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    Il bambino, il paradiso, il teatro

    Eugéne Ionesco

     


    Per ricordare il grande drammaturgo, morto il 28 marzo 1994, autore di opere indimenticabili come La cantatrice calva (1950), La lezione (1951), Le sedie (1952), Il re muore (1962), Il rinoceronte (1959) che hanno segnato la letteratura della seconda metà del novecento, riportiamo il suo discorso pronunciato al meeting di Rimini, nell’agosto del 1987, intitolato, “Il bambino, il paradiso, il teatro”. Un’appassionata e acuta esplorazione, nel ricordo dell’infanzia, delle sorgenti del desiderio della bellezza, del tesoro perduto nella tragedia della storia, della luce oltre le tenebre, della vita oltre la vita.

    Scrivo da moltissimo tempo. A tredici anni scrivevo un’opera teatrale, ad undici-dodici anni delle poesie, ad undici anni ho voluto addirittura scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno di scuola. Ci sarebbero comunque altre cose da dire. Ricordo che a quell’epoca avevo dei ricordi della mia primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni e di cui ora conservo solo il ricordo del ricordo di un ricordo.
    C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette-otto anni quando ero stato tremendamente attratto da una ragazzina della mia età. E poi a nove anni, da un’altra, Agnès. Abitava ad otto chilometri al mulino de “La Chapelle-Anthenaise” dove ho passato la mia infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo un sacco di boccacce per farla ridere, ed effettivamente rideva, chiudendo gli occhi, aveva le fossette quando rideva, aveva i capelli biondi. Cosa è diventata? Se vive ancora, è una contadinotta, una nonna, forse.
    Ci sarebbero state altre cose da raccontare: la scoperta del cinema o della lanterna magica; il mio arrivo in campagna, una stalla, l’atrio, il “père Baptiste”, che non aveva il pollice della mano destra. Molte altre cose ancora: la scuola, il maestro, il pére Guéné, il parroco, il padre Durand che ritornava ubriaco fradicio dopo i suoi giri nelle fattorie del comune. Gli davano da bere il sidro o il vino di pere. Mi ero confessato da lui per la prima volta, quando avevo risposto di sì a tutte le domande del prete perché non le capivo, per via della sua pronuncia, ed era meglio accusarsi di peccati fittizi, piuttosto che dimenticarne qualcuno. Avrei potuto parlare dei miei amichetti, Raymond, Maurice, Simone e raccontare i miei giochi.
    Ma era necessaria tutta una tecnica per fare questo e che s’impara molto più tardi. Si parla della propria infanzia quando non c’è più, quando non la si capisce più molto bene. Certamente non ci si capisce molto neppure quando si è bambini, ma in ogni caso, avevo piena coscienza di quello che vivevo, quando vivevo nella Mayenne, tra la felicità, la gioia e quando ogni momento era pienezza, pur senza conoscere la parola pienezza. Vivevo nello splendore. La mia prima lacerazione fu quella di lasciare la Chapelle-Anthenaise. Ma con il tempo, la luce si sarebbe smorzata e non so come avrei potuto essere coltivatore, io, così poco adatto ai lavori manuali. Alcuni miei compagni della scuola comunale sono diventati contadini. Credo che ogni giorno abbiano una vita dura, e che la loro vita non sia più un gioco. Guardano con occhio indifferente i bambini che giocano. Sarei potuto diventare il maestro del paese, ma non avrei più avuto vacanze, al di fuori delle vacanze che non sono più vere vacanze per gli adulti.
    Uno dei motivi principali per cui scrivo è senza dubbio per ritrovare il meraviglioso della mia infanzia, al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza. La domenica delle Palme le stradine del villaggio erano ornate di fiori e di rami e tutto era trasfigurato sotto il sole di aprile. Nei giorni di festa, salivo il sentiero roccioso, in pendio, al suono delle campane della chiesa che vedevo apparire poco per volta, dapprima la cima del campanile con la banderuola giravento, poi il campanile tutto intero sullo sfondo di un cielo blu. Il mondo era bello e ne ero consapevole, tutto fresco e tutto puro. Lo ripeto, è per ritrovare questa bellezza intatta nel fango, che faccio letteratura.
    Tutti i miei libri, tutte le mie opere di teatro, sono un appello, l’espressione di una nostalgia, io cerco un tesoro caduto nell’oceano, perduto nella tragedia della storia. O, se volete, cerco la luce, quella che di tanto mi capita di ritrovare. È questa la ragione per cui non solo mi occupo di letteratura, ma è anche la ragione per cui mi sono nutrito di letteratura. Sempre alla ricerca di questa luce sicura oltre le tenebre. Scrivo nella notte e nell’angoscia, con l’illuminazione dell’umorismo di tanto in tanto. Ma io non cerco questa luce, non cerco questa illuminazione. L’opera teatrale, o la confessione intima, o il romanzo rimangono oscuri se, quando finiscono le tenebre, io non sbocco sulla luce. Nel mio romanzo Le Solitaire, alla fine, dopo il tunnel, il paesaggio non può più apparire, con il giorno sfolgorante nella luce dei mattino, l’albero fiorito e un arbusto verde. In La Soif et la Faim, Jean, il personaggio errante, vede apparire una scala d’argento nell’azzurro. Nella mia pièce Comment s’en débarrasser, Amédée, l’eroe dell’opera, vola nella via lattea; ne Les Chaises, i personaggi hanno solo il ricordo in una chiesa in un giardino luminoso e poi, non appena questa luce sparisce, la storia sbocca sul nulla. E così via.
    Il più delle volte, queste immagini di luce, presto soffocate o, al contrario, che arrivano per via naturale alla fine del percorso, non sono state volute, ma trovate. Oppure, se sono state previste consapevolmente, sono immagini che mi sono comparse nei sogni. In altre parole, nelle mie opere teatrali o nella prosa, ho la sensazione di fare un’esplorazione, a tastoni nel buio, in una foresta oscura. Io non so dove arriverò! O se arriverò da qualche parte, scrivo senza alcun progetto. La fine viene da sé: constatazione del fallimento, come nella mia ultima opera, L’Homme aux valises, oppure riuscita, quando la fine può assomigliare ad un nuovo inizio.
    In realtà sono alla ricerca di un mondo ridiventato vergine, della luce paradisiaca dell’infanzia, della gloria del primo giorno, gloria non offuscata, universo intatto che deve apparirmi come se fosse appena nato. là come se volessi assistere all’avvenimento della creazione del mondo prima della caduta e questo avvenimento lo cerco attraverso me stesso, come se volessi risalire il corso della Storia o attraverso i miei personaggi che sono altri me stesso o che sono come gli altri che mi assomigliano, alla ricerca, cosciente o no, della luce assoluta. Proprio perché non hanno alcuna indicazione sulla strada da seguire, i miei personaggi errano nel buio, nell’assurdo, nell’incomprensione, nell’angoscia.
    Si è spesso detto che io parlavo molto della mia angoscia. Credo piuttosto di parlare dell’angoscia umana che la gente cerca di risolvere con mezzi inappropriati, dibattendosi nel quotidiano, nel grigiore o nella disperazione, oppure sbagliando, chiusi come siamo nelle impasses della Storia e della politica, degli sfruttamenti, delle repressioni, delle guerre. Infanzia e luce si ricongiungono, si identificano nel mio animo. Tutto quanto non è luce, è angoscia, tenebra. Scrivo per ritrovare questa luce e per cercare di comunicare. Questa luce si trova al confine di un assoluto che prima perdo, e poi trovo. Ed è anche lo stupore. Mi rivedo, sulle mie foto da bambino, con gli occhi rotondi, meravigliato di esistere. Non sono cambiato. La meraviglia dell’origine mi è rimasta. Io sono qui, sono stato messo qui, circondato da questo e da quello, continuo a non sapere cosa mi sia successo.
    Sono sempre stato impressionato dalla bellezza del mondo. Quando avevo otto, nove anni, ho vissuto due mesi di aprile e due mesi di maggio che non so dimenticare. Correvo sul sentiero bordato di pratoline, correvo per i prati tornati verdi, immerso nella indescrivibile gioia di essere. Quei colori, quella luminosità vivo nel mio animo e non è poi così vero quanto dico che il mondo è una prigione. In primavera riconoscevo forse i colori, la bellezza, la luce di un paradiso di cui dovevo ancora ricordarmi. Ancora adesso, per sfuggire alle mie angosce, mi metto come in disparte dal mondo e lo guardo con attenzione, come se vedessi tutto per la prima volta, come nel primo giorno della mia coscienza.
    In disparte dal mondo, lo contemplo come se io non gli appartenessi. Mi capita allora, talvolta, di sentirmi trasportato dalla gioia. Quando lo stupore è al suo apice, in quel momento non dubito più di nulla. Ho la certezza di essere nato per l’eternità, che la morte non esiste, che tutto è miracolo. Una presenza gloriosa. Sono riconoscente di assistere a questa Manifestazione e di prendervi parte. E poiché partecipo a questa Manifestazione, parteciperò a tutte le Manifestazioni della divinità, per sempre. In quei momenti, al di là di tutti i dolori, di tutta l’angoscia del mondo, sono sicuro di essere pienamente, autenticamente consapevole. Ritrovo gli anni in cui passeggiavo con il mio bastone di legno di nocciolo in mezzo alle pratoline e alle violette, tra i profumi nella luce della primavera quando il mondo mi appariva come al suo inizio, quando io stesso ero all’inizio.
    Sì, scrivo soprattutto per raccontare lo stupore. Ma la gioia, nello stupore, non sempre esiste, o piuttosto, riesco raramente ad essere sufficientemente stupito per raggiungere questa specie di gioia o questa specie di estasi. Il più delle volte il cielo è cupo, il più delle volte vivo nell’angoscia, l’abitudine dell’angoscia. La molla che illumina tutto, scatta raramente. Cerco di ricordarmi, cerco di riagganciarmi al miracolo luminoso, lo raggiungo, talvolta, e, con l’età, questo è sempre più difficile. Gli anni di storia personale sono come i secoli tempestosi, tristi, demoniaci della Storia universale. Passati tumultuosi, come se fossero i ricordi, come se fossero la memoria del mondo, mi separano e ci separano dall’inizio. Viviamo nell’adattamento all’angoscia e alla disperazione e se talvolta mi accorgo che il mondo è una festa, so anche, come voi, che è dolore.
    C’è stata, all’inizio, la meraviglia primaria: presa di coscienza dell’esistenza, uno stupore che potrei definire metafisico, uno stupore nella gioia e nella luce, uno stupore puro, senza giudizio sul mondo, uno stupore che ritrovo solo nei momenti di grazia, che sono evidentemente assai rari. Un secondo stupore si è inciso sul primo. Un giudizio stupito, constatazione che il male c’è, o meglio, che le cose vanno male. La constatazione che per ora il male esiste, è in mezzo a noi, ci corrode, ci distrugge. Il male ci impedisce di prendere coscienza del miracolo. È come se il male non facesse parte del miracolo, è quotidiano, è nutrimento quotidiano. La gioia di essere è soffocata dal male, sommersa. È una cosa inspiegabile, come l’esistenza, legata all’esistenza. È il grande enigma.
    Questo argomento è stato discusso da centinaia di migliaia di filosofi, di teologi, di sociologi. Io non discuterò su questo problema insolubile. Voglio solo dire che, come scrittore, il male universale mi riguarda personalmente, nell’intimo. Devo attraversare il male per raggiungere, al di là del male, non la felicità, ma una gioia passeggera. Ingenuamente, maldestramente, le mie opere sono ispirate dal male e dall’angoscia. Il male ha schiacciato la gioia. Esso mi circonda. Mi meraviglia quanto la luce. È più pesante della luce. Pesa sulle mie spalle. Ho voluto, nel mio teatro, non discuterlo, ma presentarlo. Il fatto che sia inspiegabile rende assurdo tutto il nostro procedere, i nostri atti. Questo sento come artista. Trovavo che l’interrogativo esistenziale fosse accettabile, ma non il mistero del male. E la cosa ancor più inaccettabile è che il male è la legge e che gli esseri non ne sono responsabili. Basta guardare attorno, basta leggere i giornali, per sapere che il bene è impossibile.
    Ma basta guardare una goccia d’acqua al microscopio per vedere che le cellule, che gli esseri microscopici non fanno altro che combattersi, che uccidersi, che divorarsi l’un l’altro. Quello che succede nell’infinitamente piccolo, succede a tutti i gradi della scala dell’universo. La legge è proprio la guerra. Non è altro che questo. Questo lo sappiamo tutti, ma non vi prestiamo più attenzione. È già sconvolgente e tragico il sapere di essere stretti tra la nascita e la morte, ma essere obbligati ad uccidere e ad essere uccisi, questo è inammissibile. La condizione essenziale è inammissibile. Noi viviamo in un’economia chiusa, nulla ci arriva dall’esterno, siamo proprio costretti a mangiarci l’un l’altro. Mangiatevi gli uni gli altri. Mi pare che le creature non siano d’accordo con questo stato di cose. Facciamo una mossa e provochiamo la catastrofe degli universi protozoici. Un colpo di badile e distruggo nazioni di formiche. Ogni gesto, ogni movimento, per quanto insignificanti siano, provocano disastri e catastrofi. Passeggio in un prato tranquillo e non penso che tutte le piante si disputano un po’ di spazio vitale e che le radici di questi alberi maestosi, affondando nella terra, provocano tragedie e sofferenze, uccidono. Anche ogni passo che faccio, uccide. E mi dico che la bellezza del mondo è un’impostura.
    Più tardi, verso i quattordici, quindici anni, in quell’età in cui siamo tutti pascaliani, senza avere necessariamente letto Pascal, guardando le stelle, fui preso dalla vertigine degli spazi infiniti. L’infinitamente piccolo è ancor più vertiginoso dell’infinitamente grande. Non poter concepire un mondo senza limiti, non poter immaginare l’infinito, è questa la nostra infermità di fondo. Non sappiamo neppure quello che facciamo. Ci fanno fare delle cose che non capiamo, di cui non siamo responsabili. Per un’intelligenza superiore noi siamo come quelle ridicole bestie feroci dei circo, a cui fanno fare gesti comandati di cui non possono capire il significato. Ci si diverte alle nostre spalle, siamo il giocattolo di qualcun altro. Se, almeno, potessimo sapere. Siamo immersi nell’ignoranza, facciamo altro rispetto a quello che crediamo di fare, non siamo i padroni di noi stessi. Tutto sfugge al nostro controllo. Facciamo la rivoluzione per instaurare la giustizia e la libertà. E alla fine instauriamo l’ingiustizia e la tirannia. Siamo vittime di inganno. Tutto si rivolta contro di noi. lo non so se tutto questo abbia un senso, se il mondo sia o non sia assurdo, ma per noi è assurdo, perché noi siamo assurdi e viviamo nell’assurdo. Siamo nati già ingannati.
    Condannati a non sapere niente, tranne che la tragedia è universale, ora ci dicono che la morte è un fenomeno naturale, che la sofferenza è naturale, che va accettata perché è naturale. Non è una soluzione. Perché tutto ciò è naturale… ma cosa vuol dire naturale? Proprio la naturalezza dell’incurabile non accetto, è la legge che nego. Ma non c’è niente da fare, sono preso in trappola da ciò che mi sembrava essere la bellezza del mondo. Noi possiamo comunque essere coscienti di una cosa: che tutto è tragedia. E non basta neppure spiegare questo con il peccato originale. Perché c’è stato il peccato originale, se veramente c’è stato? La cosa più straordinaria è che finalmente ognuno di noi è cosciente della tragedia universale. E che ognuno di noi è il centro dell’universo, ogni essere vive in un’angoscia che non può condividere con i miliardi di altri esseri, che vivono tuttavia la stessa angoscia.
    Ognuno di noi è come Atlante che porta tutto il peso del mondo. Però, mi viene detto, posso discutere di tutto ciò con un amico che non necessariamente mi assassinerà. Stasera posso andare ad un concerto o a teatro. Per sentire cosa, per vedere cosa? La stessa tragedia insolubile. Tra poco posso fare un buon pranzo, mangerò animali che sono stati uccisi, vegetali a cui è stata interrotta la vita. Quello che posso fare è non pensarci. Ma attenzione, la minaccia pesa su di noi. A nostra volta saremo uccisi, da uomini, da microbi, da uno squilibrio funzionale della nostra fisiologia. Ci sono solo momenti di tregua, una breve ricreazione a spese degli altri. Mi rendo conto, lo ripeto, che quanto dico sono solo banalità. Le chiamiamo banalità, in effetti, sono verità fondamentali che cerchiamo di mettere da parte per non pensarci più e per poter continuare a vivere. Vi diranno che non bisogna lasciarsi ossessionare da queste cose, che non è normale che queste cose ci ossessionino. A me pare che sia normale il fatto che queste cose non ci ossessionino affatto e che il gusto di vivere, il desiderio di vivere addormentino la nostra coscienza. Noi siamo metafisicamente alienati. Alla nostra alienazione si aggiunge l’incoscienza.
    In queste condizioni, un uomo che io chiamo cosciente, un uomo che ha presente queste verità elementari, può accettare di vivere? Ho un amico, filosofo della disperazione, tutt’altro che insensibile, che vive a suo agio nel pessimismo. Parla molto, parla bene, è allegro. Dice: “L’uomo moderno si arrabatta nell’incurabile”. È quello che fa lui. Facciamo come lui. Noi viviamo a vari livelli di coscienza. Poiché non c’è niente da fare, dal momento che siano destinati alla morte, siamo allegri. Ma non siamo sciocchi. Conserviamo, nelle retrovie della nostra coscienza, quello che sappiamo. E dobbiamo dirlo, perché la gente deve essere nella verità. Uccidiamo meno che possiamo. Le ideologie ci incoraggiano solo ad uccidere. Demistifichiamo. Potremo così renderci conto, ad esempio, che alcuni imperi coloniali si sono costituiti e molti massacri sono stati perpetrati in nome del cristianesimo e dell’amore.
    Oggi si costituiscono nuovi imperi coloniali a prezzo di massacri ancor più grandi, in nome della giustizia o della fratellanza. Sappiamo allora che le ideologie non sono altro che maschere che permettono l’esplosione dell’irrazionalità o dell’extra-razionalità del crimine inscritto nella nostra natura. Se dobbiamo sostenere un combattimento, sosteniamolo contro gli istinti del crimine che cerca degli alibi nelle ideologie. Se non possiamo evitare di massacrare animali e piante, risparmiamo almeno gli uomini. Né i filosofi, né i teologi, né il marxismo hanno potuto risolvere il problema del male, né spiegarne la presenza. Nessuna società, e soprattutto non la società comunista, è riuscita a metterlo da parte o a diminuirlo. La collera è ovunque. La giustizia non è equità, è vendetta e castigo. Il male che gli uomini si fanno reciprocamente cambia sovente d’aspetto, ma esso rimane uguale nella sua natura profonda.
    Ho scritto per interrogarmi a mia volta su questo problema, su questo mistero. questo il tema della mia opera teatrale Tueur sans gages, in cui la vittima interroga l’assassino per domandargli, invano, quali sono le ragioni del suo odio. L’odio può avere pretesti, ma non ha ragioni. L’assassino uccide perché non può fare altrimenti, senza motivazione, con una specie di candore e di purezza. Uccidendo gli altri, noi uccidiamo noi stessi. Vivere al di là del bene e del male, considerare una cosa al di là del bene e del male, come voleva Nietzsche, non è possibile. Egli stesso è diventato pazzo di pietà, vedendo un vecchio cavallo cadere a terra e morire. Allora c’è la pietà, e non l’Eros, ma l’Agape. La carità è tuttavia una grazia, un dono.
    Forse, una sola via di uscita. È ancora la contemplazione, la meraviglia dinanzi al fatto esistenziale, come dicevo prima. Ma è anche questo un modo di essere al di là del bene e del male. So che è difficile vivere nello stupore quando si è al bagno penale, quando le mitragliatrici vi sparano contro o, basta pur poco, quando si ha mal di denti. Viviamo però nello stupore, per quanto ci è possibile. La ricchezza della creazione è infinita. Nessun uomo assomiglia ad un altro, nessuna firma assomiglia ad un’altra firma. Non si trovano due uomini che abbiamo le stesse impronte digitali, nessuno è nessun altro se non se stesso. Anche questo può immergervi nello stupore. Anche questo è miracolo. In America, gli scienziati hanno superato l’ateismo. Sono fisici, matematici, naturalisti. Credono di capire che la creazione ha una finalità, che c’è un progetto, una coscienza che la dirige.
    Ogni individuo non può essere nato per niente. Se l’universo ha una finalità, l’individuo stesso deve averne una e così pure ogni particella della materia. Restiamo fiduciosi, allora. Tutto ciò passerà. Il mondo è forse solo un enorme scherzo che Dio ha fatto all’uomo. È quello che grida il personaggio della mia opera Ce formidable bordel che, alla fine di una vita in cui non ha fatto altro che interrogarsi o interrogare il mistero, si mette a ridere credendo di capire che tutto non sarà stato altro che una bella o una tremenda ridicola storia. Mi ha ispirato la storia di quel monaco zen che, giunto alle soglie della vecchiaia, dopo aver cercato per tutta la sua vita un senso all’universo, un inizio di spiegazione, una chiave, ha improvvisamente un’illuminazione. Guardandosi intorno con uno sguardo nuovo, grida: “che imbroglio!” e scoppia a ridere.
    Penso anche a quel film italiano, di cui ho dimenticato il titolo e il regista, che ho visto tanto tempo fa, subito dopo la guerra. I soldati tedeschi occupano un convento. i partigiani italiani attaccano il convento e i tedeschi si ritirano, tranne uno, più distratto. E un soldato con gli occhiali, sicuramente un intellettuale. Trovato solo nel convento viene inseguito, con un coltello in mano, da uno dei partigiani italiani, fino nella cappella. L’Italiano vorrebbe vendicarsi di quel tedesco che ha ucciso suo fratello e perciò insegue quel soldato tedesco che si rifugia, invano, nella cappella dei monastero. Nella sua inutile fuga, il Tedesco fa cadere una statua della Madonna, una croce dove è raffigurato il Signore crocifisso e sanguinante. Quindi il tedesco è raggiunto dall’italiano che gli pianta il coltello nella schiena. Il Tedesco crolla a terra. Guarda intorno a sé, come se vedesse il mondo per la prima volta nel suo orrore, si toglie gli occhiali, e poi chiede, gridando: “perché, ma perché?” e muore. Anche qui c’è una specie di illuminazione e quella estrema domanda altro non è che una terribile constatazione. Per la prima ed ultima volta egli ha veramente riflettuto sul mondo e si è reso conto dell’orrore esistenziale. Perché l’orrore, perché il non senso dell’orrore?
    Possiamo fare questa domanda fin dal momento della nascita della nostra coscienza, ma possiamo farla anche alla fine della vita. Ma per tutta la vita, siamo tutti immersi nell’orrore come se tutto andasse per il suo verso, senza chiederci perché. Siamo talmente presi dentro a tutto questo che ci sembra assurdo porre la domanda, mentre è insensato non farsela per nulla. Farsi la domanda fondamentale è già un’illuminazione. E’ almeno la presa di coscienza del problema fondamentale: perché l’orrore? Ripeto che non ho l’impressione di avere detto cose nuove, ma di aver vissuto intensamente questi due sentimenti contraddittori: il mondo è allo stesso tempo meraviglioso e atroce, un miracolo e l’inferno, e questi due sentimenti contraddittori, queste due verità evidenti, costituiscono lo sfondo della mia esistenza personale e della mia opera letteraria.
    All’inizio di questa conferenza mi domandavo perché scrivo. Analizzandomi, credo di aver trovato una risposta provvisoria ma sostanziale. Scrivo per rendere conto di queste verità fondamentali, di queste domande assolute, del perché dell’esistenza, o meglio, come l’esistenza e il male siano possibili, o piuttosto, perché il male si inserisce nel miracolo esistenziale. Scrivo dunque per ricordare alla gente questi problemi, perché ne prenda coscienza, perché vegli, perché non dimentichi. O meglio, perché se ne ricordi di tanto in tanto. Perché non dimenticare, perché ricordarsi? Per prendere coscienza del nostro destino, per sapere come collocarci nei confronti degli altri di noi stessi. La nostra coscienza sociale deriva dalla nostra coscienza metafisica, dalla nostra coscienza esistenziale. Se non dimentichiamo quello che siamo, dove siamo arrivati, ci capiremo meglio. Una fraternità fondata sulla metafisica è più sicura di una fraternità o di un cameratismo fondati sulla politica.
    L’interrogativo senza risposta metafisica è più sicuro, più autentico, più utile che non le risposte false o parziali che la politica ha la pretesa di dare. Sapendo che ogni individuo, tra i miliardi di individui, è un tutto, un centro, e che tutti gli altri siamo noi stessi, noi saremo più concilianti nei nostri confronti e (ma è la stessa cosa) nei confronti degli altri. Bisogna considerare che, paradossalmente, ognuno di noi è il centro del mondo. Così facendo, ogni individuo può allora acquistare più importanza e noi, un’importanza minima. Noi siamo nello stesso tempo poco importanti e molto importanti e il nostro destino è identico. Solo partendo da questa coscienza, nuovi rapporti potranno stabilirsi. Soltanto il sentimento di stupore e di meraviglia di fronte al mondo che contempliamo, legato al sentimento che tutto, nello stesso tempo, è sofferenza, soltanto questo può costituire la base fondamentale di una fraternità e di un umanesimo metafisica. L’inferno sono gli altri, è la celebre formula di uno scrittore e filosofo contemporaneo. Gli altri siamo proprio noi, si potrebbe rispondere. Se non possiamo fare un paradiso della nostra vita insieme, possiamo almeno farne un passaggio meno sgradevole, meno spinoso.
    Il teatro che alcuni di noi hanno fatto dal 1950 si distingue radicalmente dal teatro leggero. Si trova addirittura all’opposto. Contrariamente al teatro leggero, che per noi è divertimento, nonostante l’umorismo di alcuni di noi, nonostante il nostro sghignazzare, il nostro teatro è un teatro che mette in causa la totalità del destino dell’uomo, che mette in causa la nostra condizione esistenziale. Il teatro leggero è senza problemi, senza domande. Contribuisce ad assopire ancor più la coscienza della gente. Non rende inquieti, non rassicura. Ci è stato detto che non va bene creare preoccupazioni e che ce n’è già abbastanza nel mondo e che si ha voglia di non aver problemi, per alcuni istanti, almeno. Ma questi istanti passano veloci e ci troviamo di fronte a noi stessi e alla nostra angoscia. A me, il teatro leggero alla fine dà angoscia ancor più dell’angoscia. Mi è insopportabile, tanto mi sembra vuoto, inutile. Ma noi non vogliamo cacciare via l’angoscia. Noi cerchiamo di renderla familiare per sopraffarla. li mondo può essere comico e derisorio, può anche apparire tragico, comunque non è ridicolo. Niente è ridicolo.
    Tanto meno si vuol fare teatro politico, o almeno, teatro puramente e unicamente politico. La politica mi pare che sia anch’essa un divertimento, talvolta terribile, comunque un divertimento. Ciò è neanche la politica può essere staccata dalla metafisica. Senza metafisica, la politica non esprime il problema fondamentale. Essa costituisce un’attività secondaria, limitata, sprovvista di implicazioni estreme. Due secoli di politica e di rivoluzione non hanno istituito né la libertà, né la giustizia, né la fraternità. La politica non sa dare risposta all’interrogatorio essenziale che è: cosa siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Essa si mantiene entro limiti stretti. Vive staccata dalle radici trascendentali. Neppure la metafisica ha saputo dare una risposta definitiva, né alcuna scienza, né alcuna filosofia delle scienze, al problema fondamentale. L’unica risposta possibile è la domanda stessa. Essa rende di nuovo attuale, nella nostra coscienza, la certezza della nostra fraternità nell’ignoranza, al di là delle classi, al di là di ogni barriera; e della nostra identità fondamentale al di là delle differenze come creature.
    Questa coscienza non può nemmeno sopraffare l’angoscia, come ho già detto, ma può, a differenza della politica, non provocare guerre e massacri. La politica è alienazione, non può essere vissuta come il riflesso di passioni analizzabili o meno che la dirigono, che la dominano, che ci trasformano in marionette. Il teatro politico porta solo una luce molto limitata. Il teatro ideologico è inferiore all’ideologia che vuole illustrare, di cui si fa strumento. Poiché il teatro politico riflette le ideologie che sappiamo, è tautologico. Blaterando da un secolo e soprattutto da cinquanta anni le stesse tematiche, è accademico. Il teatro politico ci rende metafisicamente incoscienti quanto il teatro leggero. Spoliticizziamo il teatro. Il teatro politico non può insegnarci più niente di nuovo.
    Voglio tornare a parlare delle prime spinte che mi hanno condotto a scrivere. Ho detto che volevo raccontare il mio stupore davanti all’esistenza, poi, dopo il miracolo esistenziale, l’orrore e il male, poi, infine, entrando nel dettaglio dell’esistenza, le idee. Per essere completo, bisogna che aggiunga soprattutto il piacere gratuito di scrivere, la gioia di inventare, il piacere di immaginare, di raccontare cose che non mi sono accadute. Insomma, la gioia di creare, di aggiungere a quello che c’era delle cose che non c’erano, all’universo un altro o tanti altri piccoli universi. Ogni scrittore, ogni artista, ogni poeta, non vuole forse imitare Dio, non vuole anch’egli essere un piccolo Dio che vuole creare gratuitamente, senza ragione, per gioco, per Libertà e in piena libertà?
    Quando andavo alla scuola comunale, i “grandi” della scuola media mi dicevano che ricevevano degli strani compiti da fare e che erano molto difficili: dei temi. Dovevano scrivere dei racconti e talvolta dovevano trattare dei soggetti liberi. Mi lasciai emozionare e mi dissi che questo doveva essere molto difficoltoso ma anche molto bello. Avevo fretta di poter provare anch’io. La maggior parte dei miei compagni trovava che questo era il peggior compito. Per me, tutto ciò aveva a che fare con il mistero. Finalmente l’anno successivo, quando passai alla scuola media, fui messo alla prova con la composizione. Era appena finita la festa del villaggio. Ci chiesero di raccontarla. Raccontai una festa di villaggio immaginaria, con dei dialoghi. Ottenni il miglior voto e il maestro lesse ad alta voce il mio lavoro, davanti a tutta la classe. La cosa che più lo impressionava era che il mio racconto fosse dialogato, contrariamente a tutti gli altri racconti. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo che, mi disse, era già stato inventato da tempo.
    Non scrissi più in seguito nessuna composizione con la stessa gioia. Siccome a scuola non ci davano abbastanza temi da svolgere, feci dei racconti, scrissi delle storie soltanto per me. Posso dire di essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare altra cosa oltre alla letteratura. La letteratura nei ha offerto molto piacere, la mia come quella degli altri. Ho iniziato ad amare i quadri, e amo ancora i quadri aneddottici, quelli di Bruegel, ad esempio dove si rappresentano delle kermesses con tanta gente, quelli del Canaletto dove si vede tanta gente che passeggia, irreale, nella città irreale di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e divenuto immaginario, e poi gli interni olandesi, e Vermeer, e poi i ritratti antichi, dove la qualità della pittura aumenta con la qualità umana del documento.
    Certo, c’è un mondo intero che non sappiamo se sia vero o falso, un mondo che mi provocava una sorta di grandissima nostalgia per le cose che avrebbero potuto essere o che in me erano state e che ora non corrano più, come degli universi proposti o defunti. lo facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. E’ dunque nell’infanzia che ho provato il piacere più puro di scrivere e che la mia vocazione si è resa manifesta. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Della creazione.
    Così, proprio nell’abbaglio di fronte al mondo, nello stupore davanti alla meraviglia dei mondo e nella gioia di inventare ho trovato le ragioni fondamentali, in modo cosciente, semi-cosciente o incosciente,, della scrittura, della creazione artistica. Più tardi vennero le ragioni più mature, più impure, meno ingenue di scrivere: entrato nel dibattito e nelle controversie, ho voluto rispondere, spiegare, spiegarmi, consegnare messaggi o anti-messaggi, ma sempre interrogare, ed è la domanda che più mi tiene vicino all’impulso infantile. C’è ancora un altro motivo che indovinerete che è quello non solo degli artisti, ma di ciascuno di noi: fare tutto il possibile perché il mondo che ho visto, le persone che ho conosciuto, i paesaggi dell’infanzia e quelli venuti più tardi, non fossero dimenticati, persi nel nulla. Si scrive per perpetuare tutto questo e per perpetuare se stessi, per vincere la morte. Noi siamo qui con i nostri quadri, le nostre musiche, le nostre poesie, i nostri libri alla ricerca di una parvenza di immortalità.
    Si scrive per non morire del tutto, per non morire subito, dal momento che tutto deperisce. E credo che fra tutte queste ragioni, le due ragioni più forti di scrivere siano proprio queste; far condividere agli altri lo stupore di esistere, il miracolo del mondo e far sentire il nostro grido di angoscia a Dio e agli uomini, far sapere che noi siamo esistiti. Tutto il resto è secondario. L’arte è allo stesso tempo umana e inumana. Esprime la domanda, la tristezza e la gioia dell’uomo, e in questo è umana. Ma le domande, la tristezza e la gioia costituiscono soltanto i materiali con cui si costruisce una specie di edificio. Bisogna che l’edificio stia in piedi. E perché l’edificio resista attraverso i tempi, bisogna che esso sia espressione del proprio tempo, e oltre il tempo, che esprima l’extratemporale, il permanente.
    L’estetica vince sull’etica e sull’emozione. I canti disperati non sono sempre i più belli, e le grida che si ripetono non sono le più toccanti, né sono ascoltate. La più sincera emozione non è più niente se non ha un valore artistico. La storia dell’arte è la storia della sua espressione. Il valore di un’opera d’arte si confonde quindi con la sua originalità, deve portare qualcosa di nuovo nell’espressione. Deve contemporaneamente rispondere alle esigenze dell’attualità e della permanenza. Il male ha interesse solo quando è espressivo.
    Ma si è veramente sinceri quando non si è nello stesso tempo originali e universali? E’ poi così facile essere sincero? La sincerità è profonda, ed è in se stessi che si trova l’originalità della propria sincerità, non negli altri. Tuttavia, essa deve essere riconosciuta dagli altri che si identificano in essa. L’opera d’arte non può essere né espressione di un caso troppo particolare, né una ripetizione, né imitazione. Questa è la sua legge paradossale, questo è il paradosso del criterio artistico. Soltanto in noi stessi si trova quello che è profondamente personale e quello che è universale.


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