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    Pacifismo e movimenti per la pace

    Moreno Biagioni *

     


    Qualche cenno storico

    1. Il pacifismo ha radici che si perdono nella notte dei tempi (come la guerra, peraltro). È di 3400 anni fa, all’incirca, il regno del Faraone Amenofi IV, in Egitto, durante il quale furono bandite le guerre e le campagne militari (e probabilmente anche la pena di morte). Otto secoli dopo, in un’altra parte del mondo (ai piedi dell’Himalaya), il principe Siddhartha Gautama, detto il Buddha (l’Illuminato o il Risvegliato) scelse una pratica di pacifismo assoluto. Un suo seguace, il re dell’India Ashoka, fondò il suo regno, per quasi mezzo secolo, sul principio intransigente della non violenza. Certo, furono esperienze brevi, collocate all’interno di realtà che si basavano fondamentalmente sulla guerra e sulla violenza, ma ci furono.
    I Romani, di lì a poco, alla conquista di un impero immenso, coniarono la massima, rimasta fino ai nostri giorni come espressione di saggezza, «si vis pacem, para bellum» (se vuoi la pace, prepara la guerra), intendendo la pace come la definì Tacito: «Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». È però all’interno di quel mondo imperiale romano, le cui insegne, e le cui leggi, avanzavano al passo cadenzato delle legioni, che nacquero il rifiuto radicale di combattere i propri simili da parte dei cristiani delle origini e i primi obiettori di coscienza (disposti ad affrontare il martirio piuttosto che imbracciare le armi). Le parole e gli atti di Gesù al riguardo erano stati molto chiari: egli, infatti, aveva detto che bisognava «porgere l’altra guancia se qualcuno ti schiaffeggia» e aveva fatto riporre la spada nel fodero al discepolo che intendeva difenderlo dai soldati giunti nell’orto dei Getsemani per arrestarlo. Tutto ciò non avrebbe impedito, successivamente, ai cristiani che detenevano il potere (re, principi, nobili, vescovi e vescovi-conti) di compiere numerose imprese belliche nel nome di Cristo (di indire, fra l’altro, le Crociate, con le morti e le distruzioni che ne seguirono, con il pretesto di liberare dal dominio degli “Infedeli” il suo Sepolcro, in quella Palestina, che fu denominata Terra Santa). Ma, sempre nell’alveo del Cristianesimo, si avranno, nel corso dei secoli, alcune esperienze, rivoluzionarie proprio perché pacifiste in modo coerente e intransigente: prima fra tutte quella, al limite dell’eresia, di Francesco d’Assisi. In seguito vi saranno altre esperienze pienamente eretiche (i Catari, i seguaci di Fra’ Dolcino, i Valdesi, e, nell’ambito della Riforma Protestante, la Società degli Amici, fondata in Inghilterra e poi in esilio in America i cui membri, denominati spregiativamente Quaccheri [“coloro che tremano”], si manterranno convinti pacifisti). E saranno proprio gli “Amici Quaccheri” ad affermare solennemente: «Noi ripudiamo energicamente tutte le guerre e tutte le lotte e ogni combattimento con armi materiali, quale che ne sia lo scopo e quale il pretesto: […] e sappiamo che lo spirito di Cristo non ci ispirerà di prender parte ai combattimenti ed alle guerre, contro chicchessia, né per il regno di Cristo, né per i regni di questo mondo».
    Anche artisti e filosofi, nel corso dei secoli, sostennero le ragioni dell’umana convivenza e della pace. Si possono citare, a titolo d’esempio e limitandosi al mondo occidentale: i greci Sofocle (con la tragedia Antigone) e Aristofane (con le commedie Lisistrata e La pace), l’umanista Erasmo da Rotterdam («La guerra cambia gli uomini in bestie feroci. […] Io non esorto e non prego: imploro. Cercate la pace»), Voltaire, nel 1700 («La cosa più straordinaria di questa impresa infernale è che ciascuno di quei capi di assassini fa benedire le proprie bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il suo prossimo»), Condorcet (Quadro storico dei progressi dello spirito umano), Kant (Per la pace perpetua). Mentre la cultura degli illuministi fu la prima, in epoca moderna, a essere pacifista senza riserve, Per la pace perpetua di Kant fu il primo scritto organico che fa della pace il fine principale del corso storico dell’umanità.
    2. Nel XIX secolo entrò in scena il movimento operaio e socialista. Aveva radici solidaristiche, cooperative, alternative al mondo del potere, della concorrenza, del profitto, in altre parole non violente. E aveva, nei suoi geni originari, il rifiuto della guerra, nella quale i proletari di nazioni diverse, in nome della patria, si uccidono a vicenda: «Nostra patria è il mondo intero» cantavano gli anarchici negli Stornelli d’esilio di Pietro Gori e L’internazionale era l’inno dei socialisti. Ma si fece strada anche, assai forte e infine prevalente, sulla base di una lettura parziale di Marx, l’idea che una nuova società si possa costruire solo dopo aver preso il potere, e averlo difeso, con la forza, come dimostrato, da un lato, dalla Comune di Parigi (che aveva dato “l’assalto al cielo” e che il nemico borghese aveva annientato nel sangue perché i comunardi erano inferiori nei mezzi militari) e, dall’altro, dalla rivoluzione d’ottobre in Russia (dove i Bolscevichi, organizzati e in armi, erano riusciti a conquistare il “Palazzo d’Inverno” e a mantenerne poi il possesso, anche con mezzi coercitivi e repressivi).
    In Italia, nel 1915, i socialisti e anche i cattolici – quelli che poi avrebbero dato vita al Partito Popolare – furono contrari all’entrata in guerra. Ma poi, pian piano, a conflitto in atto, la parola d’ordine del Partito Socialista divenne «né aderire né sabotare» (in altri Paesi europei i parlamentari socialisti, in nome dell’unità nazionale, e in barba all’internazionalismo, avevano già votato a favore dei “crediti di guerra”). E la voce del Papa, che nel 1917 definì la guerra in corso «un’inutile strage», risultò piuttosto isolata nello stesso mondo cattolico (trovando eco, piuttosto, nelle parole di Rosa Luxemburg, socialista e rivoluzionaria, in carcere in Germania perché contraria alla guerra). La retorica della morte gloriosa in nome della Patria – «chi per la patria muor, vissuto è assai» – dilagava, frattanto, nei giornali, nei libri, nella musica, nelle canzoni, nei film (erano muti, ma le parole, “dannunzianamente” guerriere, risaltavano nelle scritte fra un fotogramma e l’altro). Solo in alcuni canti popolari – come Oh! Gorizia tu sei maledetta (che si contrapponeva alla visione “eroicamente” lirica di poemi come La sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi) – si ebbe un’eco del dolore e delle sofferenze provocate dalla sanguinosa guerra di posizione (decine di migliaia di morti per conquistare pochi metri di terreno) e dalla vita di trincea, nonché del sano buon senso di chi continuava a non capire perché ci si dovesse uccidere a vicenda fra persone che non si conoscevano nemmeno e che, nella stragrande maggioranza dei casi, conducevano la medesima esistenza da “poveri cristi” sfruttati.
    Dalla vicenda bellica, che aveva prodotto milioni di morti, di feriti, di invalidi (per lo più fra i combattenti – e sarà l’ultima volta: nei conflitti successivi sarà, sempre di più, la popolazione civile a rimanere vittima dei bombardamenti, delle rappresaglie, delle stragi –), nacque una letteratura di rifiuto della guerra in nome dell’umanità e del sentirsi fratelli al di là delle frontiere. Già nel 1924 l’anarchico e pacifista tedesco Ernst Friedrich mostrò in un libro fotografico (Guerra alla guerra) gli orrori del primo conflitto mondiale. Poco tempo dopo – nel 1929 – uscì, e riscosse un notevole successo, il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (di cui furono poi realizzate alcune versioni filmiche).
    I tentativi di tradurre in politiche nuove l’insegnamento che veniva dalle atrocità della guerra (ad esempio, con la Società delle Nazioni proposta dal Presidente statunitense Wilson) non ebbero basi solide e non andarono molto lontano. Tanto è vero che ben presto si crearono le premesse per un secondo, e ancor più tremendo, conflitto mondiale. Nel frattempo, però, in altre zone del mondo, e cioè in India, ancora parte dell’impero britannico, si stavano sviluppando a livello di massa, sotto la guida del Mahatma Gandhi, delle esperienze di lotta non violenta che avrebbero portato la nazione indiana all’indipendenza. Gandhi, nella sua formazione, era stato influenzato dal pacifismo assoluto a cui era giunto, nei suoi ultimi anni di vita, il grande scrittore russo Leone Tolstoi (che aveva, a sua volta, subito l’influenza delle esperienze “comunitaristiche” avviate, e poi fallite, negli Stati Uniti, nella seconda metà dell’ottocento, ad opera dei membri di quel club trascendentalista che aveva avuto in Henry David Thoureau, l’autore del saggio La disubbidienza civile, il suo principale esponente).
    3. Pacifismo e non violenza, spesso intrecciati fra loro, rispuntano, quindi, come un fiume carsico, in periodi e luoghi diversi, con caratteristiche assai diversificate, ma anche con alcuni tratti comuni. Si tratta, di volta in volta, di testimonianze singole, di opere di scrittori e artisti (che esercitano una grande influenza a livello di opinione pubblica), di lotte di madri e di spose (che si sdraiano anche sui binari per impedire che il treno porti via, a combattere, i loro figli e mariti), di scioperi e di azioni di massa che ripropongono la solidarietà operaia e proletaria al di là di ogni frontiera, di interventi animati da una profonda religiosità, di iniziative umanitarie che cercano di alleviare le sofferenze nel mezzo dei conflitti, di forme di disubbidienza e di resistenza passiva che tentano di ostacolare il passo agli armamenti, di movimenti – di scienziati, di intellettuali, di persone comuni – che sostengono la via del disarmo e della convivenza pacifica, di reazioni spontanee agli orrori della guerra. Si hanno canti, saggi, opere di letteratura, di teatro, di cinema, di altre arti visive, che hanno nel pacifismo la loro principale fonte di ispirazione e che si contrappongono alle produzioni che esaltano i valori e gli orgogli nazionalistici, patriottici, militari, i furori guerreschi, gli “eroi” delle imprese belliche. Dell’arte e degli artisti pacifisti sono simboli riconosciuti a livello mondiale Pablo Picasso, con la sua “colomba della pace” e con Guernica, e Bertolt Brecht, con numerose poesie contro la guerra e con il detto «Beato il paese che non ha bisogno di eroi». È un inno alla pace anche l’orazione finale del film Il grande dittatore, del 1940, dove Charlie Chaplin impersona sia Adenoid Hynkel, modellato su Adolf Hitler, sia un piccolo barbiere ebreo che gli assomiglia e che, per una serie di circostanze fortuite, ne prende il posto, pronunciando, appunto, il discorso umanitario conclusivo.
    Va sottolineato che la nonviolenza come fattore attivo di trasformazione (e non rassegnata accettazione dell’esistente) ha avuto un suo spazio anche durante il grande movimento europeo di Resistenza al nazifascismo (un movimento che pure fu in gran parte lotta armata). Si possono citare in proposito gli episodi avvenuti in Danimarca (dove si riuscì, con un ampio coinvolgimento della popolazione, durante l’occupazione tedesca, a mettere in salvo, con il trasferimento nella vicina Svezia, non occupata, gran parte degli ebrei residenti e dove, a Copenaghen, tutti i commercianti misero nei propri negozi il simbolo imposto ai negozianti ebrei) e in Norvegia (dove gli insegnanti si rifiutarono in blocco di usare i testi che i nazisti avevano ordinato di adottare sino a che, alla fine, gli occupanti fecero marcia indietro rispetto a tale ingiunzione). Ma anche gli scioperi operai del 1943 in Italia (nel territorio della cosiddetta Repubblica di Salò), il sostegno popolare ai prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, l’appoggio dato a ebree ed ebrei per impedire che fossero catturati e deportati nei lager, si inseriscono in tale filone. E l’azione armata dei gruppi partigiani fu resa possibile dal cibo fornito loro dai contadini, dal fatto cioè che le bande sui monti erano l’espressione combattente di un sentimento diffuso di ostilità ai nazi-fascisti: tale sentimento si manifestò con modalità diverse, anche, fra l’altro, attraverso la diffusione di una stampa clandestina con cui si incitava alla lotta e si proponeva una società del tutto diversa. Un esempio significativo di tale tipo di resistenza lo troviamo rappresentato poeticamente in un libro francese, Il silenzio del mare di Vercors, diffuso, su direttiva di De Gaulle, nella Francia occupata: un anziano signore e la sua giovane nipote, costretti a ospitare un ufficiale tedesco, si rifiutano per mesi di rivolgergli la parola; nonostante tutti i suoi sforzi di attaccare discorso, parlando di musica, di arte, di letteratura, delle bellezze della Francia essi si oppongono all’invasore con il muro del silenzio.
    Posizioni e movimenti diversi. Per lo più minoritari. E, tuttavia, una storia radicata nei secoli e nei millenni.

    22-03-2023


    Al tempo della guerra fredda

    Dopo il 1946, dopo, cioè, la tremenda carneficina della seconda guerra mondiale (circa 50 milioni di morti, fra cui moltissimi civili), l’abominio dei campi di sterminio nazisti, lo scoppio delle prime due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la cultura pacifista riprende vigore e se ne ha qualche eco nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali (nella Costituzione italiana, ad esempio, viene introdotto il «ripudio della guerra» come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»). Viene fondata l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che sembra avere migliore sorte della Società delle Nazioni proposta nel 1919. Questo sforzo per cercare di risolvere pacificamente le controversie e avviare il mondo sulla strada di una pace duratura subisce, peraltro, un duro colpo con lo sfaldarsi del grande fronte unitario che aveva battuto il nazifascismo e l’inizio della “guerra fredda” fra il blocco occidentale, con epicentro gli Stati Uniti, e quello dei Paesi del cosiddetto socialismo reale, sotto l’influsso dell’Unione Sovietica.
    È in questo clima, in cui si sviluppa il confronto atomico fra USA e URSS e si ha una vera e propria corsa al riarmo in entrambi gli schieramenti, che nasce, nel 1948-1949, il movimento dei “Partigiani della Pace”. Partecipano alla fase costitutiva Picasso, Brecht, Einstein, Szilard e ne viene eletto presidente Frederich Joliot Curie (che aveva contribuito, con Szilard, alla realizzazione dell’atomica americana). Il movimento si estende rapidamente con l’adesione di moltissimi intellettuali e il sostegno dei partiti operai e dei sindacati. Nel 1950 esso lancia un appello antinuclearista (l’appello di Stoccolma) che raccoglie in Italia 15 milioni di firme. Nel frattempo, sempre nel 1950, scoppia la guerra di Corea, in cui si fronteggiano Coreani del Nord, al cui fianco sono i Cinesi (con armi fornite anche dai sovietici), e Coreani del Sud, sostenuti da una forza multinazionale a guida statunitense sotto l’egida dell’ONU. I Partigiani della Pace, riunitisi a Berlino nel 1952, lanciano un nuovo appello: vi si chiede che le truppe straniere si ritirino dalla Corea e che si trovi una soluzione pacifica al conflitto, che siano messe al bando le armi nucleari, che Germania e Giappone non vengano riarmate, che cessino le violenze razziali nei Paesi coloniali. L’appello ha un successo notevole: viene firmato, in tutto il mondo, da quasi 600 milioni di persone (oltre 16 in Italia). Ciò dimostra che l’influenza del movimento va al di là dell’area della sinistra, ma, in un clima di anticomunismo sempre più virulento, le accuse ai Partigiani della Pace di essere uno strumento dell’URSS si susseguono ininterrotte (qualcuno definirà “utili idioti” i non comunisti che sottoscrivono gli appelli). È indubbio, comunque, che i partiti di sinistra ne costituiscono una componente forte e che l’URSS e i suoi satelliti lo sostengono. La crescita dell’arsenale atomico sovietico, con l’instaurarsi dell’equilibrio del terrore, e la crisi che scuote il comunismo internazionale, con la rivelazione dei crimini di Stalin e l’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe del Patto di Varsavia, nel 1956, sono le cause principali del declino del movimento dei Partigiani della Pace. Costituiscono peraltro suoi indubbi meriti la denuncia forte e chiara del pericolo nucleare, tanto da far divenire senso comune l’orrore per tali armamenti, e l’avere contribuito ad impedire che le bombe atomiche e all’idrogeno fossero usate da USA e URSS nelle molte guerre, più o meno locali, di cui sono stati soggetti attivi, in primo piano o sullo sfondo, in periodi diversi.
    È proprio sulla base della relazione stretta fra movimento per la pace e antinuclearismo che nasce nel 1957, per iniziativa del filosofo inglese Bertrand Russell, il nuovo movimento denominato “Pungwash” (dal nome della cittadina canadese dove si tiene la sua prima riunione), che si svilupperà sul finire degli anni ‘50 e durante il decennio successivo. Esso si fonda sull’appello inviato all’ONU nel 1955 (e scritto da Russell stesso e da Einstein), in cui si afferma: «In considerazione del fatto che in qualunque tipo di futura guerra mondiale sarà impossibile non usare la bomba atomica, e che questa bomba minaccia la sopravvivenza dell’umanità, noi impegniamo i governi del mondo ad accettare l’idea – e a renderla pubblica – che nessun progetto politico è più realizzabile attraverso una guerra, e che conseguentemente vanno trovati strumenti pacifici per risolvere qualunque controversia internazionale».
    In Italia accanto a una presenza notevole dei Partigiani della Pace e alle iniziative del sindaco di Firenze Giorgio La Pira, volte a creare un collegamento fra le città del mondo al fine di battersi per la distensione e per la coesistenza pacifica (nell’ambito lapiriano nasceranno anche iniziative come quelle della rivista Testimonianze, che sulla diffusione di una cultura di pace baserà gran parte della sua attività, e del suo ispiratore Padre Ernesto Balducci, che promuoverà, anni dopo, dei convegni dal titolo “Se vuoi la pace, prepara la pace”), si registra l’azione solitaria e tenace di Aldo Capitini, apostolo della nonviolenza (scritta senza stacco fra le parole non e violenza per dare maggior vigore al concetto) e fondatore, insieme a Pietro Pinna, del Movimento Nonviolento italiano, aderente al Movimento Internazionale dei Resistenti alle Guerre e di cui sono stati esponenti importanti pure Danilo Dolci, impegnato in Sicilia contro la mafia, e Alberto L’Abate, docente universitario all’Università di Firenze e autore di molte opere, fra cui una su Gramsci e la nonviolenza. A Firenze sarebbe sorta, anni dopo, ad opera di L’Abate e di Gigi Ontanetti la “Fucina della nonviolenza”, espressione di quel movimento. È di Capitini l’idea, nel 1961, in un momento di gravi tensioni nel mondo, della Marcia della Pace Perugia-Assisi, a cui partecipano diversi intellettuali, di area social-comunista, cattolica, azionista (Giovanni Arpino, Italo Calvino, Andrea Gaggero, Renato Guttuso, Arturo Carlo Jemolo, Guido Piovene, Ernesto Rossi) e che diverrà, a partire dal 1979 (quando riprenderà dopo un’interruzione di 18 anni) un appuntamento importante del pacifismo italiano, e che continua ancora oggi con cadenze biennali, e talora anche annuali, suscitando la partecipazione di decine e, in situazioni di particolare gravità, di centinaia di migliaia di persone.
    Tornando alle vicende internazionali, nel corso degli anni ‘60 il mondo va vicino alla catastrofe finale (si pensi alla crisi causata dall’invio dei missili sovietici a Cuba) e, di contro, vede anche il verificarsi di fatti positivi, pur se di breve durata, come l’avvio di processi distensivi, ad opera di Kennedy e di Krusciov (sono loro a dare una soluzione positiva alla crisi dei missili sovietici a Cuba), con il sostegno di Papa Giovanni XXIII, che, con l’enciclica Pacem in terris, in cui si lega il concetto di pace a quello di giustizia sociale, licenzia uno dei testi più pacifisti prodotti dall’alto magistero della Chiesa.
    Il movimento per la pace, anche se lancia nuove mobilitazioni sotto forma di campagne per il disarmo nucleare unilaterale, è sulla difensiva e non è in grado di sviluppare ulteriormente il collegamento con la tematica della nonviolenza. È tempo di guerre, comunque: quella del Vietnam terrà la scena per molti anni e proprio contro la presenza dell’esercito statunitense sul suolo vietnamita, a difesa del regime corrotto di Saigon, si svilupperà con grande forza, a partire dalle università americane, un movimento di respiro mondiale, che si intreccerà con il moto libertario e anti-autoritario del ‘68, si esprimerà con le canzoni di Joan Baez e Bob Dylan, farà proprio lo slogan degli hippies “Fate l’amore, non fate la guerra”. È un movimento che vuole la pace, ma è anche decisamente schierato contro l’intervento USA e non tutto definibile come pacifista (nelle manifestazioni risuona anche lo slogan “Vietnam vince perché spara”).
    In Italia prosegue, anche se non a livello di massa, l’azione per l’obiezione di coscienza al servizio militare, che sarà ammessa e regolamentata solo nel 1972, con una legge molto restrittiva, e nel 1982, con una normativa più ampia. Coloro che obiettano continuano a essere incarcerati e in loro favore intervengono, sulle orme di don Primo Mazzolari, padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani (entrambi processati in seguito a questi interventi; don Lorenzo non verrà condannato perché morirà prima della fine del processo).
    Dopo la sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam, nel 1975, si avvia una nuova fase, anch’essa assai breve, di distensione fra le due massime potenze mondiali e si ha la Conferenza di Helsinki, in cui si inizia a discutere della riduzione degli armamenti. Ma la competizione sul piano militare riparte quasi subito. L’URSS costruisce i missili SS20 (e successivamente occuperà l’Afghanistan); gli USA e la NATO installano missili di notevole potenza, i Pershing e i Cruise, in vari Paesi europei, fra cui l’Italia.
    Il movimento per la pace riparte con l’obiettivo centrale del superamento dei blocchi: «Dalla Sicilia alla Scandinavia NO alla NATO e al Patto di Varsavia». In Italia, dopo che il Parlamento ha approvato, alla fine del 1979, l’installazione dei missili e ha individuato, l’anno successivo, il luogo dove installarli – Comiso, in Sicilia – il pacifismo (sinistre extra-parlamentari e comunisti in prevalenza, ma anche una forte componente cattolica, più le attivissime minoranze del movimento nonviolento) dispiega tutto il suo potenziale, nel quadro della mobilitazione europea contro i missili: riprendono con regolarità le marce Perugia-Assisi; si organizzano alcune grandi manifestazioni a Roma (quella del 22 novembre 1983 vede un milione di partecipanti) e molte manifestazioni locali; si costituiscono comitati per la pace in tutto il Paese; si raccolgono firme, specialmente in Sicilia (sotto la spinta del segretario del PCI siciliano, Pio La Torre, che il 30 aprile 1982 verrà ucciso dalla mafia, molto interessata alla costruzione della base missilistica); si acquistano, tramite una sottoscrizione popolare, i terreni intorno alla zona su cui sorgeranno le rampe missilistiche, realizzandovi campeggi di militanti e pensando di costruirvi un Centro per la Pace; si moltiplicano digiuni e petizioni; si attua su parte del territorio nazionale un referendum autogestito; si va con una lunga marcia da Milano a Comiso sulla base di un appello firmato da alcuni intellettuali, fra cui Umberto Eco; si fanno a Comiso vari campi estivi (nell’estate del 1983, il campo estivo IMAC [International Meeting Against Cruise] culmina in tre giornate di blocco dei lavori della base, con una feroce repressione da parte delle forze di polizia).
    Nel frattempo si sono tenute due Conferenze europee per il disarmo nucleare, una a Bruxelles nel 1982, l’altra a Berlino nel 1983 (alla loro preparazione ha lavorato, prima di morire nel novembre 1982, Lucio Lombardo Radice, intellettuale comunista da sempre su posizioni pacifiste e fautore del dialogo con i cattolici), e si sono susseguite iniziative pacifiste in varie parti d’Europa. Il movimento assume posizioni nettamente disarmiste anche in Italia, provocando accese discussioni nel PCI, dove prevalgono, nonostante una notevole simpatia per i pacifisti del suo segretario Enrico Berlinguer, le indicazioni per un riequilibrio delle forze in campo, con un disarmo progressivo e bilanciato.
    Dopo Cernobyl (1986) la lotta al nucleare militare s’intreccia con quella al nucleare civile. Il pacifismo si collega all’ambientalismo e al femminismo e ne riceve nuovi stimoli. Stanno maturando sul campo i contenuti e i dirigenti che porteranno al salto di qualità che caratterizzerà il movimento nell’ultimo decennio del secolo (è in questo contesto che emerge, fra diverse altre, la figura di Tom Benetollo, morto nel 2004 a 53 anni, mentre, da presidente dell’ARCI, stava dando nuovi impulsi alla lotta per la pace e anche alle prospettive della sinistra nel nostro Paese).
    Crollato il “Muro di Berlino” (1989) e imploso l’impero sovietico, molti pensano che, finita la contrapposizione tra i blocchi, si possa finalmente costruire per i popoli del mondo la “pace perpetua” auspicata da Kant. Ma l’illusione è breve. Agli inizi degli anni ‘90, con la prima guerra all’Iraq, i pacifisti tornano in piazza. Nel Parlamento italiano la sinistra di opposizione, ansiosa di modernizzarsi (e di dimostrarsi così non “ideologica” e perciò di essere affidabile come “partito di governo”), comincia ad avere dubbi sull’assumere posizioni negative intransigenti nei confronti dei conflitti armati. Pietro Ingrao, prestigioso leader comunista, fa risuonare comunque alto e chiaro il suo no alla guerra nelle aule parlamentari (e sarà un punto di riferimento anche per i nuovi movimenti pacifisti). Le parole di padre Balducci, allo scoppio del conflitto del Golfo nel 1991, hanno un carattere profetico, anticipando gli eventi del periodo successivo, fino ai giorni nostri: «L’orizzonte 2000 […] non è più come era prima dell’evento. Il suo asse si è spostato; se non sono crollati, si sono fatti vacillare gli spazi istituzionali, come l’ONU, dai quali fino a qualche mese fa ci era possibile guardare al futuro, anzi è vacillata una delle certezze che apparivano come un punto di non ritorno della modernità, il ripudio della guerra». Per il movimento pacifista l’impegno contro la guerra non avrà soste, perché, terminata la guerra del Golfo, si svilupperanno, nel corso del decennio, i conflitti scaturiti dalla deflagrazione della ex-Jugoslavia, un ciclo che si chiuderà nel 1998 con l’attacco alla Serbia da parte della NATO.
    Dalla guerra “operazione di polizia”, contro l’Iraq, si è passati alla guerra “umanitaria”, contro la Serbia, in cui si massacrano, tramite i bombardamenti, uomini, donne e bambini per salvare – questa è la ragione umanitaria del conflitto – altri uomini, donne e bambini dal massacro della pulizia etnica. I pacifisti non si limitano a manifestare a casa loro, ma si recano nei luoghi dove la guerra infuria a cercare di fare opera di interposizione, ad attivare interventi di cooperazione, a cercare collegamenti con la società civile locale per tentare di fermare la logica perversa della guerra. Hanno anch’essi i loro caduti, ma i grandi organi d’informazione continuano a chiedersi: «Dov’è adesso il movimento per la pace? Dove si sono nascosti i pacifisti (o “panciafichisti”, come qualcuno, spregiativamente, li chiama)?». Eppure sono loro a tenere alto il principio costituzionale del “ripudio della guerra” che il Parlamento, nella sua stragrande maggioranza, ignora.
    Le marce Perugia-Assisi si fanno sempre più partecipate (con un grande e positivo mescolarsi di gruppi di persone, di striscioni, di slogan – scout e circoli parrocchiali avanti, o dietro, a pervicaci comunisti di Rifondazione, ritratti di Che Guevara accanto a immagini di Gandhi, canti della tradizione anarchica e socialista insieme a “We shall overcome” – e anche con qualche elemento di confusione, perché prendono parte alle Marce pure coloro che hanno approvato i bombardamenti.

    28-03-2023


    Nel nuovo millennio

    È all’alba del terzo millennio che una nuova linfa comincia a scorrere nelle vene del pacifismo, una linfa che scaturisce dal movimento dei movimenti del Social Forum, quello contro la globalizzazione imposta dai poteri forti (Seattle, Porto Alegre, Genova, Firenze, Mumbay, Parigi St. Denis, Londra sono le tappe più importanti che ne segnano il cammino). Si diffonde, e diviene senso comune, la presa di coscienza del divario crescente fra Nord e Sud del mondo, dell’accumularsi di ingiustizie che gravano sull’80% dell’umanità, di una situazione che è essa stessa causa di conflitto. La pace e la lotta contro la guerra e il terrorismo (che si alimentano a vicenda) si impongono fra gli obiettivi principali del movimento dei movimenti o movimento no global.
    Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York si susseguono, condotte dal Governo USA e dai suoi alleati, la guerra all’Afghanistan e quella all’Iraq. Lo schieramento pacifista ha ormai una dimensione mondiale, tanto è vero che, dopo la grande giornata di mobilitazione per impedire che si scateni la guerra all’Iraq (110 milioni di persone scese in centinaia di piazze in tutto il mondo), il New York Times parla dei pacifisti come della seconda potenza mondiale. Ma la logica di guerra, a livello di potere, continua a prevalere. Accanto ai conflitti principali, su cui si accentra l’attenzione, vi sono decine di cosiddette guerre dimenticate, che provocano anch’esse morti, feriti, profughi, immani sofferenze.
    Se don Milani e i ragazzi della Scuola di Barbiana facessero oggi la ricerca che avevano condotto oltre 50 anni fa – se esistesse o meno una guerra giusta alla luce dell’articolo 11 della Costituzione – avrebbero l’amara sorpresa di vedere che, nei circa 70 anni trascorsi dalla Costituzione, l’Italia ha partecipato a varie guerre, nonostante il “ripudio” scritto a chiare lettere nella Carta. Il “ripudio” dei/delle Costituenti era frutto dell’esperienza, della conoscenza diretta che i costituenti avevano avuto degli orrori, delle sofferenze, delle distruzioni che i conflitti bellici provocavano, in special modo, sempre di più, per la popolazione civile. Una conoscenza maturata durante le imprese coloniali del fascismo, durante la partecipazione – vedi la Spagna – alle aggressioni reazionarie a ordinamenti repubblicani scelti dal popolo e, soprattutto, durante l’immane tragedia della 2ª guerra mondiale, che aveva costretto gli italiani e le italiane che intendevano opporsi alla barbarie nazi-fascista a prendere le armi nella lotta partigiana, a sostegno delle truppe dei Paesi unitisi contro la minaccia per l’intera umanità costituita dalla Germania hitleriana e dai suoi alleati. Nelle aspirazioni di chi aveva preso le armi, specialmente di chi lo aveva fatto sulla base «di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo» (per usare la bella definizione di Piero Calamandrei), si trattava di una guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre, dando inizio ad un’epoca in cui giustizia e libertà avrebbero trionfato ovunque. Purtroppo, tutto ciò non si avverò.
    La guerra oggi è, nuovamente, anche sul suolo europeo, nell’Ucraina che subisce l’aggressione della Russia. L’Europa, invece di inviare armi al Paese aggredito, dovrebbe operare perché si giunga al più presto al cessate il fuoco e si intraprendano le strade della diplomazia e della mediazione, anche attraverso una Conferenza internazionale, per superare i problemi esistenti. Per ora, però, si è scelto la via opposta. Che fare allora? Quali prospettive per chi crede che la pace venga comunque prima di tutto?
    Occorre fare in modo che riprenda vigore il movimento pacifista (che periodicamente sembra scomparire, sopraffatto dalle disillusioni e dagli insuccessi, per poi rientrare in gioco con rinnovata energia), immettendolo in tutte le articolazioni della società, collegando sempre di più il suo percorso con quello della nonviolenza, ricercando forme più efficaci per incidere sulla politica istituzionale, riprendendo modalità e tecniche sperimentate in passato da ristrette élites, ma che varrebbe la pena estendere in ambiti più ampi (penso all’obiezione fiscale alle spese militari), avviando un confronto, che coinvolga le istituzioni, su iniziative come la difesa popolare non armata e nonviolenta (già negli anni ‘80 terreno di esperienze da parte di alcuni piccoli comuni), sviluppando i rapporti con gli enti locali per portare avanti insieme interventi di cooperazione internazionale decentrata e di diplomazia dal basso (nell’ottica delle indicazioni contenute, all’inizio di questo secolo, nella Carta del Nuovo Municipio).
    Pacifismo e ambientalismo sono facce della stessa medaglia e fanno tutt’uno con l’antifascismo, di cui dobbiamo recuperare il valore fondante della nostra democrazia, alla luce della Carta costituzionale, in un momento che vede ricomparire, con i neo-fascisti al governo, azioni squadriste e comportamenti inumani, con il rischio che il tutto passi nell’indifferenza generale. Il nazionalismo, tipico dei fascismi di ogni epoca, oggi si esprime attraverso il sovranismo, che si affianca ad affermazioni come “prima gli italiani”, o “solo gli italiani”, tradotte poi in atti di respingimento dei/delle migranti, in attacchi alle ONG che salvano i naufraghi in mare, nella non approvazione di leggi dovute come quella dello jus soli, che riconosce la cittadinanza a chi è nato in Italia o vi risiede da un certo numero di anni (già derubricata a jus scholae, che la riconosce invece a chi vi ha compiuto gli studi). È invece necessario, per dare un altro taglio alla globalizzazione, improntare la nostra azione al già citato principio “nostra patria è il mondo intero”. Il futuro dell’umanità passa attraverso la scelta di porre finalmente la guerra “al di fuori della storia” e, nello stesso tempo, di riuscire a tradurre in comportamenti diffusi e condivisi quelle che sono attualmente iniziative di gruppi ristretti, che si pongono con determinazione e continuità contro-corrente. Penso, per fare qualche esempio fiorentino, all’esperienza di Mondeggi “fattoria senza padroni” e di “Contadino clandestino”, all’attività, nel campo dello sport, dell’associazione Lebowski (https://volerelaluna.it/territori/2021/09/08/firenze-il-lebowski-e-un-altro-mondo-possibile/), alla mobilitazione intorno ai lavoratori e alle lavoratrici della GKN, che è riuscita ad aggregare molte energie a livello sociale, costituendo un punto di riferimento sul territorio, a livello locale, e non solo, alle occupazioni di immobili e spazi pubblici inutilizzati che li fanno divenire “beni comuni” (https://volerelaluna.it/lavoro/2023/03/09/gkn-un-caso-esemplare-di-protagonismo-operaio/).
    Se ieri gli obiettivi del movimento pacifista potevano essere considerati utopici, oggi si dimostrano di un estremo realismo. Perché è ad essi, da intrecciare con quelli della riconversione ecologica, che si collega la speranza di sopravvivenza dell’umanità. E la pace deve essere realizzata non solo fra le nazioni e fra le persone, ma anche con gli altri esseri viventi, con la natura, con l’ambiente. Non si tratta solo di rifiutare – di ripudiare – la guerra e la violenza, ma anche di impegnarsi per costruire quell’altro mondo possibile, e sempre più necessario, che era nella prospettiva dei Social-forum dei primi anni 2000. In questo caso, non ci sono davvero alternative: o riusciamo, con una riconversione, che è, nello stesso tempo, economica, sociale, politica, a modificare radicalmente scelte e comportamenti, a livello collettivo e individuale, oppure la sorte dell’umanità è segnata (e i tempi utili per “riconvertirsi” si vanno sempre più restringendo). Il “restare umani” (come diceva Vittorio Arrigoni, ucciso mentre era impegnato in iniziative a sostegno della popolazione palestinese), è la base comune di tale riconversione, il che significa tornare a dimensioni e modalità, nelle città, che permettano le relazioni fra le persone e abbiano spazi e occasioni per incontrarsi, per socializzare, per attività di mutuo soccorso, all’insegna della solidarietà e della cooperazione, con una netta inversione di rotta rispetto alle logiche dell’individualismo, della concorrenza, della rincorsa al successo, dell’essere ciascuno/a imprenditore e imprenditrice di se stesso/a, logiche dominanti a partire dalla fine degli anni ‘70 (e che si sono oggi “incattivite”, con notevoli tratti di disumanità).
    Occorre, in altre parole e in conclusione, cambiare radicalmente il vecchio motto “se vuoi la pace, prepara la guerra”, ritenuto per tanto tempo indicazione saggia e virtuosa. Se vuoi la pace, per dirlo con le parole di padre Balducci, opera, in ogni occasione e in ogni momento, per preparare e costruire, pazientemente e con costanza, la pace. Che è, nello stesso tempo, il presupposto e il frutto dell’indispensabile azione per trasformare in profondità il mondo.

    11-04-2023

    * Moreno Biagioni, impegnato dal secolo scorso nel movimento antirazzista, antifascista e pacifista fiorentino, fa parte della Rete Antirazzista, del Comitato "Fermiamo la guerra", della Rete Antifascista di San Jacopino-Puccini-Porta al Prato.

    (FONTE: I tre contributi sono stati pubblicati su: https://volerelaluna.it/)


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