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    Quale catechesi

    per gli anni 2000?

    Cesare Bissoli

    È la domanda che si vanno ponendo gli operatori di catechesi (Associazione italiana catecheti, Consulta ufficio catechistico nazionale, riviste catechistiche, Settimana ecc.), tanto più quanto si riflette doverosamente, a distanza di trent’anni su un segno ‘epocale’ del rinnovamento catechistico italiano, e non soltanto!, rappresentato dal famoso Documento Base (1970). Ci rendiamo conto che di gloria non si vive. Tali sono i cambi culturali, tali sono i bisogni di fede emergenti, tali sono le lacune dell’agire catechistico, ma anche tali sono le risorse disponibili, in particolare le persone dei catechisti, che fedeltà al Documento è base è quella che osa pensare creativamente, che mira a generare per oggi quello che la chiesa italiana si è dato ieri, con la stessa lucidità teologica, coraggio pastorale, sensibilità ecclesiale.
    Che cosa allora? Espongo qui con umiltà il mio pensiero per un dialogo o dibattito, sotto forma di tesi brevemente commentate. Lo faccio alla luce de farsi degli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio, pensando che proprio la catechesi in quanto comunicazione della fede a raggio popolare diventa vero snodo di ogni servizio pastorale. Sono asserzioni semplici, lineari, pratiche e soprattutto in dialogo con la situazione reale delle nostre comunità.

    1. Un cammino catechistico unitario in Italia è ancora utile, per non dire necessario.
    Una direzione in senso ‘regionalista’ anche della catechesi non gioverebbe proprio a nessuno. Tanto più la fede è esposta alla deriva soggettivistica, ad una recezione frammentata, a una comprensione non ben saldata sulla Parola di Dio, tanto maggiore vale il principio del ‘credere insieme’, e dunque dell’imparare a credere insieme, compito proprio della catechesi. Ma non è solo questione di ansietà di fronte a fughe particolaristiche. Mai come nella situazione di differenza (leggi: pluralismo) attuale, l’identità cristiana ha bisogno anche di un sostegno culturale comune, dunque di idee di termini e soprattutto di confessione della fede, e della sua prassi quotidiana, riconoscibili e condivise da tutti (“Io credo, noi crediamo”). Intuiamo la ragione teologica e pastorale insieme. Vi è sempre lo spazio per un doveroso adattamento locale sia nei programmi che nei sussidi che nel processo comunicativo e formativo

    2. Evangelizzazione al centro.
    È l’esigenza fortemente sottolineata da Paolo VI (Evangelii Nuntiandi), Giovanni Paolo II (‘nuova evangelizzazione’) fino al Direttorio Generale per la catechesi. Prima ancora è stata esigenza, la più bella e liberatrice, del Vaticano II, recepita dal Documento di Base come l’elemento forse più fecondo. Si tratta di far risuonare né più né meno che il Vangelo di Gesù Cristo, o Gesù Cristo del Vangelo. Non è togliere l’eredità della Tradizione, che fa da asse portante dello stesso Vangelo, non viene per nulla estenuata la riflessione dottrinale della fede, ma semplicemente si vuole una catechesi che sia incontro con Gesù Cristo, come gli incontri del Vangelo, anzi nel prolungamento di quelli. Non chissà tramite quali strategie di fantasia, ma nella fede che lo Spirito continua a parlarci di Gesù il Signore e Salvatore di uomo. Desideriamo che ogni affermazione del credo sia intinta nel Vangelo, se ne veda la derivazione, se ne percepisca il profumo. È un richiamo poderoso alla gerarchia delle verità ‘in credendo e comunicando’, è un radicale, pressante invito alla bontà decisiva del primo annuncio, ad una catechesi ispirata dal kerigma. Ne vedo un singolare e non tacita invocazione nella passata Giornata mondiale della gioventù così appassionatamente protesa su Gesù.

    3. “Fare e ri-fare i cristiani”.
    Non è l’espressione migliore, anzi teologicamente è grossolana, ma arriva, secondo me, al cuore della questione, la questione di una genuina evangelizzazione, ponendosi come grembo vitale e la linea di marcia della nuova catechesi. “Cristiani non si nasce, ma si diventa”, si dice con Tertulliano che interpreta a fondo il pensiero della nostra chiesa quando era giovane. Oggi, quando avvertiamo in misura drammatica un servizio di fede più cosmetico che trasformante, così posticcio per cui la conclusione dell’iniziazione con la cresima, diventa l’inizio dell’abbandono, dobbiamo riprendere il coraggio di tramutare la stessa verità in obiettivo: una catechesi evangelizzatrice in vista di fare e ri-fare i cristiani, intendendo con il primo verbo quanti non lo sono ancora o non lo sono compiutamente, con il secondo, quanti lo hanno dimenticato. Con linguaggio tecnico, che è antico nella sostanza, si deve parlare di iniziazione cristiana, e dunque proporre la catechesi in riferimento all’iniziazione cristiana, motivata da questa e mirante a svilupparne il dono nella formazione permanente.

    4. Pensare, volere, trasformare la catechesi in relazione alla iniziazione cristiana.
    Ritengo ciò non un filone catechistico, un contenuto specifico o una scelta metodologica preferenziale,ma la prospettiva di ogni catechesi. Parafrasando una nota asserzione, si può dire che non tutto nella Chiesa è iniziazione, ma tutto nella chiesa ha bisogno di iniziazione, ossia di arrivare alla comunicazione della fede come esperienza di vita, cioè a nascere, crescere, maturare come cristiani, dunque a venire a sapere cosa significa, ad abilitarsi ad esserlo, a volerlo essere con scelta libera, a fare conversione dagli sbandamenti e dai tradimenti e finalmente a provare la gioia di essere quelle creature nuove che il Battesimo, come atto di nascita, produce nel mondo. Con energica sottolineatura, ancora non assimilata abbastanza dai pastori, il Direttorio Generale per la catechesi afferma:” Il Catecumenato battesimale è ispiratore della catechesi della Chiesa” (n. 90)

    5. L’iniziazione cristiana rappresenta la figura nuova ed adeguata alla catechesi di oggi.
    È chiaro che questa prospettiva unificante la catechesi. e dunque ragione di una scelta di programma, nasce dalla constatazione piuttosto amara, ma ineluttabile, ma alla fine riscattata dallo Spirito, che quell’ordine di motivazione di fare catechesi come abbiamo fin qui fatto lungo tanti secoli, e cioè un contesto di socializzazione cristiana, o di cristianità, non tiene più. Non perché la socializzazione non ci debba essere, ma perché quella attuale è supportata da una vita di fede insufficiente e ciò, causa ed effetto insieme, da una comunicazione inadeguata, per cui la socializzazione suona come guscio vuoto.
    Ma è meglio riferirsi a ragioni positive,
    Il processo di iniziazione connota tre qualità che la rendono paradigmatica : radicalità, globalità, incisività
    Per radicalità intendiamo il messaggio colto alle radici. Per sua natura l’iniziazione che è ‘introduzione’ al mistero di Gesù Cristo, ha davanti sempre ciò che è ultimo, sorgivo, e dunque merita di essere il primo annuncio, ragion d’essere ed insieme disciplina di ogni altro contenuto.
    Per globalità intendiamo la capacità dell’iniziazione di coinvolgere a fondo i diversi attori del cammino di fede: il soggetto, i familiari, la comunità, anche nella figura dei padrini, i catechisti, i pastori.
    Tutto ciò dipende dalla incisività dell’iniziazione, ossia dalla sua pedagogia così fortemente strutturata su un percorso serio, articolato, valutativo, maturante, in sintesi secondo la metodologia del catecumenato, riconoscibile tra le risorse educative più elevate lungo la storia della chiesa.
    Un ultima osservazione la catechesi che si ispira all’iniziazione accetta di esser chiaramente modulata su di essa, di esserne una risonanza, una catechesi appunto, in ogni momento del suo farsi, nelle molte forme in cui è chiamata a manifestarsi, anche tra quanti sono già diventati cristiani. La catechesi permanente non dimentica mai che la comunicazione della fede, cui è al servizio, è iniziata e si è costituita con una preparazione, un primo annuncio, un cammino formativo, una mistagogia; la catechesi ricorda che le può capitare di dover rinfrescare ciò che si è andato spegnendo dei diversi passi iniziatici (penso in particolare al primo annuncio!); specialmente la catechesi si pensa vitalmente collegata alla mistagogia, che pur conclusa nella fase di inizio va prolungata nella vita del cristiano, aiutandolo a riconoscere l’indelebile profilo teologale e morale ricevuto. È il mistero della identità del cristiano in Gesù Cristo, che si fa base di grazia per affrontare, come è compito della catechesi, i tanti problemi e domande di senso, la capacità di reggerli e di rispondervi, di accettare anche la sconfitta, per amore di Gesù Cristo, di stimolare i cristiani a dare il loro contributo più originale all umanesimo comune, l’umanesimo evangelico, misurato sulla statura affascinante dell’uomo nuovo Gesù Cristo, quella ‘immagine vitale’ che - ripetiamolo ancora - grazie all’iniziazione, forma l’imprinting vero e profondo del cristiano.

    6. A partire dai piccoli per ragioni teologiche e pastorali, tra cui la loro capacità di traino degli adulti. Ma pensando ai piccoli attraverso gli adulti. Una circolarità da affrontare.
    Le indicazioni di principio dette fin qui urgono tradursi nella prassi, ma con il realismo pastorale di chi vuole cambiare le cose se occorre, ma lo fa con i passi che sono possibili. Una delle istanze che è venuta emergendo ormai da più di un decennio, riguarda la priorità da dare nella catechesi: agli adulti o ai piccoli?. Posto così drasticamente è un dilemma irricevibile, non forse per una verità di principio, ma per la reale condizione attuale della catechesi nel nostro paese. Di fatto, forse per rispondere alla sterilità di tanta catechesi infantile, documenti anche alti hanno dichiarato la priorità di scelta degli adulti (DGC, 258, RdC: Lettera dei Vescovi, 12)… Sarebbe una vera rivoluzione copernicana, quella di cui abbiamo bisogno. Ma è anche un fatto che fino ad oggi i piccoli sono clienti reali, talora gli unici, del servizio catechistico; soprattutto va considerato che fino a quando il battesimo lo si dà regolarmente ai piccoli, per cui l’iniziazione comincia con loro, non li possiamo trascurare come interlocutori secondari, ma semmai valorizzare appieno la relazione bambino – adulto, così propria ed insostituibile (per loro, ma anche per gli adulti), specie nell’ambito familiare, per un cambio di rotta, che esprimerei così:

    a. Affrontiamo la catechesi ai piccoli come iniziazione tenendo conto del fattore “ globalità” detto sopra. I piccoli sono a tutt’oggi coloro che permettono il coinvolgimento più facile, o meno difficile, e più ampio degli adulti, dei loro genitori anzitutto. Ho personalmente notato che molte volte in parrocchie di una grande città, la cosiddetta prima comunione riesce sovente ad agganciare coloro che da tempo hanno fatto l’ultima. I piccoli possono essere focolai per accendere il fuoco della fede degli adulti, diventando una provvidenziale ‘occasione’ per la catechesi degli adulti. Certamente, affrettiamoci a dirlo subito: occorre fare ai piccoli una vera catechesi di iniziazione, occorre quindi conoscerla e volerla fare. Lo diciamo sotto. Infatti, così come è, la prima comunione dei bambini rischia ad essere la loro ultima e la partecipazione dei genitori (e della comunità) rischia di essere una incostante nuvola di primavera, per dirla con il profeta.

    b. Qui subentra l’altro arco del cerchio: pensare all’iniziazione dei piccoli secondo la comprensione di una fede adulta, che il DGC traduce così: ”Fare riferimento alla catechesi degli adulti e, alla sua luce, orientare la catechesi degli altri momenti della vita” (n. 171).
    Questo ha più riscontri operativi. Ne ricordiamo tre: attivare la responsabilità, ma anche la gioia, degli adulti di prendersi cura della iniziazione dei loro figli, di questa ‘seconda nascita’ che Dio loro affida nella chiesa, e di parteciparvi come attori primari; proporre una esposizione del Vangelo ai piccoli che abbia lo spessore di verità e il taglio culturale in cui, tendenzialmente, possa ritrovarsi anche l’adulto. Vi è un modo infantile di dire la fede ai piccoli, che fa ingiustizia ad entrambi, alla fede e ai piccoli (si pensi a certe concezioni rattrappite e deformate di Dio e della sua onnipotenza, della croce di Gesù, della morale sradicata dal kerigma, della eccessiva distanza biblica nella comunicazione); badare che la personale appropriazione della fede cui i grandi sono chiamati avvenga nella trama delle generazioni. Noi adulti possiamo essere cristiani per noi se lo siamo per i nostri successori. La Bibbia è nata in tale intreccio intergenerazionale. Si obietta che questa via della fede di ‘generazione in generazione’ ha rischiato di diventare riproduzione biologica del credere (socializzazione normativa), più che educazione alla libera scelta. È deprecabile. Ma l’attenzione agli adulti senza rilevare il loro peso nella crescita dei piccoli, non rischia di realizzare fedi isolate ed infeconde?

    7. Fare la scelta dell’iniziazione come quadro di riferimento esige cambi sostanziali di mentalità, di linguaggio, di operatori, di strutture.
    Tutto ciò che ha valore è frutto di sacrificio. Proponendo gli “orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni” i Vescovi italiani scrivono:” Il cammino così delineato (= quello degli orientamenti) e offerto alle comunità ecclesiali esige da esse una conversione pastorale che dia il primato all’evangelizzazione e all’educazione della mentalità di fede. Esso si presenta anche come ricupero delle radici più autentiche della tradizione cristiana per coniugarle con le domande dell’uomo di oggi. La sua attuazione richiederà un impegno nuovo, ma potrà costituire, nel servizio ai più piccoli, un’occasione di rinnovamento missionario di tutta la comunità” (Premessa).
    Oltre a fare da sintesi autorevole delle riflessioni fin qui condotte, questa affermazione apre decisamente al principio evangelico dei ‘vino nuovo in otri nuovi’. Bisogna ricuperare il senso vero di iniziazione, che non è affatto un francobollo estrinseco, un dichiarazione giuridica di appartenenza alla chiesa, ma una vera e propria trasformazione creativa che Dio opera avendo per modello e misura lo stesso suo Figlio Gesù Cristo; rendersi conto di ciò che ha già donato il Battesimo a questi ragazzi cui ci rivolgiamo e che cosa producono i sacramenti della confermazione e della eucarestia; l’accettazione di una catechesi come cammino o laboratorio della fede, per dirla con l’espressione così indovinata di Giovanni Paolo II a Tor Vergata, o con termini classici, secondo una metodologia catecumenale; il superamento deciso del linguaggio - e di ciò che esso rappresenta - di ‘catechismo di prima comunione’, o di ‘cresima’, per quello, scelto dai vescovi, di ‘catechismo per l’iniziazione cristiana’. Mentalità, linguaggio, operatori (catechisti), strutture, tutto viene percorso da una vera e propria ‘conversione pastorale’, così invocata nell’assemblea ecclesiale di Palermo e ripresa nei nuovi Orientamenti pastorale della Chiesa italiana per il prossimo decennio.

    8. Confrontarsi con il cammino segnato dai Vescovi negli orientamenti di iniziazione e catecumenato.
    Il realismo pastorale che, spero, mi ha fin qui guidato, mi porta a proporre come riferimento obbligato la trilogia dei Vescovi italiani (Consiglio Permanente) intitolata “L’iniziazione cristiana”, di cui due Note sono state emanate: Orientamenti per il catecumenato degli adulti (1997); Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (1999). È in redazione la terza nota diretta a quanti adulti, pur battezzati, non sono mai stati veramente evangelizzati e quindi desiderano risvegliare la loro fede in Cristo.
    Diciamo subito che si tratta di una proposta che non ha avuto fin qui l’attenzione che meritava, apparendo probabilmente la presentazione di un servizio categoriale o ” regionale “ di evangelizzazione, più che un ripensamento di tutta l’evangelizzazione in prospettiva iniziatica e catecumenale. Prima ancora non è stato bene considerato il RICA (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti), voluto dal Vaticano II, di cui i citati documenti italiani intendono essere fedele applicazione. Ebbene la posta in gioco - si tratta di “ fare i cristiani” e non solo di lanciare un messaggio dottrinale-, ed insieme la novità di un processo iniziatico, da più secoli non tematizzato da noi italiani, richiede a tutti gli operatori pastorali una considerazione molto attenta, serena, ponderata, anche critica, ma assolutamente non scontata, come chi si trova davanti ad una finestra del tutto nuova aperta sul mondo dell’evangelizzazione. Ed in effetti la lettura dei contenuti proposti ci offre ben più che un arsenale di procedure rituali. Vi si intravede un profilo storico dell’evangelizzazione, riformulata secondo i bisogni di oggi.

    9. Dalle parole ai fatti. Per un cammino di sensibilizzazione e di attuazione.
    Due sono i nemici di ogni innovazione pastorale: la fretta che brucia le tappe e coglie frutti acerbi, e la pigrizia che si incarta nella nostalgia ripetitiva e nella noncuranza. L’esperienza di questi trent’anni di catechesi postconciliare ci ha fatto toccare con mano che il meglio, ciò che ha attecchito, è avvenuto per coinvolgimento ecclesiale. Si pensi al ‘prodigio’ della redazione del Documento di Base negli anni 70, al lancio dei nuovi Catechismi tramite i convegni dei Parroci a nord, centro, sud negli anni ’80, ai convegni catechistici nazionali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, agli innumerevoli seminari di studio. Sogno e propongo che si riprenda lo stesso tracciato, secondo questa sequenza: su iniziativa della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi (si noti la significativa introduzione del termine ’annuncio’), l’Ufficio Catechistico Nazionale provvede a far stendere da un gruppo di esperti un bozza di progetto globale su ciò che, in direzione degli stimoli qui dati, intende essere la catechesi del duemila. Esso potrà valere come strumento di lavoro su cui aprire un confronto articolato, largo, a vari livelli, tra cui almeno seminari di studio nazionali e regionali, un incontro con i parroci, incontri diversificati con i catechisti, ma anche con i genitori, associazioni e movimenti. Dobbiamo valorizzare la maturità cui sono pervenuti gli operatori pastorali, accogliere la voglia di partecipazione, stimolando, attraverso coinvolgimento di base, gli incerti e i pigri. Ne dovrebbe derivare un programma, come pure nuovi sussidi e una scuola di formazione dei catechisti finalmente nuova ed incisiva. Ai Vescovi poi il compito che loro spetta, cioè la promulgazione di “ Orientamenti catechistici” per gli anni 2000 in sintonia e al servizio degli “ Orientamenti pastorali” ed avvio ad una saggia e coraggiosa sperimentazione.

    Conclusione

    Quale dunque “catechesi per gli anni 2000?”
    È un punto punto nevralgico e delicato, in cui nessuno può avere una visione perfetta ed unica.
    Ritengo che la catechesi prossima ventura deve essere sostanzialmente pensata e praticata nel contesto dell’iniziazione; concretamente e realisticamente per il nostro paese la possibilità di efficacia di tale catechesi “iniziatica “ ha ancora il suo luogo di avvenimento nella catechesi dei piccoli già iniziati con il battesimo; affermo che però tale catechesi iniziatica ai piccoli va fatta in maniera tale che “ la catechesi dell’infanzia trovi armonico compimento nella fasi posteriori” (DGC 171), nella prospettiva di vita del giovane e poi dell’adulto; questo non toglie assolutamente, anzi per ragione di reciprocità diventa necessario, che il processo di iniziazione (e reiniziazione o ricominciamento) possa dirigersi decisamente verso il mondo degli adulti, pur sottolineando un percorso che abbia riferimento alle fasi di iniziazione dei minori, segnatamente dei figli.
    Mi fermo qui alla proposizione numero 9, senza elaborare il classico numero 10, come segno di un discorso che non è un manifesto, ma una proposta di lavoro aperta, che riconosco acerba, ma con l’intento di smuovere le acque, non restare impanati nella ripetitività pastorale, cogliere i germi nuovi che il Giubileo ha provocato, a partire dalla fascia giovanile, a fare propria la portata del bimillennario cristiano, del Figlio di Dio diventato uomo, il quale “ a quanti l’hanno accolto ha dato potere- non di conoscere una dottrina religiosa, ma – di diventare figli di Dio” (Giov 1,12).


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