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    22. Isaia

    (Deuteroisaia e Tritoisaia)

    fabris22


    Gli ultimi 26 capitoli del Libro di Isaia, a partire dal XVIII secolo, sono attribuiti a autori diversi rispetto a quelli della prima parte che risalgono sostanzialmente al profeta dell’ottavo secolo a.C.
    Rientrano nella tradizione del profeta Isaia, ma il messaggio, lo stile e il contesto storico, fanno pensare a una origine connessa con gli eventi del ritorno dei deportati dall’esilio di Babilonia e all’opera di ricostruzione postesilica. Per distinguerli dalla prima parte di Isaia si chiamano rispettivamente “Deutero-Isaia” (Is 40-55) e “Trito-Isaia” (Is 56-66). La prima parte – capitoli 40-55 – è denominata anche “Libro della consolazione” dalle prime parole con le quali si apre la raccolta di oracoli: “Consolate, Consolate il mio popolo…” (Is 40,1).

    1. Il contesto storico, culturale e religioso

    Con una serie di campagne vittoriose dal 555 al 539 contro Creso, re della Lidia, e contro Babilonia - ultimo re Nabonèdo – Ciro, il Grande, instaura l'impero dei medi-persiani. Egli emana un “editto” a favore dei deportati ebrei (2Cr 36,22-23; Esd 1,1-11; cf. Cilindro di Ciro). Un’eco di questi eventi storici, che favoriscono il ritorno dei deportati ebrei dai campi di prigionia in Babilonia, si ha nel titolo “messia” – consacrato/eletto - dato a Ciro, che il Signore chiama “il mio servo” (Is 44,28; 45,1-7).
    Negli oracoli del “Libro della consolazione” si riflette la situazione dei deportati. In una prima fase sono presi dalla sfiducia per il prolungarsi dell’esilio e si oppongono all’azione del “profeta” (Is 40,12-49,12). Essi dicono: “Dio si è dimenticato di noi”, criticano l’azione del Signore dicendo che “è infedele e ingiusto, incapace di salvare”. Anche il fatto di Ciro, un infedele straniero, scelto da Dio come liberatore, suscita scandalo. Inoltre le divinità babilonesi - Marduk, Bel, Nebo - esercitano un certo fascino tra i deportati. A questa situazione di crisi il profeta risponde affermando che solo Dio è il creatore del mondo e il Signore della storia, egli è l'”unico”, non ci sono altri dei. Dio rimane fedele al suo impegno di liberare gratuitamente i prigionieri.
    In una seconda fase si ha il superamento della crisi, perché si forma un gruppo di fedeli, “timorati di Dio”, chiamati “Israele”, il servo giusto del Signore. Inizia il ritorno (Is 49,14-55,11). Nella terza fase, dopo il ritorno, si ha un’idealizzazione di Gerusalemme chiamata “Sion”, in una prospettiva di salvezza aperta a tutti i popoli che vengono come pellegrini a Gerusalemme (Is 56,1-66,24: Tritoisaia).

    2. Genere letterario e origine storica

    Nel “Libro della consolazione” sono raccolte composizioni diverse per genere letterario: inni, salmi, dossologie, acclamazioni, professioni di fede, oracoli di salvezza, introdotti con l’invito: “Non temere…”, discorsi sullo stile del dibattito processuale, brani di riflessione sapienziale. La redazione progressiva, la revisione e la rilettura durante e dopo l’esilio sono state fatte da un “profeta” anonimo all'interno di un gruppo, che si richiama alla tradizione del profeta Isaia dell’ottavo secolo a.C.
    Il contesto storico del Tritoisia – Is 56-66 – è quello del ritorno dall’esilio e della ricostruzione postesilica (538-380 a.C.). L'editto di Ciro favorisce il ritorno degli esuli (Esd 1,2-4) e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme (Esd 6,3-5). Esdra e Neemia organizzano il ritorno e danno avvio alla ricostruzione del tempio. Sotto Zorobabele, discendente davidico, riprende il culto. Il nuovo tempio viene inaugurato nel 515 a.C. Permane il clima di delusione e sconforto per le difficoltà del ritorno e le resistenze dei samaritani e le tensioni con gli ebrei che non hanno vissuto l'esilio. Gli ultimi capitoli di Isaia sono un’antologia di brani poetici ispirati alla tradizione del profeta. Il redattore finale ha dato all'insieme una struttura centrata attorno al capitolo 61, dove si annuncia l'anno della misericordia del Signore (cf. Lc 4,18-19: Gesù a Nazaret).

    3. Il dramma storico e spirituale dell'esilio

    La caduta di Gerusalemme nel 587 a.C. rappresenta la crisi delle istituzioni tradizionali. La terra, dono di Dio, compimento del primo esodo e dell'alleanza, è occupata e controllata dalle potenze straniere. Il tempio, segno della presenza e della fedeltà di Dio, è distrutto e profanato. Il re Sedecia, simbolo della fedeltà di Dio e delle sue promesse alla casa di Davide, è trascinato in catene a Babilonia, accecato dopo aver visto l’uccisione dei suoi figli (2Re 25,5-7). La deportazione di circa 10.000 ebrei - amministratori, tecnici ed intellettuali - priva la terra di Giuda della possibilità di una rinascita dopo le devastazioni della guerra (cf. 2Re 25,12; Ger 52,28).
    L’esperienza tragica dell’esilio diventa l’occasione per un risveglio spirituale perché fa riscoprire la fedeltà di Dio, il ruolo della sua “parola” proclamata dai profeti - Geremia, Isaia, Ezechiele - e consente di rileggere la storia del passato alla luce della fede (tradizione deuteronomistica e sacerdotale). Nella nuova prospettiva di speranza si pone l'accento sulla gratuità della salvezza e sulla fedeltà di Dio, che è in grado di far ripartire la storia dopo la rovina provocata dall’infedeltà all'alleanza da parte del popolo e dei capi di Israele e Giuda.
    Nel contesto dell’esilio e del postesilio si riscopre il significato del “sabato” e della “circoncisione” come segni di identità e di appartenenza etnico-religiosa al popolo di Dio. La distruzione del tempio di Gerusalemme, con la relativa riduzione del culto templare, dà nuovo impulso alla liturgia sinagogale, incentrata sulla lettura della Bibbia e sulla preghiera dell’assemblea.
    I protagonisti del dramma spirituale sono Dio, il Signore che crea e guida la storia, il suo “servo” Ciro, il servo giusto, il resto fedele, Israele in mezzo agli altri popoli. Nell’esperienza dell’esilio si riscopre il volto di Dio creatore e salvatore, che non teme concorrenti nel confronto gli idoli dei popoli. Egli è in grado di liberare i deportati di Babilonia con un nuovo esodo per riportare i figli di Israele nella terra promessa ai padri.

    4. I canti del “servo del Signore”

    All'interno del “Deuteroisaia” si possono isolare quattro composizioni che si riferiscono ad una figura ideale, chiamata il “servo del Signore”. Nel primo di questi canti Dio stesso presenta il suo “servo”, la sua chiamata o vocazione/investitura, la sua azione con il metodo corrispondente e la missione futura. Dio prende la parola per presentare il suo servo, da lui scelto/eletto e abilitato mediante un dono particolare del suo Spirito (Is 42,1-9). Il titolo e la categoria di “servo”, in ebraico ‘ebed, indica un uomo di fiducia, al quale viene affidato un compito speciale nel disegno di Dio. Abramo, Mosè, Davide e i profeti sono “servi” del Signore (Sal 18,1; 89,4.21; Am 3,7; Is 41,8).
    Nel secondo canto il servo stesso racconta in prima persona la sua chiamata o investitura da parte di Dio per una missione particolare, le sue resistenze o difficoltà, e il superamento della crisi e la conferma della sua missione. In un dialogo ideale si alternano il Signore e il servo (Is 49,1-6).
    Nel terzo canto prende la parola un personaggio che ha un rapporto particolare con il Signore, il quale invita i lettori ad ascoltare la voce del suo servo (Is 50,4-9.10). Egli presenta la sua chiamata come quella del “maestro” o “sapiente” e descrive la sua missione che si attua in un contesto conflittuale. La sua radicale fiducia in Dio gli consente di superare le ostilità degli oppositori e portare a termine il suo compito. È impressionante il parallelismo di situazioni con il profeta Geremia, che descrive in termini simili la sua crisi nella missione profetica e il suo superamento grazie alla fiducia nella protezione e nell'intervento vittorioso di Dio (cf. Ger 15,16-21;17,15-18; 18,18-20; 20,8-13).
    Il quarto canto del “servo del Signore” è la composizione del Deuteroisia più conosciuta, per il richiamo che se ne fa nel NT in rapporto alla passione di Gesù (Is 52,13-53,12). Nella prima parte il Signore annuncia il rovesciamento del destino del suo “servo”: dall'umiliazione alla gloria futura (Is 52,13-15). Quindi prende la parola il coro, il gruppo “noi”, che racconta in forma di elegia la storia di umiliazione e morte violenta del “servo (Is 53,1-10). Alla fine interviene ancora il Signore che annuncia l’esito del dramma del “servo”: l'efficacia salvifica della passione del suo giusto servo, “giustificherà molti” (Is 53,11-12)..

    5. Chi è il “servo del Signore”?

    Nella storia dell’interpretazione si intrecciano tre orientamenti: interpretazione collettiva, individuale, messianica o cristolgica. Nel primo caso il “servo” è il popolo di Israele che vive la passione dell'esilio, oppure il piccolo resto fedele e solidale con il popolo. Nella lettura individuale è un personaggio storico rappresentativo di Israele: Mosè, Geremia, il profeta anonimo, autore del Deuteroisaia. Nell’interpretazione messianica il servo è una figura rappresentativa del destino dei giusti salvati da Dio (Sal 22), che porta a compimento la speranza di salvezza promessa da Dio nella storia del suo popolo Israele. La figura del servo trova uno sviluppo nei testi profetici (Is 61,1-4; Zacc 12,10; Dan 7,13-14) e sapienziali (Sap 2,12-20; 4,7-5,16).
    Qui s’innesta la rilettura cristiana che utilizza i canti del servo per interpretare la missione di Gesù e soprattutto il quarto canto per dare un significato salvifico alla sua passione e morte di croce. In tale prospettiva la figura del “servo” è dilatata ad una dimensione antropologica universale: attraverso il dolore e la sofferenza del “giusto”, Dio trasforma la storia di tutti gli altri esseri umani. Di fronte al male e alle sofferenze di una persona o di un gruppo più che cercarne la giustificazione nella ricerca di un “colpevole” la parola di Isaia invita ad uscirne fuori attraverso una scelta di fedeltà solidale.


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