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    Un senso al dolore

    Un intervista a Giovanni Allevi

    Roberto Copello

     


    Allevi ha conquistato gli spettatori di Sanremo non perché ha esibito il suo dolore, ma perché gli ha dato un senso. Un'intervista inedita per capire da dove nascono le affermazioni e i pensieri del compositore che, dal palco del Festival di Sanremo, hanno conquistato gli spettatori

    Ripresentandosi in pubblico dopo due anni terribili, di gravi malattie e lutti, Giovanni Allevi ha conquistato gli spettatori di Sanremo non perché ha esibito il suo dolore, ma perché gli ha dato un senso. Perché ha stupito con la sua capacità di ringraziare. Ha stupito quella sua affermazione sul palco del Festival: «Io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo». Del resto, come aveva scritto nel 2022 sul suo account Instagram, «non posso sapere cosa mi riserva il futuro, ma una cosa è certa: bisogna amarla questa vita, anche quando il buio ci travolge».
    Diversi anni fa, all’inizio della sua carriera, ebbi occasione di parlare a lungo con il pianista marchigiano, timido e spesso incompreso dall’accademia. Fu un dialogo intenso, in gran parte sul senso della vita più che sulla musica. Un dialogo forse troppo serio perché qualcuno lo pubblicasse (forse perché contraddiceva l’idea che minimalismo e nichilismo debbano coincidere?). E così ecco qui brani di un’intervista inedita dove Giovanni Allevi già faceva capire da dove sgorgano la sensibilità, le parole e i giudizi che hanno commosso il pubblico dell’Ariston.

    Pianista e compositore, ma anche un po’ filosofo. O no?
    Beh, ho studiato filosofia a Macerata, una città calma, dove si respirava un’aura di classicismo, di rigore. La mia tesi su Il vuoto nella fisica contemporanea mi fece scoprire che non esiste il vuoto: in quella che riteniamo assenza di materia emergono spontaneamente delle sub particelle che hanno una vita brevissima, in un movimento di apparente creazione, la fluttuazione quantistica del vuoto. Di fatto dunque il vuoto non esiste, mentre c’è un immenso e infinito campo elettromagnetico, una sorta di onnipresente energia in sospensione, che in certi momenti si addensa e diventa materia.

    E questa consapevolezza cambia il modo in cui uno pensa la vita?
    Probabilmente sì. Nelle ultime ricerche della fisica crolla miseramente l’idea che l’uomo e il pensiero scientifico possano conoscere ogni cosa, governare gli eventi. Non esiste più una previsione se non probabilistica. E così la realtà si mostra assolutamente misteriosa e insondabile, così come l’uomo. Una prospettiva metafisica? Sì, ma la metafisica si occupa di altre realtà: qui parliamo proprio della realtà fisica, che comunque contiene e mantiene il carattere dell’imprevedibilità e del mistero.

    Una smentita di tante teorie nichilistiche?
    Assolutamente. Aprendo di nuovo la porta al mistero, nichilismo e pessimismo crollano miseramente. Passione e sogno tornano a parlare dell’uomo. E l’imprevedibilità dell’esistenza depone per un tramare misterioso dell’universo a proprio favore.

    Tutto ciò in quali filosofi lo hai visto rispecchiato?
    Trovo Parmenide il filosofo più attuale, quello che con la sua filosofia s’è avvicinato di più alle conclusioni cui è giunta la fisica contemporanea: la totalità dell’essere e anche un approccio poetico nei confronti della realtà. Però ho amato Kant e Hegel, che spesso ricorrono nel mio pensiero e nella mia musica.

    E se dovessi scegliere fra Platone o Aristotele? Tommaso o Agostino? Kant o Hegel?
    Direi Aristotele, Tommaso e Hegel. Strano perché queste mie scelte sono un po’ in antitesi a come sono io. Per esempio, Agostino è un passionale e Tommaso rappresenta il rigore. Ma nell’ambito teologico preferisco posizioni rigorose. Così come tra Kant ed Hegel sono molto vicino al pensiero hegeliano, anche se ho amato alla follia la Critica della Ragion pura. Kant non s’interroga più sull’entità dell’oggetto che sta osservando ma sulle facoltà del soggetto che vengono messe in gioco nell’atto di percepirlo. Quindi la cosa più importante è il soggetto che percepisce, non l’oggetto percepito. La stessa cosa un po’ avviene nella mia musica. Si sposta l’attenzione dall’oggetto, che è appunto la partitura scritta, al soggetto che la percepisce, con il suo mondo emotivo. Un ribaltamento che vorrei attuare anche con i miei ammiratori: sono io che dovrei chiedere loro l’autografo, perché onorano della loro presenza la mia musica.

    E queste riflessioni ti hanno reso positivo nei riguardi della vita?
    Non solo sono ottimista e positivo, ma credo che stiamo vivendo un’epoca di straordinaria bellezza. Sono un ansioso, ma ciò non significa che sono pessimista: l’ansia del vivere ti porta ad affrontare l’esistenza in tutti i lati, positivi e negativi. E ciò ti fa sentire vivo, emozionato. Ti consente di rovesciare l’ansia in ottimismo, di volgere il negativo in positivo. Sono molto fiducioso. Me ne convincono i ragazzi che mi scrivono migliaia di email di una profondità e di una bellezza disarmanti.

    Ragazzi spesso fragili…
    Sai quanti ragazzi non ne possono più della società dell’immagine e ambiscono a inseguire i loro sogni? Anch’io non sopporto una società competitiva, in cui si ricerca la perfezione a tutti i costi, in cui si sbandiera la forza dell’essere umano e si nasconde la sua fragilità. Invece il tempo è maturo per riaffermare la fragilità come un elemento costitutivo dell’esistenza, che accomuna tutti. Io devo farci i conti tutti i giorni, su un palco davanti a un pianoforte. Nulla rispetto alle mie esperienze precedenti. A 28 anni ero disperato: Milano per me era una città di porte sbattute in faccia. Ma i grandi filosofi studiati all’università mi hanno aiutato ad accettare la mia fragilità. A riconoscere come la quotidianità regala lampi di senso meravigliosi, purché siamo in grado di raccoglierli. Così ho sviluppato un’attitudine ad attendere, a lasciare che l’esistenza manifesti i suoi doni, senza forzare gli eventi. Ogni porta chiusa mi segnalava che quella non era la strada, che ero destinato a qualcosa di più grande. Finché a Milano ho visto 50mila persone in Piazza Duomo venute per me, ad ascoltare un concerto per piano solo! Insomma, la vita è attesa. Ma bisogna imparare ad attendere.

    Tutto ciò tu lo vivi nella musica.
    Io ho la musica in testa. Il suono è già formato nella mia mente, al pianoforte cerco di riprodurlo. Per questo motivo spesso capita che il suono del pianoforte non corrisponde al suono perfetto, ideale e meraviglioso, che è nella mia mente. Però può accadere che il suono reale superi in bellezza e intensità quello che è nella mia mente. Allora sono felice. La musica che ho in testa è una “strega capricciosa”, somiglia a un’idea platonica che viene a trovarmi già conclusa e definita. Il processo compositivo è un processo per deduzione, non parte da un’improvvisazione sulla tastiera ma da questa idea platonica di una musica già perfettamente strutturata, che poi entra nella mia mente e da essa attraverso le mie dita entra nel reale: dall’ideale al reale. La realtà non è un limite, ma è lo scenario dentro cui l’ideale si realizza. Un argomento ben sviscerato da Hegel. Anche lo scrittore sa che il romanzo già c’è e lui deve solo disvelarne la tessitura. Così come Michelangelo diceva che la statua era già lì nel pezzo di marmo e che lui doveva semplicemente togliere quello che è intorno.

    L’armonia delle sfere è un concetto attuale?
    Sì. Secondo me è perfettamente realizzato in musica nelle note dei Concerti brandeburghesi di Bach, che per me sono proprio la realizzazione musicale concreta del cigolio dell’universo.

    E dei contemporanei chi ammiri?
    L’ultimo grande è Philip Glass. Poi tutta l’esperienza minimale, fra cui Michael Nyman e Ludovico Einaudi. Io però cerco di superare la reiterazione del minimalismo, che comunque ha avuto una sua importanza, nella storia della musica: dopo la dodecafonia, che era esaltazione della complessità e dell’intelletto, con un contraccolpo altrettanto estremo il minimalismo ricercava il vuoto e l’estrema semplicità. A me piace recuperare un po’ di complessità e trovare una sintesi tra i due elementi, in una musica, la mia, fuori di ogni etichetta. Il jazz? L’ho scoperto molto tardi ma non mi affascina l’idea di improvvisare. Ansioso come sono, ho fuggo da ciò che è indeterminato. Ogni nota che scrivo è lì per decreto dell’anima ed è il frutto di un ripensamento di giorni se non di mesi e di anni. Voglio essere monolitico nella musica, non lascio nulla all’improvvisato e nulla all’indefinito.

    Credi al Paradiso e alla vita eterna?
    Assolutamente sì. A chi me lo ha chiesto, ho sempre detto di essere credente. Lasciando che le cose accadano si è pronti ad accogliere il dono che l’esistenza può offrire. Dio c’entra in tutto questo? Sì, tant’è che proprio nelle ultime righe del mio libro La musica in testa apro uno squarcio verso la trascendenza. Dico che chiunque affronti un’attività artistica entra in diretto contatto con il mistero delle cose. E scopre che la quotidianità sa regalare squarci di senso e lampi di divino. Io mi fermo al mistero, non voglio fare teorizzazioni teologiche. Però dalla profondità creativa dell’essere umano alla Trascendenza, con la t maiuscola, il passo è brevissimo.

    (FONTE: https://www.vita.it/storie-e-persone/il-pianista-filosofo/)



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