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    La formazione pastorale salesiana

    Atteggiamenti e competenze da sviluppare

    Don Antonio Domenech

    Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile

     


    Molti educatori, dopo anni di esperienza e d’intenso lavoro con i giovani, trovano difficile assumere un atteggiamento e un impegno di formazione pastorale rinnovata. Sono certamente consapevoli che i loro interventi educativi e pastorali non ottengono l’efficacia d’altri tempi, ma credono che, moltiplicando le proposte e rinnovando gli sforzi, potranno finalmente riuscire a interessare i giovani e ad impegnarli nel loro processo educativo. Ma questo atteggiamento non produce il risultato desiderato; rischia piuttosto di aumentare lo scoraggiamento di questi educatori di buona volontà.
    Oggi non sono sufficienti lievi ritocchi o cambiamenti superficiali nell’impegno educativo-pastorale, ma si deve assumere un nuovo modello di azione pastorale, capace di rispondere alle grandi sfide che ci presenta il mondo giovanile.
    Questo cambiamento è possibile solo con una rinnovata formazione pastorale, che ci aiuti a riscoprire con rinnovato entusiasmo la nostra missione educativa e ad assumerla con fiducia ed efficacia.
    Questa formazione pastorale include, soprattutto, questi due aspetti:
    – Una consapevolezza rinnovata della nostra missione: riscoprire la sua grandezza, riaccendere la passione educativa ed evangelizzatrice, per resistere alla tendenza di accomodarsi alle circostanze e di accontentarsi col rispondere a domande immediate e superficiali, senza il coraggio di offrire proposte impegnative. – Il rinnovamento dell’impostazione e dello stile d’azione educativo-pastorale. La situazione culturale e giovanile è cambiata sostanzialmente ed esige da noi, per continuare ad essere fedeli alla nostra missione, un cambiamento di modello pastorale, cioè una forma nuova di impostare e di promuovere lo stile di presenza tra i giovani, i contenuti della proposta educativa, la forma di pensare e di organizzare il lavoro e il ruolo educativo. Non si tratta normalmente di fare cose nuove, ma di inserire quello che si fa in un progetto unitario, capace di promuovere e guidare percorsi sistematici di educazione e non soltanto attività che si esauriscono in se stesse.
    Senza una grande passione educativa e senza un’approfondita e consapevole esperienza di rinnovamento personale e comunitario non si può superare la dispersione e frammentazione dell’attivismo e della superficialità, per diventare punti di riferimento per i giovani, che li stimolino a intraprendere con fiducia e con decisione un cammino educativo e cristiano, capace di rispondere adeguatamente alle loro più profonde attese e ai loro bisogni.
    La formazione pastorale, dunque, è un’esigenza inevitabile per ogni educatore che voglia essere fedele alla sua vocazione educativa e rispondere con efficacia alle esigenze e ai bisogni dei giovani d’oggi.

    1. L’educatore-pastore salesiano (cf. Ratio 25-40)

    Come primo passo di questo cammino di formazione pastorale dobbiamo ricuperare una chiara coscienza della nostra vocazione – missione di educatori-pastori dei giovani, per rinnovare il nostro entusiasmo e la nostra fiducia.
    Il religioso salesiano (SDB) è chiamato a vivere nella Chiesa il progetto di don Bosco: “Essere segno e portatore dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri” (cf. Cost. 2). Questa vocazione-missione definisce lo stile originale di vita e di azione vissuto da don Bosco e trasmesso a noi suoi discepoli, come nostra specifica identità vocazionale, che è simultaneamente religiosa, apostolica, comunitaria e salesiana (cf. Cost. 3).
    Questa identità vocazionale determina il profilo dell’educatore-pastore salesiano e orienta la sua formazione (cf. Cost. 97).
    Eccone gli elementi fondamentali:
    - Il centro e la sintesi della vocazione del salesiano educatore pastore è la carità pastorale (cf. Cost. 10), cioè una speciale comunione di amore con Cristo, Buon Pastore, che il salesiano scopre vivente nei giovani, soprattutto i più poveri, e che lo spinge a dare la vita per la loro salvezza integrale (Da mihi animas coetera tolle).
    Questa carità pastorale diventa in lui carità educativa (sulla misura dei giovani) e si esprime in un amore concreto e personalizzato, che li coinvolge e cerca la loro promozione integrale, conducendoli all’incontro con il Cristo, l’uomo perfetto (cf. Cost. 31).
    Questa carità è animata da un dinamismo giovanile che chiamiamo “cuore oratoriano”, che si esprime attraverso l’esperienza spirituale, pedagogica e pastorale che don Bosco chiamò Sistema Preventivo: un amore che diviene simpatia e volontà di contatto con i giovani («Qui con voi mi trovo bene, è proprio la mia vita stare con voi»), li accompagna con una presenza attiva ed amichevole e li rende progressivamente responsabili nel processo di crescita della loro umanità nella fede (cf. Cost. 38 e 39).
    - L’educatore-pastore salesiano è membro responsabile di una comunità religiosa, che è il vero soggetto della missione (cf. Cost. 44): “Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani un’esigenza fondamentale e una via sicura per realizzare la nostra vocazione” (Cost. 49). La costruzione di una comunità fraterna aperta ai giovani è il primo servizio pastorale da offrire loro (cf. CG25, 7. 66).
    - L’educatore-pastore salesiano è anche testimone della radicalità evangelica. Don Bosco ha voluto persone consacrate al centro della sua opera, orientata alla salvezza dei giovani e alla loro santità, come punto di riferimento preciso del suo carisma (cf. CG24,150).
    Il salesiano, come religioso, svolge la sua missione di educatore e pastore nella CEP come testimone del primato di Dio, immettendo nell’orizzonte educativo la testimonianza radicale dei beni del Regno, come segno e centro di comunione e di partecipazione e come punto di riferimento dell’identità carismatica (cf. CG24, 159).
    - L’educatore-pastore vive questa sua identità vocazionale nelle due forme complementari di salesiano presbitero e di salesiano coadiutore (cf. Cost. 45).
    La missione salesiana è educativa, realizzata nei molteplici campi di attività secolare nei quali vivono i giovani, ma punta all’evangelizzazione, cioè a mettere i giovani in rapporto sacramentale con Dio, a costruire la Chiesa, a orientare i giovani secondo la loro vocazione. Queste due dimensioni della nostra missione (quella secolare e quella ministeriale-sacramentale) sono essenziali e devono viversi in mutua complementarità e reciproco arricchimento.
    La comunità salesiana, soggetto della missione, deve curare l’integralità di questa unità organica attraverso la ricchezza delle due forme vocazionali, la laicale e la sacerdotale.

    Vivere oggi questo profilo richiede:

    • Una forte spiritualità apostolica
    Occorre imparare a vivere la spiritualità come motivazione e stimolo per l’azione educativo-pastorale e questa azione come stimolo e ispirazione della spiritualità; superando così sia un attivismo che rende superficiali e dispersi e impedisce di gustare e curare una vita spirituale seria e profonda, sia uno spiritualismo scollegato dalla vita e dagli impegni educativi, usato come rifugio o come fuga. Questo impegna ad assicurare: – un solido rapporto personale con Gesù Cristo, vissuto nella quotidianità;
    – l’atteggiamento e la pratica del discernimento pastorale, che sviluppi una visione di fede sulla vita, sulle persone e sugli eventi;
    – un progetto personale di vita, secondo le indicazioni del CG25, 14.

    • Una solida struttura personale, umana e cristiana.
    È necessario curare con speciale attenzione la propria formazione umana e cristiana, in modo da essere un educatore – testimone significativo e credibile per i giovani d’oggi. Occorre fare attenzione soprattutto:
    – allo sviluppo di uno schema mentale solido e ben strutturato, che permetta di avere una serena fiducia in se stesso, di superare un’eccessiva dipendenza dall’ambiente e allo stesso tempo di essere disponibile e aperto al dialogo e al confronto con gli altri;
    – alla capacità di imparare continuamente dalla vita e dai giovani (formazione permanente), evitando di rifugiarsi in un ritmo di vita troppo agitato, superficiale e abitudinario;
    – ad un continuo processo di personalizzazione di valori, criteri, norme, ecc. vissute o sperimentate.

    • Un’esperienza comunitaria ben integrata, che favorisca:
    – la comunicazione e la condivisione della vita e dell’azione; – la crescita nel senso di appartenenza alla Congregazione; – la collaborazione e il lavoro in équipe.

    2. Atteggiamenti e competenze (cf. Ratio 188 -192)

    Vivere l’identità di educatore-pastore salesiano esige il possesso e lo sviluppo di atteggiamenti (valori) e competenze (capacità pratiche), che permettano al salesiano di vivere l’unità della propria vocazione con efficacia e allo stesso tempo con significatività.

    2.1 Capacità di essere presente tra i giovani, soprattutto i più poveri (cf. CG25, 37ss.)
    Essere salesiano vuol dire avere un cuore per i giovani, specialmente per quelli che sono più poveri e in pericolo e quelli che si trovano ai margini della Chiesa. Coltivare il dono della predilezione per i giovani esige:
    – apertura ai giovani: disponibilità ad uscire dal proprio mondo per andare verso di essi;
    – capacità d’incontro, con un atteggiamento di accoglienza e di interesse cordiale, sempre aperto agli elementi positivi presenti nella loro vita;
    – capacità di condividere la vita con loro, di collaborare nei loro progetti e iniziative, di interessarsi per le loro persone con il dialogo e la familiarità;
    – capacità di offrire loro una testimonianza significativa di vita e una proposta educativa con un accompagnamento vicino e rispettoso.

    Attraverso la formazione pastorale il salesiano dovrà:
    • Assicurare una conoscenza approfondita della società moderna e del mondo giovanile, in modo speciale il mondo dei più poveri:
    – sviluppando la capacità culturale di leggere e di interpretare i fenomeni e le condotte; per questo è importante favorire nella vita ordinaria momenti di lettura, di riflessione condivisa, di confronto con la propria esperienza e con quella degli altri;
    – con ottica di fede, per discernere le vie di Dio e l’azione dello Spirito; per questo occorre promuovere nelle comunità la metodologia del discernimento pastorale, cioè la capacità di leggere dalla Parola di Dio situazioni e problematiche della vita quotidiana; – e con sensibilità pastorale e salesiana. In questo modo si aiuterà l’educatore a superare alcuni pericoli oggi abbastanza frequenti, come il rifugiarsi nei rapporti preferibilmente istituzionali, centrati sul ruolo o sull’organizzazione e gestione delle attività, con poca disponibilità o anche paura per l’incontro e la condivisione con i giovani, o il voler essere simile ai giovani dimenticando la propria identità di educatore, voler essere accettato a tutti costi, cercare i giovani come fuga dalla comunità, ecc., con poca capacità di proposta significativa.
    • Orientare l’azione personale e comunitaria, più che a mantenere e creare strutture di servizi giovanili, a promuovere “presenze salesiane”, cioè reti di relazioni, insieme di progetti e di processi al servizio della missione educativa ed evangelizzatrice, attivati dalla carità pastorale e realizzati con i giovani, i laici e la Famiglia Salesiana (cf. CG25, 42). Ecco un notevole cambiamento di impostazione e di mentalità: non sono le opere, la loro permanenza o il loro rinnovamento ciò che deve attirare i nostri sforzi, ma la creazione e lo sviluppo di presenze salesiane vive e dinamiche, che attirino e coinvolgano molte persone attorno al progetto educativo-pastorale salesiano al servizio dei giovani.
    • Dedicare un’attenzione privilegiata e decisa ai giovani in difficoltà e più poveri:
    – assicurando una relazione educativa significativa tra l’educatore e i giovani, come risorsa prioritaria di prevenzione e di ricupero; una relazione che parte dall’accoglienza incondizionata, che permette di condividere con il giovane la sua particolare e sofferente esperienza vitale e allo stesso tempo di accompagnarlo nella scoperta di una nuova forma di rapporto con la realtà quotidiana, attraverso la vita di gruppo, la propria responsabilità, il lavoro insieme...;
    – promuovendo la cultura della prevenzione, che favorisce la costruzione di una coscienza preventiva negli educatori e li orienta non soltanto ad assistere e proteggere, ma soprattutto ad abilitare i giovani a riconoscere ed assumere con speranza gli elementi positivi della propria vita, ad aprirsi con fiducia e serenità alla reciprocità dell’amore e delle relazioni, a gestire la propria vita con autonomia, responsabilità e apertura agli altri;
    – curando un percorso formativo specifico: soprattutto in questo campo non basta la buona volontà e la conoscenza empirica, acquisita solo per osmosi con gli ambienti educativi, ma occorre un continuo sforzo di condivisione di vita con i giovani, di riflessione e di confronto tra gli educatori per rinnovare criteri, condividere progetti e motivazioni vocazionali, collegare organicamente programmi e istituzioni.

    2.2 Capacità di vivere l’integralità della proposta educativo-pastorale salesiana.
    Il salesiano è un educatore che conduce a Gesù Cristo, attraverso un progetto di promozione integrale che orienta verso una forma originale di vita cristiana, la Spiritualità Giovanile Salesiana. Perciò l’azione educativa e l’azione evangelizzatrice non sono due tappe successive o due cammini paralleli, ma due processi che si integrano e si qualificano vicendevolmente.
    Vivere e attuare questa sintesi (educare evangelizzando ed evangelizzare educando) richiede una formazione che promuova in modo speciale:
    – La sintesi fede cultura nella propria vita: sviluppando alcuni atteggiamenti umani fondamentali per una vita di fede autentica, (per esempio, la capacità d’interiorizzazione, la capacità di relazioni gratuite, la libertà responsabile, la fiducia e la visione positiva della vita, ecc.);
    assicurando un impegno culturale esigente attraverso la lettura, lo studio, il confronto con gli altri..., tutto questo sostenuto dalla propria responsabilità vocazionale.
    – Un processo educativo aperto all’evangelizzazione, che comprende:
    • la centralità delle persone sui progetti e le strutture; • la pianificazione di un cammino educativo con obiettivi e passi graduali, più che la moltiplicazione di attività; • la formazione ai valori (l’interiorità, la capacità di decidere con responsabilità, la solidarietà, la partecipazione, la dimensione religiosa...) più che alle condotte e abitudini; una metodologia che promuove la partecipazione, il lavoro in gruppo, la personalizzazione.
    – Un’evangelizzazione con preoccupazione educativa:
    • con un’attenzione particolare per le situazioni e attese delle persone;
    • come processo graduale e impegnativo che dai primi passi dello sviluppo umano si apre verso i livelli più alti di vita cristiana ordinaria, cioè la santità;
    • con una speciale cura di alcuni elementi della pedagogia della fede, come la personalizzazione dei valori evangelici più che le pratiche o le condotte, la varietà di proposte secondo la disponibilità delle persone, una metodologia attiva e partecipativa...
    – Una riflessione sulla cultura che si trasmette nell’azione educativo-pastorale quotidiana nella comunità salesiana e nella comunità educativa; senza questa riflessione sistematica e senza volontà esplicita di promuovere una cultura alternativa ispirata veramente nel Vangelo è molto facile lasciarsi portare dalla cultura ambientale e limitarsi, tutt’al più, a proporre accanto ad essa alcuni elementi religiosi che non arrivano a trasformare la mentalità e i criteri di valutazione e di condotta degli educandi.
    Questa sintesi è oggi difficile perché viviamo in un mondo e in una cultura secolarizzata che emargina la religione, confinandola nel privato. Per questo conviene curare certi atteggiamenti che la favoriscono, come per esempio:
    – la riflessione sulla prassi di fronte all’attivismo; – l’apertura ai rapporti personali, superando la tendenza a rifugiarsi nell’istituzionale; – la verifica continua e condivisa, superando l’improvvisa- zione e la mediocrità; – il discernimento e la ricerca permanente di nuove possibilità, vincendo la tendenza all’abitudine;
    – la capacità di affrontare positivamente i conflitti e le tensioni, evitando le unilateralità e i radicalismi.

    2.3 Senso comunitario
    La pastorale salesiana è comunitaria (cf. Cost. 49). Per questo il salesiano deve maturare il senso del “lavorare insieme” secondo la diversità dei compiti e dei ruoli, la consapevolezza di essere parte di un nucleo animatore della Comunità Educativo-Pastorale, della Famiglia Salesiana e del Movimento Salesiano.
    «Il primo servizio educativo che i giovani attendono da noi è la testimonianza di una vita fraterna che diventi risposta al loro profondo bisogno di comunicazione, proposta di umanizzazione, profezia del Regno, invito ad accogliere il dono di Dio» (CG25, 7).
    Questa maturazione del senso comunitario dell’azione pastorale salesiana comporta di:
    • Personalizzare il valore della vita comunitaria nella missione salesiana, superando il pericolo di vivere il lavoro con i giovani come un ostacolo o una fuga dalla comunità, o al contrario di considerare la vita comunitaria come una scusa o un rifugio per allontanarsi dalla presenza animatrice tra i giovani, soprattutto i più poveri;
    • Passare da un protagonismo individuale ad un protagonismo comunitario e di gruppo, condividendo il progetto educativo-pastorale elaborato e realizzato insieme, rispettando i diversi compiti e ruoli, assumendo la verifica realizzata nel gruppo e dal gruppo, sentendosi corresponsabile di tutto il progetto anche se si lavora soltanto in un settore;
    • Imparare a lavorare con i laici, condividendo la formazione con loro, rispettando le loro funzioni e i loro compiti nella CEP, accompagnandoli e collaborando con loro; • Abilitarsi ad essere nucleo animatore della CEP, orientando l’impegno della comunità salesiana, non tanto alla gestione e organizzazione dell’opera, quanto all’accompagnamento e alla formazione degli educatori e dei giovani, all’animazione del processo educativo e di evangelizzazione, al coinvolgimento di un largo movimento di persone attorno ad un progetto educativopastorale salesiano (cf. CG24, 159; CG25, 78-81).

    2.4 Capacità di animazione
    Animare non è soltanto gestire e organizzare attività, istituzioni o progetti, e nemmeno promuovere un ambiente di famiglia dinamico, gioioso e partecipativo. Animare è soprattutto:
    – motivare, cioè orientare l’azione educativa e pastorale secondo i valori ed i criteri centrali della spiritualità e pedagogia salesiana;
    – creare unità e condivisione attorno al PEPS, elaborato e realizzato da tutti i membri della CEP, promuovendo convergenza e collaborazione tra i diversi educatori e il coordinamento tra i diversi settori e attività;
    – approfondire il senso d’identità e di appartenenza ad un’opera e ad una missione comune e condivisa, mediante una partecipazione sempre più accurata nella realizzazione e gestione della missione, la qualifica dei rapporti umani e la cura dei processi informativi e di comunicazione...
    Animare, dunque, implica un nuovo stile di presenza e di azione nell’impegno educativo, che si deve imparare e rinnovare di continuo. Nella formazione permanente questo implica di:
    • assicurare la priorità dell’essere sul fare, cioè della testimonianza di vita prima che dell’efficacia e dei risultati immediati, la priorità dell’identificazione vocazionale su quella istituzionale, l’autorevolezza più che la sola autorità giuridica; • collocare al centro il progetto e non i singoli interventi, il processo o cammino graduale piuttosto che il cumulo di attività...; • assumere una visione globale dell’impegno educativo-pastorale, superando le visioni settoriali;
    • passare da un protagonismo individuale ad un protagonismo comunitario e di gruppo;
    • favorire il protagonismo dei giovani: far loro spazio, stimolare la loro partecipazione, accompagnarli ed aiutarli...
    2.5 Mentalità progettuale
    La pastorale giovanile salesiana è una pastorale organica: le diverse attività e interventi puntano ad una stessa finalità, la promozione integrale dei giovani; nella CEP gli apporti di tutti si integrano in complementarità per animare uno stesso e unico cammino educativo.
    Questo esige di avere una mentalità progettuale (cf. CG25, 73), cioè:
    – una forma di pensare l’azione pastorale come un tutto e non soltanto come la somma di molteplici attività e interventi giustapposti e successivi;
    – una forma di organizzarla, come un cammino, cioè un insieme articolato e collegato di interventi, che permettono di realizzare, in forma graduale e progressiva, gli obiettivi proposti;
    – una forma di agire che promuove il collegamento e la convergenza di tutte le persone e degli elementi che intervengono, in modo da generare processi di cambiamento nelle persone, nelle istituzioni e nelle situazioni.
    Assumere questa mentalità progettuale richiede che nella formazione si sviluppi la capacità di progettare l’azione pastorale
    come un cammino con passi progressivi:
    – imparando a collegare le diverse attività attorno agli obiettivi del progetto, in modo che si arricchiscano e si complementino vicendevolmente;
    – assumendo la dinamica della verifica continua e condivisa, con criteri oggettivi e concreti; – promuovendo la comunicazione, il coordinamento e il lavoro in équipe.

    3. Alcuni elementi da promuovere nella formazione pastorale salesiana

    «La complessità delle situazioni odierne, le sfide dei giovani, l’esigenza della nuova evangelizzazione, il compito dell’inculturazione richiedono una formazione capace di abilitare il salesiano a vivere con dinamismo e solidità la sua vocazione, a svolgere con professionalità e competenze la missione, ad assimilare personalmente l’identità carismatica» (Discorso del RM alla chiusura del CG25). Questo richiede un atteggiamento di formazione permanente nelle persone e nelle comunità per sostenere uno sforzo costante di rinnovamento delle motivazioni vocazionali, per imparare dalla propria esperienza e dall’esperienza della comunità stessa, per rendersi capaci di dialogare con il contesto culturale e con la realtà giovanile in continuo cambiamento.
    In questo percorso ci sono alcuni aspetti metodologici che oggi acquistano speciale importanza e sui quali si deve fare uno sforzo particolare di rinnovamento.

    Rendere formativa la vita quotidiana della comunità (cf. CG25, 58)
    Si deve impostare in tal modo la vita comunitaria che diventi in se stessa formativa. Gli incontri di pianificazione e di verifica, lo studio e la riflessione condivisa su situazioni e sfide che ci presenta l’azione educativa e pastorale quotidiana, il dialogo con i laici e l’impegno per la crescita della Comunità Educativo-Pastorale, devono diventare un cammino di formazione e di promozione.
    Perché questo sia possibile, è fondamentale che si promuova nella comunità un ritmo di vita e di lavoro che favorisca:
    – momenti di riflessione e di comunicazione tanto personali quanto comunitari. La mancanza di riflessione, a tutti i livelli, ma soprattutto nelle persone che devono animare e guidare gli altri, costituisce uno degli ostacoli che più impedisce il rinnovamento della pratica pastorale;
    momenti di lettura e di studio sul mondo giovanile, sull’educazione e la pedagogia, sulla pastorale e la salesianità. Senza questo studio ci riduciamo facilmente a ripetere formule senza contenuti precisi o prassi abitudinarie, che non riescono a rinnovare l’azione educativo-pastorale;
    un progetto concreto di formazione, elaborato in comunità e realizzato e verificato insieme, per evitare l’improvvisazione o l’abitudine.

    Promuovere la personalizzazione dei valori e degli atteggiamenti
    Si educa e si evangelizza più per quello che si vive e si è, che per quello che si dice e si propone. Per questo è importante assicurare negli educatori la personalizzazione dei valori nei quali vogliono educare i giovani. Sovente nei progetti educativi si presenta un insieme di valori come obiettivi da realizzare, ma si corre il rischio che questi valori siano poco presenti nella realtà quotidiana, perché sono stati poco assunti e personalizzati dagli stessi educatori.
    Un cammino di personalizzazione dei valori proclamati esige di:
    • essere consapevole delle motivazioni che muovono la prassi pastorale concreta, imparando a purificarle e approfondirle continuamente secondo i criteri vocazionali e carismatici; abituarsi a verificare gli atteggiamenti che si vivono nell’azione quotidiana, perché corrispondano ai valori nei quali si vuole educare.

    Assicurare l’accompagnamento pastorale
    Nella vita le cose importanti s’imparano con gli altri; per questo è fondamentale abituarsi ad essere accompagnati e ad accompagnare nel nostro lavoro educativo-pastorale. Come un medico, uno psicologo o psichiatra, o altri professionisti devono confrontarsi continuamente con gli altri per assicurare la qualità e il miglioramento della loro prassi professionale, così anche l’educatore e il pastoralista devono imparare ad essere monitorati e accompagnati dagli altri, superando la tentazione dell’autosufficienza.
    Questo accompagnamento pastorale avviene a diversi livelli che si complementano vicendevolmente e comprendono:
    – l’accompagnamento della propria équipe di lavoro, nel quale si realizza un continuo confronto della propria azione;
    – i momenti di programmazione e di verifica, che obbligano a confrontarsi con la realtà, con i valori e i criteri dell’azione educativa e pastorale salesiana, con gli obiettivi proposti, ecc.
    – l’accompagnamento comunitario, che aiuta a collegare l’azione educativo-pastorale con gli altri aspetti e dimensioni vocazionali della propria vita (la spiritualità, la comunità, la vita religiosa, ecc.);
    – l’accompagnamento personale, che favorisce la personalizzazione dei valori, la crescita continua nella qualità educativa e pastorale.
    La mancanza di accompagnamento è forse una delle cause di una certa sterilità di tanti sforzi educativi e pastorali. Ogni educatore deve essere disponibile a formarsi e ad assumere queste diverse forme di accompagnamento, convinto che il confronto con gli altri è il cammino più sicuro per una crescita in qualità ed efficacia.

    Promuovere esperienze educative e pastorali diversificate e graduali
    S’impara attraverso la vita più che con corsi e conferenze. Per questo nella formazione pastorale è importante promuovere esperienze significative, nelle quali i confratelli possano vivere diversi aspetti del modello pastorale salesiano: esperienze di comunità educativa, di stile di animazione, di progettazione e di verifica, dei nuovi spazi e vie d’incontro e di presenza tra i giovani, ecc. Attraverso queste esperienze, soprattutto quando sono pianificate e riflettute in comunità, si comprendono vitalmente le linee della pastorale e anche si perde la paura alla novità e al rinnovamento che esigono. «Oggi la vita religiosa salesiana deve essere più vita, più religiosa e più salesiana. Ha bisogno di persone piene di passione, di mistica, di identità e mentalità progettuale, cioè, uomini che fanno dell’amore la motivazione più potente, che si lasciano condurre dallo Spirito Santo, che prendono Don Bosco come il loro punto di riferimento e la loro norma di vita, incarnandolo nella diversità dei contesti nei quali vivono e realizzano la missione salesiana, e che sanno lavorare in rete a tutti i livelli, con la propria ispettoria, con le altre ispettorie della Regione, con i laici, con la Famiglia Salesiana e con i giovani, e con altre agenzie educative e pastorali presenti nella zona dove ci troviamo per creare sinergia. Se i salesiani hanno un “perché” saranno capaci di affrontare tutti questi “come”» (Rettor Maggiore nelle parole di conclusione della Visita d’Insieme della Regione Europa Ovest).
    La formazione pastorale cerca di realizzare questo ideale. Si capisce, dunque, la sua urgenza e centralità nel processo di rinnovamento della nostra missione educativo-pastorale.


    (FONTE: ACG 393/2006, Orientamenti e direttive, pp. 53-68)


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