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    La domanda su Dio

    fra fede e scienza

    Alcune istruzioni per l'uso

    Giuseppe Tanzella-Nitti *

     


    La domanda su cosa o Chi possa aver dato origine al mondo nel quale abbiamo aperto gli occhi, ha accompagnato il genere umano fin dai suoi albori. E continua ad accompagnarlo. Non potrebbe essere altrimenti. Appena il volume della musica scende e facciamo un po’ di silenzio, questo interrogativo emerge fino a coinvolgere un vocabolo che ogni lingua possiede e che noi indichiamo con il termine dio. Un nome comune, non un nome personale.
    Se accanto al vocabolo Dio (qui con maiuscola) poniamo un termine di grande influenza mediatica, oltre che oggettiva, come il termine scienza, l’interesse cresce enormemente. E crescerà ancora di più se ci chiedessimo se la scienza, dell’esistenza di Dio, potrebbe fornirci qualche prova…
    Non sorprende allora – lo mostra facilmente una ricerca in rete – che la domanda se “la scienza possa provare l’esistenza di Dio” continui a riscuotere un notevole successo, anche in un clima culturale piuttosto restio alle grandi questioni filosofiche. A questa domanda occorre però rispondere in modo attento: sia perché abbiamo a che fare con parole che possono acquistare significati diversi, sia perché, a seconda del modo in cui “componiamo” questi significati, potremmo dirigerci verso conclusioni perfino contrastanti.
    Cominciamo dal rapporto fra il termine “Dio” e il termine “prova”. I due termini sono fortemente correlativi. Infatti, il genere di prove prescelte condiziona quale “immagine di Dio” io possa mostrare, provare o negare. Con il tatto dimostro l’esistenza di un corpo rigido, con un ricevitore di onde elettromagnetiche l’esistenza di un segnale che non tocco e che non vedo, con i miei sentimenti posso provare l’amore per qualcuno. Ci sono prove scientifiche, che hanno sempre a che fare con entità misurabili in modo quantitativo, ma anche prove filosofiche che possono ragionare su entità spesso immateriali. Ci sono, infine, anche prove esistenziali, che motivano e giustificano i nostri comportamenti verso gli altri, verso la vita, verso le questioni di senso, spesso non riconducibili né a misure empiriche, né a ragionamenti filosofici in senso stretto. Il termine dio, qui ancora inteso come nome comune, può assumere solo significati compatibili con le prove o le argomentazioni dimostrative che intendiamo mettere in campo. È questo il motivo per cui la storia del pensiero umano ci ha posto di fronte al dio musicista di Pitagora, al Motore immobile di Aristotele, al dio architetto od orologiaio del deismo settecentesco, al dio Codice cosmico del neo-deismo contemporaneo (gli esempi si potrebbero moltiplicare).
    Ma anche il termine “scienza”, come i precedenti, possiede le sue peculiarità… Possiamo riferirci alla scienza indicando, in modo rigoroso, solo ciò che è oggetto del metodo scientifico (ed è ciò che fa la quasi totalità degli scienziati), oppure indicare l’attività umana di chi “fa scienza”, che include anche intuizioni, passioni intellettuali, senso estetico, motivazioni e curiosità. Come esseri umani, gli scienziati si interrogano anche su ciò che trascende i numeri, le formule, le quantità. Senza tutte queste dimensioni “umane”, la scienza non potrebbe funzionare. Non sono pochi i grandi scienziati che indicano il termine “scienza” in senso ampio, includendovi anche queste dimensioni dell’attività scientifica.
    Se non chiariamo bene il significato che attribuiamo ai termini in gioco è facile generare incomprensioni, malintesi, dialettiche sterili. I medievali lo sapevano bene: nelle lezioni universitarie, prima di dare avvio alla Quaestio, con i suoi argomenti a favore e in contrario, si procedeva alla Explicatio terminorum (qualcosa del genere è rimasto nei nostri manuali di logica e di geometria, ove introduciamo prima di tutto, delle definizioni).
    È facile vedere, allora, che la domanda posta in apertura, ovvero se “la scienza possa provare l’esistenza di Dio”, necessita proprio di questa explicatio… Prove scientifiche, fatte di formule e di numeri, potranno affermare o negare l’esistenza di un oggetto scientifico, cioè misurabile mediante quantità, soggetto ai criteri di analisi del metodo scientifico. Una prova filosofica, non legata a criteri quantitativi, ma chiamata a trascenderli, potrà provare o negare un oggetto filosofico (una causa, una qualche immagine di Dio, ecc.). Se la filosofia viene impiegata per affermare o negare l’esistenza di Dio, potrà farlo solo nei confronti di un oggetto filosofico compatibile con il tipo di argomentazione prescelta, cioè nei confronti di un oggetto adatto ad essere individuato da quella prova: Dio come fondamento dell’essere, Dio come intelligenza ordinatrice, Dio come risposta alla domanda sulla giustizia, ecc. Una prova di ambito esistenziale-religioso potrà condurre ad altre immagini di Dio: Dio come senso della mia vita, come Colui che potrebbe spiegare il senso della mia sofferenza, Colui dal quale spero una vita felice in accordo con i desideri che sento nel mio cuore. Diverse religioni darebbero a Dio nomi diversi… Ognuno di questi ambiti potrebbe avere le sue prove per mostrare (o negare) una certa immagine, un certo significato, del termine “Dio”. È come andare a pescare in mare e gettare una rete con delle maglie determinate. Se la mia rete ha le maglie grosse prenderò solo pesci grossi e magari concluderò che in quel mare vivono solo grandi pesci e non esistono pesci piccoli; se ha delle maglie piccole, ne concluderò che in quel mare abitano pesci di tutte le taglie… Se poi cambio anche il modo di intendere il termine “scienza”, le maglie della rete del pescatore cambieranno ancora, dimostrando l’esistenza di pesci di taglie diverse.
    Raccogliendo le fila, con le formule e le quantità posso ragionare sull’esistenza di un dio a immagine dei numeri che uso; con un particolare cammino filosofico potrò dimostrare l’esistenza di un Dio che corrisponde al cammino prescelto (filosofia analitica, metafisica, fenomenologia, ecc.). Con un cammino di tipo religioso-esistenziale potrò ritenere di possedere prove per dimostrare che deve esistere una Giustizia che ci trascende, un Amore che tutto fonda, una Bellezza che salva il mondo. Cammini, è facile vederlo, che partono tutti dal basso, secondo un itinerario bottom-up. Scienza, filosofia e religione si muovono tutte dal basso verso l’alto e, per questa ragione, potrebbero essere buone compagne di viaggio.
    E se spostassimo l’attenzione dal termine dio, nome comune, al suo nome proprio, personale, se mai ne possiede uno? Detto in altre parole, se Dio fosse un Essere Personale che ci venisse incontro con il suo Nome e ci chiamasse con il nostro? Se nel fondamento dell’Universo c’è un Essere Personale, per conoscere quale sia il suo Volto e cosa abbia nel Cuore, nessun cammino bottom-up potrebbe essere adeguato. Un essere personale si può conoscere solo nella misura in cui Egli desideri rivelarsi, dunque secondo un cammino top-down… Solo Lui potrebbe dirci perché ha creato il mondo e perché ci ha tanto amato da volere che nel mondo sbocciasse ciascuno di noi, senziente e amante. Solo Lui potrebbe rivelarci il suo nome.
    E le “prove” che noi esseri umani, scienziati compresi, mettiamo in campo con la nostra ragione, non ci dicono nulla? Quelle migliori, più solide e rigorose, ci offrono indizi ma nessuna risposta compiuta, ci aiutano ad intravedere una presenza ma non un volto, a percepire una fragranza ma non il calore di un abbraccio. Ci dicono che è ragionevole attendere Qualcuno che ci venga incontro. Ci invitano a restare svegli e attenti, nel caso ci chiamasse per nome.

    * Ordinario di Teologia, Direttore del Centro di Ricerca DISF

    (Testo riportato sul sito web DISF.org, 2024


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