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    Il sentimento della gioia

    Il valore formativo della fiaba nello sviluppo della competenza emotiva

    Anita Gramigna - Giorgio Poletti *

    Questo articolo intende dimostrare come la lettura guidata delle fiabe classiche possa favorire, nei bambini a partire dalla scuola materna, processi di consapevolezza emozionale e la progressiva emancipazione dal proprio egocentrismo attraverso il riconoscimento dell'altrui emotività. Lo scopo è fornire una griglia di interpretazione agli insegnanti della scuola dell'infanzia per aiutarli a decifrare le emozioni dei bambini e ad avviare con loro processi di coscientizzazione emozionale. Un primo risultato che ci aspettiamo con questa attività è aiutare i bambini a verbalizzare prima la sensazione e poi il sentimento profondo della gioia tramite la descrizione di esperienze, episodi o sogni. Ci aspettiamo inoltre di alimentare un dibattito che metta in luce, insieme alle conclamate risorse educative che il presente offre ai giovani, le criticità di una pedagogia sociale pervasiva che alimenta, a un tempo, narcisismo e consumismo: elementi di supporto al disagio emozionale e al disorientamento emotivo di cui soffrono molti giovani.
    La cornice epistemologica di queste riflessioni di carattere teorico-argornentativo è quella della pedagogia interpretativa, mentre l'approccio metodologico, di impianto qualitativo, si basa sull'analisi dei passi salienti di alcune fiabe classiche.

    Le fiabe sono vere.
    Sono [...], nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica delle vicende umane,
    una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminìo
    delle coscienze contadine fino a noi;
    sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna,
    soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d'un destino.

    (Calvino, 2014, p. IX)

    1. Introduzione: perché proprio la gioia

    I nostri giovani sembrano soffrire di un malessere emozionale, ben analizzato da Goleman (1996), che si rivela nelle difficoltà di autocontrollo, nei disturbi del comportamento, nell'incremento del bullismo e nel considerevole aumento di problemi relazionali (Bensayag e Schmit, 2004). Oggi molti adolescenti mostrano un disorientamento emotivo che sarebbe all'origine sia di un incremento dei comportamenti narcisisti, sia del ritardo nel processo di emancipazione dall'egocentrismo infantile. Di più, secondo alcuni autori (Brummelman et al., 2015), i comportamenti narcisistici sono in crescente aumento e contribuiscono all'emergere di problemi relazionali gravi come l'aggressività e la violenza. Questi studi mostrano che, se il narcisismo nei bambini deriva in gran parte dalla sopravvalutazione dei genitori, la società contemporanea nel suo complesso tende a favorire e a premiare tali comportamenti. Tuttavia, è bene sottolineare che l'autostima, base essenziale per l' apprendimento e la crescita, è tutt' altra cosa dal narcisismo e che è ampiamente sollecitata sia dal calore umano, sia da un'educazione emozionale che porti a poco a poco il soggetto a comprendere le proprie pulsioni emotive. Il sentimento della gioia va ben oltre il soddisfacimento delle pulsioni, la ricerca facile di gratificazioni, l'approvazione immeritata della nostra persona. Si tratta di un sentire consapevole di sé, di scavo interiore, di benessere relazionale e di empatia. Questo «movimento» che dall' esterno porta all'interno è una ricerca di senso che aiuta il soggetto a emanciparsi dal proprio egocentrismo e a sfuggire alle chimere del narcisismo. Risulta pertanto molto importante educare i bambini sin dai primi anni della scuola materna a percorrere sentieri di coscientizzazione, di riconoscimento in sé e negli altri e, infine, di condivisione. Ed è importante soprattutto perché sin dai primi momenti della vita il bambino agisce sotto l'impulso del «principio del piacere», che gli fa muovere i suoi primi passi alla ricerca, appunto, della gioia (Miller, 2011). Al suo esordio, la gioia si annuncia nell' esperienza del piccolo come emozione primaria (Ekman, 1992). Potremmo sostenere che si tratta di un istinto originario (Freud, 1974), sulla cui base è bene intraprendere un processo educativo che fa della gioia, come delle emozioni ad essa correlate, il contenuto di un processo di significazione del mondo aperto alla relazione. In questo senso, l'educazione aiuta il bambino a costruire le proprie chiavi di interpretazione del mondo, in una visione prospettica e relazionale che lo colloca entro nessi di significato esistenziali. Si tratta di accompagnare il progressivo ampliamento del suo spazio psicologico verso la ricerca di relazioni sociali, ma anche di nessi semantici che siano innanzitutto solidali: che lo aiutino a costruire la sua identità entro una trama di momenti significanti fra sé e il mondo, fra sé e gli altri. Questo significa allenare la sua sensibilità e il suo pensiero a tener conto della presenza di chi gli sta accanto: dei suoi punti di vista, dei suoi bisogni e delle sue gioie, che possono essere condivise in una relazione solidale.
    Scrive in proposito Bettelheim, nel suo famoso libro sulla fiaba, Il mondo incantato (2005), che il processo di crescita non è che il divenire via via in grado di trascendere gli angusti confini di un'esistenza egocentrica e l'imparare a credere di poter dare un importante contributo alla vita. Tale movimento dal sé al noi è un fondamentale esercizio di crescita. Dovrebbe durare tutta la vita, ed è bene che inizi presto. In questo le fiabe ci possono aiutare, perché nella loro narrazione partecipata i bambini scoprono che esistono dei confini alle proprie voglie, in particolare quando queste possono danneggiare gli altri.

    2. L'importanza di un'educazione alle emozioni

    Diversi studi rilevano la necessità di un apprendimento emozionale che parta dai primi anni della scuola dell'infanzia (Collacchioni, 2009). È, questa, la base sulla quale l'educazione può costruire un progetto di competenza empatica. La capacità di immaginare quello che ancora non esiste – o di prevedere le conseguenze di un dato comportamento  implica la possibilità di predire le azioni altrui, di interpretare le reazioni, gli stati d'animo, i sentimenti e le intenzioni dei propri simili. E la tensione empatica dell'intelligenza, che sfuma in competenza sociale e che si nutre di una tensione emozionale che occorre rendere intellegibile. Infine, tutto ciò ha anche molto a che vedere con l'ambito cognitivo. L'intelligenza è infatti intensamente relazionale perché è empatica: «È la corteccia prefrontale, con le sue connessioni alle strutture emozionali del cervello, a generare l'intelligenza nel comportamento sociale umano» (Churchland, 2012 p. 144). Le emozioni ci aiutano a elaborare una prima valutazione di quanto ci accade, una valutazione che si fa via via più complessa quando esse (paura, gioia, simpatia, rabbia...) approdano al sentimento, ovvero assumono una dimensione meno effimera e più duratura, e quando a sua volta il sentimento è corroborato dalla riflessione. Ecco che, in questo contesto, il nostro cervello ha imparato a valutare un problema, a fare predizioni sulla sua evoluzione, infine, a elaborare decisioni, risposte, azioni.
    Una sapiente educazione emozionale favorisce la capacità di gestire sia i conflitti interni sia quelli relazionali, perché affina le competenze empatiche, ma anche la cognitività, soprattutto per quanto riguarda la memoria e l'attenzione. Ecco, quindi, che occorre iniziare sin dalla scuola della prima infanzia a conoscere le emozioni, le loro cause e le manifestazioni che le caratterizzano. In tal modo l'insegnante avvia i bambini a sopportare le frustrazioni, a controllare la collera, a prevenire comportamenti autolesionisti, a tollerare lo stress. A realizzare il sé nel noi.
    L'educazione, come la letteratura, si esprime in contingenze che possono essere descritte e analizzate solo a condizione di servirsi di criteri narrativi e strumenti logici di volta in volta differenti. Secondo Damasio (2003), la narrazione precede in tutti i sensi il linguaggio, in quanto ne rappresenta il presupposto, che troverebbe la sua base biologica, oltre che nella corteccia cerebrale, nei due emisferi. In questo senso esisterebbe una disposizione cerebrale alla narrazione. Il cervello costruisce in modo naturale storie, anche senza parole. Di qui la nostra proposta di una pedagogia essenzialmente narrativa, che individua nell'educazione una semantica letteraria. A questo proposito, Taylor (1999) sostiene che la narrazione sia forma costitutiva dell'educazione e suo principio epistemologico. Lungo questa linea di riflessione si colloca anche il pensiero di Bruner (1997, p. 138): «Noi trasferiamo sempre i nostri tentativi di comprensione scientifica in forma narrativa, o, per così dire, di euristica narrativa». Infatti, continua l'autore, il «raccontare» è patrimonio universale del genere umano quanto il parlare.
    Infatti, siamo convinti che la narrazione sia un modo di pensare perché ci suggerisce le strutture per meglio interpretare i nostri conflitti esistenziali, per organizzare la nostra conoscenza, per crearne e delimitarne i diversi campi. In tal modo, i bambini comprendono il significato emotivo degli episodi narrati, ma anche delle proprie esperienze, attraverso un rimando ai propri vissuti. La semantica profonda della narrazione fiabesca è metaformativa, nel senso che favorisce lo sviluppo delle personalità e costruisce' prassi di autoermeneusi. In altre parole, essa aiuta i soggetti in via di sviluppo a conoscersi meglio, in quanto prepara processi di interiorizzazione. Le emozioni  siano o meno inizialmente coscienti  svolgono un effetto prolungato nel tempo se, mutandosi in sentimento, giungono alla consapevolezza. Vale a dire che solo con la chiara percezione di un senso del sé il ragazzo approda alla consapevolezza dei sentimenti che prova. Per questo motivo, e citando una bella espressione di Damasio (2003, p. 23), possiamo affermare che il sentimento è l'esperienza mentale dell'emozione. Aiutare i bambini a riconoscere le emozioni, a dar loro voce e ad attribuire loro un nome li aiuta nel processo di coscientizzazione del sé. Questa consapevolezza, sia pure ai primi stadi, li aiuta a prendere decisioni, a imparare sempre qualcosa di nuovo. E senso del sé. Secondo Damasio, la coscienza amplifica l'impatto di sentimenti ed emozioni nella mente. La coscienza, a suo parere, è «la nostra prima autorizzazione a conoscere» e pertanto ci «aiuta a perfezionare l'arte della vita» (Damasio, 2003, pp. 17-18). E infatti è la coscienza che rende noto al ragazzo ìl sentimento di un'emozione. Crediamo che l'educazione debba accompagnare il soggetto sulla strada che lo porta dall'emozione verso il sentimento. Di più, siamo convinti che questo «accompagnamento» possa e debba partire dalla comprensione di quello stato mentale e fisiologico naturale, ma anche frutto di apprendimento, che chiamiamo emozione; e lo deve fare a partire dalla chiara percezione delle sensazioni.
    La tensione letteraria del «fantastico», del «meraviglioso» e dello «straordinario», infatti, alimenta una percezione prospettica della realtà. Si verifica così un'interpretazione chiarificatrice del mondo sia in chiave di interiorità che di esteriorità, in quanto i bambini imparano a riconoscere e a governare i fantasmi inquietanti della loro affettività così come gli slanci di felicità. Il racconto fiabesco introduce a una visione del mondo, nonché a un'organizzazione dell'esperienza esistenziale che indica dei percorsi di significazione della propria interiorità. Così si aiutano i più piccoli a interpretare le proprie delusioni narcisistiche, le dipendenze affettive, le rivalità amicali, l' egocentrismo, l' aggressività asociale. Di qui la capacità di tener conto del punto di vista, come dei sentimenti, degli altri. Sono le competenze che aiutano i bambini a comprendere le relazioni, a negoziare i conflitti, a collaborare nei lavori o nei giochi di gruppo, vale a dire a potenziare l'intelligenza emotiva. Scrive in merito Goleman: «Si tratta [...] della capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare» (Goleman, 1996, p. 24).
    In questo senso, la narrazione aiuta i bambini a costruire strumenti di lettura e di orientamento delle emozioni che agitano il loro immaginario. La metafora letteraria svolge qui una funzione ermeneutica, sia come struttura del discorso narrativo, sia come elemento evocativo di ripescaggio dei simboli e dei saperi, che vengono ricollocati in un nuovo assetto.
    Le metafore che fioriscono nelle fiabe sono molto interessanti sotto il profilo educativo perché si riferiscono a una realtà che approda sempre a qualcosa d'altro rispetto a quello che dice, allude, evoca, lascia intuire. La metafora accoglie quell' eccedenza di significato intraducibile, che possiamo intuire solo emozionalmente e che sta al cuore della sua magica ambiguità. E così essa accende il gioco dell'intuito, dell'introspezione, della creatività. L'ambiguità della metafora, ovvero la sua capacità di legittimare interpretazioni diverse, è infatti un suo tratto caratteristico. Questa sua natura ci consente di introdurre nuove immagini in contesti consueti e viceversa, incitandoci a utilizzare creativamente sia i simboli sia le connessioni di significato ai quali possono alludere. Si tratta di un'educazione metacognitiva.
    La fiaba è narrazione complessa non solo perché dialoga attraverso la metafora, ma anche perché reca l'eco di numerose stratificazioni culturali e di un'antropologia arcaica (Certini, 2017), che rimanda a un archetipo dell'immaginario. È complessa perché evoca un'esperienza estetica, ovvero un approccio conoscitivo intensamente relazionale nel quale il linguaggio delle emozioni, dell'immaginario e dell'onirico s'intreccia a quello della logica, perché la ragione delle fiabe è una ragione poetica. La sensibilità è il primo humus di queste narrazioni, che radicalizzano la natura narrativa dell'educazione. La letteratura affina i bisogni del piccolo lettore e li rende più complessi, perché innesca meccanismi di coinvolgimento della sua personalità integrale. Tali meccanismi lo proiettano nell'universo ludico del «come se», evocano una polisemia di messaggi e valori che fa leva sia sugli aspetti razionali sia su quelli emozionali e affettivi. L'avventura, lo straordinario, la magia, il mostruoso, il ludico  elementi costitutivi delle fiabe  accendono un gioco emozionale, che è anche intellettuale, e proiettano il bambino dentro comportamenti ermeneutici che, soli, possono aiutarci, nell'insegnamento come nell' apprendimento, a cogliere le opportunità cognitive di una mente che si nutre anche di affetti. Il processo di immersione odi appropriazione della storia favorisce l'identificazione con l'eroe buono e con la soluzione dei suoi dilemmi. Le fiabe ci consentono di far leva sulla partecipazione, sull'interpretazione e sull'intuizione, e possono aiutare i più piccoli a decifrare, a nominare e, in parte, a governare le proprie emozioni. A partire dalla gioia, perché essa è un importante punto di partenza per studiare le emozioni che possono portare al narcisismo e così ostacolare il processo di emancipazione dall'egocentrismo infantile.
    In questa fase, le parole delle fiabe aiutano a dare forma a un magma emozionale confuso e perciò ancora più difficile da decifrare e controllare.
    In tal senso esse contrastano la pervasiva pedagogia sociale che oggi ci impone un'etica pragmatica e le illusioni di un consumismo insaziabile, l'attenzione esclusiva all' appagamento dei nostri desideri. Siamo sottoposti a una sollecitazione continua a perdere di vista l'interiorità a favore dell' esteriorità, l' unitarietà a favore della frammentazione dell'esperienza e della conoscenza. I nostri ragazzi sono sempre meno abituati all'introspezione. Il principio misterico, che è all'origine di molte fiabe classiche, come della mitologia alla quale sono imparentate rimanda invece alla dimensione dell'interiorità e della totalità. I simboli che animano le metafore fiabesche consentono una organizzazione del pensiero che va in quella direzione: dall'esterno verso l'interno, dall' ordinario allo straordinario, dall' atomistico all'olistico.

    3. Metodologia: prassi di ermeneutica applicata

    Sullo sfondo di una teoria della pedagogia interpretativa abbiamo utilizzato prassi di ermeneutica applicata sia nell' analisi delle fiabe che nella proposta educativa. Per prassi intendiamo attività concrete di analisi e di educazione. Per ermeneutica applicata intendiamo un' operatività euristica (di ricerca) e educativa di analisi interpretativa dei testi in oggetto. Nel primo caso, la prassi ermeneutica è volta allo studio del ruolo e del senso profondo del sentimento della gioia nella narrazione. Nel secondo caso, essa è volta a fornire a insegnanti e educatori un modello elastico di buona pratica affinché i piccoli lettori-ascoltatori comincino a costruire strumenti e strategie di interpretazione delle proprie dinamiche emozionali nel contesto familiare e scolastico.
    Dal punto di vista metodologico, il riferimento è a quella che Geertz (1987) definisce come la natura microscopica dell'indagine, i cui dati sono interpretabili solo nella loro contestuale situazionabilità. Di conseguenza, il criterio di validità è di tipo comunicativo-pragmatico, si fonda su narrazioni condivise e non sul criterio astratto dell'oggettività, mira alla comprensione più che alla spiegazione. È questo infatti l'orizzonte epistemico della pedagogia interpretativa. La lettura guidata delle fiabe esercita una potente funzione ermeneutica perché allude a una rappresentazione della realtà, obbliga a una sua formalizzazione, e, così facendo, compie quell'azione squisitamente intellettuale e conoscitiva che è appunto la generazione dei simboli. Impone, cioè, una sorta di mentalizzazione dei processi implicati nell'azione, e aiuta a creare strumenti di lettura e di orientamento nel mondo. L' approccio ermeneutico sollecita la produzione di interpretazioni, orientamenti, narrazioni. In questo senso, il sapere che produce conduce all' orientamento e alla comprensione «nel» e «del» reale.
    I presupposti di questa metodologia sono i seguenti:
    – il linguaggio come forma dell'interpretare e del comprendere, dunque come sistema tras-formativo;
    – il soggetto (docente e bambino) interpretante che si forma mentre trasforma il suo campo euristico e, con esso, il mondo;
    – uno approccio di analisi qualitativo (teso a studiare le relazioni fra dati, contesto, informazioni);
    – il carattere interpretativo degli strumenti dell'analisi;
    – la linguisticità delle interpretazioni, ovvero il senso narrativo dei resoconti scientifici come della proposta educativa;
    – la pregnanza simbolica dei documenti (fiabe) studiati.
    In particolare, abbiamo cercato di porre in risalto, sul piano dell'educazione, l'intera portata formativa del comprendere attraverso l'interpretazione per i riflessi che questa svolge nella trama esistenziale dei bambini attraverso il linguaggio e la sua progressiva specializzazione.
    Abbiamo analizzato nove esempi salienti di fiabe classiche. La scelta dei testi è dovuta alla loro diffusione degli stessi nei libri per l'infanzia come nelle versioni cinematografiche o nei cartoni animati.
    In ciascuna fiaba abbiamo isolato i passaggi narrativi che descrivono situazioni evocative del sentimento della gioia, evidenziando:
    – il percorso che porta a questo esito;
    – le ragioni;
    – gli ostacoli e il loro superamento;
    – le reazioni «gioiose» del protagonista;
    – la condivisione della gioia e dei suoi frutti nella relazione con gli altri personaggi della fiaba.
    L'attività che proponiamo ai docenti della scuola dell'infanzia è un chiaro esempio di ermeneutica applicata all'educazione.
    In sintesi, elenchiamo qui gli obiettivi educativi:
    a) riconoscimento e discernimento delle emozioni proprie e altrui (interpretazione degli aspetti fisiologici: rossore, mimica, battito accelerato...);
    b) apprendimento e ampliamento del linguaggio emozionale;
    c) esercizio di modalità empatiche di comunicazione;
    d) socializzazione e acculturazione emozionale (sulle norme sociali);
    e) comprensione delle proprie emozioni e processo di interiorizzazione verso la loro trasformazione in sentimenti;
    f) organizzazione delle emozioni in senso cognitivo;
    g) espressione e interpretazione (drammatizzazione) di emozioni;
    h) regolazione delle emozioni.
    Di seguito riportiamo una griglia per l'analisi delle fiabe con i bambini della scuola materna (3-6 anni).
    – Come si è sentito/a il/la protagonista della storia? (analisi dei vari passaggi della vicenda e delle emozioni implicate; dare un nome ad ogni fase);
    – In che modo il/la protagonista risolve il conflitto?
    – Cosa hanno sentito gli altri personaggi (analisi dei ruoli; dare un nome ai sentimenti di ogni figura);
    – Da dove nasce la loro gioia?
    – Tu cosa avresti fatto al suo posto?
    – Raccontami il tuo disegno della gioia.
    – Spiegami perché ritieni che alcuni colori siano quelli più indicati a rappresentare il sentimento della gioia.
    – Elencami le parole che parlano del sentimento della gioia e il loro contrario.
    Il nostro scopo è di aiutare í più piccoli a interpretare queste emozioni e a costruire degli schemi d'azione che non lí blocchino nella ripetizione narcisistica della soddisfazione dei propri impulsi.

    4. La proposta educativa: dall'emozione al sentimento

    L'educazione delle emozioni è molto importante perché lo sviluppo dell' emozione accompagna quello cognitivo, il che ha notevoli ripercussioni sul processo di costruzione dell'identità.
    Il genere fiabesco e la riproposizione in varie forme delle fiabe classiche riscuotono ancora oggi un notevole successo, testimoniato non solo dalle innumerevoli raccolte che vengono continuamente ristampate, ma anche dalla loro diffusione cinematografica e televisiva. Un dato distintivo di questo genere letterario è la fiducia incondizionata che i bambini sono in grado di tributargli. Solo questa fiducia consente al piccolo lettore-uditore di accettare il magico, lo straordinario, il meraviglioso, il mostruoso come elementi costitutivi di un mondo che è vero anche se non è reale. Un mondo che è denso di verità umana perché ci aiuta a elaborare orizzonti di senso che assumono un significato esistenziale. Qui, nell'universo del fiabesco, vige un'altra logica (Rak, 2005), più vicina a quella del sogno e della poesia che a quella della ragione prosaica, perché il magico vive al di fuori dalle spiegazioni razionali. Scrive in proposito Italo Calvino che la fiaba si rifà «alla memoria di procedure di culture remote che prevedevano una continuità immediata tra parola e evento, desiderio e piacere e che omettevano la descrizione di procedimenti o di dispositivi» (Calvino, 2015, p. 123).
    Solo dopo aver abbandonato il conforto delle mura domestiche ed essersi persi nel bosco, o comunque aver sopportato infinite prove, i protagonisti sperimentano il sentimento della gioia che risiede nel soddisfacimento dei desideri più profondi e nel superamento delle paure più angosciose. Il sentimento gioioso è anche una rinascita.
    Questo fantastico mondo parallelo ci aiuta a entrare nell'angolo più segreto della mente infantile. In quell'angolo il bambino si confronta con i personaggi, ne sperimenta le avventure, interiorizza degli schemi comportamentali, entra in contatto con dei valori. Il versante meraviglioso delle fiabe dona in forma simbolica una rappresentazione semplificata della vita e dei sentimenti che governano l'avventura esistenziale. Chiarisce dinamiche interiori, conflitti, desideri, aspirazioni. Questo magma emozionale si presenta in forma simbolica nei personaggi, che sono «tipi» facilmente decifrabili perché privi di ambivalenza.
    Hänsel e Gretel, i protagonisti dell' omonima fiaba dei Fratelli Grimm (2006), [1] dopo aver a lungo vagato abbandonati e sperduti nel bosco, si imbattono in una deliziosa casetta di marzapane, zucchero e frutti canditi. In un attimo il loro desiderio di casa, di cibo, di dolcezza trova appagamento in questa visione magica. La gioia li precipita verso quello che si rivelerà in seguito solo un meraviglioso miraggio. Ma loro non lo sanno, e credono di aver finalmente trovato il modo di saziare i propri bisogni impellenti. La gioia improvvisa giunge dopo tanto soffrire, dopo l'abbandono dei genitori, dopo la paura del bosco, delle sue insidie sconosciute. Il bosco rappresenta un momento difficile, di passaggio dal noto all'ignoto. I bambini si avventurano in uno spazio privo di confini che dilata lo stordimento, provocando anche la perdita dei punti di riferimento temporali (Harrison, 1992). Dietro il dolcissimo miraggio c'è una strega cattiva, che si finge gentile solo per divorarli. La gioia impulsiva che sgorga dalla visione di zucchero, marzapane e canditi è una promessa di sazietà che si muta presto nella minaccia più crudele: quella del disinganno, dell'amore due volte negato, prima dai genitori e ora dalla vecchietta, soltanto apparentemente premurosa. La gioia vera, quella che mantiene le sue promesse, giunge solo alla fine, dopo molta fatica, dopo aver superato tante prove ed essere tornati a casa da mamma e papà con il dono del perdono e di un insperato benessere. L'emozione della gioia è una casetta di zucchero, il suo sentimento profondo è un percorso di crescita che porta al perdono e alla condivisione.
    Ed è proprio il contrario della condivisione, è l'emarginazione del disamore che sarà sconfitta dal comparire di una zucca magica. La zucca si muta in elegante carrozza, trainata da splendidi destrieri bianchi che condurranno la piccola bistrattata Cenerentola  in un' altra fiaba dei fratelli Grimm  al palazzo del principe il quale, al solo vederla, si innamorerà pazzamente di lei. L'emozione della gioia è una zucca magica. Il suo sentimento, invece, è l'amore meritato e conquistato. È meritato perché solo la nostra protagonista sarà in grado di indossare la scarpetta di cristallo, simbolo della sua natura squisita. Ma è anche conquistato, perché la fanciulla avrà dimostrato di saper sopportare le fatiche del disamore e dell'umiliazione. È proprio l'amore, un amore bellissimo, inatteso e corrisposto a ristabilire l'equilibrio spezzato dall'odio della matrigna e delle sorellastre, ma anche dall'insipienza vile del padre. Qui, come sottolinea Bettelheim, si parla di «desideri che si avverano, di umili che vengono esaltati, [.. .] di virtù ricompensata» (Bettelheim, 2005, p. 230). È nell'amore finalmente condiviso il sentimento della gioia che dà senso alla vita della giovane e annuncia un futuro di pienezza. La gioia è dapprima una promessa di felicità e poi la sua realizzazione piena, che può avvenire solo nella relazione con l'altro: l'amore della tua vita, che a sua volta riassume e simboleggia tutte le sfumature della felicità. Almeno nelle fiabe.
    Il brutto anatroccolo di Andersen (l994), [2] vessato e deriso da un mondo nel quale si sente estraneo, fugge portando in cielo la propria differenza in forma di cigno. L'emozione della gioia è là, nella fuga che anticipa il senso della libertà. Il giovane anatroccolo si è finalmente liberato della necessità di essere amato, accetta di non essere un pulcino d'anatra, prende coscienza della propria natura diversa e solo più avanti diventa un giovane cigno adulto. Il sentimento della gioia giunge con un volo di libertà, ma anche di conoscenza di sé. Se il protagonista è brutto come anatroccolo, è tuttavia bellissimo come cigno. Ed è bellissimo perché deve ristabilire, con il lieto fine, un'armonia che dà sicurezza e che realizza, ancora una volta, la pienezza della gioia, che è sentimento e consapevolezza di sé.
    La gioia di Margheritina, di cui ci racconta ancora Andersen, scaturisce invece spontanea dal solo piacere di esistere e di godere delle piccole cose: il bel prato verde che circonda la margherita, il sole caldo che la illumina. La piccola non si dispiace di non poter fare quello che fanno i bambini: muoversi, giocare, ridere, anzi, è così felice che le sembra di vivere sempre «in un giorno di festa». Non invidia nemmeno le rose sontuose, i tulipani dai mille colori, le peonie profumate. È felice così com'è e gode della bellezza che le sta attorno. E come se tutta questa gioia non bastasse, un giorno le giunge vicina una bellissima allodola che canta per lei e le regala un tenero bacio. A questo punto Margheritina si sente invasa da una gioia strabordante, impetuosa, incontenibile. Invece le rose, sdegnose, volgono il capo, i tulipani impettiti si fanno arcigni, le peonie sempre più gonfie sono arrabbiate.
    Il giorno dopo, di buon mattino, Margheritina vede una giovane che raccoglie rose, tulipani e peonie e che, non paga, cattura l'allodola per metterla in gabbia. La rabbia dei fiori invidiosi svanisce nella compassione della piccola margherita, che volge i suoi petali a consolare l'allodola. Il sentimento della gioia scaturisce da subito nell'accorgersi della bellezza quotidiana: la margherita non ha bisogno di superare nessuna prova perché è già pronta a salutare, nella compassione, la tristezza degli altri.
    Cigni selvatici  della medesima collezione di Andersen  è ancora una volta la storia di un equilibrio familiare infranto. Il re, vedovo, si sposa con una principessa cattiva che ne allontana i figli: undici ragazzi e una giovane, la bellissima Elisa. Dopo infinite pene, la giovane deve superare durissime prove per salvare da un incantesimo i fratelli, trasformati in cigni dalla matrigna cattiva. E, proprio quando sembra che tutto sia perduto, quando la giovane, contro ogni apparenza, sta per essere condannata, si scopre l'arcano e si svelano gli inganni. Qui la gioia erompe nel racconto con la metafora di un profumo come di mille rose che inonda il cuore della protagonista di pace e felicità. Le campane pazze di gioia si mettono a suonare da sole, gli uccelli sopraggiungono a stormi a colmare di canti il silenzio stupefatto di tanta gioia.
    Biancaneve  dalla celebre raccolta dei fratelli Grimm  è bellissima, anche se non ne sente nessuna gioia perché è ignara della sua straordinaria bellezza. La giovane imparerà presto che quel dono di cui non ha nessuna coscienza sarà la causa della sua rovina. La regina matrigna è divorata dall'invidia e minaccia di ucciderla. Anzi, le prova proprio tutte: incarica un suo servitore, che però  impietosito, ma non troppo  abbandona la piccola nel solito bosco, simbolo di tutte le insidie. E poi, insoddisfatta del suo primo tentativo di uccisione, la matrigna giungerà alla casa dei nani, insperato rifugio della bellissima. Lì, proprio in quel nido di affetto, la nostra protagonista cadrà in un sonno che è imparentato con la morte, per aver assaggiato la mela offerta da una vecchina premurosa che altri non è che la matrigna malefica. Ma quella morte in forma di sonno non corrompe la sua straordinaria bellezza, e così il principe, quando arriva e la vede come addormentata nella sua bara di cristallo, se ne innamora follemente. Sarà questa follia d'amore a risvegliare la bella, con un bacio che è un'esplosione di gioia. Una gioia che arriva come sentimento, che non è già più solo emozione, perché giunge dopo un lungo cammino, di prove e abbandoni, e tradimenti, e paure. Una lunga strada che a poco a poco, sia pure dopo un lungo sonno, prepara la fanciulla all'incontro. Nulla di istintivo, niente a che vedere con il soddisfacimento di impulsi, voglie, istinti. È un incontro, e dove c'è incontro c'è anche condivisione, e allora l'emozione si muta in sentimento.
    Il meta-messaggio è lo stesso che cogliamo nella Bella addormentata di Charles Perrault (2011). [3] Anch'essa vittima dell'invidia di una fata cattiva, la bella cade in preda a un torpore simile alla morte, per essere risvegliata dal solito affascinante principe. Anche Pollicino, sempre di Perrault, viene abbandonato nel bosco insieme ai fratelli da un padre che non poteva più sfamarli. Il nostro eroe riuscirà a sconfiggere terrore, sconforto, delusione solo dopo aver superato tanti pericoli: non solo inganna l'orco che voleva divorarlo, ma con l'inganno gli porta via gli stivali magici e tutto l'oro che il malvagio aveva accumulato. Così Pollicino, felice, torna a casa per fare ricchi, e presumibilmente contenti, i genitori. Il protagonista è gioioso non tanto perché ha trovato un modo di soddisfare i suoi desideri più vitali, quanto perché ha mostrato, prima di tutto a se stesso ma poi anche alla sua famiglia, di meritare quella gioia che, una volta conquistata, viene generosamente offerta proprio a coloro che lo avevano abbandonato nel luogo dei mille pericoli: il bosco, ovviamente. Gli archetipi si ripetono: al sentimento di terrore, simboleggiato dalla selva oscura, si alterna il sentimento della gioia, evocato dal superamento di tutte le insidie.
    La gioia assume anche la forma dei fiori nella fiaba Le fate, ancora di Perrault. La piccola protagonista è maltrattata dalla madre, che le preferisce la sorella Checchina, viziata e sgarbata. La nostra eroina invece è così carina e beneducata che una fata, travestita da vecchia mendicante, le dona la facoltà prodigiosa di far fiorire fra le sue labbra fiori e perle preziose. Un dono bellissimo, una fortuna insperata; ma la madre, furiosa, la caccia di casa. La giovane fugge e vagando si perde nel bosco. Il bosco rappresenta anche qui un mondo di pericoli dove esistono o possono esistere lupi, mostri, streghe, orchi, metamorfosi, dove si fa esperienza di morte, inganni e divoramenti. Ma proprio qui, al culmine della paura e della disperazione, incontra il principe che, incantato dalle sue labbra, la sposerà, compensandola di tutto il dolore sofferto. Il sentimento della gioia erompe, ancora una volta, dopo tante difficoltà, nell'abbraccio di un amore.
    Nelle fiabe classiche la gioia non è mai solitaria, e quando lo è, è solo sensazione, forse emozione, ma mai sentimento.

    5. Conclusione

    Bambini e ragazzi sono sempre più refrattari alla lettura di libri, racconti, persino di testi semplici (Noi Italia, 2020). Secondo alcune recenti ricerche, questa disaffezione è direttamente proporzionale a varie forme di dipendenza dalle nuove tecnologie digitali (Gramigna, 2019).
    Chi si occupa di formazione sa bene che una scarsa alfabetizzazione emozionale è alla base di numerosi ostacoli all'apprendimento. L'esposizione massiva alle nuove tecnologie nei social come nel ludico avrebbe favorito una razionalità tecnica, strumentale, utilitaristica; ben lontano, quindi, da attitudini comportamentali empatiche ed emozionalmente consapevoli (Walters, 2015). Per contro, l'abitudine all'ascolto della lettura ad alta voce aiuta il bambino, sin dai primi anni della scuola materna, a maturare un atteggiamento cognitivo che ne favorirà il piacere della lettura autonoma (Zucchermaglio, 2016). Di qui l'importanza della letteratura per l'infanzia, e ín particolare, per í fini che ci proponiamo, delle fiabe.
    Vivere la gioia della fiaba in senso formativo può significare comprendere un fenomeno che ha una natura esistenziale e che, nel corso della vita, potrà essere affrontato a partire da uno schema interpretativo orientante. Il «come se» della narrazione è creazione immaginativa e consente un movimento dall'ordinario allo straordinario, che è operazione squisitamente cognitiva. Qui, s'è detto, il mondo si rappresenta in forma di metafora, la quale offre esempi di gioia che, nella finzione letteraria, offrono sempre chiavi di lettura, soluzioni, stratagemmi. Questo, per il bambino, significa che tale emozione e le esperienze dalle quali è scaturita sono già state vissute da altri, che le hanno affrontate, e tale pensiero fa sentire il bambino meno solo. Il mondo fantastico, meraviglioso e mostruoso della favola è altra cosa rispetto a quello ordinario, ma può aiutare a capirlo offrendo delle chiavi di lettura in termini di interiorità. Il bambino in età prescolare vive in maniera confusa e caotica l'esperienza emozionale, fatica a riconoscerla e definirla. Tale confusione, oltre a generare un disagio affettivo, può bloccare i più piccoli in schemi cognitivi di reiterazione narcisista, o di resistenza nei confronti dell'attesa del soddisfacimento di bisogni, desideri, egoismi.
    Riteniamo che l'educazione alla comprensione e alla gestione delle proprie emozioni aiuti i bambini a evolvere verso un Sé (Winnicott, 1974) libero dalle gabbie dell'egocentrismo come dalle chimere del narcisismo, verso la soddisfazione dei bisogni affettivi profondi, in armonia con il contesto scolastico e familiare. L'incontro con le dinamiche emozionali della fiaba può costituire un sapiente stratagemma educativo per accompagnare la crescita dei più piccoli. Da un lato, tale incontro favorisce lo sviluppo di una progressiva autonomia di percezione; dall'altro, conseguentemente, consente di stabilire una distanza equilibrata rispetto alle delusioni e ai conflitti emozionali, tale da consentirne il riconoscimento e la gestione. A poco a poco il bambino apprende che i fallimenti e gli errori sono normali e che comprenderli serve a ripercorrere a ritroso la strada che ha portato all'insuccesso e a escogitare nuove vie. Le gratificazioni narcisistiche, al contrario della condivisione e dell'empatia, minano il processo di maturazione che giunge alla consapevolezza del proprio mondo emozionale, favorendo invece lo sviluppo di un sentimento del sé illusorio e fragile (Barone, 2007).
    La fiaba semplifica le situazioni e dà un nome alle emozioni che ne scaturiscono. I personaggi, positivi o negativi, sono facilmente identificabili, privi di ogni ambiguità, e consentono di cogliere il problema nei suoi tratti essenziali. Allo stesso modo, l'identificazione con l'eroe, le sue emozioni, il superamento delle prove, permette al bambino di capire che a fronte delle emozioni è possibile elaborare piani d'azione. Le fiabe sanciscono così il nesso fra immaginazione e realtà. E l'incantamento che il bambino subisce nasce dall'avventura, dal gioco, dalla finzione, in una parola: dal sentimento del magico, nel quale diluire quello della felicità.
    Le fiabe, come la migliore letteratura infantile, affinano nei bambini le risorse per interpretare e affrontare i loro bisogni interiori, ne stimolano l'immaginazione, chiariscono le emozioni, permettono di riconoscere i conflitti. In questo senso, le fiabe aiutano i bambini a comprendere in modo chiaro ed essenziale dilemmi emozionali complessi. Di più, qui i bambini imparano, nei comportamenti empatici, a vedere l'altro non solo come altro da sé ma anche in relazione al sé. Allo stesso tempo apprendono a costruire, nella solidarietà, la propria difficile autodeterminazione, perché è solo nel riconoscimento di sé nell'altro che troviamo l'accoglimento.
    Il riconoscimento è una prima importante fase dalla conoscenza. Riconoscimento, accoglienza, conoscenza sono bisogni fondamentali in ogni crescita.

    NOTE

    1 Jacob Ludwig Grimm (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859), filologi tedeschi. La loro prima raccolta risale al 1812.
    2 Scrittore e poeta danese (1805-1875).
    3 Charles Perrault, scrittore francese (1628-1703), membro dell'Académie française, autore del libro di fiabe Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, libro noto anche con il titolo Contes de ma mère l'Oye (in italiano I racconti di Mamma Oca).

    Bibliografia

    Andersen H.C. (1994), Le fiabe, Roma, Newton & Compton.
    Barone L. (2007), Emozioni e sviluppo. Percorsi tipici e atipici, Roma, Carocci.
    Bettelheim B. (2005), Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Milano, Feltrinelli.
    Brummelman E., Thomaes S., Nelemans S.A., Orobio de Castro B., Overbeek G. e Bushman B.J. (2015), Origins of narcissism in children, «Psychological and Cognitive Sciences», vol. 112, n. 12, pp. 3659-3662.
    Bruner J. (1997), La cultura dell'educazione, Milano, Feltrinelli.
    Bensayag M. e Schmit G. (2004), L'epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli. Calvino I. (2014), Fiabe italiane, vol. 1, Milano, Mondadori [ed. orig. 1956].
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    Certini R. (2017), I contributi delle scienze umane all'interpretazione della fiaba: dall'antropologia alla psicoanalisi... con tracce filosofiche, «Studi sulla Formazione», vol. 20, n. 2, pp. 231-237.
    Churchland PS. (2012), Neurobiologia della morale, Milano, Raffaello Cortina.

    Collacchioni L. (2009), Emozioni, conoscenza e apprendimento. In A. Mannucci e L. Collacchioni (a cura di), L'avventura formativa fra corporeità, mente ed emozioni, Pisa, ETS.
    Damasio A.R. (2003), Emozione e conoscenza, Milano, Adelphi.

    Ekman P. (1992), An argument for basic emotions, «Cognition and Emotion», vol. 6, pp. 169-200.
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    Geertz C. (1987), Interpretazione di culture, Bologna, il Mulino.
    Goleman D. (1996), Intelligenza emotiva: che cos'è e perché può renderci felici, Milano, Rizzoli.
    Gramigna A. (a cura di) (2019), Dipendenze da Internet. Stili cognitivi e nuove criticità nell'apprendimento, Roma, Aracne.

    Grimm J. e Grimm W. (2006), Tutte le fiabe, Roma, Donzelli.
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    Noi Italia 2020 (2020), https://noi-italia.istatit/ (consultato il 28 maggio 2020).
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    Winnicott D.W. (1974), Il ruolo di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile. In Id., Gioco e realtà, Roma, Armando, pp. 183-194.
    Zucchermaglio C. (2016), Gli apprendisti della lingua scritta, Trento, Trento Unoedizioni.

    * Università di Ferrara

    (Orientamenti Pedagogici, Vol. 68, n. 3, luglio-agosto-settembre 2021 - pp. 109-124)


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