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    12. L'alleanza

    e il decalogo

    fabris12


    La storia dell'esodo culmina nell'alleanza, in ebraico berîth, “impegno”, “alleanza/patto”.

    Una comunità “regale e sacerdotale”

    La storia dell'esodo culmina nell'alleanza, in ebraico berîth, “impegno”, “alleanza/patto”. I figli di Israele, liberati dall'Egitto, sono chiamati a vivere insieme nella libertà davanti a Dio. Le condizioni per permanere nello statuto della libertà, dono dell'esodo, è la fedeltà a Dio come unico Signore e la solidarietà con gli altri membri dell'alleanza in rapporto di amore reciproco: amare il prossimo come se stessi (Dt 6,4; 19,18).
    Dopo le prove del cammino nel deserto i figli di Israele, sotto la guida di Mosè, arrivano al monte Sinai, dove Dio per mezzo di Mosè come suo delegato o ambasciatore fa la proposta di alleanza. Nel testo attuale del libro dell'Esodo si trova una tradizione conservata nell'ambiente sacerdotale, riletta in una prospettiva di attualità come manifestazione e presenza di Dio nel suo santuario. L'incontro del popolo con Dio avviene al “al terzo mese” dall'uscita dall'Egitto, nel “deserto del Sinai” (Es 19,1-2).
    A queste indicazioni spazio-temporali segue l'intervento del Signore che incarica Mosè di parlare a suo nome al popolo: «Così dirai ai figli di Israele… » (Es 19,3-6). L'intervento di Dio si articola in tre strofe. Nella prima - una specie di prologo storico - si riassume l'azione del Signore che ha liberato e guidato il popolo all'incontro con Lui (Es 19,4). Da notare la bella immagine delle “ali di aquila”, ripresa in altri testi poetici (Dt 32,11; Sal 36,8; 57,2; 61,5; 63,8). Nella seconda strofa Dio fa la proposta di alleanza e chiede la risposta libera dei figli di Israele. Il motivo è dato dal fatto che Israele è “proprietà” - in ebraico, segullâh - personale di Dio (Es 19,5). Infine nella terza strofa Dio annuncia lo statuto speciale di Israele: sarà una “comunità di re e sacerdoti”, consacrata a Dio, mediatrice a favore tutti i popoli (Es 19,6). Queste parole del libro dell'Esodo sono richiamate dagli autori del Nuovo Testamento per definire il profilo teologico e spirituale della chiesa come comunità dell'alleanza definitiva fondata sulla fede e il battesimo nel nome di Gesù Cristo (1Pt 2,5.9; Ap 1,5-6; 5,9-10),

    Il “decalogo”

    Nella cornice di una grandiosa “teofania” - tempesta, terremoto, eruzione vulcanica - presso il monte Sinai Dio proclama al popolo le «dieci parole» o decalogo (Es 20,18-21). L'elemento essenziale della teofania o manifestazione di Dio al Sinai è la “voce”, ebraico qôl, che esprime l'aspetto ambivalente del sacro “tremendo e affascinante”. È la trascendenza e l'intimità di Dio che si manifesta e parla all'essere umano.
    Il termine “decalogo”, dal greco dekálogos,compare per la prima volta negli scritti di Ireneo di Lione nel secondo secolo d. C. Nella Bibbia si ha l'espressione hoi déka lógoi, tà déka rêmata“le dieci parole”, in ebraico ’ashèret ha-debarîm (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Un elenco completo del decalogo, al di fuori dei due testi del Pentateuco, non ricorre nella Bibbia, anche se nei profeti e nei Salmi sono menzionati alcuni comandamenti (Os 4,1-2; Ger 7,5-6.8-9; Sal 15,2-5; 24,3-4). Nel Nuovo Testamento, non solo non compare mai questa espressione della Bibbia greca, ma neppure è citato l'elenco completo dei comandamenti.
    Nelle due elenchi gli stessi comandi seguono lo stesso ordine di successione (Es 20,1-17//Dt 5,6-21). Questo fatto si spiega con una revisione “deuteronomistica” del decalogo originario. La formulazione negativa di otto comandamenti trova un riscontro nei testi del Vicino Oriente antico. Il decologo riflette l'ordinamento patriarcale e l'ambiente nomadico. È l'istruzione del padre al figlio in cui si trasmettono le disposizioni e le norme di vita con un contenuto etico.
    I primi tre comandamenti riguardanti la fede in un solo Dio e Signore risalgono al comune antico patrimonio spirituale di Israele. I due comandamenti “positivi” riguardanti il sabato e i genitori sono associati per il ruolo che hanno i genitori nella trasmissione della fede tradizionale. L'ultimo comandamento - “non desiderare” - è un ampliamento e ripresa di quelli originari e antichi: “non rubare, non commettere adulterio” (“non uccidere”). La raccolta e la disposizione dei comandamenti nella forma del “decalogo” risponde ad un'esigenza didattica e mnemonica: “dieci” è il numero naturale per chi conta sulle dita delle due mani.
    Nella redazione del libro dell'Esodo il decalogo è stato collegato con l'alleanza. In esso si riassumono le clausole o condizioni per vivere nell'alleanza con Dio e permanere in quella condizione di libertà in cui il popolo è stato introdotto per l'iniziativa di Dio.


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