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    Frammenti su Dio

    Parole della filosofia, eccedenza della fede

    Piero Stefani


    Temo che «non ci sbarazzeremo di Dio poiché crediamo ancora nella grammatica», così scriveva Nietzsche.[1] Scrivere su Dio significa in ogni caso non liberarsi di lui e non solo perché ciò comporta il rispetto della grammatica e dell'ordine, ma anche perché Dio è l'oggetto a cui si sta pensando. Eppure scrivere su Dio non equivale affatto ad affermarne l'esistenza; anzi, è proprio l'atto di renderlo oggetto a introdurci in una contraddizione impossibile da superare: se Dio potesse essere catturato dentro la grammatica non sarebbe più Dio. Il massimo a cui si può giungere è sapere quel che Dio non è e credere in quel che Dio è.
    Dio è da tutti riconosciuto presente come parola, ma è a tutti celato come essere. Qui, più che altrove, la sproporzione tra significante e significato è sigillo di verità. Si può parlare di Dio e lo si continua a fare con enorme frequenza; molti credono che si possa parlare anche a Dio; in tal caso egli non è più solo parola. Inteso in senso proprio, l' argumentum di Anselmo smaschera il rischio perenne di far prendere alla parola «Dio» il posto di Dio. Occorre sempre salvaguardarne l'eccedenza. Scrive Anselmo: «Dunque, o Signore, tu sei non solo ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore, ma sei qualcosa di maggiore di quanto possa essere pensato». È una frase che raggiunge il suo senso pieno solo se detta con il «tu».
    Wittgenstein afferma che credere in Dio significa che i fatti del mondo non sono tutto. Non lo è neppure il tempo che ci costituisce e ci divora. Tuttavia il termine «Dio» è nel tempo. Esso è soggetto a tutto quanto si dà nel tempo, a cominciare dalla pluralità delle lingue.
    Dio, Dios, Dieu, God, Gott, solo per limitarci ad alcune lingue dell'Europa e delle Americhe. Sono tutti termini brevi di tre o quattro lettere. Per dire quel che nulla può racchiudere si sono scelte parole brevi. C'è sapienza in questo. La scelta è evocatrice di una sproporzione ma anche di una relazione, entrambe ignote alle vecchie definizioni manualistiche che parlano di Dio come essere in cui essenza ed esistenza coincidono, vale a dire come essere necessario. Vi è infatti sapienza nel fatto che la parola «Dio» possa essere accompagnata da un aggettivo possessivo, che in questo caso in realtà andrebbe qualificato come relazionale, mentre ciò non avrebbe alcun senso rispetto alle definizioni metafisiche.
    Si dice «mio Dio» e «tuo Dio», ma è assurdo affermare «il mio essere in cui essenza ed esistenza coincidono» o «il tuo essere necessario».
    Dio è quello che non siamo e senza il quale non saremmo, non già come singoli o come gruppi, ma in riferimento alla totalità; è impossibile trovare una parola adeguata e perciò è altrettanto impossibile rinvenire un'idea adeguata. Eppure abbiamo termini e concetti inadeguati. Da sempre siamo in questa sproporzione.

    Oltre le definizioni

    Dio: se ne parla tanto, se ne parla da sempre e da sempre non si sa definire quello di cui si sta parlando, se lo si facesse si cadrebbe in effetti nella massima contraddizione. Non è dato com-prendere quanto è sempre akbar, più grande.
    Allah akbar, una voce antica e nuova. Il suo senso proprio è «Dio è più grande» (non il più grande) accostabile a tutto ma eccedente rispetto a tutto. Oggi, però, l'espressione è soggetta a un uso fortemente ideologizzato. È un detto che inquieta l'Occidente perché suggella un comportamento che fu suo per secoli: agire con violenza in nome di Dio.
    «Etsi Deus non daretur». L'Occidente ha elaborato prospettive secondo le quali Dio non è accostabile a qualunque realtà; anzi, ci sono situazioni in cui egli deve essere considerato «più piccolo»; tanto piccolo da passare inosservato.
    «Kenosis». Lo svuotamento e il silenzio di Dio sono oggi considerati da molti come l'unico modo in cui Dio può giustificare la sua presenza-assenza nel mondo. Ma questa visione è forse esonerata dal fatto di essere, a propria volta, una forma nata dalle nostre proiezioni concettuali? Il Dio debole è davvero meno soggetto al rischio di antropomorfismi di quello forte? C'è chi dice di no. Neppure costui però riesce più a ripresentare immagini di Dio in sé stesse forti. Neanche egli parla di Dio come sovrano assoluto e Signore degli eserciti. La «fortezza» di Dio tende perciò a essere trasferita alla religione. In tal caso essa diventa la sigla di un'appartenenza compatta e identitaria che serve ad affermare diritti su questo mondo.
    C'è chi dice invece che è conforme a verità rinunciare alle immagini forti di Dio. Egli quindi prospetta l'esistenza di un Dio di benevolenza e di amore universali. È allora inevitabile pensare a un Dio debole: come spiegare altrimenti l'esistenza di un Dio amoroso e potente a fronte di un mondo lasciato in queste miserevoli condizioni? Anche in questo caso, per uscire d'impaccio, si è propensi a ridurre Dio alla religione, questa volta intesa in modo non forte e identitario ma debole e misericordioso.
    «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,2): il comandamento è rivolto ai seguaci del Dio unico e non agli idolatri. Il suo senso più autentico sta in questo: non trasformare Dio in idolo. Quando lo diventa? Quando non si serve Dio, ma ci si serve di Dio affermando che Egli è con noi perché non è con altri: Gott mit uns.
    Verità dell'ironia. Giovannino Guareschi «in un campo di concentramento del Nordovest germanico, nel dicembre del 1944» scrisse La favola di Natale. In una scena i tre re Magi incontrano tre nanetti, simbolo del male, muniti di coltello per tagliare il mondo), di forchetta (per mangiarlo), di cucchiaio (per raccoglierne le briciole). «"Dio sia con voi" salutano i Magi, "C'è già" rispondono i nanetti». Gott mit unsappunto.

    Un profondo scrutare

    Tutti i viventi esistono non per decisione propria. Dipendono da loro affini i quali, a propria volta, sono nelle loro stesse condizioni e così via senza vedere dove collocare il primo anello della catena. A tutto ciò si può rispondere rifacendosi a Dio, ma funziona ugualmente bene se si tira in ballo la natura. L'origine della vita è celata agli occhi di tutti i viventi che pur la propagano senza possederla. Non stupisce che l'umanità abbia pensato all'esistenza di Dio, oppure appunto a quella della natura.
    Dio ha scritto il libro della natura, ma non ha messo sul frontespizio il nome dell'autore. Così per noi moderni. Al più, l'identità dello scrittore va ricavata leggendo faticosamente le pagine del libro. In antico i libri erano privi dei nomi degli autori, non ce n'era bisogno. Non faceva eccezione la natura, il mondo era pieno di dèi.
    Un episodio avvenuto, in epoca relativamente recente, sul Monte Athos, è sospeso tra il mondo antico e quello moderno. Un famoso monaco ricevette la visita di un signore ateniese non credente. Quest'ultimo gli disse che sarebbe venuto alla fede se avesse visto un miracolo. L'eremita si rivolse a una lucertolina che stava passando per di lì e le disse: «Su, spiegagli che Dio esiste» e la lucertola disse: «Dio c'è veramente».[2]
    L'ateismo visto dalla parte di Dio. Il Creatore di ogni cosa consente alle proprie creature di negarlo. Visto in prospettiva teocentrica, l'ateismo è una prova dell'autolimitazione di Dio.
    Se Dio c'è, da dove viene il male? Può essere una questione da trattato di teoclicea o può essere una domanda vera quando scava nell'esistenza. In quest'ultimo caso non trova risposta e tuttavia conquista spessore e persino verità (anche se per la logica nessuna domanda in se stessa è vera o falsa). Allora, infatti, ci si accorge che l'interrogativo è posto davanti a Dio. Dio non risponde ma è lui a suscitare in noi la domanda. Il male è ciò che è mentre non dovrebbe esserci. Quel «non dovrebbe esserci» è Dio.
    Gira e rigira si torna sempre lì. Di fronte alle tragedie della storia e alla debolezza e alla fragilità della condizione umana, davanti all'impotenza dell'estrema vecchiaia o alla condizionedi paralisi psichica e fisica che attanaglia anche giovani vite, solo un Dio che ha assunto fino alla fine, nel suo Figlio, la precarietà appare salvifico e amabile (le due qualità sono inscindibili). La verità dell'Evangelo permane nel mondo, in fin dei conti, solo per questo motivo. Tuttavia è proprio ciò a rendere il trionfalismo cristiano – qualunque maschera indossi – la forma più compiuta di anticristicità. La negazione piena dell'Evangelo può essere attuata solo in nome di Gesù Cristo.
    Esodo 3,6-7. Al roveto ardente, quando Mosè scopre di essere alla presenza di Dio, si vela il volto, cioè si preclude la vista. Mentre è cieco ode le parole del Signore che gli dice: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto...». La fede dichiara che non si può vedere il Signore e lo fa nello stesso momento in cui afferma che Egli vede le nostre miserie. In effetti i nostri occhi vedono le nostre miserie, mentre non scorgono il Signore che le vede. La fede biblica ha occhi velati, ma orecchie aperte. Nulla nella nostra esperienza del mondo ci assicura un primato dell'udito rispetto alla vista. L' ulteriorità della fede può essere detta anche in questo modo.

    NOTE

    1 F. NIETZSCHE, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 21992, 44.
    2 Cf. G. BORMOLINI, I santi e gli animali. L'Eden ritrovato, Libreria editrice fiorentina, Firenze 2014, 191.

    (Da: Il Regno 4/2015, pp. 284-285)


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