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    Viandanza

    Luigi Nacci

     


    Qualcuno perde la propria forma, qualcuno la ritrova
    in attimi così semplici da significare
    quasi tutto.
    Sei perduto se non ti uccide l'indifferenza.
    Non c'è posto per i tuoi due tu.
    Se almeno ricordassi un giorno su cento.
    Se avessi prima imparato ad amare che avere.
    Qualcuno si svende subito sul primo mercato,
    sul secondo cerca due-tre padroni,
    sul terzo, forse per se stesso, innalza la forca.
    E un altro è un poveretto e pensa
    di aver desiderato da sempre proprio questo.
    Torna continuamente agli stessi posti
    perché li sente sempre suoi.
    Anche la propria vita gli sembra meravigliosa.
    Basta provare la gloria una volta sola.
    Per poter credere che a qualcuno
    di questi luoghi tornerai anche dopo la morte,
    sebbene muto e quasi invisibile,
    i vivi sentiranno ugualmente la tua passione
    e così li aiuterai nella loro
    grande miseria facendoli sentire colmi,
    in questo attimo intorno al quale tutto ruota.
    Qualcuno tenta di imbrogliare il mondo e rimane senza niente.
    Qualcun altro, impazzendo, trova la salvezza nella rinuncia,
    profumata e bevibile come il the
    che una mano misteriosa offre nel mezzo del deserto.
    (Slavko Mihalić, Il the nel mezzo del deserto)

    Trovare salvezza nella rinuncia non significa, come ci dicono in questi anni i professionisti dell'anti-crisi, stringere la cinghia e accettare l'austerità in vista di una futura crescita. È l'etimologia a fare chiarezza: austero viene da arido. Agli antipodi c'è la frugalità, che rimanda al frutto della terra, ed è con quella che dobbiamo accogliere la rinuncia. Non è un avere poco temporaneo, come di chi, dopo una durà dieta, per festeggiare si abbuffa e riprende i chili persi con gli interessi. È un avere quanto basta, il minimo indispensabile per vivere, come lo zaino che ci portiamo sulle spalle in cammino. Più camminiamo più pensiamo che potremmo alleggerirlo di più, non è vero? E allo stesso tempo ci dimentichiamo di averlo. Né tu né io abbiamo mai pensato che portare poche cose nello zaino fosse il frutto di una rinuncia. Era, più semplicemente, un frutto.
    Thoreau dice che i piedi nudi sono più vecchi delle scarpe: ce li possiamo far bastare, e che «non dovremmo mai procurarci un abito nuovo, per quanto stracciato o sporco sia il vecchio, finché non ci siamo comportati in modo tale, o non abbiamo compiuto o avviato un'impresa in modo tale da sentirci come uomini nuovi». Si chiede: «se non c'è un uomo nuovo, come si possono confezionare abiti adatti a lui?». Dobbiamo vestirci con tale semplicità da poterci infilare i vestiti al buio, ed essere in ogni frangente della vita talmente pronti e attenti da riuscire, in caso i nemici conquistassero la città, «ad abbandonarla a mani vuote senz'ansia».
    Togliendo, levando, sottraendo, riusciamo a discernere il superfluo dal necessario. Cadono le corazze, le maschere, e restiamo noi: nient'altro che umani. Ecco perché ci spaventano i disperati che fuggono dalle guerre e dalle miserie, arrivando da noi sui barconi o saltando fuori dalle foreste. Ridotti in stracci, donne e uomini allo stato essenziale, ci ricordano cosa siamo. Sono specchi ambulanti. Come possiamo pensare, tu ed io, che siamo stati straccioni sulla strada, di non accoglierli? Quando si è stati pellegrini, viandanti, forestieri, clandestini o nomadi una volta, lo si è per sempre. Non possiamo tornare alle nostre vite ordinarie e sprangarci in casa. Possiamo farlo per un po', ma poi, se continuassimo, impazziremmo. Perché se tenessimo le porte chiuse, rinnegheremmo la polvere e il fango in cui abbiamo sognato ad occhi aperti. E non c'è niente di peggio che tradire un sogno.
    Abramo, fuori dalla sua capanna, resta in attesa sotto il sole senza sapere se qualcuno arriverà e chi sarà. Attende e basta. Raimon Panikkar dice che «non posso sapere in anticipo se chi viene è la saggezza oppure un fantasma, un truffatore, un bugiardo, un bandito, un ospite indesiderato. L'ospitalità è autentica soltanto quando non si conosce l'ospite; quando essa non fa distinzione, e non accetta solamente i saggi, i credenti e gli appartenenti alla propria casta, ma l'ospite, chiunque sia, qualunque aspetto abbia». La saggezza rimane sconosciuta fino a che l'io e il tu si incontrano. Se aspiriamo ad essere saggi, e cioè a migliorarci come uomini, non abbiamo alternative: farci bastare poco, spalancare le porte e le finestre di casa, accogliere chiunque arriverà, ed essere pronti da un momento all'altro ad abbandonare la casa.
    È quella la nostra vera casa? No, oramai lo sappiamo, non può essere l'edificio di mattoni in cui trascorriamo la gran parte del nostro tempo. Ci siamo sentiti a casa, in cammino, ogniqualvolta qualcuno ci ha ascoltato, ci ha soccorso, ci ha accompagnato in un tratto di strada, in poche parole: ci ha amato. Ci siamo sentiti a casa in una particolare situazione amorevole di riconoscimento reciproco, di scambio, di umanità. Dove può avvenire ciò? Soltanto nella soglia. È lì che avvengono gli incontri, che ci si saluta benevolmente incontrandosi, che ci si abbraccia, ci si cura e ci si dice addio. Non sono quelli i momenti che si stagliano indelebili nella nostra memoria? Nella soglia sono possibili gli eventi. E solo lì è possibile la viandanza.
    Non basta camminare per poter dire di essere in cammino. E non basta essere in cammino per poter dire di essere sulla strada della viandanza. Se cammino chiuso in me e coperto dalle maschere sono un escursionista che fa trekking, un'attività piacevole e salutare, senza dubbio, ma il mio io non cambia. Se faccio cadere le maschere e mi apro all'altro, sono in cammino, che io stia camminando o no, e lì sì, inizia il cambiamento. Se però riesco a far sì che ogni incontro sia un evento, se riesco a scendere in profondità e ad accogliere il mio buio e quello del mio prossimo, se riesco ad amare chi ho di fronte sapendo che ci dovremo dire addio e se riesco a sognare e a danzare nel momento dell'addio, che io stia camminando o no mi trovo nella soglia. Sono sulla strada della viandanza. Quella è la rivoluzione.
    Siamo riusciti, attraverso i nostri cammini, a trovare quella strada? E dopo averla trovata, a restarci con i piedi sognanti? Onestamente credo di no. Ci abbiamo provato, ma ancora attendono molte cadute sui sentieri. Continueremo a percorrerli, finché un giorno, per la malattia o per la vecchiaia, li potremo solo immaginare, inchiodati ad un letto. Ora che il libro sta per terminare e che il mio pensiero è rivolto interamente a noi, mi torna alla mente una leggenda, raccontata da Ralph Waldo Emerson, un grande amico di Thoreau. Racconta di un monaco che, scomunicato dal papa, dopo la morte viene affidato ad un angelo che dovrebbe condurlo all'inferno. Il monaco però è talmente dotato di eloquenza e di buon umore che, ovunque venga condotto, viene trattato civilmente e con piacere. L'angelo lo sposta nei gironi peggiori, ma non c'è niente da fare: ovunque sia, il monaco trova qualcosa da elogiare. Alla fine l'angelo si arrende. Allora la sentenza viene revocata e il monaco viene condotto in paradiso.
    Ecco, spero che, quando ci rincontreremo, che sia nelle mesetas sconfinate del Cammino di Santiago, sulle crete lunari della Via Francigena, su una mulattiera montana infestata dai draghi o su un tratturo dismesso a fondovalle, in una zona industriale qualunque del mondo, o dalle parti di Atlantide, noi riusciremo a fare come quel monaco: sorridere e godere di quel che abbiamo, sapendo che non siamo altro che creature di passaggio.

    (Epilogo del libro di Luigi Nacci, La viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, Laterza 2016, pp. 132-136)


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