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    Segni eloquenti

    del grande mistero

    Il mistero eucaristico a partire dalla realtà del pane e dei suoi significati

    Enzo Bianchi


     

    L’eucaristia esercita un magistero silenzioso ma performativo nella sua stessa materialità: pane e vino deposti su una tavola; pane spezzato e condiviso; vino bevuto da un unico calice...
    Questa dimensione materiale, accompagnata da gesti e parole, è in grado di esprimere il grande mistero. Purtroppo, nel recente passato, a questa materialità si è prestata scarsa attenzione fino a non permettere alla materia di esprimere pienamente il nome che l’uomo le aveva dato come vocazione e promessa, fino quasi a impedire ai segni del pane e del vino di essere eloquenti, di manifestare ciò per cui sono richiesti nell’eucaristia.
    Il titolo del Congresso eucaristico di Matera, Torniamo al gusto del pane(settembre2022),richiama l’attenzione sulla necessità di conoscere il mistero eucaristico a partire dalla realtà del pane e dei suoi molti significati. Il richiamo al pane comporta un richiamo al vino perché insieme, mai disgiunti, sono un’introduzione necessaria all’esegesi del gesto e parole di Gesù nell’Ultima cena, quando consegnò ai discepoli il comando di ripetere il suo gesto facendo memoria di lui, finché non sarebbe venuto nella gloria.
    È doveroso, quindi, riflettere sul fatto che la comunità cristiana, quando si riunisce nel giorno del Signore, celebra la cena del Signore e sulla tavola i discepoli (i cristiani per l’oggi!) portano pane e vino non per un’offerta a Dio, ma per una condivisione nella benedizione e nel ringraziamento al Creatore, al Signore della terra e dell’umanità. Questo è ciò che contempliamo durante la liturgia sull’altare: il pane, un pane vero, visibilmente pane e non un’ostia come purtroppo ancora avviene, e il vino nel calice dell’esultanza.
    Già questa realtà sull’altare è un’icona che parla al cuore del cristiano, ma anche al cuore di ogni uomo e donna.

    Il gusto del pane

    Il pane è il cibo del Mediterraneo, apparso in Egitto nel II millennio a. C., ma poi cotto in forni a legna dai greci e diffuso in tutto il Medioriente. È significativo che nella lingua accadica del III millennio a.C. ci sia una connessione tra il verbo acalu, mangiare, e akilu, termine indicante il pane.
    Mangiare era dunque mangiare del pane, il cibo per eccellenza. Nella Bibbia la terra di Israele è sovente indicata come «terra di frumento e di mosto, terra di pane e di vigne» (2Re 18,32), e il pane è considerato il cibo per antonomasia, “pane della terra”, dunque dono del Creatore, ma anche frutto del lavoro dell’uomo che deve guadagnarlo con la fatica e il sudore del volto.
    Il pane, confezionato con farina di cereali, acqua e a volte lievito, viene poi cotto sul fuoco su pietre o nel forno e diventa il cibo degli ebrei ancora nomadi, di quelli in Egitto e di quelli stanziati nella terra di Israele.
    Per i popoli mediorientali mancanza di pane, per lo più legata alla carestia, significava fame, esistenza precaria e perciò il pane era non solo prezioso, ma anche ritenuto simbolo della vita.
    Mancanza di pane, ancora oggi, significa malattia, morte! Ecco perché il pane esprime il “bisogno”, è cosa necessaria, nutrimento di ogni giorno, quotidiano perché questo è il ritmo con il quale l’essere umano si ciba.
    Il pane ha una storia meravigliosa che è necessario conoscere per comprendere come possa essere e fare segno nell’eucaristia. Solo se viviamo un autentico e sapiente rapporto con il pane, il vino, la natura, noi possiamo «fare di ogni cosa eucaristia» (cf Ef 5,20) e accompagnare le creature che ora gemono e anelano alla salvezza nella trasfigurazione cosmica che il Regno glorioso compie.
    Il pane: basta considerarlo nella sua materialità per accogliere uno zampillare di simboli e significati, una messe di trasposizioni e metafore. Il pane con la sua crosta dorata o bruna, le sue forme molteplici, è sempre pane da spezzare, da mangiare, da assumere come cibo per vivere. Il pane: basta sentirne il profumo quando viene sfornato e ci si inebria di gioia, di voglia di vivere!
    È come una promessa! Il pane: basta portarlo in tavola, deporlo regalmente sul tovagliolo o nel cestino, prenderlo tra le mani con venerazione e spezzarlo con quel frantumarsi della crosta per fare un gesto di accoglienza e condivisione. Il pane: basta metterlo in bocca e gustarlo per dire che è buono, esperienza che ci permette di dire di una persona: «È buono come il pane!». Gustare il pane in solitudine o insieme ad altri, imbevuto in un bicchiere di vino o insaporito da un velo di olio fragrante, è compiere un gesto carico di sapienza, di piacere e di gioia! Il pane: purtroppo oggi è sprecato, spesso viene buttato via ... un peccato che grida vendetta davanti a Dio per conto di tanti affamati della terra!
    Il pane chiede rispetto, venerazione, e allora diventa eloquente.
    È per questo che Gesù ha spezzato il pane e ci ha chiesto di fare altrettanto in memoria di lui, per renderlo presente e vivo tra di noi! È lui il pane che è vita, il pane disceso dal cielo, vita spezzata per noi fino alla morte in croce. È lui il pane antidoto alla morte, il pane che fa risorgere i morti. E così nell’eucaristia inizia quella trasfigurazione che fa di questa creazione il regno di Dio, dell’umanità il corpo di Cristo e tutto in Dio per l’azione dinamica dello Spirito santo.

    Il sapore del vino

    Accanto alla necessità del pane c’è la gratuità del vino. Anche la vite cresce nei Paesi del Mediterraneo e cresce accanto al frumento: la vite sulle colline e sui pendii, il frumento nelle pianure e nelle valli! Israele poi è «terra di frumento e di mosto » (Dt 33,28), e non a caso gli esploratori inviati da Mosè a perlustrare la terra promessa tornarono con un tralcio a cui erano attaccati grandi grappoli d’uva! È Dio, dunque, che ha fatto dono al suo popolo della “terra che stilla vino”, in ebraico jajin, in aramaico chamar, letteralmente “il rosso”, il dono più benedetto insieme al pane. La Bibbia pone l’origine del vino ai tempi del post diluvio, quando Noè uscì dall’arca e trovò il vino per consolarsi, riprendere le forze e gioire.
    Il vino non è necessario all’esistenza come il pane, si può vivere anche senza bere vino, dunque il vino indica la gratuità, è al di fuori dello spazio della necessità. Ma nella gratuità c’è il piacere, la gioia, la possibilità della festa, l’esultanza dei cuori ... Dice il Siracide: «Che vita è quella dove manca il vino che Dio ha creato fin dall’inizio per la gioia degli uomini?» (Sir 31,27). Il vino è il frutto della vite, una pianta che richiede un duro lavoro, molta cura, molti anni perché dia buon frutto!
    Solo il sedentario, colui che abita la terra, può conoscere la coltivazione della vite e quando può dire: «Ho una vigna!» è come se dicesse: «Ho una casa, ho una sposa!».
    È quasi impossibile per chi non l’ha vissuto capire il legame tra un viticoltore e la sua vigna: è una relazione passionale, è una vera condivisione delle stagioni, del buono e del cattivo tempo. C’è sempre da fare qualcosa per la vigna: in inverno la potatura dei tralci, in primavera la legatura, poi in estate l’abbinamento dei tralci, il diradamento delle foglie ... e poi finalmente, dopo tante trepidazioni, all’inizio dell’autunno, la vendemmia! La si fa cantando, poi c’è la pigiatura con il profumo del mosto.
    E, infine, ecco il vino nei suoi colori così diversi! Per questo, quando è versato nei calici va contemplato innalzando la coppa verso la luce.
    Poi va assolutamente annusato perché sprigiona ineffabili profumi.
    Quando lo si porta alla bocca lo si assaggia e lo si gusta. E allora ecco il piacere: vino della felicità, dell’amicizia, degli amanti!
    Il Cantico dei cantici non a caso celebra l’amore con il vino, e Gesù a Cana dona il vino nuovo, il vino buono che segna la festa e celebra la gioia. Gesù, non dimentichiamolo, ci ha promesso poche cose per l’aldilà, ma tra queste certamente una: che berrà con noi vino nuovo nel regno di Dio (cf Mc 14,25).

    (Vita Pastorale - aprile 2023)


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