulla popolazione di quel paese.
    La seconda osservazione è legata a questi accidenti della storia: si tratta del fatto che nel passato le tendenze ad un crollo demografico sono state limitate nel tempo. La prima guerra mondiale è durata 4 anni e si è osservato negli anni successivi una forma di baby boom; lo stesso si è visto dopo della seconda guerra mondiale in particolare nella Germania Federale dell’epoca, in Italia e in Francia.
    Il dato nuovo che segna, secondo me, l’importanza maggiore del tema discusso oggi è il fatto che il crollo demografico tocca i Paesi europei da ormai quasi 30 anni.
    I responsabili politici e civili non si sono interessati alla questione fino a 10 anni fa.
    Possiamo notare che la situazione demografica è entrata ormai nel campo politico.
    Per esempio, il parlamento europeo ha dedicato varie sedute di lavoro al tema e anche organizzato degli studi sulla sfida che rappresenta il venir meno di nuove generazioni; il Comitato su Occupazione e sugli Affari sociali ha emesso un progetto di Rapporto (Draft Report), cito: “on the demographic challenge and solidarity between generations (2010/2027 (INI)”.
    Vorrei terminare questo primo punto sui dati positivi del problema prendendo due esempi che, a livello del pianeta, sono molto preoccupanti e che non mancheranno di avere effetti anche sull’Europa. Il primo concerne la Russia. La Russia non solo ha un tasso di fertilità molto basso, stimato a 1,1, ma l’invecchiamento della popolazione e lo stato di salute precario di molti, con un tasso di mortalità elevato e una correlativa speranza di vita inferiore a quella che si costata altrove, implica che il Paese decresce in una proporzione di 900.000 all’anno. Una tale situazione a medio termine avrà conseguenze sull’equilibrio sociopolitico dell’Europa nel senso ampio della parola.
    L’altro esempio più lontano è quello della Cina. Come si sa, la Cina ha un po’ meno di un miliardo e 400 milioni di abitanti. Questo numero sembra a tutti enorme e pochi pensano a un altro aspetto dell’equilibrio demografico di quel paese. Da mezzo secolo, è stata portata avanti una politica molto severa di limitazione del numero dei figli a un singolo figlio per famiglia. Siccome in Cina, come in tutti i Paesi del mondo, c’è una speranza di vita che aumenta, avremo entro 20 anni la struttura seguente: 1/3 della popolazione avrà più di 60 anni, il che a livello costante del numero di cittadini rappresenterebbe 450 milioni di persone. La domanda che si porrà allora è: come farà la popolazione attiva, che si riduce sempre di più a motivo delle misure drastiche di riduzione del numero di figli, a sostenere, a curare questo immenso numero di persone della terza e quarta età. Sembra che i dirigenti l’abbiano capito e stiano per orientare diversamente la legislazione? A motivo della proporzione di questo Paese che è un vero continente, le misure che saranno prese in quel momento non mancheranno di avere straordinarie conseguenze sulle relazioni internazionali e sugli equilibri socio economici a livello planetario.
    Se consideriamo adesso l’evoluzione dagli anni 1960 fino agli anni 2050 secondo le diverse età, osserviamo che la proporzione delle persone sotto i 14 anni che era di 27,1 % nel 1960 è scesa nel 2004 a 16,3 % e prevedibilmente a 15,2% in questo anno 2010. Per 2050 si prevede una percentuale di 11,9 %. Nello stesso spazio di tempo, la percentuale delle persone sopra i 65 anni (età media della pensione in Europa) è passata dal 13,5 % nel 1960 a 23,8 % nel 2004 e a 25,5 % nel 2010; salirà a 34 % nel 2050. Per l’esattezza, di questi 34 %, la terza parte supererà gli 85 anni di età se si integra ragionevolmente la probabile conferma dell’aumento della speranza di vita.
    Quindi, avremo un aumento continuo della terza e della quarta età. Segnaliamo anche che si incomincia a parlare oggi anche della quinta età per indicare quelli che giungeranno all’età di 100 anni (150000 persone nel 2050 solo per la Francia) hanno sotto i 14 età lavorativa over 65 1960: 27.1%; 59.4% 13.5% 2004: 16.3% 59.9% 23.8% 2010: 15.2% 59.3% 25.5% 2050: 11.9% 54.1% 34.0% (di cui 1/3 sugli 85 anni). Osserviamo che durante questi 90 anni (dal 1960 a 2050), non cambia la proporzione delle persone in età lavorativa (59,4% nel 60, 54,1 % nel 2050 con le misure intermedie: 59,9 % nel 2004 e nel 2010), l’unica fascia di età che interessa i politici nella misura in cui definisce il capitale umano produttivo e anche quello che maggiormente paga le quote per le pensioni. Vedremo più avanti ciò che nasconde questa stabilità numerica del corpo sociale lavorativo.
    Una altra misura riguarda la ripartizione delle famiglie secondo il numero dei figli. Se non dovesse cambiare il tasso di fertilità rimanendo per l’insieme del continente a 1,5 figli, avremmo il quadro seguente: famiglie senza figli 41% famiglie con un solo figlio 27% famiglie con due figli 24% famiglie con tre figli 6% famiglie con più di tre figli 2% (di cui famiglie con 1 solo genitore oltre 35%). L’unica osservazione che si può fare è il fatto che allora solo 8 % delle famiglie avrebbe un numero di figli superiore a ciò che esige il rinnovamento della popolazione.

    Cause, effetti e significato antropologico del crollo demografico

    Le cause di questo crollo verranno certamente approfondite nel corso dei vari interventi. Nel tempo concessomi desidero concentrarmi su tre serie di cause: -La prima causa riguarda il cambiamento totale della ripartizione della popolazione all’interno dei tre settori primario, secondario e terziario. Mentre l’Europa del 1945, dopo la guerra, era ancora in modo predominante rurale, l’industrializzazione dell’agricoltura ha favorito un esodo rurale in direzione dei centri urbani. La possibilità di accogliere un grande numero di figli è diminuita notevolmente.
    - Questa constatazione non va limitata ad una misura materiale. Non sono cambiate solo le condizioni per poter nutrire una famiglia importante, l’esodo rurale ha avuto anche come effetto di cambiare gli standards di vita e le stesse aspettative nei confronti della famiglia: studi prolungati, assenza del desiderio dei figli di riprendere la proprietà familiare, sorgere di nuovi abiti, modi di vivere e desideri riguardo al mondo lavorativo e all’eventuale carriera personale. In questo campo, l’unica domanda che rimane senza risposta è questa: perché ciò che la rivoluzione industriale non era riuscita a fare e cioè far sparire il mondo rurale, è diventata una realtà nel tempo post industriale? Se la situazione davvero è tale da far perdere a un numero crescente di europei ogni contatto con la natura nell’ambito della propria attività professionale, significa che intervengono altri fattori qualitativi
    - Tra le cause di natura qualitativa riveste un’importanza particolare il fatto che allo scarso numero di figli si aggiunge la conseguenza di una speranza di vita sempre in crescita: l’invecchiamento della popolazione. Non solo mancano i figli, ma manca anche lo spirito giovane con i suoi dinamismi di intraprendenza, di fondazione di una nuova famiglia, di sguardo verso il futuro, insomma tutti dinamismi che contribuiscono a far sviluppare una nazione orientandola verso l’avvenire.
    Un paese con una maggioranza di persone anziane sarà sempre meno creativo e quindi meno capace di attraversare le tribolazioni che necessariamente capitano nel succedersi delle generazioni.
    Darei solo due piccoli esempi che sono rivelatori di un cambiamento antropologico. Il primo esempio è l’interesse diventato quasi ossessivo che le persone, inclusi i giovani, hanno per i problemi di salute. Questo si manifesta, da una parte con lo straordinario consumo di medicine di ogni forma in tutti i Paesi europei, e dall’altra parte con il fatto che questioni etiche delicate, per esempio riguardanti la fine della vita naturale e la cura offerta alle persone anziane, suscitano un interesse sempre maggiore tra i giovani. A livello antropologico, esiste una globalizzazione delle preoccupazioni, nel senso che i problemi di tutti riguardano tutti, anche quando non c’è un motivo concreto personale immediato di fermarsi su di essi.
    Un altro piccolo esempio recente, preso dall’attualità politica del mio paese, è interessante da meditare. C’è stata una riforma delle pensioni, che ha suscitato movimenti sociali e reazioni sindacali. Tutto questo è estremamente banale. La cosa meno banale è il fatto che decine di migliaia di studenti e di giovani hanno partecipato a questo movimento di protesta contro la legge.
    Al di là dei fenomeni classici di contagio sociale, la domanda che qui sorge è questa: come è possibile che un giovane, il quale non ha iniziato ancora a lavorare, ha normalmente davanti a sé un tempo di 40 anni di attività professionale e non è neppure sicuro di trovare facilmente un posto di lavoro, possa manifestare su un tema che riguarda le pensioni, cioè riguardante il tempo dopo del lavoro professionale? Secondo me, c’è sfortunatamente solo una spiegazione: che questi giovani in verità sono vecchi nella loro mente e nella loro visione della vita. La pensione diventa una forma di eldorado sognato per il futuro e, per poterne godere, si deve subire tutta una vita professionale. Questa ultima non è psicologicamente integrata nello sviluppo personale. Ritengo che a livello antropologico, questo dato sia stato una cosa inaudita, molto rivelatrice di un clima di perdita di ogni entusiasmo e di invecchiamento psicologico di una società.
    - La terza causa non è politicamente corretta. Infatti, non è mai segnalata nei termini in cui vorrei esprimerla adesso: si tratta del venir meno di milioni di persone in Europa a motivo delle leggi che hanno fatto dell’aborto un diritto. Questo è avvenuto in pochi anni; quando studiavo Scienze politiche, seguivo con attenzione e interesse i dibattiti che animavano la società e i mass media; nel momento del dibattito del parlamento francese della legge Veil, mi ricordo che l’argomento che era stato sollevato allora dai deputati a favore dell’aborto, era quello di depenalizzare l’atto dell’aborto, a motivo –dicevano- dell’ingiustizia della legge precedente che colpiva le donne più povere. Si aggiungeva che le donne più benestanti che desideravano abortire non avevano nessun problema per farlo all’estero. Si diceva anche che con una nuova legge sarebbero diminuiti gli aborti clandestini, si stimava il loro numero infatti a 175.000. La legge di depenalizzazione dell’aborto fu votata. Pochi anni dopo, non si parlava più di depenalizzazione per descrivere la legge Veil, ma si usò il termine liberalizzazione dell’aborto. Ancora pochi anni e si parlò del diritto all’aborto, diritto che diventò diritto della donna, occultando così la responsabilità del partner uomo. Ancora pochi anni e si parlò del diritto della donna a disporre del proprio corpo, occultando questa volta l’esistenza del corpo dell’embrione. Questo richiamo del processo storico della legge sull’aborto ha per scopo di far risalire un effetto importante di questa rivoluzione etica sulla demografia. Se cito adesso i dati della situazione francese è perché il ragionamento può essere esteso a tutti i paesi europei che hanno liberalizzato l’aborto. Il ragionamento è questo: la legge non ha diminuito il numero degli aborti: due anni fa questo numero di aborti legali ammontava infatti a 210.000. Molti specialisti aggiungono che non sono spariti pertanto gli aborti clandestini, difficili da contabilizzare, ma presenti sempre di più nella popolazione degli adolescenti. Se consideriamo globalmente la cifra di 210.000 aborti ogni anno, si arriva in 10 anni più di due milioni di cittadini mancanti, in 20 anni a più di 4 milioni, in 30 anni di sei milioni e in 35 anni, tempo che ci separa dalla legge, più di 7 milioni. Questi esseri non nati rappresentano già il 13 % dell’attuale popolazione francese. Questo calcolo tuttavia non tiene ancora conto del fatto che negli ultimi 15 anni la maggior parte di loro, diventata adulta, avrebbe potuto avere uno o due figli. Quindi, si arriva senza rischio di sbagliare o di esagerare a stimare ad un numero di esseri mancanti che dovrebbe situarsi oggi tra 9 e 9,5 milioni di persone solo per la Francia. Ciascuno può estrapolare nei vari paesi ciò che manca oggi alla popolazione e farsi un’idea di ciò che sarebbe l’Europa oggi, se non ci fosse stata nella maggioranza dei paesi questa legge mortifera e suicida.
    A livello strettamente politico, quindi, a prescindere da ogni considerazione morale, se si vuole coerentemente affrontare il problema demografico odierno, non si può non farsi la domanda dell’opportunità di tornare indietro e di rimettere in questione una legge diventata un vero tabù nei paesi europei e nelle istituzioni europee. Inutile dire che un responsabile politico che oggi farebbe una tale proposta sarebbe immediatamente marginalizzato. Infatti, nessuno ha mai inserito questa proposta nel suo programma politico.
    Le conseguenze della pratica dell’aborto in una società non sono solo riducibili a un venir meno di milioni di nascite. Influisce sui comportamenti e sulla visione che le nuove generazioni hanno della vita umana e più specificamente dell’esercizio della facoltà sessuale. L’eventuale gravidanza è desiderata solo in pochi momenti della vita degli sposi o delle persone che coabitano. In altri momenti della vita, ci sono sempre delle circostanze che non la fanno desiderare, in modo tale che l’uso paradigmatico della sessualità oggi è une sessualità contraccettiva; il rapporto deve essere “protetto” quando c’è la prospettiva di una gravidanza, la quale diventa un “rischio” o una “minaccia”. Colui che si è abituato a vivere la propria sessualità in questo clima non è più in grado di intravedere la bellezza della venuta all’esistenza di una nuova vita umana, di desiderarla più di ogni altra cosa, di meravigliarsi del fatto che l’amore che sta vivendo possa aver una tale fecondità. A livello antropologico, il rapporto amoroso si riduce spesso al binomio dei partner che perdono di vista la dimensione trascendente della venuta di un figlio. Un aspetto di questa realtà è il fatto che le coppie che vivono insieme e non decidono di sposarsi, non preparano il quadro ideale nel quale potrebbero accogliere dei figli. Il numero dei bambini che nascono fuori dal matrimonio è sempre crescente e in alcune nazioni arriva a superare oggi il 50% delle nascite. Nascono altre priorità: laddove la donna studia o lavora, l’età del matrimonio o della nascita del primo figlio è di molto differita. L’età media del matrimonio oggi è di 29 anni per le donne in Europa dell’ovest.
    Tutti questi fattori che hanno cambiato la concezione della vita coniugale e familiare hanno contribuito ad accentuare la tendenza demografica attuale.
    La maternità e la paternità certamente godono ancora di una certa stima a livello culturale, ma esse sono considerate dalle giovani generazioni una scelta di vita tra altre e non la strada normale per realizzarsi come uomo e come donna.

    False e giuste risposte al problema

    Si sta delineando una società meno abituata ai bambini; le politiche familiari sono poco efficaci nella misura in cui equiparano ogni forma di convivenza ad una famiglia. In questo modo gli aiuti familiari e di assistenza non privilegiano la cellula stabile del matrimonio che contribuisce direttamente alla salvaguardia del bene comune: la famiglia, come si sa, esercita varie funzioni che non pesano direttamente sulle spalle del corpo sociale. Assumono da sole i primi anni del figlio, poi lo educano e lo preparano in modo naturale e progressivo a integrare la società, prima con gli studi, poi con il lavoro professionale. Inoltre, la famiglia favorisce l’interscambio tra le generazioni, cura e accudisce le persone anziane che non hanno bisogno di cure intensive, infine offrono ai figli il quadro più sicuro in cui possono svilupparsi. Lo sviluppo delle famiglie con un solo figlio non offrono all’unico figlio l’esperienza primordiale della fratellanza. La fratellanza è preziosa perché offre ai bambini la prima esperienza di socializzazione sulla base di una uguaglianza di diritti.
    Un giovane a casa deve tenere conto degli altri, della loro libertà. Lo fa naturalmente perché, in una famiglia stabile, tutti sono teoricamente sottomessi all’autorità naturale dei genitori insieme. Quando le coppie sono separate e poi ricomposte, difficilmente il figlio può crescere nel desiderio e nella capacità affettiva di fondare un giorno una famiglia stabile e di avere più figli.
    La questione demografica raramente è analizzata nella sue varie dimensioni. Il modo comune con il quale i responsabili civili rispondono a questa sfida è la venuta di altre popolazioni attraverso l’aumento dell’immigrazione. Alcuni paesi dicono che è necessario favorire l’immigrazione per affrontare la decrescita della popolazione.
    Vedono in questa circostanza una soluzione per rispondere alle esigenze economiche di manodopera. Gli immigrati in Europa vengono dai paesi magrebini (Francia, Spagna, Belgio), dall’Africa nera (Francia) dalla Turchia (Germania), dai paesi balcanici (Italia), dal Pakistan e dall’India (Inghilterra). Molti accettano di fare dei lavori che non vogliono più fare gli europei. A sostegno di questa opzione per la soluzione dell’immigrazione, si argomenta spesso che tutte le civiltà europee sono già il frutto storico di vari incontri di etnie, popolazioni, culture diverse. L’argomento vale solo parzialmente. In realtà, ciò che è stato nel passato il risultato di lunghe evoluzioni, si presenta oggi in modo molto accelerato e massiccio. Pochi osano porre la domanda di sapere se una determinata cultura possa assumere in così poco tempo (30 anni per la Francia, 20 anni per l’Italia) un tale flusso migratorio. La questione è rischiata perché si deve evitare ogni ideologizzazione del problema, ma vale la pena di essere posta. Citerò solo il caso dell’Italia riferendomi all’annuario statistico 2009 della Caritas (XIX Rapporto). Scrive il testo, p 89: Al 31.12.2007 la popolazione residente complessiva ammontava a 59.619,290 persone, di cui 3.432.651 con cittadinanza straniera (5,8% del totale). Considerato che al 31.12.2002 (prima dato Istat ufficiale) la popolazione straniera era di 1.549.373 persone (2,7% del totale), si può facilmente constatare che in cinque anni era più che raddoppiata sia in termini assoluti che relativi. Poi, il rapporto dettaglia le differenze tra le varie regioni d’Italia.
    Non entro nel dettaglio. Una tale evoluzione è spettacolare; è legittimo chiedersi se è gestibile in termini di integrazione armoniosa a una tale cadenza e in tali proporzioni
    In verità, nessuna cultura è capace di integrare cambiamenti così importanti in termini umani, economici e sociali. Per quanto riguarda l’esempio appena menzionato, si deve ricordare che, per definizione, le cifre indicate non tengono conto del numero di immigrati clandestini, di cui sappiamo che 10 anni fa, nel momento in cui c’è stato la decisione di offrire ai clandestini una possibilità di regolarizzazione, ha dato luogo a delle valutazioni che si sono poi dimostrate false nella proporzione di 1 a 12 ! Si aspettava un numero di clandestini di 12000 a 15000 che si sarebbero presentati entro 10 giorni per vedere la loro situazione regolarizzata. Si sono presentati 180000 ! Per concludere, non si può ridurre le risposte alla situazione demografica con un semplice appello all’immigrazione in vista di mantenere a un certo livello il Prodotto Interiore Lordo e quindi di evitare di cambiare il modo di vivere e di gestire le ricchezze dei nostri paesi. Fino ad oggi, l’immigrazione è stata l’unica proposta da parte dei responsabili della vita civile. Invece, una tale situazione esige una rivoluzione dei costumi e specialmente un cambiamento culturale e morale profondo in materia di rispetto alla vita e di aiuto alle famiglie numerose: una valorizzazione economica delle funzioni che una madre di famiglia compie quando educa i figli; lo sviluppo di strutture sanitarie di prossimità a destinazione degli anziani. Occorre trovare la strada affinché chi sceglie di fondare una famiglia non rimanga penalizzato sul piano economico, sociale e della carriera personale.
    Le riforme di società attualmente promosse non vanno in questa direzione. Senza dubbio, numerose legislazioni stanno modellando un nuovo stile di vita e condizionando il futuro della società (unioni di fatto, riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso, promozione dell’ideologia del gender, sessualità contraccettiva come modo ordinario di vivere i rapporti uomo-donna, promozione di ogni forma di fecondazione artificiale, abbandono delle persone anziane che sono meno e meno presenti nella cellula famigliare, in modo tale che diventano un mondo totalmente estraneo a quello dei giovani e infine, pratiche e sviluppo di leggi a favore dell’eutanasia.
    Come si può capire stiamo davanti a una questione che non è più solo sociale o politica ma che è diventata una questione di ordine spirituale. Aggiungiamo che, nel campo della natalità, ogni cambiamento decisivo, di massima dimensione, necessita una generazione per diventare effettivo (ci vuole una generazione, 20 0 25 anni perché un neonato possa contribuire efficacemente all’equilibrio economico del suo paese). Diventa necessaria quindi una sensibilizzazione globale su questo tema che non lasci nell’ombra tutte le questioni evocate e si indirizzi a tutti: responsabili politici a livello nazionale e internazionale, associazioni, giovani, imprenditori (si sa che il calo della natalità contribuisce fortemente al calo della crescita economica, E.Gotti Tedeschi, Meeting Rimini 2010), intellettuali, giuristi, religiosi, i leader di opinione.
    La Chiesa sostiene che la crescita demografica non è incompatibile con uno sviluppo ordinato (Sollecitudo Rei Socialis, 25), che è, anzi, necessario. Già Paolo VI, nella Populorum Progressio (1967), scriveva che nell’ambito del problema demografico i diritti della famiglia vanno rispettati. Di quali diritti si parla? Del diritto a vivere con dignità, del diritto alla procreazione e all’educazione, ad essere rispettati come persone e nelle decisioni intime di procreare o non, a decidere il numero dei figli, a ricevere l’aiuto reale e il sostegno della società. Quando queste riflessioni non si compiono, si viene ad instaurare una logica di violenza, di profitto, di ingiustizia, di potere e di guerra, e quindi, aggiungiamo noi di un venir meno della vita umana.
    Giovanni Paolo II, nelle sue encicliche sociali (Sollicitudo Rei Socialis e Centesimus Annus), è stato molto attento al tema della popolazione; ha sempre mostrato l’intimo rapporto tra l’etica personale e l’etica sociale (Familiaris Consortio, e ulteriormente la Lettera alle Famiglie, l’Evangelium Vitae e la Carta dei Diritti della Famiglia.
    Se le società europee decidono di affrontare la questione della demografia, lo dovranno fare coinvolgendo in primo luogo l’istituzione familiare. Benedetto XVI recentemente, ne fa un esplicito riferimento nella sua ultima Enciclica Caritas in Veritate, dove auspica un autentico progresso sociale che rispetti le leggi umane guidate dall’amore divino e tese alla trasmissione della vita. [1]


    NOTA

    [1] Cf., Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, nº 28. “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”.



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    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi