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    Giustizia riparativa

    Intervista a Marta Cartabia *

    A cura di d. Ferdinando Colombo

     


    1. Il tuo primo incontro con la giustizia riparativa, quando è avvenuto e che cosa ti ha indotta a prodigarti tanto come Ministro della Giustizia per trasformare quell’idea in una legge?

    Dopo aver fatto il Ministro della Giustizia sono tornata a fare un lavoro bellissimo che è insegnare e tornare nelle aule universitarie e ho constatato che la giustizia riparativa incuriosisce molto i giovani. Decine di ragazzi sono venuti a chiedermi la tesi in questo ambito, alcuni mi hanno chiesto di istituire nuovi corsi, mi scrivono anche studenti di altre università con il desiderio approfondire. Nella giustizia riparativa c’è qualcosa di profondamente corrispondente alle esigenze dei giovani, per loro è profondamente attraente, ed è questa la vera ragione per cui, quando mi sono trovata del tutto inaspettatamente a fare il Ministro della Giustizia, mi sono detta che era una buona occasione per provare a dare forma e struttura legislativa ad un’esperienza che c’è in Italia da molti anni, ma che avviene totalmente al di fuori di ogni regolamentazione.

    Quindi la Giustizia Riparativa faceva già parte delle tue riflessioni?

    Sì, ma solo dal 2015. È successo che nel 2015 ero ancora alla Corte Costituzionale, e un vecchio collega dell’Università Bicocca di Milano, che avevo perso di vista, Adolfo Ceretti, mi manda un libro con una dedica che mi incuriosisce da morire, che dice: “A Marta, con amicizia” e tra parentesi “so che tu puoi capire”. Strana dedica.
    Era evidente che mi stava dicendo: ‘Guarda che qui c’è qualcosa di nuovo, che esce un po’ dai normali libri che di solito ci scambiamo fra noi giuristi’. Ed era un libro veramente particolare, perché aveva sì delle parti tipiche da libro accademico: ma soprattutto raccontava tutta la storia del Sudafrica del post-apartheid guidato da Nelson Mandela e Desmond Tutu, da cui poi è nato tanto di quello che vi sto raccontando. E c’erano anche una serie di lettere, di frammenti, di pensieri, di racconti, e i nomi erano ben noti alla mia generazione, come: Manlio Milani, Agnese Moro, Adriana Faranda, Maria Grazia Grena, Franco Bonisoli eccetera.

    Sono nomi che richiamano gravi fatti di sangue che i giovani non conoscono. Come sono collegati alla Giustizia Riparativa?

    Io non sapevo nulla, non ne avevo idea. E questo libro è il frutto di otto anni di incontri che si sono svolti in un posto sperduto non so dove, iniziati su un’intuizione del cardinale Martini, al quale erano state consegnate le armi dei brigatisti, e che aveva lanciato l’idea di riscoprire una forma di giustizia ben presente nella Bibbia, il riv. È una giustizia che anche di fronte ai fatti più gravi laceranti, invita la tribù, la comunità a parlare insieme dell’accaduto coinvolgendo l’autore, o la persona indicata come autore di reato o la vittima, ma anche la comunità, e a farne oggetto di racconti vissuti, condivisi.

    In quegli anni il cardinal Martini ha fatto molte conferenze in varie parti d’Italia che spesso avevano come titolo: «Non c’è giustizia senza perdono».

    Qualcuno ha preso sul serio il cardinale Martini. Stiamo parlando di qualcosa che è avvenuto, diciamo, all’inizio degli anni 2000, quindi siamo lontani dagli anni di piombo.
    Sono successe tante cose, tanti anni anche di carcere, tanti anni di rielaborazione personale. A quel punto i protagonisti di quella fase della nostra storia incominciano a trovarsi e nel libro troviamo i racconti dei loro incontri, che sono tutt’altro che irenici. Sono racconti di incontri faticosissimi, dolorosissimi, in cui si riaprono ogni volta le ferite di un vissuto che vorresti provare a mettere da parte o sotto il tappeto.
    Mi ricordo un passaggio di Agnese Moro, una lettera in cui dice che prima di andare a incontrare di nuovo loro, proprio loro, quelli del commando che aveva ucciso suo padre, per essere sicura di non dimenticare nulla aveva voluto riguardare le foto di suo padre ucciso, di suo padre dentro il baule dell’auto.
    Quindi non stiamo parlando di percorsi per mammolette, per anime belle, per gente che racconta le favole. Stiamo parlando di gente che ha vissuto dei traumi gravissimi e che però, a un certo punto, fatti tutti i processi, eseguite le condanne, tutte o in parte, detto tutto quello che c’era da dire, avevano comunque qualcosa di incompiuto dentro. E si sono lasciati coinvolgere; non tutti quelli che sono stati invitati hanno accettato questo percorso. E non sto dicendo che tutta quella fase della nostra storia sia chiusa con questi incontri.
    Alcuni, un gruppo piuttosto significativo, hanno accettato. E io ho chiesto loro il perché. Fondamentalmente, lo dico con il filosofo Ricoeur, perché potesse iniziare da quel punto in poi una storia nuova per tutti, per le vittime imprigionate nel risentimento, nel loro ruolo di vittime. E per gli autori di quei reati gravissimi, imprigionati nelle loro colpe.
    Agnese Moro, a un certo punto, in uno degli incontri diceva che “quell’omicidio non mi aveva soltanto tolto mio padre dai miei 25 anni in poi, me lo aveva tolto dagli zero anni, perché anche le fotografie di quando ero bambina con lui, che mi ritraevano e mi ricordavano dei momenti felici, era come se fossero tutte macchiate di sangue”.

    2. Quindi la Giustizia riparativa è un’esigenza profonda dell’anima umana.
    Il filosofo francese Ricoeur, che tu hai citato, diceva: «Raccontiamo delle storie perché le vite umane hanno bisogno e meritano d’essere raccontate. Tutta la storia della sofferenza grida vendetta e domanda d’esser raccontata».

    Esatto, è questo tipo di problema che la giustizia riparativa vuole affrontare. Di provare a offrire una strada per arrivare dove la giustizia penale tradizionale non può arrivare.
    Anche quando i processi, e non sono tutti, sono finiti con sentenze giuste, con l’accertamento dei tentati fatti e delle responsabilità, anche quando le pene sono state eseguite, molto spesso l’esperienza che si fa è che la sentenza non finisce di appagare quel bisogno di giustizia che c’è nelle vittime, nella società, ma anche in chi viene sottoposto a un processo penale.
    Entrate in un carcere. Io l’ho fatto tante volte da Ministro e anche prima.
    La prima cosa che un detenuto ti dice è che è un’ingiustizia che lui sia lì dentro. Sembra una ironia, ma loro la vivono veramente così.
    Così come quando incontravo le vittime, – e ne ho incontrate tante, – di reati anche molto gravi, anche di quelli che hanno avuto il loro processo celebrato, emergeva un’insoddisfazione, un bisogno: «Ma non c’è qualche altro ricorso che io possa fare? Non c’è qualcos’altro?».
    Perché? Io qui vado proprio all’origine delle vere ragioni per cui io – un po’ sconsideratamente – mi ero iscritta alla facoltà di giurisprudenza mille secoli fa. Non capivo niente di che cosa fosse. Non provenivo da una famiglia di avvocati, di magistrati.
    Ma avevo dentro questa grande urgenza che mi si riapriva ogni volta che in qualche contesto io avvertivo un’ingiustizia, soprattutto sugli altri, perché personalmente non mi pare di essere stata tante volte colpita da atteggiamenti ingiusti, offensivi, sbagliati. Ma, per esempio, a scuola, quando c’era un insegnante che trattava male qualche mio compagno gratuitamente, io diventavo matta. Questo senso di giustizia ti si può accendere di fronte a un episodio piccolo, a un episodio grande, a un bullismo, a un maltrattamento, a un furto, a uno scippo, a un’aggressione, a qualunque cosa che può capitarti nella vita. Ti si accende un bisogno umano di giustizia che la civiltà umana ha provato ad affrontare attraverso gli strumenti giuridici e che sono sempre insufficienti.
    E io mi chiedevo sempre, chiedevo ai miei professori: ma perché? Qual è il rapporto tra il bisogno umano di giustizia e la legge, il diritto, il processo? Tante volte mi rispondevano che il diritto positivo non c’entra con la giustizia.
    Ma come non c’entra? Ma come può non c’entrare? È certo che io non posso chiedere al diritto positivo di salvare il mondo, ma ci deve essere qualcosa, qualche nesso, un legame la legge umana e il bisogno di giustizia che abita il cuore dell’uomo.

    3. Come possiamo educare l’opinione pubblica, ma soprattutto i giovani, a questa sensibilità sociale, a questa attenzione per i profondi sentimenti, incancellabili nel cuore delle vittime? Non ti sembra che questo sia necessario perché le nuove generazioni possano acquisire maggior prudenza nell’agire, nel giudicare, nel vivere?

    Ci vorrebbero dei testimoni in carne ed ossa per far capire davvero che cosa è la giustizia riparativa.
    Vorrei che ci fossero qui Agnese Moro e Adriana Faranda a parlare a tutti voi: sarebbe molto più eloquente e la loro spiegazione molto più efficace della mia.
    Bisogna vederli gli esempi di queste storie. Ci sono dei film, andate a guardarli. C’è un film bellissimo che si chiama The Meeting, che parla di una storia di giustizia riparativa in un caso di violenza sessuale.
    Un altro film bellissimo è Marixabel, che racconta del terrorismo basco. Ci sono esempi di giustizia riparativa tra le madri israeliane e palestinesi. C’è il processo di pace con le Farc in Colombia. C’è la storia del Sudafrica.
    Tutte queste realtà, se voi le vedete, capite qual è la grande attrattiva. È un tentativo, – come tutti i tentativi umani fallibili che non sono mai a esito sicuro, – di provare a colmare quello scarto che sempre c’è tra un esito giudiziario anche il più correttamente amministrato, con pieno rispetto delle garanzie, dei tempi, della qualità, della motivazione, di tutto e il bisogno con cui il cittadino si rivolge alla giustizia.

    4. Dopo un fatto di sangue, nelle interviste fatte ai genitori di una vittima innocente, piuttosto che al cittadino generico addolorato, prevalgono sentimenti istintivi di vendetta – anche tramite le pene severe da infliggere – ma solo raramente viene presa in considerazione la ferita morale profonda da curare.

    È una cosa seria. Quando un cittadino, per una questione civile o penale qualunque, va davanti a un tribunale, si aspetta un sollievo a un livello tale che non si può scherzare. Quello di giustizia è uno dei bisogni, insieme alla verità, alla bellezza, all'amore, più brucianti e più incolmabili dell'essere umano.
    Allora, di fronte allo scarto che c’è tra la giustizia, – la meglio amministrata, non sto parlando degli errori giudiziari, ma quando funziona bene, con un bel tribunale, un giudice saggio, rispettoso e pronto nel rendere giustizia, – e quel bisogno che rimane sempre insoddisfatto, cosa succede nella nostra mentalità contemporanea? Quasi sempre, siccome ci sembra insufficiente quello che ci è stato dato dal mondo giuridico, chiediamo più giustizia, ovvero più severità.
    Quando un fatto è particolarmente grave, è istintivo. Succede mille volte, tra la gente comune e tra chi ha le responsabilità di fare le leggi. Ci sono gli incendi boschivi in Sicilia o in Sardegna? Subito si propone di alzare le pene – come se questo risolvesse il problema.
    Posso capire da dove viene quell’istinto, – per me sbagliato e controproducente, sia chiaro – ma lo capisco alla radice. È che tu, di fronte a quella devastazione, vorresti poter fare qualcosa di più, e non avendo altri strumenti, cosa fai? Proponi di aggravare la pena. Il problema è che questo tipo di reazione è inutile, se non dannosa. Vai a verificarlo dieci anni dopo e ti rendi conto che non è servito a niente.

    5. Mentre tu eri ministro si è sbloccata, – improvvisamente almeno a livello politico, – l’estradizione degli ex terroristi che si erano rifugiati in Francia da decenni, tra cui anche alcuni protagonisti della vicenda Calabresi. Come va vissuta questa vicenda?

    L’altro grande incontro che ha accompagnato il mio percorso di ministro è quello con Gemma Calabresi.
    La decisione della Francia di rimuovere il blocco politico all’estradizione dei terroristi italiani rifugiati in Francia è stato un atto interpretato in tanti modi diversi.
    Alcuni hanno reagito con grande trionfalismo: ‘finalmente vengano a pagare quello che non hanno mai pagato, visto che sono scappati, sono dei latitanti, sono dei codardi, eccetera’. Adesso è gente che ha 70-80 anni o più, per intenderci.
    E altri hanno detto invece che era una sciocchezza andare a riaprire una vicenda così lontana nel tempo: ‘Dopo tanti anni a che cosa serve? Adesso arrivano in Italia e bisogna mandarli in galera. Che senso ha mandarli in galera a 80 anni?’ E io leggo l’intervista che il figlio di Calabresi, Mario, fa alla madre: è un pezzo, secondo me, di storia d’Italia che andrebbe letta in tutte le facoltà di giurisprudenza, in cui trovo esattamente descritte le ragioni per cui io, convintamente, avevo sostenuto la richiesta di estradizione, ma altrettanto convintamente pensavo che quello di mandare i terroristi, ormai vecchi e malati, tutti in prigione per il resto dei loro giorni non fosse l’unico destino di questa vicenda, l’unico finale possibile.
    E Gemma Calabresi, a un certo punto, rispondendo al figlio, dice: «No, questo atto è un atto dovuto perché ristabilisce la verità e le responsabilità di quegli anni, ma io non provo nessun godimento a pensare che un uomo vecchio e malato adesso passi il resto della sua vita in prigione. Non è per questo, non mi interessa questo».
    Il Cardinal Martini, in una delle sue frasi lapidarie, dice una cosa che per me è illuminante, e che io scolpirei su tutte le entrate delle facoltà di giurisprudenza: “Rendere giustizia non è giustiziare il colpevole, ma è fare giustizia alle vittime e a tutta la società”. È una cosa diversa. È una cosa molto diversa.
    È in questo iato nelle esperienze che io ho visto, che c’è lo spazio per la giustizia riparativa. State attenti perché nella mentalità comune, per noi, rendere giustizia in fondo è giustiziare il colpevole. Poi non sarà il giustiziarlo con il cappio al collo nei modi spettacolari antichi e crudeli e atroci che si usavano nei secoli passati, adesso siamo più civili.
    Ma la logica è la stessa.
    Ma questo “giustiziare il colpevole” appaga davvero il bisogno di giustizia della società? La domanda è questa.

    6. Sono venuto a conoscenza di una notizia inaspettata: tu sei presidente della “Casa di Dante”.
    Dante nel dividere i personaggi tra Inferno, Purgatorio e Paradiso in qualche modo ‘fa giustizia’. Hai trovato anche nella Divina Commedia la Giustizia Riparativa?

    Sì, non sono una letterata, ma appunto perché Dante è pieno di riferimenti alla giustizia, a un certo punto ho iniziato a rileggermi la Divina Commedia con questa lente.
    Allora, quando noi pensiamo alla giustizia in Dante Alighieri, qual è la parola che viene in mente a tutti quanti? Il contrappasso, no? Cioè, soprattutto all’inferno, è come se tutta la costruzione si basasse sul fatto che i dannati debbono subire la pena che corrisponde, grosso modo, al tipo di reato e di male, di peccato che hanno commesso. Ci sono i lussuriosi che bruciano nella fiamma eterna, i traditori, i seminatori di scisma, come Bertrand de Born che gira portandosi in mano la sua testa, perché avendo seminato divisione nel mondo, lui stesso vive separato da se stesso.
    Ma non c’è solo il contrappasso in Dante. C’è di peggio, perché a un certo punto, quando parla di Geri del Bello, tira in ballo il bisogno dell’antica vendetta: bisogna vendicare il reato di sangue.
    Ci sono una serie di eccezioni, per cui, per esempio, Bonconte da Montefeltro, un farabutto che ha ammazzato un sacco di gente, in punto di morte si commuove, gli scende una lacrimuccia e allora così viene salvato, non viene mandato all’inferno. Giudizi più severi, meno severi, persino la grazia: la lacrimetta di Bonconte cos’altro è se non la grazia, il perdono? E poi, a un certo punto, c’è una figura nel Purgatorio, una certa Sapia, invidiosa, che dice, nei suoi dialoghi con Dante: ‘con questi altri rimendo qui la vita ria’.
    C’è un bellissimo commento di Pierantonio Frare a questo canto del Purgatorio, che parla della giustizia come rammendo, come riparazione, come ricucitura, come ristabilimento delle relazioni.
    Nell’inferno i singoli dannati sono l’uno contro l’altro, uno dei motivi della dannazione è che si fanno del male l’un l’altro, cioè l’altro è il tuo inferno. Nel Purgatorio la pena è diversa: il rammendo, il riparare il danno provocato, si fa con altri.
    Questa concezione è quello che a me ha sedotto della giustizia riparativa.
    Cioè l’idea che il reato, il male, prima ancora che essere una violazione della legge, una mancanza di rispetto dello Stato, è una rottura di una relazione fra l’autore e la vittima, fra l’autore e la comunità. Perché di questo si tratta.

    7. Siamo in una società segnata drammaticamente da conflitti che non sappiamo gestire e che possono diventare improvvisamente dei fatti violenti.

    Qualcuno dice che anche i nuovi social ci permettono di essere particolarmente aggressivi senza guardare in faccia le persone, altri dicono che dipende da narcisismi ed egoismi esasperati. Ma i ragazzi, i giovani, quanta sofferenza si portano dentro per incomprensioni, litigi, offese, bullismi, che a volte diventano forme di denigrazione, di discriminazione, di messa al pubblico ludibrio, e che fanno montare dentro una rabbia, un risentimento incontenibile? Io di questo sono enormemente preoccupata. Non è un caso che nel nostro tempo sono scoppiate due guerre. È una società ad alto tasso di conflittualità nel privato, nelle famiglie, nelle relazioni delle nostre comunità e anche a livello pubblico.
    Allora, ha ragione l’opinione pubblica quando dice non possiamo fare a meno della giustizia penale.
    Quindi che stiano tranquilli gli avvocati e i giudici: il loro lavoro continuerà, nessuno porta via il loro ruolo. Purtroppo ce ne sarà tanto e per tutti e quella è una attività indispensabile perché l’animo umano ha dentro la capacità di fare il male. Per questo avremo bisogno del processo penale sempre e avremo bisogno di fermare le persone che commettono certi reati, che mettono a repentaglio la sicurezza, la vita, l’incolumità degli altri.
    Ma possiamo fermarci lì? Siamo soddisfatti di questo? O non abbiamo forse davvero bisogno di qualcos’altro?

    8. Questo qualcos’altro, come tu ci hai già detto, non è un addolcimento del diritto penale. Non si tratta di uno strumento di clemenza, non è una misura alternativa al carcere, non è una grazia, non è un condono. Ma qual è lo sbocco finale?

    La giustizia riparativa non è questo. È molto più esigente. Perché, a parte il fatto che si accetta soltanto liberamente, è un percorso libero che si svolge parallelamente al processo penale.
    La proposta di un percorso di giustizia riparativa, che tra l’altro molto spesso parte proprio da una richiesta di qualcuno che ha maturato un suo percorso dopo offese gravi, è un bisogno di guardare in faccia la persona verso la quale è stato commesso un fatto grave.
    Provate a immaginare. Vi è mai capitato di sbagliare qualcosa nei confronti di qualcuno? Di solito, dopo aver sbagliato, si scappa. Non si ha voglia di andare a rincontrarla, quella persona lì. Se avete fatto un torto a qualcuno sul lavoro o se avete qualche altra questione non risolta, fateci caso: si tende a evitare il rapporto.
    Il fatto di andare a incontrare la persona a cui si è fatto del male non è meno esigente di un mese di carcere. Anzi.
    Pensate cosa significa andare a guardare negli occhi, accettare di guardare negli occhi la donna che hai violentato!? Provate. Ditemi se è una richiesta poco esigente! Implica un prendersi le proprie responsabilità di fronte all’altro come persona.
    E perché una vittima accetta di vedere chi ha commesso un fatto così grave, brutale, nei suoi confronti? Guardateli questi film, questi documentari, perché sono fatti veri, non si può fare una fiction su una cosa del genere. Per esempio, questa donna irlandese del film The Meeting, come prima cosa quando incontra il ragazzo che l’ha violentata gli chiede: “ma perché a me”? È uno sconosciuto, non è una violenza domestica, è un’aggressione sessuale di una persona sconosciuta che lei ha incontrato su un autobus.
    “Perché a me?” E questo incomincia a parlargli delle sue scarpe rosse, di quello che gli avevano fatto venire in mente, delle sue sofferenze, del suo risentimento. È un dialogo in cui non è che diventano amici, neanche proprio fanno la pace, non è che proprio finisce così, non è detto che la giustizia riparativa finisce con: ‘diventiamo amici, abbracciamoci, perdoniamoci’. Non è niente di tutto questo, anzi.
    In quel film si vede lei lo ascolta, gli dice tutto quello che è capitato dentro di lei in seguito a quella sera, e poi si alza e se ne va fiera di se stessa: gli specialisti della materia direbbero empowered, ossia lei ha recuperato il senso della sua dignità.
    Allora, stiamo parlando della possibilità di ricominciare, di riparare, riparare che cosa? Un giorno ho chiesto proprio ad Agnese Moro e ad Adriana Faranda: “Ma dopo i fatti che avete vissuto voi, cosa si può riparare? Perché se imbratto il muro, va bene, vado a riparare, nel senso che vado a dipingere il muro e metto a posto il danno che ho fatto, ma se ti ha ammazzato il padre che per giunta è un uomo di stato italiano, cosa puoi riparare?” La Faranda mi ha guardato come se fossi un marziano e mi dice: “Ma come? Ci sono le nostre vite da riparare!”.
    Questo è il tipo di giustizia che io andavo cercando dal primo giorno di università. Cioè qualcosa che, senza negare la capacità di male che c’è dentro l’essere umano, dice che un’altra storia può iniziare dalla presa d’atto del danno che hai fatto e del niente che sei e guardare avanti.
    Ditemi se questa non è una prospettiva entusiasmante, una sfida pressoché impossibile e per veri audaci. Non si può imporre per legge un percorso così. La legge può solo offrirlo.
    Quello che ho voluto fare con questa legge è offrire una possibilità.
    L’abbiamo fatto qui in Italia e l’abbiamo fatto come Presidenza dei Ministri del Consiglio d’Europa.
    Non si può costringere nessuno a fare questo percorso. Per questo sono percorsi che non sono predeterminabili, né nei tempi, né negli esiti. Puoi iniziare subito, o puoi iniziare 20 anni dopo che sei in galera.
    Ma è una possibilità per tutti, per chi ha commesso il reato, per la vittima che l’ha subito, per lo Stato, per la comunità, è una possibilità di guardare oltre.
    E in questo che cosa c’è di più rispondente allo spirito della Costituzione che parla di pene con funzione rieducativa, cioè che guardano a un dopo; che all’articolo 3 dice che la Repubblica tutta deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona?
    Fare un percorso di giustizia riparativa non è offrire forse una possibilità di rimuovere quel macigno che il reato è nella vita delle persone per il loro pieno fiorire?


    CHE COS'È LA GIUSTIZIA RIPARATIVA
    Regolata in Italia per la prima volta nel 2022 con la cosiddetta riforma Cartabia, dal cognome dell’ex Guardasigilli Marta Cartabia, la giustizia riparativa è una forma di risoluzione del conflitto, complementare al processo, basata sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro con l’aiuto di un terzo imparziale chiamato “mediatore”[ 1]. Con la restorative justice non si cerca di ottenere la punizione dell’autore del reato ma piuttosto di risanare quel legame con la società spezzato dal fatto criminoso. Si instaura così un contatto diretto tra offeso e offensore, il quale permette al primo di esprimere i propri sentimenti ed emozioni in relazione alla lesione subita, e al secondo di responsabilizzarsi.
    Il programma di giustizia riparativa, in ogni caso, non conduce a uno sconto di pena e non è alternativo alla detenzione in carcere.
    Decreto Legislativo 10 ottobre 2022, n. 150 Attuazione della legge 27 settembre 2021, n. 134, recante delega al Governo per l’efficienza del processo penale, nonché in materia di giustizia riparativa e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari. (22G00159) (GU Serie Generale n.243 del 17-10-2022 – Suppl. Ordinario n. 38).
    Note: Entrata in vigore del provvedimento: 01/11/2022. Il D.L. 31 ottobre 2022, n. 162 ha successivamente disposto che il presente provvedimento entra in vigore il 30/12/2022.

    * Marta Cartabia nasce il 14 maggio 1963 a San Giorgio su Legnano (MI).
    Istruzione: European University Institute (1993), Università degli Studi di Milano (1987).
    Oggi è Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano ed europeo nell’Università Bocconi di Milano.
    Dal 13 settembre 2011 al 13 settembre 2020 è stata giudice della Corte costituzionale, della quale dall’11 dicembre 2019 è stata anche presidente, diventando la prima donna a ricoprire tale carica. È stata ministro della giustizia dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022, nel governo Draghi.
    L’11 settembre 2021, è stata nominata da papa Francesco membro ordinario della Pontificia accademia delle scienze sociali.

    (FONTE: Vivere. Notiziario del Sacro Cuore, Bologna, Marzo 2024, pp. 8-13)


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