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    L’esercizio

    del pensiero affettuoso

    nel campo educativo

    Andrea Brutto


    Compito essenziale di un’autentica educazione è cercare di comprendere quello che succede in noi e intorno a noi. Un buon educatore è chiamato a leggere e ad aiutare a leggere il senso profondo degli eventi della vita. In particolare, quelle situazioni nelle quali ci si mette in gioco e che richiedono un coinvolgimento a 360 gradi di se stessi, della propria intelligenza, come dei propri affetti.
    Per poter far fronte a questo compito, occorrono alcuni strumenti. Uno di questi è la psicologia. Con questo termine, generalmente, vengono evocate immagini di sedute di analisi tese ad indagare i meccanismi reconditi della nostra psiche, con il rischio di leggere la persona in modo unidimensionale, parziale, separato dall’insieme dei vissuti che costituiscono la sua vita.
    La prospettiva che qui intendo presentare, che è quella delineata da A. Manenti [1], considera la psicologia capace di andare oltre l’analisi dei fatti della vita vissuta, per riconoscere in essi la presenza e l’azione di quella realtà più profonda che è l’essenziale umanità.

    Psicologia come scienza umanista

    Intreccio tra fenomeno ed essenza

    Il modo di procedere di questa psicologia è quello di rispettare la dialettica tra fenomeno ed essenza, tra i fatti che parlano e lo strato ontologico, ultimo e universale della persona umana, che in essi si comunica a noi. L’essenza, cioè, rende comprensibile il fenomeno, in quanto ne è la trama profonda che lo fa essere fenomeno umano.
    La ragione di questo relazionarsi reciproco tra analisi delle operazioni a partire dal fenomeno e essenziale umanità ivi presente, è indicata dalla «mediazione storica», che fa riferimento alla natura dell’azione stessa, e dalla «mediazione logica» che consiste nell’approccio conoscitivo che viene usato [2].
    La compenetrazione e il reciproco rimando fra l’analisi delle operazioni e l’essenziale umanità in esse nascosta, è attestata dalla psicologia con l’uso di «affermazioni miste» dove, cioè, il vissuto è considerato un fatto psichico e, allo stesso tempo, luogo in cui opera l’essenziale umanità della persona [3].
    La lettura in profondità e trasparenza del fenomeno è guidata da uno specifico tipo di intelligenza: quella che «legge dentro» [4], che sa cogliere nel particolare l’universale, nell’esplicito l’implicito. È uno sguardo che penetra e rileva l’oggettivo nel soggettivo, lasciando che la vita parli nel tentativo di decifrare il significato nascosto dei fatti, senza scartare nessun aspetto, ma considerando ogni tema e particolare [5]. Essa può cogliere l’umanità del soggetto e, insieme, la comune umanità universale, connotata dalla dialettica di base tra l’io centrato e l’io che si trascende [6].
    Tutto ciò porta con sé alcune conseguenze: la prima di queste è data dal fatto che l’operazione psichica è un’apertura sul mistero umano, i cui luoghi di manifestazione sono la dimensione temporale, il riso e il gioco, la ricerca, il dolore, la solitudine, l’insoddisfazione… [7]. Inoltre, nella stessa operazione intervengono due attori [8]: il soggetto che desidera, cerca, vuole e la spinta dell’umanità che è in lui e che cerca di realizzarsi.
    Infine, esiste una finalità che, precedendo ogni nostra attiva decisione sottrae la vita alla pura casualità, e che consiste nel dare concretezza all’essenziale umanità che è in noi.

    Il compito della psicologia come scienza umanista

    Quanto fin qui esposto porta a considerare la psicologia come una scienza umanista [9]. Il suo compito comincia con la descrizione delle operazioni dei fenomeni, per poi passare alla ricerca dei dinamismi che li rendono possibili, degli elementi dinamici (desideri, progetti…) e direttivi (che riguardano l’organizzazione degli elementi dinamici in vista del perseguimento di mete e obiettivi riguardanti i valori) della psiche. Questo compito si spinge fino alla soglia dell’essenza dell’uomo quando, rinvenendo un ordine nella vita psichica, caratterizzato dalla presenza di «relazioni invarianti che collegano diversi fatti psichici» [10], arriva a formulare quegli interrogativi inerenti al chi è della persona, alla sua essenziale umanità. Ma la risposta a queste domande la psicologia non è in grado di fornirla, lasciando così il campo dell’analisi di questa realtà alla filosofia e alla teologia.
    In virtù di questa sua capacità di testimoniare nei fenomeni che osserva la presenza di qualcosa d’altro, cioè del mistero dell’uomo, la psicologia si mette in dialogo con le scienze che definiscono l’essenza dell’uomo. Pur nella distinzione del metodo e delle prospettive ciò che accomuna la psicologia con queste scienze, è l’avere a che fare con «la caratteristica umana dell’oggetto che studiano» [11].

    La psicologia come ermeneutica

    Proprio questa caratteristica umanista porta la psicologia ad essere definita come ermeneutica [12]. Cioè, come interpretazione che non si accontenta di spiegare i fenomeni a livello causale e di comprenderli attraverso i significati soggettivi che ad essi vengono attribuiti, ma che va oltre per cogliere il mistero umano che si esprime nei processi psichici e per vedere in che misura questi ultimi traducono, riducono o tradiscono la natura umana [13].
    La psicologia come ermeneutica ha come referenti, da una parte il soggetto, il suo mondo interiore, le sue relazioni, i suoi dinamismi psichici, e dall’altra, una teoria antropologica che definisce cosa sia l’umanità dell’uomo e che fa da modello al quale riferirsi per conoscere come il soggetto traduce l’umanità.

    Aprirsi agli eventi della vita

    Dopo aver delineato le caratteristiche principali dell’approccio psicologico in quanto umanista, capace di riconoscere l’essenziale umanità che fa da trama ai fatti della vita, si tratta di vedere quanto questa psicologia intuisce circa quel pensiero, definito affettuoso e che è capace di capire la vita vissuta, di scoprire in essa quella relazione tra senso oggettivo e senso soggettivo che apre all’accoglienza di un senso più globale per cui valga la pena vivere, impegnarsi, dare la vita.

    Dialogo tra vita che parla e cuore che risponde

    La vita ci parla a partire da dove si è. Il presente, con il quotidiano dipanarsi dei momenti e delle situazioni, è il luogo privilegiato per raccogliere quello che è necessario per scoprire la profondità della nostra vita. Si parla qui di un presente non isolato e ridotto ad attimo, ma un tempo che affonda le sue radici nel passato e porta con sé i germi del futuro. Il presente parla a noi attraverso i fatti che costituiscono il nostro quotidiano e che, proprio perché ci offrono dei dati sulla nostra vita, possono essere chiamati eventi [14].
    Gli eventi hanno la caratteristica di essere polisemici: sono fatti che comunicano, fornendoci non un’unica informazione, ma una pluralità di messaggi che possono essere della stessa qualità dell’evento ma anche di segno opposto. Si viene a creare «una dialettica di opposti dove un polo diventa la figura in primo piano mentre l’altro recede sullo sfondo, ma sempre in un contesto informativo unitario» [15]. Proprio perché polisemiche, le informazioni che provengono dagli eventi non costituiscono qualcosa di rigido che determina la nostra vita, ma la loro funzione è quella di provocare, di stimolare una reazione da parte nostra, di attivare il nostro cuore. Quando il cuore è toccato dagli eventi reagisce giocando, formulando ipotesi, creando uno spazio intermedio, un intervallo tra mondo interno e mondo esterno.
    In questo spazio è possibile leggere gli eventi, recuperandone le connessioni, il legame che li unisce. È come mettere insieme un puzzle il cui disegno, però, non si conosce in anticipo ma si comincia ad intuire man mano che andiamo avanti, che troviamo le connessioni tra un frammento ed un altro.
    Questo modo di procedere non è uno psicanalizzare la vita, un tentativo di spiegarla a partire dal passato, i cui effetti si trovano nel presente; si tratta, invece, di un comprendere che vuol far interagire la cronaca e i significati che ad essa gli attribuiamo, con qualcosa d’altro che è rappresentato da un volto più ampio che la vita offre di se stessa e che si traduce in quelli che chiamiamo significati di vita [16].
    Questa interazione, che possiamo definire circolo ermeneutico, si realizza attraverso gli affetti che gli eventi suscitano nel nostro cuore, funzionando in questo modo: «evento che suscita in noi un affetto, sulla scia del quale accediamo ad una nuova informazione sull’evento che a sua volta induce un nuovo affetto che ci inclina a una più profonda decodificazione dell’evento» [17]. Il circolo si struttura in due momenti: quello recettivo, in cui si ascoltano i fatti, facendo sì che la realtà ci abbracci; quello proiettivo, con cui si verifica se quanto si è accolto dall’evento corrisponde all’evento stesso, facendo sì che siamo noi ad abbracciare la realtà.

    Dall’incontro tra senso posto e senso dato alla scoperta del senso totale

    Possiamo tradurre la circolarità tra vita che parla e cuore che risponde, nell’incontro tra senso dato e senso posto. Il primo è dato, in quanto insieme di significati che gli eventi offrono sotto forma di appello, di invito che interpella; mentre il secondo, riguarda quello posto dal soggetto come guida della sua vita.
    Questa relazione tra il polo oggettivo del senso dato e quello soggettivo del senso posto, fa emergere il senso della propria vita.
    Siamo di fronte al carattere relazionale del senso, in quanto «ai contenuti oggettivi corrispondono prese di posizione soggettive» [18]; e queste prese di posizioni del soggetto comportano un alto investimento, in termini di energie, per ciò che vale, per cui i veri tesori della nostra vita non potranno che essere veramente pochi [19].
    Inoltre, l’incontro tra senso dato e senso posto apre alla totalità di significato che la vita porta con sé. Per la legge dell’esperienza che vuole come l’universale si comunichi nel particolare, questo senso totale si nasconde nei sensi parziali che man mano scopriamo e ci diamo, perché possiamo maturare nella sua scoperta e assimilazione.
    Fino a quella che viene definita l’ora del disincanto, in cui il senso totale si rivela come domanda radicale alla quale dare risposta. È il tempo in cui fare sintesi e che si caratterizza per alcuni segnali. Intanto, per l’esigenza di collocare le esperienze vissute, le tappe percorse in un orizzonte più ampio che ci fa domandare se tutto l’insieme della nostra vita vale la pena, ha un senso; si capisce anche che, insieme al buon grano dell’adesione al bene, convive nel nostro cuore la zizzania di una certa connivenza con il male, la cui presenza ci fa chiedere se ci sia ancora spazio per la fiducia nella vita; infine, si passa dalla cura di sé, dalla salvaguardia di uno spazio in cui allontanare le difficoltà, alla scoperta che i pesi, le sofferenze e le fatiche fanno parte della vita stessa e il metterli fra parentesi ci impedirebbero di vivere veramente.
    Nel disincanto quello che si sperimenta è «un sentire come reazione alla vita globalmente presa» [20]: si sperimentano, in maniera più intensa e diversa, affetti liberi dai loro contenuti che ci fanno vedere la vita come attraversata da tensioni mai riconciliate, da estremi non pacificati.
    Questa reazione mette nella condizione di formulare e rispondere alla domanda sul senso totale; che è una questione, non etica ma religiosa, che esige una risposta la cui ragione non si fonda sulla pura razionalità, ma risiede nella dedizione di sé ad un oggetto totalmente amato, nella «disponibilità a lasciarsi prendere in modo irrevocabile da un a priori o da un punto fermo che non si è disposti a mettere in discussione perché è proprio su quello che si gioca il nostro onore» [21].
    Qui sta l’ultima tappa della maturità: proprio in questa «dedizione di sé ad un oggetto sommamente amato», frutto di un affettività vissuta nel suo grado più alto di affidamento, di consegna di sé all’altro [22]. È il «fare razionalmente una scelta di cuore» [23] che permette di compiere il passaggio dalla responsabilità, che fa impegnare per qualcosa che vale, alla dedizione di sé che ci fa compromettere interamente con questa realtà.

    Il pensiero affettuoso

    Quello fin qui presentato (e cioè la vita vissuta intesa come un incontro tra vita che parla e cuore che risponde, tra senso dato e senso posto che apre al senso totale) è possibile riconoscerlo e comprenderlo grazie ad un tipo di pensiero che viene definito affettuoso [24].
    Il pensiero affettuoso è un cogliere con l’affetto, dentro una determinata realtà, un senso che in essa si realizza e, insieme, la trascende; ed è anche un capire con l’intelletto ciò che si è colto di questa realtà, nel suo aspetto di rimando all’universale. Il pensare affettuoso mette insieme affetto e intelletto: «è la sensibilità a cogliere la bontà delle cose e a valutare la verità di quella bontà, così da legittimare il perché dedicarsi ad esse e con quale profondità» [25].
    Il cogliere dell’amore produce quei sentimenti che vengono chiamati dell’invenimento: la meraviglia e lo stupore, che nascono come reazione di fronte al nuovo e a ciò che si offre liberamente a noi, conducono ad attendere che la realtà scoperta si sveli a noi e si faccia riconoscere.
    Il capire dell’intelletto, invece, genera quei sentimenti che vengono definiti del viaggio: la nostalgia, come brama di qualcosa d’altro che sta più in là di dove siamo; il timore, come turbamento e fascino, paura e desiderio di ricerca della realtà incontrata.
    Il reciproco richiamarsi di queste coppie di sentimenti producono la passione, come «sintesi di piacere per la presenza e dolore per l’assenza» [26]. Per cui, chi è appassionato sa possedere e rispettare, afferrare e trattenersi.
    A questo punto è importante fare alcune sottolineature che possono risultare utili nel prosieguo di questo lavoro. La prima concerne la definizione di affetto, da distinguersi sia dalla sensazione che dall’emozione [27], e da intendersi come «lo sviluppo massimo della sensibilità» in cui «la componente esplorativa del “dentro” già implicata nell’emozione procede nel cogliere l’oltre prefigurato nel dentro» [28].
    L’affetto, cioè, è un sentire aperto a cogliere il senso totale e rappresenta la nostra reazione al mistero della vita. Esso si presenta a noi soprattutto nel momento del disincanto, quando emerge la domanda sul senso globale della vita, la cui risposta richiede un affetto che ha il sapore della disponibilità a compromettersi per ciò che veramente vale.
    La seconda sottolineatura riguarda le ripercussioni a livello affettivo della capacità di guardare alla realtà per coglierne il senso: più questa capacità è ampia e profonda, più ricche sono le nostre reazioni affettive. Allo stesso tempo, è possibile affermare che il maggior uso del pensiero affettuoso rende capaci di uno sguardo più ampio e più profondo verso la realtà.
    La terza, infine, riconosce il rapporto tra affetto e antropologia di riferimento. L’ampliamento della sensibilità non è direttamente proporzionale alla moltiplicazione delle esperienze, ma si raggiunge ponendosi quelle domande che riguardano il senso totale della vita, le cui risposte sono condizionate dall’antropologia alla quale facciamo riferimento; e che, nell’ambito in cui ci muoviamo, è quella cristiana dove l’alterità di Dio rivelata nella storia di Gesù Cristo non è solo un nuovo modello di comprensione dell’umano, ma è un nuovo inizio posto nella storia umana a partire dal quale l’uomo si comprende e si costituisce.

    NOTE

    1 In particolare, faccio riferimento ai seguenti testi: A. Manenti, Il pensare psicologico, EDB, Bologna 1997 (da qui in avanti: PP); Id., Vivere gli ideali/2. Fra senso posto e senso dato, EDB, Bologna 2003 (da qui in avanti VI/2).
    2 Cf PP, p. 30.
    3 Ibid.
    4 Questo tipo di intelligenza, in psicologia si definisce con un termine inglese, insight il cui significato può essere ben tradotto dal latino intus-legere, leggere dentro (cf PP, p. 45ss.).
    5 PP, pp. 47-48.
    6 PP, pp. 58-59.
    7 F. Imoda, Sviluppo umano, psicologia e mistero, Piemme, Casale Monferrato 1995, pp. 17-37.
    8 Cf PP, pp. 38-40.
    9 Cf PP, p. 69ss.
    10 PP, p. 74. Fra queste ultime possiamo, ad esempio, annotare il rapporto tra trasgressione e colpa, tra realizzazione di sé e trascendenza di sé, tra ideali irrealistici e frustrazione (cf anche PP, pp. 75- 76).
    11 PP, p. 73.
    12 Imoda, Sviluppo umano, cit., pp. 120-121; 317-321.
    13 Imoda, Sviluppo umano, cit., pp. 48-50, 317-321.
    14 Cf VI/2, p. 16.
    15 VI/2, pp. 20-21.
    16 Sui significati di vita in rapporto alla crescita della persona, cf la teoria di E. Erikson sul formarsi dell’identità psico-sociale, in VI/2, p. 38ss.
    17 VI/2, p. 47.
    18 VI/2, p. 105.
    19 Ibid.
    20 VI/2, p. 120.
    21 VI/2, p. 124.
    22 VI/2, p. 127.
    23 VI/2, p. 122.
    24 VI/2, p. 133ss.
    25 VI/2, p. 143.
    26 VI/2, p. 146.
    27 La sensazione è una reazione globale ad uno stimolo immediato e legata al funzionamento fisiologico (cf VI/2, p. 149); mentre l’emozione è una sensazione che contiene «un certo grado di consapevolezza del proprio stato interiore e del clima vigente nel mondo esterno» (VI/2, p. 150).
    28 VI/2, p. 151.

    (Tredimensioni 1(2004) 2, 182-190)


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