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    Ecologia

    Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa

     

    Dio ha dato i beni della terra agli uomini come mezzi per il loro sviluppo integrale; appunto per questo, l’uso di tali beni si deve realizzare all’interno di un ordine pienamente umano, vale a dire di un ordine morale, incompatibile con uno sfruttamento abusivo della natura[1]. L’uomo, che Dio vuole partecipe della Sua opera insieme agli altri uomini, di cui gli ha affidato la responsabilità, deve coltivare e custodire l’universo, sviluppandone le potenzialità con amore e sollecitudine.
    Ciò è particolarmente importante nel mondo odierno, in cui l’umanità dispone di strumenti in grado di trasformare una grande massa di elementi naturali. L’influsso dell’uomo primitivo sull’ambiente è stato piuttosto scarso; sebbene la smoderatezza sia vecchia quanto gli esseri umani, anticamente il danneggiamento rimaneva limitato a motivo dello scarso numero di abitanti e della minore potenzialità tecnica.
    La crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanesimo e, soprattutto, l’effetto delle diverse rivoluzioni industriali hanno cambiato questo panorama, producendo una notevole rottura degli equilibri. La civiltà industriale ha avuto il merito di accrescere il benessere per un grande numero di persone, ma al contempo possiede una pericolosa aggressività nei confronti della natura, persona umana inclusa. Si sono diffusi fenomeni come l’inquinamento ambientale, il saccheggio indiscriminato delle risorse della terra, la manipolazione genetica, i cui traguardi sono imprevedibili.
    La minaccia ambientale trova nei modelli di consumo e negli stili di vita delle aree sviluppate alcune delle sue cause, ma è parimenti alimentata dalla povertà, che obbliga interi popoli a sfruttare all’eccesso i diversi ecosistemi e le risorse primarie di cui dispongono, sacrificando il futuro per salvare il presente. L’ordine voluto da Dio per l’intera creazione evidenzia, al contrario, l’intima concatenazione tra ingiustizia sociale e deterioramento ecologico: tutti e due sono frutto di una relazione deforme, da parte dell’uomo, con le persone, la natura e Dio.
    La questione ecologica, affrontata nella sua completezza, coinvolge il futuro prossimo e remoto, rispetto al quale si comprende quanto gli attuali processi di sviluppo siano sostenibili. L’uomo contemporaneo deve adempiere a precisi doveri di responsabilità verso il futuro del giardino di cui è custode; doveri che sono ineluttabili, imprescindibili e non negoziabili. In questa situazione, l’umanità è costretta a riscoprire il proprio comune destino, i propri interessi complessivi, superando le prospettive individualistiche ed egoistiche che condannano tutti a subire gli attuali disagi.
    In tal senso, i problemi ambientali vanno affrontati con la serietà dovuta e anche con una maggiore incisività rispetto a quanto si è fatto finora, poiché il sistema che tiene insieme gli esseri terreni è quanto mai complesso e vulnerabile, e non può essere aggredito impunemente. Certo non sono mancate iniziative in questo ambito; tuttavia, in talune di queste iniziative, e sovente in collegamento con le ideologie neomalthusiane, si rintracciano impostazioni economicistiche e neocolonialistiche che propugnano (in modo più o meno velato) un ecologismo selettivo, funzionale al mantenimento della superiorità economica e sociopolitica di alcuni Paesi.
    Da parte sua, un’impostazione umanistica, cristiana e autenticamente ecologista, mostra che la natura è al servizio dell’uomo, il che — senza dubbio — comporta che questi conosca i limiti e i rischi della modifica dell’ambiente, e che sia intenzionato a comportarsi convenientemente. Bisogna affrancarsi sia dalle impostazioni allarmistiche sia dagli ottimismi semplicistici: esistono concreti problemi ecologici che a volte assumono caratteristiche gravi; tuttavia, se si vogliono risolvere, si deve analizzarli con serietà scientifica, con prudenza e senza emotività.
    Non si tratta di negare l’esistenza di tali problemi, bensì di esaminare la loro reale portata e di cercarne la soluzione, evitando le semplificazioni e l’uso di quei mezzi che forse potrebbero risolvere i problemi a breve scadenza, ma che non sarebbero soddisfacenti a lungo termine e che, soprattutto, introdurrebbero una logica disumana nello sviluppo socio-economico. È necessaria una conoscenza dei problemi che sia la più esatta possibile, ed anche la capacità di prevedere gli effetti delle soluzioni alternative, per non incappare in problemi più gravi. Non bisogna dimenticare, d’altro canto, che la cultura odierna manifesta, spesso, un certo gusto per l’esagerazione delle difficoltà e la sottovalutazione dei percorsi positivi; difatti, mai nel corso della storia l’umanità si è trovata tanto attrezzata come oggi per risolvere le difficoltà che si delineano.
    Nel campo dell’ecologia, come in tanti altri della vita sociale, si palesa la necessità di distinguere tra i fatti controllati, le approssimazioni ideologiche, le previsioni possibili e i presagi falsi e allarmanti. Dobbiamo rallegrarci se si è sviluppata una crescente preoccupazione per la conservazione della natura e se questo tema viene dibattuto ad alto livello; ma senza dimenticare che la principale risorsa dell’uomo, insieme con la terra, è l’uomo stesso che, con la sua intelligenza e il suo agire può scoprire e mettere in pratica delle tecniche affidabili per operare la trasformazione dell’ambiente naturale e dello stesso ambiente umano in favore di tutta l’umanità[2].

    * * *

    I problemi ambientali provocati da un’industrializzazione disordinata hanno fatto crescere la coscienza ecologica dell’umanità, della quale lo stesso Magistero della Chiesa sovente ha evidenziato l’importanza.

    Il Magistero sottolinea la responsabilità umana di preservare un ambiente integro e sano per tutti[3]: «L’umanità di oggi, se riuscirà a congiungere le nuove capacità scientifiche con una forte dimensione etica, sarà certamente in grado di promuovere l’ambiente come casa e come risorsa a favore dell’uomo e di tutti gli uomini, sarà in grado di eliminare i fattori d’inquinamento, di assicurare condizioni di igiene e di salute adeguate per piccoli gruppi come per vasti insediamenti umani. La tecnologia che inquina può anche disinquinare, la produzione che accumula può distribuire equamente, a condizione che prevalga l’etica del rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, per i diritti delle generazioni umane presenti e di quelle che verranno»[4]. [465]

    Tale coscienza deve tener conto di due principi fondamentali: la natura è al servizio delle persone, ma contemporaneamente l’uomo non ne deve abusare, bensì usarla con cura e moderazione.

    Una corretta concezione dell’ambiente, mentre da una parte non può ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento, dall’altra non deve assolutizzarla e sovrapporla in dignità alla stessa persona umana. In quest’ultimo caso, si arriva al punto di divinizzare la natura o la terra, come si può facilmente riscontrare in alcuni movimenti ecologisti che chiedono di dare un profilo istituzionale internazionalmente garantito alle loro concezioni[5].
    Il Magistero ha motivato la sua contrarietà a una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, perché essa «si propone di eliminare la differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi, considerando la biosfera come un’unità biotica di valore indifferenziato. Si viene così ad eliminare la superiore responsabilità dell’uomo in favore di una considerazione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi»[6]. [463]

    La sfida ecologica coinvolge l’intero pianeta: tutti hanno responsabilità in vista di uno sviluppo sostenibile per ogni uomo e ogni società.

    La tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera: si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo[7], destinato a tutti, impedendo che si possa fare «impunemente uso delle diverse categorie di esseri, viventi o inanimati — animali, piante, elementi naturali — come si vuole, a seconda delle proprie esigenze»[8]. È una responsabilità che deve maturare in base alla globalità della presente crisi ecologica e alla conseguente necessità di affrontarla globalmente, in quanto tutti gli esseri dipendono gli uni dagli altri nell’ordine universale stabilito dal Creatore. [466]
    La responsabilità verso l’ambiente, patrimonio comune del genere umano, si estende non solo alle esigenze del presente, ma anche a quelle del futuro (...). Si tratta di una responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future[9], una responsabilità che appartiene anche ai singoli Stati e alla Comunità internazionale. [467]
    La solidarietà tra le generazioni richiede che nella pianificazione globale si agisca secondo il principio dell’universale destinazione dei beni, che rende illecito moralmente e controproducente economicamente scaricare i costi attuali sulle future generazioni: illecito moralmente perché significa non assumersi le dovute responsabilità, controproducente economicamente perché la correzione dei guasti è più dispendiosa della prevenzione. Questo principio va applicato soprattutto — anche se non solo — nel campo delle risorse della terra e della salvaguardia del creato, reso particolarmente delicato dalla globalizzazione, la quale riguarda tutto il pianeta, inteso come unico ecosistema[10]. [367]

    L’Antico Testamento rivela i criteri fondamentali dell’ecologia: la persona umana è posta al di sopra di tutte le altre creature terrene, che deve usare e curare in modo responsabile, per corrispondere al grande progetto divino sulla creazione.

    La fede d’Israele vive nel tempo e nello spazio di questo mondo, percepito non come un ambiente ostile o un male da cui liberarsi, ma piuttosto come il dono stesso di Dio, il luogo e il progetto che Egli affida alla responsabile guida e operosità dell’uomo. (...) Al vertice della Sua creazione, come «cosa molto buona» (Gen 1,31), il Creatore pone l’uomo. Solo l’uomo e la donna, tra tutte le creature, sono state voluti da Dio «a sua immagine» (Gen 1,27): a loro il Signore affida la responsabilità di tutto il creato, il compito di tutelarne l’armonia e lo sviluppo (cfr. Gen 1,26-30). Lo speciale legame con Dio spiega la privilegiata posizione della coppia umana nell’ordine della creazione. [451]

    L’Incarnazione del Verbo divino e la Sua predicazione testimoniano il valore della natura, posta da Dio a servizio del Suo disegno creatore e redentore: niente di quanto esiste in questo mondo risulta estraneo a tale disegno divino.

    La salvezza definitiva, che Dio offre a tutta l’umanità mediante il Suo stesso Figlio, non si attua fuori di questo mondo. Pur ferito dal peccato, esso è destinato a conoscere una radicale purificazione (...). Il Signore la pone [la natura] al servizio del Suo disegno redentore. Egli chiede ai suoi discepoli di guardare alle cose, alle stagioni e agli uomini con la fiducia dei figli che sanno di non poter essere abbandonati da un Padre provvidente (cfr. Lc 11,11-13). Lungi dal farsi schiavo delle cose, il discepolo di Cristo deve sapersene servire per creare condivisione e fraternità (cfr. Lc 16,9-13). [453]
    La coscienza degli squilibri tra l’uomo e la natura deve accompagnarsi alla consapevolezza che in Gesù è avvenuta la riconciliazione dell’uomo e del mondo con Dio così che ogni essere umano, consapevole dell’amore divino, può ritrovare la pace perduta. [454]

    L’insegnamento biblico è in netto contrasto con le ideologie immanenti che, collocando il fine dell’uomo in questo mondo, tendono a giustificare lo sfruttamento delle risorse naturali in un orizzonte di puro benessere terreno.

    Il messaggio biblico e il Magistero ecclesiale costituiscono i punti di riferimento essenziali per valutare i problemi che si pongono nei rapporti tra l’uomo e l’ambiente [11]. Alle origini di tali problemi si può ravvisare la pretesa di esercitare un dominio incondizionato sulle cose da parte dell’uomo, un uomo incurante di quelle considerazioni di ordine morale che devono invece contraddistinguere ogni attività umana.
    La tendenza allo sfruttamento «sconsiderato»[12] delle risorse del creato è il risultato di un lungo processo storico e culturale: «L’epoca moderna ha registrato una crescente capacità d’intervento trasformativo da parte dell’uomo. L’aspetto di conquista e di sfruttamento delle risorse è diventato predominante e invasivo, ed è giunto oggi a minacciare la stessa capacità ospitale dell’ambiente: l’ambiente come “risorsa” rischia di minacciare l’ambiente come “casa”. A causa dei potenti mezzi di trasformazione offerti dalla civiltà tecnologica, sembra talora che l’equilibrio uomo-ambiente abbia raggiunto un punto critico»[13]. [461]
    [Per la mentalità immanentista] la natura appare come uno strumento nelle mani dell’uomo, una realtà che egli deve costantemente manipolare, specialmente mediante la tecnologia. A partire dal presupposto, rivelatosi errato, che esiste una quantità illimitata di energia e di risorse da utilizzare, che la loro rigenerazione sia possibile nell’immediato e che gli effetti negativi delle manipolazioni dell’ordine naturale possono essere facilmente assorbiti, si è diffusa una concezione riduttiva che legge il mondo naturale in chiave meccanicistica e lo sviluppo in chiave consumistica; il primato attribuito al fare e all’avere piuttosto che all’essere causa gravi forme di alienazione umana[14].
    Un simile atteggiamento non deriva dalla ricerca scientifica e tecnologica, ma da un’ideologia scientista e tecnocratica che tende a condizionarla. La scienza e la tecnica, con il loro progresso, non eliminano il bisogno di trascendenza e non sono di per sé causa della secolarizzazione esasperata che conduce al nichilismo; mentre avanzano nel loro cammino, esse suscitano domande circa il loro senso e fanno crescere la necessità di rispettare la dimensione trascendente della persona umana e della stessa creazione. [462]

    Deve essere rifiutata e contrastata la posizione di coloro che considerano la natura al di sopra, o allo stesso livello di importanza delle persone umane.

    La natura non è, in effetti, una realtà sacra o divina, sottratta all’azione umana. È piuttosto un dono offerto dal Creatore alla comunità umana, affidato all’intelligenza e alla responsabilità morale dell’uomo. Per questo egli non compie un atto illecito quando, rispettando l’ordine, la bellezza e l’utilità dei singoli esseri viventi e della loro funzione nell’ecosistema, interviene modificando alcune loro caratteristiche e proprietà. Sono deprecabili gli interventi dell’uomo quando danneggiano gli esseri viventi o l’ambiente naturale, mentre sono lodevoli quando si traducono in un loro miglioramento. [473]

    La prospettiva trascendente dell’essere umano e del suo rapporto con il Creatore e con le altre creature favorisce un uso ecologico della natura, che non disumanizza la persona né degrada l’ambiente.

    Una visione dell’uomo e delle cose slegata da ogni riferimento alla trascendenza ha portato a rifiutare il concetto di creazione e ad attribuire all’uomo e alla natura un’esistenza completamente autonoma. Il legame che unisce il mondo a Dio è stato così spezzato: tale rottura ha finito per disancorare dalla terra anche l’uomo e, più radicalmente, ha impoverito la sua stessa identità. L’essere umano si è ritrovato a pensarsi estraneo al contesto ambientale in cui vive. È ben chiara la conseguenza che ne discende: «è il rapporto che l’uomo ha con Dio a determinare il rapporto dell’uomo con i suoi simili e con il suo ambiente. Ecco perché la cultura cristiana ha sempre riconosciuto nelle creature che circondano l’uomo altrettanti doni di Dio da coltivare e custodire con senso di gratitudine verso il Creatore. (...)»[15]. Va messa maggiormente in risalto la profonda connessione esistente tra ecologia ambientale ed «ecologia umana»[16]. [464]

    Occorre sottolineare che la soluzione ai problemi ecologici deve tener conto del primato dell’etica sulla tecnica e, dunque, della necessità di salvaguardare sempre la dignità dell’essere umano.

    Punto di riferimento centrale per ogni applicazione scientifica e tecnica è il rispetto dell’uomo, che deve accompagnarsi ad un doveroso atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre creature viventi. (...) Infatti, «si è constatato che l’applicazione di talune scoperte nell’ambito industriale ed agricolo produce, a lungo termine, effetti negativi. Ciò ha messo crudamente in rilievo come ogni intervento in un’area dell’ecosistema non possa prescindere dal considerare le sue conseguenze in altre aree e, in generale, sul benessere delle future generazioni»[17]. [459]
    Lo stretto legame che esiste tra lo sviluppo dei Paesi più poveri, mutamenti demografici e un uso sostenibile dell’ambiente, non va utilizzato come pretesto per scelte politiche ed economiche poco conformi alla dignità della persona umana. Nel Nord del pianeta si assiste ad una «caduta del tasso di natalità, con ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, incapace perfino di rinnovarsi biologicamente»[18], mentre nel Sud la situazione è diversa. Se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea ostacoli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’ambiente, va riconosciuto che la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale[19]. [483]

    Il comportamento dell’essere umano nei confronti della natura deve essere ispirato dalla convinzione che essa è un dono, che Dio ha messo nelle sue mani, affinché ne usi con amorevole cura.

    [L’uomo] non deve «disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire»[20]. Quando si comporta in questo modo, «invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui»[21]. [460]
    L’atteggiamento che deve caratterizzare l’uomo di fronte al creato è essenzialmente quello della gratitudine e della riconoscenza: il mondo, infatti, rinvia al mistero di Dio che lo ha creato e lo sostiene. Se si mette tra parentesi la relazione con Dio, si svuota la natura del suo significato profondo, depauperandola. Se invece si arriva a riscoprire la natura nella sua dimensione di creatura, si può stabilire con essa un rapporto comunicativo, cogliere il suo significato evocativo e simbolico, penetrare così nell’orizzonte del mistero, che apre all’uomo il varco verso Dio, Creatore dei cieli e della terra. Il mondo si offre allo sguardo dell’uomo come traccia di Dio, luogo nel quale si disvela la Sua potenza creatrice, provvidente e redentrice. [487]

    Tale comportamento richiede l’esercizio di un insieme di attitudini e di virtù individuali e sociali che facilitino la consapevolezza della fraternità di tutti gli uomini e dell’interdipendenza tra uomo e natura; questi atteggiamenti sono la manifestazione concreta della cura e dell’amore per tutte le creature.

    I gravi problemi ecologici richiedono un effettivo cambiamento di mentalità che induca ad adottare nuovi stili di vita[22] (...). Tali stili di vita devono essere ispirati alla sobrietà, alla temperanza, all’autodisciplina, sul piano personale e sociale. Bisogna uscire dalla logica del mero consumo e promuovere forme di produzione agricola e industriale che rispettino l’ordine della creazione e soddisfino i bisogni primari di tutti. Un simile atteggiamento, favorito da una rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra, concorre ad eliminare diverse cause di disastri ecologici e garantisce una tempestiva capacità di risposta quando tali disastri colpiscono popoli e territori[23]. La questione ecologica non deve essere affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila: essa deve tradursi, soprattutto, in una forte motivazione per una autentica solidarietà a dimensione mondiale. [486]

    Bisogna sottolineare l’importanza che, per la cura dell’ambiente, riveste il principio della destinazione universale dei beni della terra.

    Anche nel campo dell’ecologia la dottrina sociale invita a tener presente che i beni della terra sono stati creati da Dio per essere sapientemente usati da tutti: tali beni vanno equamente condivisi, secondo giustizia e carità. Si tratta essenzialmente di impedire l’ingiustizia di un accaparramento delle risorse: l’avidità, sia essa individuale o collettiva, è contraria all’ordine della creazione[24]. [481]

    Il principio della destinazione universale dei beni della terra evidenzia la necessità di armonizzare le politiche dello sviluppo con le politiche ambientali, a livello nazionale e internazionale.

    La programmazione dello sviluppo economico deve considerare attentamente «la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura»[25], poiché le risorse naturali sono limitate e alcune non sono rinnovabili. L’attuale ritmo di sfruttamento compromette seriamente la disponibilità di alcune risorse naturali per il tempo presente e per il futuro[26]. La soluzione del problema ecologico richiede che l’attività economica rispetti maggiormente l’ambiente, conciliando le esigenze dello sviluppo economico con quelle della protezione ambientale. Ogni attività economica che si avvalga delle risorse naturali deve anche preoccuparsi della salvaguardia dell’ambiente e prevederne i costi, che sono da considerare come «una voce essenziale dei costi dell’attività economica»[27]. (...) Un’economia rispettosa dell’ambiente non perseguirà unicamente l’obiettivo della massimizzazione del profitto, perché la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente[28]. Tutti i Paesi, in particolare quelli sviluppati, devono avvertire come urgente l’obbligo di riconsiderare le modalità d’uso dei beni naturali. La ricerca di innovazioni capaci di ridurre l’impatto sull’ambiente provocato dalla produzione e dal consumo dovrà essere efficacemente incentivata. [470]

    La questione ecologica sottolinea anche il bisogno di collaborare allo sviluppo ordinato delle regioni più povere così come la necessità di rispettare i diversi stili di vita.

    Il principio della destinazione universale dei beni offre un fondamentale orientamento, morale e culturale, per sciogliere il complesso e drammatico nodo che lega insieme crisi ambientale e povertà. L’attuale crisi ambientale colpisce particolarmente i più poveri, sia perché vivono in quelle terre che sono soggette all’erosione e alla desertificazione o coinvolti in conflitti armati o costretti a migrazioni forzate, sia perché non dispongono dei mezzi economici e tecnologici per proteggersi dalle calamità.
    Moltissimi di questi poveri vivono nei sobborghi inquinati delle città in alloggiamenti di fortuna o in agglomerati di case fatiscenti e pericolose (slums, bidonvilles, barrios, favelas). Nel caso si debba procedere al loro trasferimento e per non aggiungere sofferenza a sofferenza, è necessario fornire un’adeguata e previa informazione, offrire alternative di alloggi dignitosi e coinvolgere direttamente gli interessati.
    Si tenga presente, inoltre, la situazione dei Paesi penalizzati dalle regole di un commercio internazionale non equo, nei quali permane una scarsità di capitali spesso aggravata dall’onere del debito estero: in questi casi la fame e la povertà rendono quasi inevitabile uno sfruttamento intensivo ed eccessivo dell’ambiente. [482]
    Una speciale attenzione merita la relazione che i popoli indigeni hanno con la loro terra e le sue risorse: si tratta di un’espressione fondamentale della loro identità[29]. Molti popoli hanno già perso o rischiano di perdere, a vantaggio di potenti interessi agro-industriali o in forza di processi di assimilazione e di urbanizzazione, le terre su cui vivono[30], alle quali è legato il senso stesso della loro esistenza[31]. I diritti dei popoli indigeni devono essere opportunamente tutelati[32]. Questi popoli offrono un esempio di vita in armonia con l’ambiente che essi hanno imparato a conoscere e a preservare[33]: la loro straordinaria esperienza, che è un’insostituibile ricchezza per tutta l’umanità, rischia di andare perduta insieme all’ambiente da cui trae origine. [471]

    Siccome la questione ambientale ha ripercussioni planetarie, è necessaria per la protezione dell’ambiente la collaborazione internazionale, e risulta particolarmente opportuna la ratifica di accordi mondiali sanciti dal diritto internazionale.

    Gli attuali problemi ecologici, di carattere planetario, possono essere affrontati efficacemente solo grazie ad una cooperazione internazionale capace di garantire un maggiore coordinamento sull’uso delle risorse della terra. [481]
    La responsabilità verso l’ambiente deve trovare una traduzione adeguata a livello giuridico. È importante che la Comunità internazionale elabori regole uniformi, affinché tale regolamentazione consenta agli Stati di controllare con maggiore efficacia le diverse attività che determinano effetti negativi sull’ambiente e di preservare gli ecosistemi prevenendo possibili incidenti (...). Il contenuto giuridico del «diritto ad un ambiente sano e sicuro»[34] sarà frutto di una graduale elaborazione, sollecitata dalla preoccupazione dell’opinione pubblica di disciplinare l’uso dei beni del creato secondo le esigenze del bene comune e in una comune volontà di introdurre sanzioni per coloro che inquinano. Le norme giuridiche, tuttavia, da sole non bastano[35]; accanto ad esse devono maturare un forte senso di responsabilità nonché un effettivo cambiamento nelle mentalità e negli stili di vita. [468]

    BIBLIOGRAFIA MAGISTERIALE

    Pio XII, Radiomessaggio Col cuore: AAS 48 (1956) 31-33
    Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 448
    Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 37
    Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 17
    Paolo VI, Discorso alla Conferenza Internazionale sull’Ambiente, passim
    Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 15
    Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, passim
    Catechismo della Chiesa Cattolica, 226, 344, 373, 2417, 2432
    Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 42
    Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 9
    Giovanni Paolo II, Esort. ap. Ecclesia in America, 25

    NOTE

    [1] «Ancora una volta risulta evidente che lo sviluppo, la volontà di pianificazione che lo governa, l’uso delle risorse e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all’uso della natura visibile. Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di “usare e abusare”, o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di “mangiare il frutto dell’albero” (cfr. Gen 2,16 s.), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire. Una giusta concezione dello sviluppo non può prescindere da queste considerazioni — relative all’uso degli elementi della natura, alla rinnovabilità delle risorse e alle conseguenze di una industrializzazione disordinata —, le quali ripropongono alla nostra coscienza la dimensione morale, che deve distinguere lo sviluppo»: Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34: AAS 80 (1988) 560.
    [2] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 32: AAS 83 (1991) 832-833; Id., Messaggio alla Signora Nafis Sadik, Segretario Generale della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (18 marzo 1994), 3: AAS 87 (1995) 191.
    [3] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34: AAS 80 (1988) 559-560.
    [4] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un Convegno su ambiente e salute (24 marzo 1997), 5: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1 (1997) 522.
    [5] Cfr., ad esempio, Pontificio Consiglio della Cultura - Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul «New Age», Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2003, p. 35.
    [6] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un Convegno su ambiente e salute (24 marzo 1997), 5: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1 (1997) 522.
    [7] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 40: AAS 83 (1991) 843.
    [8] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34: AAS 80 (1988) 559.
    [9] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 37: AAS 83 (1991) 840.
    [10] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso all’Udienza alle ACLI (27 aprile 2002), 4: L’Osservatore Romano, 28 aprile 2002, p. 5.
    [11] Cfr. Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 21: AAS 63 (1971) 416-417.
    [12] Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 21: AAS 63 (1971) 417.
    [13] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un Convegno su ambiente e salute (24 marzo 1997), 2: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1 (1997) 521.
    [14] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28: AAS 80 (1988) 548-550.
    [15] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un Convegno su ambiente e salute (24 marzo 1997), 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1 (1997) 521.
    [16] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 38: AAS 83 (1991) 841.
    [17] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 6: AAS 82 (1990) 150.
    [18] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25: AAS 80 (1988) 543; cfr. Id., Lett. enc. Evangelium vitae, 16: AAS 87 (1995) 418.
    [19] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25: AAS 80 (1988) 543-544.
    [20] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 37: AAS 83 (1991) 840.
    [21] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 37: AAS 83 (1991) 840.
    [22] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 36: AAS 83 (1991) 838-840.
    [23] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al Centro delle Nazioni Unite, Nairobi (18 agosto 1985), 5: AAS 78 (1986) 92.
    [24] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090-1092; Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 22: AAS 59 (1967) 268.
    [25] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 26: AAS 80 (1988) 546.
    [26] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34: AAS 80 (1988) 559-560.
    [27] Giovanni Paolo II, Allocuzione alla XXV sessione della Conferenza della F.A.O. (16 novembre 1989), 8: AAS 82 (1990) 673.
    [28] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 40: AAS 83 (1991) 843.
    [29] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai popoli autoctoni dell’Amazzonia, Manaus (10 luglio 1980): AAS 72 (1980) 960-961.
    [30] Cfr. Giovanni Paolo II, Omelia durante la liturgia della Parola per le popolazioni autoctone dell’Amazzonia peruviana (5 febbraio 1985), 4: AAS 77 (1985) 897-898; cfr. anche Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Per una migliore distribuzione della terra. La sfida della riforma agraria (23 novembre 1997), 11, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, pp. 15-16.
    [31] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso agli aborigeni dell’Australia (29 novembre 1986), 4: AAS 79 (1987) 974-975.
    [32] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso agli Indigeni del Guatemala (7 marzo 1983), 4: AAS 75 (1983) 742-743; Id., Discorso ai popoli autoctoni del Canada (18 settembre 1984), 7-8: AAS 77 (1985) 421-422; Id., Discorso ai popoli autoctoni dell’Ecuador (31 gennaio 1985), II.1: AAS 77 (1985) 861; Id., Discorso agli aborigeni dell’Australia (29 novembre 1986), 10: AAS 79 (1987) 976-977.
    [33] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso agli aborigeni dell’Australia (29 novembre 1986), 4: AAS 79 (1987) 974-975; Id., Discorso agli Amerindi (14 settembre 1987), 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 3 (1987) 514-515.
    [34] Giovanni Paolo II, Discorso alla Corte e alla Commissione europee dei diritti dell’uomo, Strasburgo (8 ottobre 1988), 5: AAS 81 (1989) 685; cfr. Id., Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 9: AAS 82 (1990) 152; Id., Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 10: AAS 91 (1999) 384-385.
    [35] Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 10: AAS 91 (1999) 384-385.

    (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa, LAS 2005, pp. 255-268)


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