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    Una scelta determinante: la gioventù della strada e delle piazze da aprire al Vangelo (II/cap. 4 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992

    Capitolo quarto
    UNA SCELTA DETERMINANTE: LA GIOVENTÙ DELLA STRADA E DELLE PIAZZE DA APRIRE AL VANGELO

    Pur potendosi collocare all'interno delle istituzioni a favore dei giovani che si riconoscevano già nella comunità ecclesiale, don Bosco scelse consapevolmente di «essere parroco dei giovani che non sapevano a quale parrocchia appartenevano». Si rivolse principalmente a loro, e adoperò come luoghi di incontro pastorale e di primo annuncio la strada, le piazze, i posti di lavoro, il prato-cortile.
    La scelta, lo stile e i risultati relativi provocarono dissensi e critiche: qualcuno l'avrebbe visto meglio nelle «funzioni normali» di un prete secondo il modello corrente e qualcun altro giudicava l'esito della sua azione inferiore alle attese di un'educazione cristiana.
    Ma nei suoi incontri con i giovani del carcere, della strada, dei cantieri, don Bosco maturò la propria prassi pastorale.
    È vero, il problema dei giovani ai margini della Chiesa si poneva allora in termini totalmente diversi da come si presenta oggi. Nel contesto di religiosità sociale la questione dei giovani lontani era congiunturale, e veniva attribuita alla mancanza delle cure consuete a causa appunto dell'emigrazione, dell'abbandono pastorale, delle condizioni di vita e di lavoro. I riferimenti religiosi vigevano comunque nella mentalità popolare. Un richiamo, un gesto, un luogo significativo, una proposta li risvegliavano, ed erano sufficienti a far riprendere un cammino di consolidamento cristiano. Ma oggi?

    1. I GIOVANI LONTANI OGGI

    Sul fatto della consistenza numerica dei cosiddetti «giovani lontani» non ci sono dubbi. Appare evidente nei risultati di inchieste sulla «assistenza» domenicale, sulla catechesi e persino sul battesimo e prima comunione. Il numero di giovani raggiunti dalle iniziative ecclesiali costituisce una percentuale insignificante sulla totalità.
    Il fenomeno è stato oggetto di riflessioni approfondite e di accurate distinzioni. Ci sono i «lontani» che non hanno preoccupazioni etiche, che hanno perso interesse per la dimensione religiosa; quelli per cui il messaggio cristiano rientra in un generico pensiero religioso, che non si riconoscono affatto nella Chiesa o che, pur riconoscendosi in essa, non frequentano più. Non pochi di loro non si sono allontanati: sono semplicemente nati in un «altro continente culturale», hanno assimilato un «altro linguaggio», sono cresciuti in «altri ambienti», hanno sviluppato «altre appartenenze». Ma il fatto rimane nella sostanza.
    Di fronte al fenomeno due sentimenti tipici percorrono gli ambienti ecclesiali: l'allarme e la rimozione.
    In un primo tempo venne accusato il colpo di sentirsi «minoranza #.>: nel mercato delle proposte di senso rivolte alla massa ci si sente impari. Si punta allora sulla qualità, con la speranza che la significatività di pochi provochi il ritorno dei più, o almeno prevalga nel confronto tra le diverse proposte.
    Così oggi assistiamo a manifestazioni e fermenti che coinvolgono una minoranza (es. i movimenti ecclesiali) di fronte a una grande massa che elabora i suoi criteri e le appartenenze sul distacco pratico dalla proposta cristiana. È il fenomeno della «irrilevanza» o «insignificanza» ecclesiale.
    A che cosa si deve attribuire questa situazione? È questione di messaggio o di linguaggio? Di proposta forte o di solidarietà e vicinanza? Di strategia o di gesti di profezia? È una situazione da chiarire.
    Tra questi due opposti, la minoranza «fedele» e la maggioranza «lontana», si collocano anche le manifestazioni di massa che sottolineano la rilevanza sociale dei credenti. Esse coinvolgono chi è a livelli diversi di assenso o appartenenza e diffondono comunque un messaggio di Vangelo. Ma tutto ciò non raggiunge pienamente lo scopo della Chiesa.
    I giovani lontani si presentano così come sfida alla nostra maniera di vivere e credere: se come novità sconvolgente o come pratica «religiosa»; se come profezia, speranza e annuncio di vita o come conservazione storica e sociale. Essi ci spingono a esplorare il mistero dell'uomo e delle sue odierne «speranze e angosce», che sono lo spazio in cui la parola si è fatta carne e ancora oggi può risuonare.

    2. DALLA PARTE DEI «LONTANI»

    Nei Vangeli appare evidente la sollecitudine per chi è «lontano» perché è partito, si è perso o non è arrivato. Gesù afferma: «Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori». Egli appare incline a rivolgersi a quelli trascurati dalle preoccupazioni proselitiste degli operatori religiosi o per la loro insignificanza (i poveri) o per la loro origine (i pagani) o per il loro modo di vita (i pubblicani) o per i loro antecedenti (l'adultera).
    La preoccupazione sua non è quella di guadagnare uno in più per il suo gruppo, cosa che rinfaccia espressamente ai professionisti della religione, bensì di promuovere la felicità della persona. Gesù infatti approfitta di quanto già opera nella persona come fermento e lo valorizza: la curiosità di Zaccheo, l'interesse di Nicodemo, l'angoscia dell'adultera, il desiderio di ritorno del figlio prodigo. Il suo messaggio di salvezza viene fatto risuonare nella vita.
    I risultati sono poco vistosi per i criteri del tempo. Ma in questi eventi si manifesta la potenza di salvezza. Si dirama la notizia della sua presenza attuale tra gli uomini, e coloro che ne sono coinvolti si riempiono di gioia. Il pensiero della gioia corona la parabola del buon pastore, della dracma ritrovata e del figlio prodigo. La Chiesa è dunque chiamata a gioire per il ritorno di quell'uno che era privato della felicità del Vangelo, più che dei novantanove al sicuro.
    Don Bosco nella sua azione tra i giovani si ispira a queste pagine dell'Evangelo, si attiene all'atteggiamento di Gesù, il Buon Pastore, che va in cerca delle sue pecorelle.

    3. L'ATTEGGIAMENTO EVANGELICO: ESSERE «COMPAGNIA»

    Riguardo ai lontani le sensibilità divergono, sovente senza esplicitarsi. Alcuni pensano che sia solo questione di «attirare» alla «verità» dove noi siamo, che l'esperienza personale ha poco da aggiungere alla proposta di «salvezza». Occorre soltanto diventare disponibili, accogliere ed «entrare». In tal caso l'attenzione a quanto il soggetto, singolare o collettivo, si porta come «vissuto» della sua vita è marginale: è utile per lui solo, non per la sostanza dell'annuncio.
    Ma la realtà dell'incarnazione provoca tutto un movimento verso l'uomo per annunciare lì la parola di salvezza, e Cristo lo esprime nei suoi atteggiamenti verso chi non troverà sul terreno «religioso».

    3.1. Andare «verso» i lontani

    Il primo di questi gesti sta nel «vengo da te», la parola rivolta da Gesù a Zaccheo, declinata poi nel Vangelo in molteplici modi. A chi è già preparato, il Signore rivolge l'invito a unirsi ai suoi. Chi è disponibile o percorre soltanto i primi passi, egli lo incontra nel suol«ambiente», più personale che «fisico»; è un collocarsi spiritualmente sul terreno dell'altro.
    «Uscire» è un altro verbo chiave del Vangelo. Viene applicato al seminatore che getta il seme in diverse terre; al pastore che va in cerca della pecora e al padrone che invita al lavoro.
    «Uscire» e «venire» comportano l'esigenza di staccarsi dalle proprie posizioni per votarsi al dialogo e alla condivisione per una ricerca comune. Esigono di andare più in là della cerchia degli appartenenti, per condividere con «gli altri» quello che essi hanno, piuttosto che soltanto quello che noi portiamo. Vuol dire esplorare con serietà le questioni che preoccupano l'uomo, riformulare il senso che ne emerge. Significa uscire dal linguaggio abituale per provarne altri che esprimano con novità la ricerca del giovane e raggiungano efficacemente la sua interiorità. Dice tentare di inoltrarsi nei luoghi di incontro più vicini alla ricerca della persona, non per tattica, ma perché vi si riconosce la presenza operante di Dio.
    È il senso «missionario» della fede, ricondotto all'essenziale, che non ci chiede sempre di trasferirci in terre lontane, ma spesso di piantare la tenda nel continente giovanile, alla ricerca delle tracce di Dio.

    3.2. Invitare e accogliere

    Ma c'è un secondo gesto dello stesso atteggiamento: è l'invito e l'accoglienza, senza preclusioni e pregiudizi.
    Il Vangelo li sottolinea quando si riferisce ai lontani. Il padre buono accoglie il figlio prodigo, che si era allontanato, in una casa che, secondo i criteri del fratello maggiore, sarebbe stata ben poco famiglia.
    La Chiesa prende il volto di chi la propone. Se si presenta come vera «casa dell'uomo», dove chi è in ricerca può condividere ed essere aiutato a camminare, diventa anche luogo significativo dove «incontrarsi».
    L'invito di venire rivolto ai giovani contiene la promessa di riconoscere e valorizzare quanto essi portano dentro come caratteristica della loro epoca: non è onestà cercare la loro appartenenza per i nostri fini, lo è se si opera per la loro vita.
    L'accoglienza è quanto i giovani si attendono dalla Chiesa. Il «vieni con noi» comporta in prima istanza un'offerta di compagnia, un aiuto nella ricerca, uno spazio di esperienza i cui esiti non sono sempre prevedibili. Accogliere è dare speranza e aprire alla crescita, alla vita.

    3.3. Camminare insieme

    C'è ancora un altro gesto indispensabile quando si pensa ai lontani: «camminare insieme». Proprio insieme: ossia, al ritmo di chi deve ancora interrogarsi e interrogare la fede, percorrendo con lui le tappe che gli si vanno scoprendo.
    Oltremodo eloquente è l'immagine evangelica che rappresenta il Signore che percorre la strada con i discepoli, mentre si snoda un discorso qualunque. Luca la propone in maniera didattica nell'episodio dei discepoli di Emmaus. Essi sono sul punto di «allontanarsi» per l'impatto con la delusione, ma il condividere la strada interiore, di cui è segno il cammino fatto assieme, finisce nella frazione del pane.
    C'è chi esce per «conquistare»; chi accoglie con la segreta speranza di convincere. Ma per risolvere un problema di vita è improduttivo strappare adesioni, se non sono sufficientemente maturate.
    Lo spirito di conquista risulta inefficace e l'adescamento per «amicizia» inconsistente. Rimane l'essere solidali di fronte alle sfide che la vita pone, offrendo la testimonianza di una esperienza personale vissuta con sincerità e proposta con semplicità. Il messaggio allora non sarà tutto previamente elaborato, ma si andrà plasmando in un dialogo fecondo.
    La frattura tra Vangelo e cultura evidenzia una delle manifestazioni più vistose nell'odierno comportamento giovanile. A questa età si elabora l'identità fondamentale, si crea un senso per la vita, si stabilisce il codice personale, si progetta l'impiego delle proprie energie. Gli stimoli e le proposte sono innumerevoli in questo campo; il segno e il riferimento religioso rischiano di restare insignificanti a causa del fuoco delle pulsioni, o per travisamento, se non sono presentati e percepiti come uno spazio di liberazione e un'offerta di vita.
    Il camminare insieme, giovani e Vangelo, giovani e Chiesa, comporta riascoltarsi in permanenza e rispondersi, condividendo solidalmente le vicende del cammino comune.

    4. UN COMPITO: PORTATORI DI PIENEZZA DI VITA

    La comunità ecclesiale manifesta volontà di compagnia, accoglienza e solidarietà perché si porta dentro un'esperienza: ha accolto il dono della «vita». Su di essa ha elaborato una sapienza: la vita è il dono in cui Dio si fa presente, anche sotto apparenze povere e meschine. L'evento di Cristo ne è la prova.
    La comunità cristiana approda dunque a una scelta: stare dalla parte della vita, della sua dignità, del suo senso, della sua pienezza.

    4.1. Esperienza di fede ed esperienza giovanile

    Questa è la notizia che spiega la realtà che non si vede: Cristo, a cui i cristiani si affidano, manifetsa il suo potere sulle forze avverse alla vita con la sua esistenza, specie con la risurrezione.
    Non si tratta solo di un fatto accaduto in Lui, ma della sua persona stessa: «Io sono la risurrezione, la fonte della vita».
    Il giovane rincorre la vita nelle sue più diverse esigenze: riconoscersi ed essere riconosciuto mediante la valorizzazione di ciò che è oggi, e non di quello che «dev'essere o sarà» domani; assaporare l'esistenza esprimendo la propria libertà nella ricerca della felicità, limitata ma possibile, sufficiente per costituire una ragione di esistere; formulare significati e progetti sempre più adeguati alla realtà che gli si va spalancando davanti. Ciò gli dà la consapevolezza di essere nel mondo non «per caso» ma «per grazia», e con una missione da compiere.
    Certo, queste sono le espressioni più implicite e profonde dell'anelito giovanile verso la felicità: sono le meno banali e immediate, nemmeno scevre da rischi, come l'ancorarsi all'effimero, il rinunciare ad andare oltre, l'elaborare in solitudine. Ma è proprio dentro il vissuto profondo del giovane che bisogna arrivare per far emergere la vita.
    Una esperienza, dunque, quella dei cristiani, e una ricerca, quella dei giovani, che sono destinate a incontrarsi e a illuminarsi a vicenda.
    Ma con quale messaggio, con quale comunicazione, con quali gesti? Un segno esiste, anteriore a ogni parola: sperimentare la salvezza, ossia il passaggio da una situazione di morte a una vita. In molti avvenimenti della Chiesa e del mondo si realizza questo passaggio ed emergono mediatori di vita, segni di salvezza.
    La comunità dei credenti è appunto chiamata a leggere il significato totale e futuro di simili realizzazioni parziali, e consegnare una chiave per impostare con senso l'esistenza.

    4.2. Il dono «dentro» di noi

    Il primo messaggio è senza dubbio l'invito a sperimentare la vita nella profondità del mistero che portiamo in noi: è scoprire che è un dono, non acquisito con meriti o sforzi personali, bensì ricevuto.
    Ma non basta accettare il dono. Ne può sempre seguire passività, disinteresse, acquiescenza. Occorre riconoscere consapevolmente il suo valore di realtà, piena di insospettate potenzialità, con valenza di progetto aperto.
    Molti elementi sollecitano oggi alla leggerezza, superficialità, disimpegno. Si può galleggiare nella vita in modo distratto o irriflesso, non lasciarsi interpellare dalle situazioni, dagli interrogativi e nemmeno da orizzonti suggestivi. L'idealismo e la problematicità sono visti con sospetto. E tuttavia finché non si formulano le domande, non ci può essere neppure l'attesa di risposte.
    Accogliere la vita come dono, scorgere e invocare una presenza misteriosa, anche se ancora senza un nome, è spesso un passaggio inevitabile: «Conoscendomi, ti conoscerò» (sant'Agostino).
    Sorregge in questa ricerca l'esperienza di altri che raccontano la loro vicenda e comunicano le loro scoperte. L'incontro con la comunità e la sua cultura acuisce la riflessione e comunica saggezza, ne fa percepire il valore e il limite.
    Ma la vita con le sue possibilità e le sue sfide interpella oltre le realizzazioni e spiegazioni che gli uomini sono riusciti a balbettare. Dal loro sforzo d'altra parte sono cresciuti, insieme a semi di vita, anche frutti di morte: lo sfruttamento delle persone, lo sguardo avido sulle cose, la perversione delle proprie facoltà.

    4.3. L'incontro con Cristo

    Cristo e il suo Vangelo si fanno allora incontro come invito a superare la morte e a sperimentare la vita in pienezza: «Io sono la vita».
    Si incontra Cristo in maniera progressiva e con approcci diversi: il contatto con la comunità che crede in Lui, l'imbattersi in modelli di esistenza cristiana, un primo ascolto cercato o casuale di chi apre un nuovo orizzonte nella vita.
    La crescita avviene senza dubbio quando si entra in sintonia con Lui e ci si lascia prendere dal mistero della sua esistenza che rivela il nostro.
    In Lui l'umanità appare non soltanto come la sogna il giovane, ma inabitata da Dio. Sotto la povertà umana c'è la potenza di Dio, garante della vita dell'uomo.
    Cristo vive la vicenda di tutti, a livelli non comuni di libertà, di consapevolezza, di amore, di servizio. La sua esistenza rivela che la vita che palpita in noi è un'invocazione a Dio e una risposta di Dio, meta ultima dell'uomo.
    Per questo Egli è vita.
    La presenza di Dio in noi non è pura interiorità o coscienza; è amore appassionato e trasformante nella storia. Come in Cristo Dio si è offerto per l'umanità, così attraverso noi si fa dono per gli altri: dall'esperienza del gratuito in noi, all'esperienza del dono agli altri. È questa un'altra novità da scoprire.
    Vita e felicità non sono possesso di cose, ma capacità di amare. È quanto esprime il Vangelo: «Chi vuol guadagnare la propria vita, deve perderla», ossia mettersi a disposizione altrui.
    Solo nel perderla – cioè nel liberarsi dal desiderio centrato su di sé – e nel perderla per amore, si raggiunge il vertice del dono, della stessa vita.
    Possono così risuonare le beatitudini per il giovane d'oggi: Beati i giovani che si lasciano prendere dal desiderio di vivere in pienezza!
    Beati coloro che raccolgono gli interrogativi e le sfide della vita! Beati coloro che sono presenti agli appuntamenti della storia in cui è in gioco la vita!
    Beati coloro che riusciranno a vedere la Presenza che costituisce la vita!
    Beati coloro che riescono a leggere nel Figlio l'essere figli! Beati i giovani che si aprono al servizio nel dono di sé, fino anche a perdere la propria vita!
    Dentro a tali prospettive don Bosco ha progettato la sua missione: essere portatore dell'amore del Padre e promotore di vita in pienezza (di santità) specie tra i giovani «poveri e pericolanti».


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