L'ultimo passo di Etty.
Verso il silenzio di Auschwitz
Una vita che si consuma nell'incertezza della storia
Esiste una soglia oltre la quale la storia smette di parlare e comincia il silenzio. Quella soglia, per Etty Hillesum, ha il nome di una banchina ferroviaria alle porte di Auschwitz, raggiunta all'alba del 9 settembre 1943 dopo due giorni e due notti di viaggio in un vagone merci sovraffollato. Da quel momento in poi, nessuna testimonianza, nessun documento, nessuna voce amica ci restituisce il suo volto.
Cosa accadde realmente a Etty nei minuti immediatamente successivi all'apertura delle porte del convoglio? In quale direzione si mossero i suoi passi – verso le baracche del campo, o verso i camion che portavano direttamente alle camere a gas? E soprattutto: quella donna che aveva attraversato gli anni della persecuzione mantenendo intatta una straordinaria libertà interiore, quel «viziato animaletto culturale» capace di scrivere pagine di abissale profondità spirituale nel bel mezzo dell'orrore, riuscì a portare con sé, anche negli ultimi momenti, quella pace che aveva coltivato con tanta cura?
Sono domande che non trovano risposta definitiva. Ma questo non le rende meno necessarie. Anzi: proprio nell'incertezza che le avvolge risiede forse la loro più autentica verità storica e umana.
Il treno partito cantando
Etty Hillesum era salita su quel treno con una dignità che aveva stupito i presenti. Era partita da Westerbork il 7 settembre 1943, e con lei viaggiavano i genitori Riva e Louis e il fratello Mischa. Nello zaino aveva riposto con cura ciò che riteneva essenziale: il maglione di lana ricevuto in dono, una canottiera di ricambio, e soprattutto i diari, le piccole bibbie, la grammatica russa e le opere di Tolstoj. Aveva deliberatamente rinunciato alle fotografie dei propri cari, perché aveva deciso di appendere quei volti «alle ampie pareti» del suo mondo interiore. Anche in questo piccolo gesto c'era tutta Etty: la certezza che la vita dello spirito fosse l'unica a non poterle essere confiscata.
Quando il treno si fermò nella Judenrampe – la rampa degli ebrei, un binario secondario della stazione di Oświęcim, a circa ottocento metri dall'ingresso del campo – era ancora buio. L'ordine gracchiato dagli altoparlanti fu immediato e perentorio: lasciare i bagagli. Con quello zaino, Etty lasciava sulla banchina l'ultima parte di sé che aveva ancora una forma concreta: i diari degli ultimi mesi, l'intera cronaca scritta di Westerbork, il viaggio. Quelle pagine sarebbero state bruciate di lì a poco nei forni crematori. I nazisti trattavano ogni testo scritto come potenzialmente sovversivo.
Lo zaino di Etty Hillesum fu bruciato. Ma lei era ancora in piedi.
La banchina: un teatro dell'arbitrio
Judith Koelemeijer, autrice di una poderosa e documentatissima biografia appena pubblicata da Adelphi, ricostruisce con scrupolo filologico e profonda umanità le dinamiche di quello smistamento sulla banchina. E ciò che emerge con forza dalle fonti – testimonianze di sopravvissuti, archivi della Croce Rossa olandese, documenti del NIOD (Istituto per la storia della guerra) – è una verità tanto semplice quanto agghiacciante: la selezione era in larga misura arbitraria.
Il Reichssicherheitshauptamt, l'Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, stabiliva prima dell'arrivo di ogni convoglio quante persone dovevano essere gassate immediatamente e quante potevano essere ammesse al campo per il lavoro forzato. Agli uomini delle SS spettava il compito di raggiungere all'incirca quella cifra. La modalità concreta di selezione era tutto sommato irrilevante per il sistema.
In teoria, le giovani in forze venivano destinate al lavoro forzato, mentre anziani, malati e madri con bambini non avevano scampo. In pratica, le eccezioni erano numerosissime. Gretha Bonewit-Kaufman, che viaggiava sullo stesso treno di Etty, si salvò perché una guardia delle SS le chiese se il bambino nel gruppo fosse suo: quando lei rispose di no, l'uomo le disse semplicemente «vai subito dall'altra parte». Quegli stessi tre secondi di dialogo, con risposta diversa, avrebbero significato la morte immediata.
Il medico Elie Aron Cohen, arrivato ad Auschwitz una settimana dopo Etty, ricordò che «molti giovani persero la vita invano» perché non vollero separarsi dalla madre, dalla zia, da un familiare. I tedeschi, del resto, alimentavano deliberatamente questa «autoselezione»: facevano credere che chi non saliva sui camion avrebbe dovuto camminare per trenta, forse cento chilometri. Il risultato fu, come ricordò il giovane padre Philip Wegloop, una vera e propria «lotta per salire sui camion». Quella stessa fila di autocarri conduceva direttamente alle camere a gas.
Sul convoglio del 7 settembre 1943 viaggiavano 987 persone. Secondo i criteri della Croce Rossa olandese – meno di quarantun anni, senza figli – almeno centoquaranta donne rispondevano sulla carta ai requisiti per il lavoro forzato. Ma soltanto centocinque di loro ricevettero una matricola. Trentacinque donne non furono mai registrate: con ogni probabilità furono uccise il giorno stesso dell'arrivo.
Due scenari, un'unica certezza: la fine
La Koelemeijer prospetta con correttezza storica e rispetto umano i due scenari possibili per Etty.
Il primo scenario è quello in cui Etty, stremata dal viaggio, fisicamente non robusta – e già debilitata dai mesi a Westerbork, dove era svenuta più volte – abbia accolto di buon grado la possibilità di salire su uno degli autocarri. L'idea di una lunga marcia, dopo quasi tre giorni senza dormire né mangiare, poteva sembrare insostenibile. In questo caso, Etty sarebbe morta per asfissia il 9 settembre stesso, nella camera a gas di uno dei quattro crematori di Auschwitz-Birkenau, quei bassi edifici in mattoni rossi con i comignoli insolitamente larghi, celati ai margini del campo tra una foresta di betulle, costruiti per garantire la massima efficienza nello sterminio.
Il secondo scenario – statisticamente più probabile, dato che le probabilità erano tre a uno a favore dell'ingresso nel campo – è quello in cui Etty avanzò nella colonna delle donne selezionate per il lavoro forzato, percorrendo a piedi su strada sterrata il breve tratto fino ai cancelli di Birkenau. In questo caso avrebbe vissuto le settimane della quarantena, la rasatura dei capelli castani ricci, il tatuaggio della matricola sull'avambraccio sinistro, le notti compresse come sardine nelle brande a tre livelli del Blocco 7, il fetore permanente proveniente dai crematori, la zuppa di cavolo annacquata, il fango senza fondo.
Poi, con ogni probabilità, una nuova selezione: un medico del campo a giudicare chi era ancora idonea al lavoro forzato e chi no. Le donne «scartate» venivano rinchiuse nel Blocco 25, la cosiddetta «Baracca della morte», senza cibo né acqua, finché non venivano caricate nude e urlanti su un autocarro. Avevano capito, ormai, dove stavano andando.
In questo secondo scenario, la data di morte del 30 novembre 1943 attribuitale dalla Croce Rossa sarebbe la data limite entro cui le condizioni del campo avrebbero comunque spezzato una donna nelle sue condizioni fisiche. Su quel treno, ricorda Koelemeijer, sopravvissero soltanto sei persone: tre uomini e tre donne, tutte e tre riuscite a conquistarsi una posizione privilegiata – come musicista nella banda del campo, come infermiera, come impiegata della fureria. Per tutti gli altri, la fine fu questione di settimane.
Una famiglia dispersa nel nulla
Intorno a Etty, la sua famiglia scompare nella stessa nebbia. I genitori Riva e Louis – sessantadue e sessantatré anni – furono con ogni probabilità destinati alla camera a gas già sulla banchina, il 9 settembre 1943. La data di morte loro attribuita è il 10 settembre.
Il destino di Mischa, il fratello pianista amato con tenerezza quasi materna da Etty, rimase a lungo avvolto nell'incertezza. Schizofrenico, fragile, incapace di separarsi dai genitori, è difficile immaginare che abbia attraversato la banchina del caos senza crollare psicologicamente. Secondo le ricostruzioni della Croce Rossa, avrebbe fatto parte del gruppo di uomini olandesi trasferiti il 6 ottobre 1943 nel ghetto di Varsavia per rimuovere le macerie: un lavoro massacrante, in condizioni atroci, da cui sopravvissero soltanto venticinque persone su milleduecento. Ma che Mischa, già provato dalla malattia mentale, sia davvero arrivato a Varsavia rimane tutto da dimostrare.
Il terzo fratello, Jaap, medico, resistette molto più a lungo. Deportato a Bergen-Belsen nel febbraio 1944, morì il 17 aprile 1945 – una settimana prima che i russi liberassero il treno su cui era stato caricato durante la disperata evacuazione del campo. Era sopravvissuto quasi fino alla fine. È sepolto lungo una tratta ferroviaria nella Germania orientale, in un punto descritto con precisione burocratica negli atti della Croce Rossa: «trecento metri prima del ponte ferroviario nella località di Schipkau, a sud dei binari, a circa trenta metri da uno scambio».
Tutta la famiglia Hillesum è scomparsa. Di loro non è rimasto, come di centinaia di migliaia di altri, nemmeno un nome su un foglio di carta.
Il silenzio del poeta
Etty aveva scritto, nei mesi di Westerbork, che in un campo doveva pur esserci un poeta. E si era augurata di poter essere lei quella voce: vivere la vita del campo e saperla cantare.
Le prime cose che ad Auschwitz le tolsero furono carta e penna.
C'è una crudeltà supplementare, quasi simbolica, in questo dettaglio. Non bastava privare Etty della libertà, della famiglia, del corpo. Bisognava anche toglierle la parola. E tuttavia – ed è questo il paradosso che la sua storia continua a interrogarci – qualcosa sopravvisse. Non nei diari bruciati, non nelle pagine perdute degli ultimi mesi. Ma nelle lettere e nei diari che aveva già affidato agli amici prima della deportazione, e che nel 1981 furono pubblicati in Olanda, suscitando un'eco che si è diffusa nel mondo intero.
Etty non divenne il poeta di Auschwitz. Ma divenne qualcosa di più duraturo: la voce di chi, nell'abisso più profondo della storia del Novecento, scelse di non cedere all'odio.
Come lei stessa aveva scritto: «Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo spiegare agli altri, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov'essa si è interrotta».
Qualcun altro lo ha fatto. E continua a farlo.
FONTE: Judith Koelemeijer, Etty Hillesum. Il racconto della sua vita, Adelphi 2025
















































