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    Il problema ecologico: un quadro d'insieme


     


    Giuseppe Mattai

    (NPG 1992-09-12)

    Al pari dei grandi problemi epocali del nostro tempo, dai quali è indisgiungibile (giustizia, pace, solidarietà tra i popoli, nuovo modello di sviluppo e difese alternative a quelle militari), anche il problema ecologico postula con urgenza una profonda e generalizzata conversione intellettuale e morale, individuale e socio-politica, economica e religiosa.

    EDUCAZIONE ALLA CONVERSIONE ECOLOGICA

    Conversione profonda e radicale perché la questione ecologica per essere veramente avviata a soluzione, e non solo epidermicamente sfiorata, esige un deciso affrontamento della pace positiva, della giustizia planetaria, di un nuovo ordine economico internazionale, di un modello di stato e di comunità mondiali nonviolenti, di una chiesa, un annuncio, una catechesi, una liturgia e prassi cristiani sintonizzati all'evangelium pacis e a una conseguente rilettura del rapporto uomo-natura.
    Conversione generalizzata che coinvolge il più gran numero possibile di persone ed evita la delega ai vertici «responsabili», giudicandola un ennesimo gioco a scaricabarile, estremamente fallace e illusorio.
    Anche il recente vertice di Rio ha dimostrato come non ci si possa fidare dei potenti della terra e contare sulle loro «conversioni».
    Tra essi, infatti, ha trovato largo diritto di cittadinanza una prospettiva che è agli antipodi di una corretta educazione ecologica. È la tendenza a fare dei poveri che sono la maggioranza degli attuali abitanti del pianeta (quasi 1'80%) e che dispongono soltanto del 20% del prodotto mondiale, i maggiori, se non forse gli unici, responsabili dell'inquinamento del pianeta: di qui le indicazioni, le spinte e gli aiuti, medici e finanziari, orientati alla drastica riduzione demografica dei paesi del Terzo Mondo.
    Orientamenti educativi errati perché non certo in buona fede, ma colpevolmente, spingono lo sguardo della gente in una direzione univoca, semplificando e banalizzando un problema enormemente complesso, e deresponsabilizzano chi, sotto l'egida della massimazione del profitto, sfrutta, inquina e devasta i fragili equilibri ecologici ambientali e appare in larga misura incurante della stessa «ecologia umana».
    L'educazione alla «conversione ecologica», infine, ha da essere seria e avveduta, cosciente quindi dei rischi che essa incontra sul suo cammino.
    Il primo, non ipotetico ma largamente in atto, è che la questione ecologica sia trasformata in moda asettica e banalizzatrice dai grandi persuasori più o meno occulti che, non intendendo assolutamente recedere dalle impostazioni economico-politiche oggi ancora egemoni, inducono a far sí che tutti parlino del problema e tutti si sentano colpevoli, ma lasciando le cose come stanno.
    Un secondo ostacolo è rappresentato dal fatto che gli stessi «costruttori di opinione» vogliono convincere la gente (del Nord planetario economicamente privilegiato) che il «disastro ecologico» (ormai sotto gli occhi di tutti e quindi non occultabile) costituisce uno scotto inevitabile da pagare al progresso per non retrocedere a situazioni pregresse e preindustriali - il lume a candela prospettato dai «sacerdoti del nucleare» ai contestatori delle centrali al plutonio - e soccombere ad una concorrenza spietata (al color giallo).
    Il terzo rischio nel quale si possono incorrere anche ecologi e «verdi», di varia ispirazione, è ritenere che per essere buoni difensori della salvaguardia del creato basti una modesta informazione a carattere giornalistico, la diffusione ripetitiva di qualche luogo comune e la partecipazione alle solite marce e correlativi slogans che le scandiscono.
    L'educazione oggi è sempre un fatto o un evento molto complesso, cosí come è complessa e diversificata l'attuale società nella quale ci muoviamo. In particolare educarsi ed educare alla conversione ecologica sono dinamiche che presentano un peculiare spessore: dal momento che - e già lo abbiamo notato - l'ecologia è inscindibile dai più grandi problemi epocali, essa postula, per essere avviata a corretta soluzione, la messa in opera (e quindi la conoscenza) di molti saperi e la convergenza di molteplici esperienze.
    Nessuno - scienziato, filosofo, teologo - può accampare una competenza esclusiva in merito all'analisi profonda eziologica del dissesto ambientale e, quindi, presumere di avere in pronto efficaci terapeutiche. Nemmeno iniziative locali possono ritenersi valide e incisive se vengono isolate da un massivo, informato e globale movimento di opinione.
    Questo, per mordere nella realtà effettuale e spingerla verso un reale cambiamento di rotta, deve avvalersi dei contributi culturali ed esperienziali più diversi: economici, politici, tecnici, scientifici, filosofici e teologici, provenienti da tutte le componenti del mondo umano che, «oggetti» e vittime del dissesto ambientale, attraverso il processo educativo hanno da trasformarsi in «soggetti» responsabili, attivi attori protagonisti di una creazione salvaguardata e difesa.
    Facendo un sobrio ricorso alla vastissima letteratura ecologica,[1] il presente contributo si propone di accertare i fatti, inverarli (secondo la terminologia di G.B. Vico) risalendo a fattori prossimi e remoti, interpretarli, discernendo le letture oggi vigenti, collocarli entro un orizzonte cristiano che consenta di precisare il senso dell'antropocentrismo biblico (messo sotto accusa) e valutare teologicamente tecnologia e sviluppo.
    Premesse necessarie per avanzare qualche indicazione educativa in merito alla formazione di una coscienza ecologica veritativamente «convertita».

    APPURARE I FATTI

    L'estensione e la profondità del degrado ecologico sono oggi tali da indurre gli scienziati ad affermare che, ormai il nostro è un mondo a rischio e che siamo pervenuti a un punto critico a una situazione, per molti aspetti, forse irreversibile. I dati che annualmente vengono forniti dai rapporti del Worldwatch Institute da Washington sollevano preoccupazioni diffuse, confermate anche dalla Pontificia Accademia delle Scienze.
    I fatti perciò sono risaputi, anche se sulla esatta portata di alcuni di essi (come ad esempio l'effetto serra) le opinioni degli esperti non sempre convergono. Comunque si è nel vero quando si asserisce che il disastro ecologico in atto raggiunge tutte le componenti ambientali.[2]
    Con una suddivisione, abituale e di comodo, l'ambiente viene distinto in quattro grandi settori o sfere: atmosfera (con tropostrato-ionosfera, cui va aggiunto lo spazio esterno, o cosmo-sfera), idrosfera, litosfera e biosfera.
    All'interno di questa sfera biotica è collocato il sistema degli esseri umani e dei loro insediamenti, che potremmo denominare homosfera. I vari settori sono collegati tra loro attraverso interazioni e connessioni cruciali.
    Dalle prime quattro sfere abiotiche provengono infatti gli ingredienti-chiave per la produzione primaria nella biosfera, e cioè energia solare, ossigeno, anidride carbonica, acqua e minerali.
    I produttori primari - principalmente le piante verdi - sono detti autotrofi, perché capaci di sintetizzare (con la fotosintesi) le sostanze organiche che sono loro necessarie a partire dalle sostanze inorganiche.
    Tale produzione primaria alimenta tutta la catena dei consumatori eterotrofi che debbono nutrirsi di sostanze complesse contenute nelle piante e negli animali. Gli uomini sono consumatori primari (erbivori, vegetariani) e secondari (carnivori).[3]
    Il dissesto ecologico ha turbato profondamente questi delicati equilibri, prima sconosciuti: esso infatti concerne:
    - l'atmosfera: incremento di anidride carbonica e di altri gas che mantengono il calore negli strati bassi dell'aria e fanno così salire la temperatura (effetto serra) e determinano perturbamento dei cicli stagionali, scioglimento dei ghiacci, piogge acide; i clorofluorocarburi causano inquinamento atmosferico e, probabilmente, vaste perforazioni delle fasce di ozono che proteggono la biosfera dalle nocive radiazioni ultraviolette; nelle città per varie ragioni l'aria risulta sempre più inquinata;
    - la litosfera: distruzione progressiva di materie prime e risorse non rinnovabili, abuso di pesticidi e fitofarmaci, pauroso incremento di scorie industriali (incluse quelle radioattive) e dei rifiuti urbani, ovviamente nei paesi ipersviluppati del Nord del pianeta;
    - la idrosfera: inquinamento delle falde acquifere (mari, laghi, fiumi); eutrofizzazione delle alghe nei mari chiusi;
    - la biosfera: distruzione rapida e crescente del patrimonio boschivo e forestale e conseguente incalcolabile sterminio di specie vegetali e animali;
    - l'homosfera: disumanizzazione progressiva dell'habitat umano e, in particolare, delle grandi concentrazioni urbane, rese asfittiche e invivibili per il caotico incremento del traffico. In tale ambito alcuni inseriscono la cosiddetta bomba demografica che fa prevedere a distanza abbastanza ravvicinata il traguardo di dieci miliardi di uomini e la correlativa sempre più alta quota diconsumo di risorse e di inquinamento.
    Il magistero sociale della chiesa, invece, rimarca un più profondo e preoccupante dissesto ecologico umano, che riguarda le coscienze, le famiglie e il plesso delle società umane, inquinate e disintegrate da molteplici virus ideologici e materiali.

    ALLA RICERCA DEI FATTORI CAUSALI DEL DISASTRO ECOLOGICO

    Causa prossima dello sconvolgimento degli equilibri ecologici cui è legata non solo la «qualità della vita e dell'ambiente», ma la stessa sopravvivenza della specie umana e di tante altre forme di vita sul pianeta, è il comportamento umano e non una qualche fatalità naturale. È vero che anche eventi della natura (terremoti, eruzioni, maremoti, cicloni...) turbano gli equilibri planetari. Ma queste ferite, sia pure lentamente e con l'ausilio anche della tecnica odierna, sono rimarginabili. Invece sconvolgimenti ecologici, spesso irreversibili, hanno come protagonista e primario responsabile l'uomo: disboscamento selvaggio, eccessivo drenaggio dei fiumi e dei laghi, costruzione di imponenti e inquinanti sistemi di produzione energetica (centrali a carbone e nucleari); produzione e sperimentazione di armi sempre più sofisticate; superproduzione di vettori (auto e aeromobili) dai quali provengono enormi volumi di sostanze inquinanti l'atmosfera; gigantesche quantità di petrolio rovesciate nei mari da petroliere in avaria; disastri industriali del tipo di Seveso, Bophal e Chernobil, sono alcuni esempi che confermano la tesi della primaria responsabilità del comportamento umano in tema di dissesto ecologico.
    E, a questo punto, è logico domandarsi quali siano i principali grandi imputati che stanno alle spalle di tale selvaggio attacco alla natura.
    Un primo responsabile è l'ignoranza. Nella prima esplosione industriale e tecnologica gli uomini ignoravano l'ecosistema e le sue leggi; nemmeno sapevano che certe risorse erano non rinnovabili e che, pertanto, lo sviluppo e le tanto esaltate «magnifiche sorti e progressive» non potevano essere illimitate.
    Al banco degli imputati sono da poi da condurre, come già accennato, l'economia e il suo modello neocapitalistico, la tecnocrazia e la politica.
    Un'economia, nazionale e internazionale, che abbia come sua molla propulsiva e legge suprema la massimalizzazione del profitto, è certamente tra i precipui responsabili del degrado ecologico. Per incrementare rendite e profitti (o meglio superprofitti) e diminuire i costi (al fine di conquistare mercati e reggere alla competizione) i manager dell'industria e delle multinazionali non si sono preoccupati di approntare sistemi depurativi e fare ricorso a fonti energetiche meno inquinanti, ma forse più costose. Il modello di sviluppo sotteso a tale prassi industriale si prefigge la produzione sempre più abbondante di beni materiali, ravvisando nell'incremento del Pil (Prodotto Interno Lordo) il parametro principale del «benessere», e incoraggiando uno sfrenato consumismo. Per la sua realizzazione un modello del genere richiede enorme impiego di risorse, rinnovabili o meno, e altissimo consumo energetico. Eretta a supremo criterio dell'agire economico la massimalizzazione del profitto non consente di prendere in seria considerazione l'ecologia. D'altra parte l'uomo e la sua salute, il vero benessere umano (che non si identifica con il «beneavere») vengono spesso «monetizzati» e, quando è il caso, sacrificati (come è avvenuto nel paleocapitalismo ma ancor oggi accade, ad esempio, nel caso delle scelte nucleari).
    Anche la tecnologia, quando diviene tecnocrazia, ossia dominio incontrollato da parte dei tecnici, produce effetti perversi, tra cui anche l'inquinamento. Ovviamente più cauto ha da essere, come vedremo, anche sotto il profilo teologico, il giudizio sulla tecnologia.
    Infine la politica, o meglio un certo modo clientelistico di esercitare la funzione politica, ignorando in pratica il suo fine o subordinandolo agli interessi dei grandi potentati economici e finanziari, ha la sua grossa fetta di responsabilità.
    Responsabilità aggravata dal fatto che spesso i legislatori rivelano gravi incertezze sulla politica ecologica da adottare e l'esecutivo rivela incapacità di esercitare efficaci controlli perché i disposti legislativi siano osservati.
    Oltre questi imputati ne esiste uno più generale e, forse, meno individuabile in concreto: la cultura, o quel complesso di fattori culturali che hanno favorito un certo modo di intendere la scienza, il dominio dell'uomo sulla natura, il rapporto tra uomini e cosmo. Da qualche tempo perciò viene messo in stato di accusa lo stesso antropocentrismo di matrice giudaico- cristiana. In tale concezione, si afferma, l'uomo viene elevato a re del creato, signore e dominatore di una natura, sdivinizzata e oggettivata. Di conseguenza, il «soggetto» uomo è autorizzato a spadroneggiare sul mondo naturale, vegetale e animale, prima nelle modalità modeste consentite dalle tecniche primitive e poi nelle possenti e sconvolgitrici modalità dischiuse dagli odierni sviluppi scientifici e tecnologici. Ma, a questo punto, entriamo già nel campo delle interpretazioni sulle quali è doveroso esercitare un adeguato discernimento.

    INTERPRETAZIONI ECOLOGICHE

    Le interpretazioni ecologiche sono molteplici e variegate, comunque sembrano riconducibili a tre matrici ideologiche.
    Antropocentrismo radicale e correlativa esaltazione della tecnologia e tecnocrazia. L'uomo ha tutto il diritto di esercitare un dominio dispotico sulla natura e di piegarla ai suoi fini. Se da un tale atteggiamento sono risultati esiti perversi, saranno proprio la scienza e la tecnica, opportunamente rivisitate e perfezionate, a salvarci dal disastro. In altri termini «ci danniamo e ci salviamo da soli».
    Fisiocentrismo e feticizzazione della natura. Sono atteggiamenti riscontrabili nell'ecologismo fondamentalista che, mentre proclama la intangibilità della natura, rifiuta l'artificioso apparato industriale moderno e nell'homo tecnologicus ravvisa il famoso «apprendista stregone», incapace di controllare macchine ed energie da lui scatenate. In tale visione la natura è vista come un tutto unico, come un organismo vivente del quale fanno parte tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Questo perciò non può presumere di stare al centro o sopra la natura: al centro c'è la vita, la biosfera in tutte le sue espressioni e forme che hanno eguale diritto ad essere rispettate e salvaguardate.
    Teocentrismo: l'uomo è ormai andato tanto avanti nella alterazione degli equilibri ecologici che è ormai incapace di innestare una retromarcia e «chiudere i cerchi» (Commoner) che sono stati aperti; per cui solo un Dio potrà salvare l'umanità di oggi e, in particolare, quella di domani.
    Così elencate ed espresse, queste interpretazioni o letture del dissesto ecologico appaiono eccessivamente radicali e troppo ideologizzate. Infatti, senza una radicale conversione culturale, da sole scienze e tecnologie non sono in grado di porre rimedio agli esiti perversi della economia, della politica e della tecnocrazia. Del pari, per reagire a uno scorretto modo di intendere l'antropocentrismo, non è giusto ridivinizzare cosmo e natura, obliando il valore superiore della persona umana e la sua ineludibile soggettività.
    Infine, l'affidamento a Dio non può né deve escludere il legittimo e doveroso intervento dell'uomo sulla natura al fine di renderla idonea al soddisfacimento delle sue necessità e farla servire al progetto di Dio.

    ORIZZONTE CRISTIANO E RIVISITAZIONI TEOLOGICHE

    La salvaguardia e la promozione del creato non rappresentano per il credente, sintonizzato sulla lunghezza d'onda del Genesi e dell'Evangelo, né un cedimento alla moda corrente, né una malintesa sacralizzazione della natura, o un anacronistico ritorno ad essa, accompagnato dalla demonizzazione della tecnica e dell'industria moderna. Correttamente A. Rizzi compendia in questi paragrafi la considerazione biblica della natura e del rapporto uomo-natura:
    1. La natura non è divina (e Dio non è la natura);
    2. La natura non è un puro dato, consegnato al dominio dell'uomo;
    3. Dio destina la natura al bisogno di vita dell'uomo;
    4. La natura è affidata da Dio alla responsabilità dell'uomo;
    5. Bisogno e responsabilità si saldano nella solidarietà;
    6. La natura vive dentro la reciprocità di uomini giusti e poveri;
    7. Essere «debole» e essere «personalistico» della natura (perché la natura non è intrinsecamente governata da una finalità organica, ma da una intenzionalità d'amore, tesa tra la libertà divina e la povertà umana, e tessuta nella trama delle relazioni tra uomini).[4]
    A mia volta, così compendiavo alcune riflessioni su questo tema: «Il discorso biblico sulla natura, in quanto creata da Dio e affidata alla gestione dell'uomo è rigorosamente laico, senza sbavature pseudomistiche o romantiche. Già nel Genesi infatti emerge chiaramente che l'uomo, in quanto icona di Dio, è chiamato a portare a compimento il progetto di Dio - liberatorio e promozionale - con libertà e inventiva responsabili, realizzando l'abitabilità della terra per uomini e animali, sincronicamente e diacronicamente.
    L'esercizio del 'dominio su tutte le creature', in quanto rientra nel piano creativo di Dio, non rivela in alcun modo carattere dispotico o arbitrario, come suggeriscono sia l'attenta esegesi dei passi biblici in questione, sia l'analisi del complesso (e antinomico) discorso vetero e neotestamentario relativo al senso dell'attività dell'uomo nel mondo».[5]
    «Dominare» e «soggiogare» la terra sono atteggiamenti da inquadrare nella grande concezione biblica dell'uomo «imago Dei» e dell'uomo-essere-di-bisogno.
    In quanto icona di Dio in terra, anche l'agire dell'uomo sulla natura deve riflettere quello di Dio: azione quindi, in primo luogo, amministrativa, perché solo Dio è il Signore della natura e l'ha affidata all'uomo perché la custodisca e la coltivi, per farne un giardino abitabile per gli uomini e per gli animali.
    Come l'agire di Dio è orientato alla creazione e armonico sviluppo delle cose e dei viventi, e non al loro annientamento, così anche l'attività umana deve ispirarsi allo stesso stile.
    Perciò l'antropocentrismo giudaico-cristiano (benché abbia avuto cattive interpretazioni nel corso del tempo) non è di carattere prometeico, ma teologico-trinitario: non nasce cioè da una contrapposizione a Dio, ma dalla sua benedizione che fa dell'uomo oltre che un «giardiniere» responsabile della natura, un essere solidale e insieme bisognoso. Ogni uomo e l'intera collettività umana sono, nel contempo, bisognosi e responsabili: «Io sono responsabile dell'altro nel suo bisogno: Dio affida il mondo a me perché me ne faccia portatore, a nome del suo amore, presso l'altro che l'attende e ne vive».[6]
    E in questo orizzonte va inserita anche una riflessione teologica sul valore della tecnologia.
    La natura nel piano divino ha da servire al bisogno umano e la solidarietà è il ponte che collega natura e bisogno, assumendone la gestione etica e politica.
    Però, a seguito del peccato, la natura ha aspetti di durezza ed è collocata sotto il segno dell'ambiguità.
    A fronte di tale situazione l'uomo non può affidare tutto a Dio o assegnare alla natura un compito puramente simbolico del mondo che deve venire. Egli deve intervenire per far sì che la natura sia adeguata ai bisogni umani, integrata e portata a compimento attraverso l'attività, il lavoro e la tecnica. È questo il senso teologico della tecnologia.[7]

    ORIENTAMENTI EDUCATIVI

    Sulla base delle premesse che abbiamo sommariamente delineato, è possibile anche indicare alcune piste educative «ecologiche». La complessità dei fattori (culturali, politici, economici) che stanno alle spalle del degrado ambientale, naturale e umano, richiede per avviare il problema a soluzione una molteplicità di interventi a largo raggio che agiscano su tutto il fronte. Educare perciò alla salvaguardia del creato, al recupero della sua integrità violata, alla sua liberazione e promozione, esige - come già in apertura del nostro scritto abbiamo fatto notare - una formazione intellettuale e morale di notevole spessore.
    Educare al rispetto dell'ambiente significa educare ad un corretto rapporto tra uomo e Dio (creatore e salvatore), tra uomo (responsabile, giusto e solidale) e natura (non solo da contemplare, ma da riordinare e aggiustare ai reali bisogni umani, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini).
    Un'educazione del genere quindi non è isolabile, ma strettamente connessa con altri valori; giustamente è stata lanciata la sigla PAS, cioè Pace, Ambiente, Sviluppo: non è possibile educare alla salvaguardia del creato senza assumere come parametro l'ideale della pace, della giustizia, dello sviluppo e della solidarietà. Il valore e il metodo della nonviolenza costituiscono un orizzonte entro il quale il cristiano ha da muoversi assumendo lo stile di un S. Francesco, a buon diritto eretto a patrono degli ecologi di ispirazione evangelica.[8]
    Che tali ideali non siano soltanto utopie irrealizzate e irrealizzabili lo si desume da alcuni eventi ai quali mi piace rinviare il lettore: gli incontri ecumenici di Basilea e Seoul hanno dimostrato che il collegamento tra pace, salvaguardia del creato e nuovo modello di sviluppo è possibile e costituisce un denominatore tra le chiese.[9] L'insegnamento magisteriale dei Papi, in particolare di questo Pontefice e di diversi episcopati, dimostra che una nuova coscienza ecologica sta sorgendo in seno ai cristiani e che, dietro la spinta anche di queste autorevoli indicazioni, non tarderà a portare i suoi frutti".[10]

    NOTE

    1Tralasciando gli innumerevoli articoli, tra gli ultimi volumi, ricordo: A. Auer, Etica dell'ambiente: un contributo teologico all'etica dell'ambiente, Queriniana, Brescia 1988; A. Caprioli-L. Vaccaro, Questione ecologica e coscienza cristiana, Vita e Pensiero, Milano 1987; M. A. La Torre, Ecologia e morale. L'irruzione dell'istanza ecologica sull'etica dell'Occidente, Cittadella, Assisi 1990; J. Moltmann, Dio nella creazione, Queriniana, Brescia 1986; A. Russo-G. Silvestrini, La cultura dei verdi, Angeli, Milano 1987.
    2 Cf J. Mattai, Oltre le sabbie mobili. Contributi del Magistero all'etica sociale, SEI, Torino 1992, 137-138.
    3 Cf J. Galtung, Ambiente, sviluppo e attività militare, Ediz. Gruppo Abele, Torino 1984, 11 ss.
    4 Cf A. Rizzi, «Oikos». La tecnologia di fronte al problema ecologico, in G. Mattai, A. Rizzi, G. Martirani, J.M. Mejia, Teologia ed ecologia, AVE, Roma 1992, 48-59. Inoltre A. Rizzi, «Eco-logia. Terra paese dell'uomo» in L'Europa e l'altro, Paoline, Milano 1991, pp. 206-261.
    5 G. Mattai, Problema ecologico, rischio nucleare e implicazioni morali, in Teologia ed ecologia, cit., 35.
    6 A. Rizzi, art. cit., 57.
    7 Cf A. Rizzi, art. cit., 68.
    8 Per ampi sviluppi cf G. Martirani, La pasqua planetaria, Nord-Sud, ecologia, nonviolenza, in Teologia ed ecologia, cit., 87-141.
    9 Cf J. M. Mejia, Giustizia, pace, integrità della creazione nei rapporti tra le chiese, in Teologia ed ecologia, cit., 143-153; Sugli incontri ecumenici succitati cf A. Filippi, a cura, Basilea: giustizia e pace, EDB 1989; Id., a cura, Seoul: giustizia, pace e salvaguardia del Creato, EDB 1990.
    10 Dei documenti magisteriali ricordiamo: Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, nn. 26-29; Id., Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato. Messaggio per la Giornata Mondiale per la pace 1990; Centesimus annus, nn. 37-38; Episcopato tedesco: Futuro della creazione e futuro dell'umanità, in «Regno Doc.» 1981/5, 140-145; Assumersi la responsabilità della creazione, ivi, 1985, 530-543; Episcopato lombardo, Lettera sull'ecologia, ivi, 1988/19, 631-635.

     


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