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    Non abbiate paura!

    Sabino Chialà

     


    1 Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.
    Marco 16,1-8

    Fratelli e sorelle,
    “Cristo è risorto! È veramente risorto!”, abbiamo cantato più volte all’inizio di questa veglia. Parole semplici, in cui è racchiuso il cuore pulsante della nostra fede, poiché, come scrive l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto, “se Cristo non è risorto vuota è la nostra predicazione e vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14).
    La nostra fede è come raccolta in queste semplici parole. Eppure, quante volte ci sentiamo inadeguati dinanzi a parole così grandi. Quante volte la realtà in cui viviamo, il nostro mondo e le nostre relazioni, ci appaiono così estranei alla “logica della resurrezione”, altro volto della “logica della croce”, di cui parla Paolo.
    Questa fatica non ci deve stupire! Perché la fede nella resurrezione - o meglio, la fede nel Risorto - è un dono oltre che un cammino. Un dono che riceviamo mentre siamo in cammino. Il Risorto ci precede, come fa con i suoi discepoli - “Egli vi precede in Galilea” (v. 7) – e a noi chiede di esserci. Di non mancare l’appuntamento.
    Non si tratta di sforzarsi di credere nel Risorto (fatica inutile!). Si tratta di accoglierlo. Accoglierlo… cioè fargli spazio, lasciandolo entrare nei nostri dubbi, nelle nostre ferite, nelle nostre attese; e soprattutto nelle nostre paure.
    Così è stato per le donne di cui parla il racconto appena ascoltato. Un racconto nuovo rispetto a quelli precedenti, non solo per il suo carattere dimesso e per il clima rarefatto in cui si svolge, ma anche per il cambio di protagonisti: ai tanti uomini delle scene precedenti, ora si sostituiscono delle donne. Tre, di cui l’evangelista Marco ricorda i nomi: “Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome” (v. 1).
    Questo clima dimesso, con protagoniste delle donne (soggetti poco autorevoli nella mentalità del tempo), è lì a ricordare che la fede pasquale non è un’evidenza, non ha nulla di trionfale, non è una muscolosa e virile rivincita sui nemici, ma piuttosto un cammino a tentoni.
    Tutto ricomincia con tre donne che in un mattino nuovo, di una nuova settimana, comprano profumi per ungere il cadavere di colui che era stato il loro Maestro. A differenza dei discepoli, forse troppo presi dall’elaborazione della loro delusione, le donne vanno al sepolcro.
    Non sappiamo perché le donne si recano al sepolcro. Forse intendono solo portare a compimento ciò che era rimasto incompiuto. Forse vogliono prendersi cura di quello che restava di una storia che le aveva segnate. Forse per istinto…
    Marco ci dice solo che ci vanno con una domanda nel cuore: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (v. 3). Ma neppure quella difficoltà le blocca... Fanno quanto è in loro potere. Come quell’altra donna che, poco prima della passione, aveva anche lei unto Gesù e che questi aveva difeso da chi l’accusava di spreco, dicendo: “Ha fatto ciò che era in suo potere” (14,8). È solo una briciola di bene in quel disastro che aveva travolto le speranze di molti. Ma quella briciola segna, senza che loro lo sappiano, un nuovo inizio.
    La scena quindi prosegue e comincia a mutare… e il punto di snodo è segnato da un gesto ben preciso delle donne. Giunte alla tomba, “guardano in alto”, dice Marco (v. 4). Cominciano a uscire dai loro pensieri più o meno istintivi e iniziano a vedere altro. Vedono che “la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande” (v. 4). Vedono “un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca” (v. 5). Vedono il luogo “dove l’avevano posto” (v. 6). Tre visioni importanti: la pietra scostata, il giovane, la tomba vuota. Tutto così chiaro…! Ma ancora non basta.
    Anzi, tutto questo genera solo paura, come l’evangelista Marco sottolinea con forza. Per quattro volte, in pochi versetti, ritorna su questa reazione delle donne: “Ebbero paura” (v. 5); l’angelo inizia a parlare loro dicendo: “Non abbiate paura” (v. 6); dopo l’annuncio fuggirono via “piene di spavento misto a stupore” e non dissero nulla, perché “erano impaurite” (v. 8). E sappiamo che così probabilmente terminava il testo originario di questo vangelo, con questo accenno alla paura. Una finale scandalosa, al punto da ispirare una serie di aggiunte, tra cui quella riportata nelle nostre Bibbie.
    L’istinto ad andare al sepolcro, come anche il coraggio di guardare in alto, sono stati presupposti essenziali, ma l’esito non è stata la fede, bensì la paura.
    Questa notte può essere dunque il tempo propizio per fare i conti con le nostre paure. Perché è lì che l’annuncio pasquale ha da entrare, secondo quello che Marco ci lascia intendere. Altrimenti diventa solo uno slogan vuoto e insignificante.
    Quella finale così scandalosa, che vede fuggire le donne, interroga noi questa notte. Anche noi, dinanzi all’annuncio del Risorto, possiamo fuggire via impauriti e non dire nulla a nessuno; oppure accogliere questa buona notizia e farsene annunciatori con la vita.
    Ora, questo intreccio tra fede nel Risorto e paura ci introduce a un punto vitale della nostra esperienza di credenti: ci ricorda che la fede nel Risorto s’innesta proprio lì, nelle nostre paure, e che lì si gioca la battaglia per diventare e restare credenti!
    Le nostre paure ci aiutano a misurare la nostra fede. Paure che nascono da quello che vediamo dentro di noi, i nostri pensieri e le nostre ansie. Paure suscitate dalle relazioni che viviamo. Paure e ansie per le tragedie di cui ci sentiamo in balia, impotenti.
    La paura è un’esperienza umana che tutti facciamo. È stato così anche per le donne, in quel momento di nuovo inizio, in cui pure udivano parole luminose. E la loro reazione assomiglia tanto alle nostre; di noi che tante volte, davanti a chi ci annuncia un vivente al posto di un morto, rispondiamo con la paura e la fuga! Paura e fuga sono due reazioni intimamente connesse! Le donne, infatti, davanti a quel nuovo che si affacciava, fuggirono impaurite: questa è la loro reazione istintiva.
    In fondo è meglio un cadavere, che però appartiene al nostro mondo noto, di un vivente che ci invita ad andare oltre, a rimetterci in gioco. Meglio un morto da piangere che un vivo con cui camminare! Un uomo con cui andare fino in Galilea, e dunque con cui ricominciare da capo!
    Eppure noi non possiamo non continuare a interrogarci… Perché tanta paura se, mentre si attendevano una pesante pietra da rotolare, trovano che il sepolcro è aperto? Perché tanta paura se, mentre erano alla ricerca di un muto cadavere da ungere, trovano un giovane radioso che parla? Perché tanta paura se, mentre erano pronte a fare lamenti e rievocazioni di un passato finito male, odono parole che annunciano futuro? Perché tanta paura? Certo le paure hanno molto di irrazionale. Anche noi, quando interroghiamo le nostre, spesso restiamo senza parole.
    Ma qui ci sembra tutto assurdo: le donne non sono sconvolte perché si parla loro di morte, ma di vita! Ma assurdo non è, perché la vita non è meno enigmatica della morte. Perché vivere richiede altrettanto affidamento che morire! Paura di morire e paura di vivere s’intrecciano e si fondono in un’unica paura: quella di perdersi, quella cioè che tutto ci sfugga di mano.
    Ed è qui che interviene la fede nel Risorto, ed evangelizza le nostre paure. Non ci promette che non moriremo, ma ci ricorda ciò che davvero può trasformare le nostre esistenze: credere che il Signore è risorto e che tutto quello che noi siamo è nelle sue mani. Questo è il cuore della nostra fede: “Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto, non è qui” (v. 6).
    Il messaggio pasquale, che in questa notte santa vogliamo ancora accogliere è questo: la nostra vita è in mani ben più salde delle nostre. Per questo non può esserci tolta: perché non ci appartiene, ma appartiene a colui che ne è l’autore.
    Quand’è infatti che abbiamo paura? Ogni volta che percepiamo la nostra vita come un nostro possesso, che può esserci sottratto in ogni momento. Ogni volta che perdiamo la memoria che essa è un dono rinnovatoci ogni mattina. Ogni volta che dimentichiamo che il Signore morto e risorto ci è accanto sempre e dovunque, in ogni passaggio della nostra esistenza. Allora sì che la nostra vita diventa un inferno di paure. Perché tutto è sempre e costantemente minacciato. E noi ci sentiamo troppo indifesi per stare al mondo.
    Ecco allora il messaggio che ci raggiunge in questa Pasqua, nelle parole dell’angelo alle donne: “Non abbiate paura!”. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e voi siete nelle sue mani, e dunque nulla potrà esservi sottratto di ciò che davvero conta. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e, essendo voi i suoi fratelli e sorelle amati, non vi abbandonerà nell’oblio della fossa. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e, nella misura in cui le vostre storie e i vostri affetti sono nel suo cuore e nella sua mente, nulla andrà perduto, neppure un volto tra quelli che voi amate, e che lui ama prima di voi e insieme a voi.
    Siamo in un momento in cui disorientamento e paura occupano i nostri cuori e rischiano di farci soccombere sotto un’invincibile disperazione; un momento in cui ci sentiamo più insicuri che mai, con il cuore in pena per tanti nostri fratelli e sorelle: per coloro che vivono situazioni di guerra, per i migranti che rischiano e perdono la loro vita, per chi è rinchiuso nelle carceri in situazioni disumane, per chi soffre ogni genere di violenza, per nostra sorella terra che continuiamo a maltrattare.
    Possa l’annuncio del Signore risorto raggiungere ogni creatura. Possa strappare dai nostri cuori paure e angosce. Di questo messaggio siamo destinatari, testimoni e responsabili in questo nostro mondo.


    T e r z a
    p a g i n A


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