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    Don Elia Comini, testimone della carità


    Sintesi di un articolo di Ludovica Maria Zanet

    (NPG 2026-04-..)

    Nel giubileo della speranza, la Chiesa ha contemplato don Elia Comini come pellegrino fiducioso nell'amore di Dio. Ora, preparando la sua beatificazione a Bologna il 27 settembre 2026, lo riconosciamo soprattutto come colui che ha amato fino alla fine. La carità, insegna il dossier “Segni del suo amore”, non è anzitutto un'azione, ma una dedizione di sé. E don Elia l'ha vissuta come pochi.
    Estate 1944. Sull'Appennino bolognese, tra rastrellamenti e stragi, un giovane sacerdote salesiano di trentaquattro anni cammina con una gamba ferita, appoggiandosi a un bastone. È tornato a Salvaro per aiutare la mamma anziana e affiancare il parroco, monsignor Fidenzio Mellini, stanco e provato. Ma sa che non sarà una vacanza. Lo sapeva già quando, a Treviglio, un confratello gli aveva detto scherzando: «Il tuo viaggio potrebbe essere senza ritorno». Don Elia aveva risposto: «Ti lascerò i miei libri». Poi non l'hanno più visto. Non cercò riparo. Non volle nascondersi. Scelse di restare.
    In quei giorni chi poteva fuggiva verso la pianura. La mamma di don Elia, preoccupata, lo esortava a mettersi in salvo. Ma lui rispondeva con dolcezza ferma: «Se io vado via, chi si prende cura di tutti questi? Il mio posto è qui». Non era incoscienza. Era la logica del pastore che non abbandona il gregge quando vede avvicinarsi il lupo. Aveva scritto da giovane: «Il Signore mi chieda quello che vuole, purché io faccia sempre la sua volontà». E ora quella volontà era chiara: restare.

    La carità come scelta di campo
    Carità, per don Elia, non fu mai un sentimento. Fu una decisione. Lo testimoniano le sue parole, scritte nel Diario spirituale quand'era ancora giovane chierico. A diciassette anni annota: «Persiste sempre in me il pensiero che debba morire! – Chissà?! Facciamo come il servo fedele: sempre preparato all'appello». Non è fatalismo, è consapevolezza. E ancora: «Signore, preparami ad essere il meno indegno per essere vittima accetta» (1929); «vorrei essere una vittima d'olocausto» (1931). All'indomani dell'ordinazione: «[A Gesù] ho domandato la morte piuttosto che venir meno alla vocazione sacerdotale e all'amore eroico per le anime» (1935). Non sono parole retoriche. Sono il programma di una vita che si offre.
    Don Elia sa che l'amore cristiano non si improvvisa. Si prepara. E lui si è preparato per anni: negli studi classici all'Università di Milano – dove si laurea con una tesi sul De resurrectione carnis di Tertulliano, meditando le parole «resurget igitur caro» come canto di vittoria –, nella vita salesiana vissuta con semplicità, nell'educazione dei ragazzi, nel far da “chioccia” che raduna i pulcini per custodirli e rallegrarli. Come don Bosco.

    Mediatore in terra di nessuno
    Quando arriva a Salvaro alla fine di giugno 1944, don Elia non trova una canonica tranquilla. Vi sono accolti decine di sfollati. Cinque suore, un parroco anziano, e presto anche un giovane sacerdote dehoniano, padre Martino Capelli, con cui condivide fraternità e rischio.
    Nei mesi seguenti, don Elia fa cose apparentemente piccole, ma decisive. Media con i soldati tedeschi perché lascino liberi alcuni ambienti. Ottiene cibo per gli sfollati. Canticchia per calmare i bambini. Racconta episodi della vita di don Bosco. Ai partigiani della “Stella Rossa” dice: «Ragazzi, guardate quel che fate, perché rovinate la popolazione…». Lo ascoltano. Rispettano quel prete che non si schiera con le armi, ma con il Vangelo. La carità di don Elia non è ingenua. Sa che ci si può sporcare le mani. Sa che per salvare qualcuno a volte bisogna mettersi in mezzo. «Dobbiamo amare anche questi Tedeschi che ci vengono a disturbare», aveva detto. «Amava tutti senza preferenza», testimoniano.
    Un episodio lo conferma. Un soldato tedesco, stanco e affamato, bussò alla canonica chiedendo da mangiare. Alcuni sfollati si spaventarono. Don Elia invece lo fece sedere, gli offrì un piatto caldo e gli parlò pacatamente in tedesco, chiedendogli notizie della sua famiglia lontana. Il soldato mangiò, ringraziò e se ne andò senza fare male a nessuno. «Forse anche lui ha una madre che prega per lui», spiegò don Elia ai presenti. «La carità non chiede la tessera del partito».

    L'ultima Messa, l'ultimo nascondiglio
    Il 29 settembre 1944, festa dei Santi Arcangeli, l'incubo diventa realtà. Le SS del 16° Battaglione della Divisione “Reichsführer-SS” – le stesse di Sant'Anna di Stazzema – risalgono verso la Creda per fare strage. Don Elia celebra la Messa. Poco dopo, un uomo insanguinato bussa: «Aiuto, stanno uccidendo tutti».
    Don Elia non esita. Con lucidità estrema, nasconde una sessantina di uomini in un locale attiguo alla sagrestia, spingendo contro la porta un vecchio armadio. Un gesto semplice, quasi grottesco – l'armadio lascia intravedere la soglia –, ma è l'unica barriera possibile. Poi, ancora in paramenti sacri, fa recitare ai presenti l'atto di dolore. Affida alle donne e alle suore la custodia di quegli uomini. Rovescia i ruoli: in tempo di guerra, sono le donne a proteggere. Un testimone racconta: «Fu allora che Don Elia, proprio lui, ebbe l'idea di nascondere gli uomini a fianco della sacrestia, mettendo poi un armadio davanti alla porta. L'idea fu di Don Elia; ma tutti erano contrari al fatto che fosse Don Elia a compiere quel lavoro… L'ha voluto lui».

    «Pregate per me, ho una missione»
    Poi accade l'impensabile. Don Elia prende la pisside con le ostie consacrate e l'olio degli infermi. Si volta verso i presenti. Suor Alberta Taccini ricorda: «ancora quel volto! era talmente pallido, che sembrava uno già morto». E don Elia dice: «Pregate, pregate per me, perché ho una missione da compiere». «Pregate per me, non lasciatemi solo!». «Noi siamo sacerdoti e dobbiamo andare e dobbiamo fare il nostro dovere». «Andiamo a portare il Signore ai nostri fratelli».
    Le donne provano a trattenere lui e padre Martino. Lidia Macchi lo afferra per la tonaca. Un'altra lo abbraccia: «Non andate! Non andate!». Ma don Elia è irremovibile. Massimina Zappoli gli si aggrappa disperata: «Noi resteremo in balia di noi stessi». Lui risponde che sì, la loro situazione è grave, «ma c'è chi sta peggio di noi ed è da questi che noi dovevamo andare». Non c'è eroismo di facciata. C'è la consapevolezza di chi sa che andare incontro alle SS significa quasi certamente morire. Ma c'è anche la fede che la carità non calcola il rischio. Come disse un testimone: «Se fosse stato una persona normale […] si sarebbe nascosto anche lui, dietro l'armadio, come tutti gli altri». Invece don Elia e padre Martino escono.
    Sul portone, per un attimo, don Elia si voltò. Guardò le donne, i bambini, il vecchio armadio che chiudeva male la porta. Sorrise. Poi fece un cenno con la mano, come per benedire o per salutare. Chi era lì non se lo scorderà più: quel sorriso in mezzo all'orrore, come una piccola Pasqua prima del venerdì santo. Suor Alberta racconterà: «Non abbiamo mai saputo se fosse un addio o un “ci vedremo presto”. Ma in quel sorriso c'era tutta la sua vita».

    La passione e il dono
    Non arriveranno mai alla Creda. Vengono catturati lungo il cammino. Spogliati delle stole, dell'olio santo, della pisside. Del Signore che portavano non resta traccia. Li costringono a trasportare munizioni su e giù per il monte, carichi e curvi, «con la schiena che li portava quasi con il naso a terra». Li umiliano. Li interrogano. Ma non li spezzano. Nella casa dove sono rinchiusi, don Elia continua a intercedere per tutti. Un ragazzo, provato dall'orrore, si addormenta sulle sue ginocchia. Don Elia riceve il Breviario – a lui tanto caro – e lo tiene stretto.
    La sera del 1° ottobre 1944, viene giudicato inabile al lavoro – lui, giovane di trentaquattro anni – e inserito nel gruppo di anziani e malati da eliminare. Alla Canapiera di Pioppe di Salvaro, di fronte all'invaso del fiume Reno, don Elia trasforma l'ultima marcia in una preghiera corale. Intona le Litanie. Tiene il Breviario aperto. Un soldato glielo strappa violentemente dalle mani, e il libro cade nell'acqua. Poi aprono il fuoco. Don Elia, ancora, fa scudo con il proprio corpo a un altro condannato. E grida: «Pietà». Padre Martino, ferito a morte, si solleva tra i corpi e traccia il segno della croce. «Perdono», dice. Poi le bombe a mano. Poi, nei giorni seguenti, le piogge e la corrente del Reno portano via tutto. Dei loro corpi non resta nulla. «Consummatum est» – è compiuto – aveva scritto Tertulliano. Don Elia, che aveva studiato quelle parole, le ha vissute.

    Dalla speranza alla carità: un unico movimento
    Lo scorso anno, nel Giubileo della speranza, abbiamo riconosciuto in don Elia il pellegrino che non smette di fidarsi. «Speriamo tutto nella grazia di Dio e nella protezione della Madonna», scriveva al fratello nell'estate del 1944. E ancora, pochi giorni prima di morire: «27 luglio: mi trovo proprio nel mezzo della guerra. Ho nostalgia dei miei confratelli e della mia casa di Treviglio; se potessi, tornerei domani». Ma non torna. Resta. Per amore. Oggi, mentre lo prepariamo a essere beato, possiamo vederlo con chiarezza: la sua speranza non era un sentimento vago, ma il volto della carità che non abbandona nessuno. Come scrive papa Francesco, la Deus caritas est di Benedetto XVI trova il suo compimento: l'amore è la via maestra della fede. Don Elia ha percorso quella via fino in fondo.

    «Ci vedremo in Paradiso»
    Prima di essere condotto alla morte, un testimone lo vide affacciato: «Vada a Bologna, dal Cardinale, e gli dica dove ci troviamo». Poi, mentre i soldati lo spingevano via, don Elia lo salutò: «Ci vedremo in paradiso!». Il testimone gridò: «No, no, non dica questo». E lui, mesto e rassegnato: «Ci vedremo in Paradiso». Con e come don Bosco, che ai suoi ragazzi diceva: «Vi aspetto tutti in Paradiso».
    Il 27 settembre 2026, a Bologna, don Elia Comini sarà proclamato beato. Non sarà un premio per il coraggio o per la morte eroica. Sarà il riconoscimento che la carità – quella che si dona senza calcolo, che diventa scelta di vita fin da giovani, che si traduce in gesti concreti e ultimi, fino a fare scudo con il proprio corpo – è il sigillo dell'amore di Dio. Don Elia non ci ha lasciato reliquie del corpo. Il Reno se le è portate via. Ma ci ha lasciato qualcosa di più prezioso: la testimonianza che la carità non è un'idea, ma una persona che si dona. E quella persona, per don Elia, si chiamava Gesù. E per noi, da oggi, si chiama anche don Elia Comini, testimone della carità.



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