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    « [...] Il mondo sarà salvato

    dalla bellezza»

    Sergio Givone



    La parola più enigmatica che il principe Myškin osi pronunciare rimbalza, come capovolta nella sua perfetta antifrasi, sulla bocca d'un sosia crudele e tormentoso di Myškin, il giovane nichilista Ippolit. «È vero, principe, che una volta diceste che il mondo sarà salvato dalla bellezza?» [1]. Tanto basta – sulla base del fondamentale procedimento dostoevskiano che consiste nello sdoppiare sistematicamente il pensiero, nel riprodurre in negativo qualsiasi positività data, nel mettere alla prova una ipotesi dandone una versione parodistica e procedendo e contrario – perché quella parola suoni, subito, come la parola di un idiota.
    Ippolit è malato. La tisi lo condanna a morte, una questione di poche settimane. Ciò gli permette di chiedere, semplicemente: «Quale bellezza salverà il mondo?» [2]. Ippolit pone bene la sua domanda. Egli non esclude affatto che dietro il feroce disordine della vita si celi una legge armonica di sviluppo; né esclude l'armonia finale del nascere e del morire, che si sprigioni dallo stesso contrasto come da una sua fonte inesauribile e si risolva già da sempre in conciliazione, visione, bellezza. Semplicemente, questa bellezza egli la rifiuta.

    Che bisogno ho di tutta questa bellezza, quando a ogni minuto, a ogni secondo, devo e sono costretto a sapere che persino questo minuscolo moscerino che mi ronza adesso accanto in un raggio di sole partecipa anch'esso a tutto questo banchetto e a questo coro, conosce il posto che gli compete, lo ama ed è felice, mentre io, io solo sono un reietto e soltanto per la mia pusillanimità sinora non l'ho voluto capire? [3]

    Anzi, il rifiuto di Ippolit appare tanto più irriducibile quanto più infondato, e infatti egli è ben disposto a concedere tutto: che questa stessa coscienza decisa a rifiutare sia stata accesa da una «forza superiore» la quale le prescrive di annientarsi per una sua misteriosa ragione, che questa assurda «vita di un atomo» sia necessaria al compimento di una qualche armonia nascosta, che questa armonia sia impossibile « senza che gli uni divorino ininterrottamente gli altri , e avanti di questo passo. Ma concedendo tutto, e riservando a sé precisamente ciò che non si lascia ricondurre a nessuna ragione, a nessun fondamento – ciò che è tanto più inoppugnabile quanto più appare, come di fatto appare a coloro cui Ippolit fa la sua tragicomica confessione, arbitrario e capriccioso oltre che vile –, Ippolit scalza alla radice l'idea stessa di ragione e di fondamento, cioè di armonia, nel momento in cui ne conferma la possibilità. «Perché, oltre tutto questo, occorre la mia rassegnazione?» [4]. Ippolit si rende perfettamente conto che, senza la sua rassegnazione, nell'armonia s'introduce un elemento di dissonanza che perlomeno la mette in dubbio, anche se si potrebbe rispondere che proprio questo contrasto e questa resistenza sono richiesti da essa; ma sa anche che la necessità della sua rassegnazione – ecco il vero argomento a suo favore – è già un'imposizione irrimediabilmente disarmonica. Nella sua rigorosa coerenza nichilistica, la domanda di Ippolit conduce al nulla il senso stesso di questo domandare [5].
    Myškin, nel pensiero di Ippolit, non esita a riconoscere il proprio pensiero svuotato, anzi capovolto e spinto alle sue conseguenze opposte. Nel trambusto granguignolesco che segue il mancato suicidio del giovane – con gli uni che, «in tono veramente ispirato», prendono le sue difese e si dichiarano disposti a battersi contro chi soltanto alluda a una dimenticanza volontaria della capsula nella cartuccia, e con gli altri che propongono senza tanti complimenti «sia messo alla porta» – Myškin, come sempre, va all'essenziale, e capisce che di lui, Myškin, si tratta. Ippolit, con il suo gesto – dalla confessione teatrale al tentativo di suicidio – non ha voluto che confutare l'idea d'un mondo salvato dalla bellezza. Addirittura il principe riconosce nelle parole di Ippolit non solo le «sue» parole, ma parole remote, rimosse e tuttavia ultime; quelle che, inafferrabili, avevano un giorno attraversato la sua mente ancora preda dell'idiozia ma già schiusa all'esperienza auratica, estatica del senso compiuto e finale [6]. E le riconosce nel momento in cui, a restituirgliele beffardamente, è una logica che se ne appropria per affondare con esse. La logica di Ippolit; il quale, malato, alla prospettiva di passare i suoi ultimi giorni in campagna, preferisce quella che lo inchioda al suo letto, da dove lo sguardo oltre la finestra non incontra che un muro: almeno, il senso finalmente schianta senza riserve contro il non senso, e una tale vita destinata a durare pochi giorni chiede di non essere vissuta, mentre la natura dissigilla il suo segreto come da un uovo di serpente e appare quella che è, ossia un'«enorme belva implacabile e muta», una «forza tenebrosa che prende l'aspetto di una tarantola », insomma un «fantasma» capace di assumere «forme così strane» che umiliano e offendono e conducono in una sorta di maligna condiscendenza al suicidio [7].
    Ora la domanda è: come può reggere di fronte a quest'urto l'idea che sia la bellezza, infine, a salvare il mondo, l'idea cioè che il fondamentale disordine dell'essere possa dopo tutto ricomporsi in una unità armonica o almeno liberare, dal suo stesso caos e per mezzo di quell'immagine sempre sconfessata e in fondo contraddittoria di armonia, un senso finale? Myškin, solo, e come scordando quanto di chiassoso e di grottesco era appena successo, non è tormentato che da questa domanda, che però gli si presenta come dal suo non poter neppure essere formulata. Esce nella notte bianca di Pavlovsk, e si assopisce, mentre attorno regna «un bellissimo e limpido silenzio» [8].


    NOTE

    1 II, 2, p. 470.
    2 Ibidem.
    3 II, 2, p. 508.
    4 Ibidem.
    5 « Ma sia pure così! Convengo che sarebbe stato assolutamente impossibile costruire il mondo altrimenti, cioè senza che gli uni divorassero ininterrottamente gli altri; e sono disposto perfino ad ammettere che di questa costruzione io non capisco nulla; ecco però quello che so per certo. Dal momento che mi è stato concesso di aver coscienza che io sono, che importa a me se nella struttura del mondo ci sono errori e se esso non può sussistere altrimenti? Chi dopo ciò potrà giudicarmi e per che cosa? Sia come volete, ma tutto questo è inconcepibile e ingiusto » (II, 2, p. 509). È da notare che il ragionamento di Ippolit anticipa alla lettera lo sviluppo strutturale del ragionamento con cui, nel celebre dialogo con Alëša, Ivan Karamazov dall'ammissione dell'esistenza di Dio e dei suoi armonici disegni finali deduce l'assurdità della creazione. Assai significativa a questo proposito è la nota di Dostoevskij (nei Taccuini relativi all'Idiota, in data 15 settembre 1867) che definisce Ippolit «l'asse principale di tutto il romanzo» (II, 2, p. 936).
    6 II, 2, p. 520.
    7 II, 2, pp. 502 e 504.
    8 II, 2, p. 521.

    (Dostoevskij e la filosofia, Laterza 2006, pp. 79-82)



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