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    P. Pino Puglisi
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    «Come il cuore di un passero…»

    Venerdì Santo

    Un fratello di Bose

     


    In quel tempo 48 tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. 49Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo. 50Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. 54Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. 55Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, 56poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati.
    Lc 23,48-56a

    «La tua tomba, sorgente della nostra risurrezione, o Cristo, si è rivelata portatrice di vita, più bella in verità del paradiso, più splendente di qualsiasi talamo regale». Così canta la liturgia bizantina, che chiama il sepolcro del Cristo dormiente «divino forziere di vita», «sorgente della risurrezione di Cristo».
    La concitazione del Venerdì santo si spegne davanti alla lastra tombale di un sepolcro, nel freddo della morte, in quel turbamento che percorre l’umano quando percorre i viali e le piccole strade dei nostri “campi santi”:
    «È una strana esperienza andare al cimitero per far visita a qualcuno che abbiamo amato. Si inizia con una passeggiata lenta e indolente, quasi sognante, sino al momento in cui non è più possibile fare un solo passo in avanti e ci si trova davanti a una lastra tombale come davanti a un ostacolo insormontabile. Ci si appresta ad incontrare qualcuno e non c’è nessuno, non c’è addirittura più nulla, come se la terra fosse piatta e se ne fosse raggiunto per sbaglio il limitare. Davanti alla tomba di mio padre mi sento come davanti a un muro, in fondo a una strada senza uscita. Non mi resta altro che lanciare il mio cuore al di sopra, come fanno i bambini quando gettano il pallone al di là di un muro di cinta, per il piacere un po’ ansioso, andando a riprenderlo, di penetrare in una proprietà sconosciuta. Ignoro su quale ghiaia rimbalza il mio cuore quando lo lancio al di là di una tomba più alta del cielo, ma so che questo gesto non è vano: nel giro di qualche secondo mi torna indietro, colmo di gioia e fresco come il cuore di un passero appena nato» (Ch. Bobin).
    La cavità ombrosa del sepolcro nuovo in cui mani pietose hanno deposto il corpo del Figlio di Dio diviene visibilità del «segno di Giona»: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40; cf. Gn 2,1). Ecco il «segno di Giona», il profeta inghiottito dai flutti che abitò nel ventre di un pesce, figura del Figlio dell’uomo, del Messia di Dio, che sarebbe stato nascosto «nel cuore della terra» per altrettanti giorni. Così il pesce era figura del sepolcro, cioè delle profondità della morte, secondo l’interpretazione di Agostino, mentre i tre giorni già annunciano il terzo giorno della risurrezione, confessato dal Simbolo degli Apostoli: «il terzo giorno risuscitò da morte».
    Come Giona, dunque, dalla nave precipitò nel ventre del cetaceo, così Cristo dal legno della croce discese nel sepolcro e nell’abisso della morte (in sepulcrum vel in mortis profundum). E come Giona si sacrificò per salvare i marinai che erano in pericolo a causa della tempesta, così fece pure Cristo per gli uomini che vivono tra i flutti agitati di questo mondo (Agostino di Ippona, Lettere 102,34).
    Il sonno di un Dio che muore introduce i credenti in una solidarietà inedita di Dio con gli uomini, e degli uomini con Dio e tra di loro; su questa via notturna, rischiarata solo dal bagliore tenue di una speranza contraddetta, l’uomo potrà scoprire, a fatica e a tentoni, che in Cristo «la morte ci trascina e ci trasfigura», perché «nel niente delle notti, essa è le lancinanti interrogazioni della libertà» (E. Jabès). «Da quella morte però» – come scriveva san Paolo – il Dio che risuscita i morti «ci ha liberato e ci libererà, e per la speranza che abbiamo in lui ancora ci libererà» (2Cor 1,10), perché «la morte è nell’amore e l’amore prima e dopo la vita» (E. Jabès).


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