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    La comunità educativa pastorale valorizza il territorio e in esso si fa proposta (III/cap. 2 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992

    Capitolo secondo
    LA COMUNITÀ EDUCATIVA PASTORALE VALORIZZA IL TERRITORIO E IN ESSO SI FA PROPOSTA

    La comunità educativa pastorale è chiamata a offrire risposte adeguate a situazioni concrete: i giovani e gli educatori sono quei giovani e quegli educatori; le esigenze, problemi e risorse si configurano in modo ben determinato.
    Si può rispondere a domande precise con proposte generiche o vaghi interventi. La comunità educativa pastorale dunque può svolgere un'azione adeguata ed efficace solo quando si misura seriamente con il tessuto umano in cui è collocata, ossia il territorio.

    1. IL TERRITORIO HA UN RIFERIMENTO CENTRALE: L'UOMO

    Il termine «territorio» assume qui il significato ampio e generale di comunità umana, che presenta una sua particolare struttura e organizzazione della vita e dei rapporti.
    Diverse realtà configurano il territorio e mettono in rilievo le sue varie dimensioni. Ciascuna ha una sua importanza dal punto di vista operativo.
    Il territorio è spazio fisico-geografico, ossia terra abitata da un popolo o da una comunità e il rapporto che questi hanno con esso di possesso, migrazione, passaggio.
    Su questo spazio fisico si compiono azioni che influiscono sulla totalità della vita. La sua configurazione riflette la vita e incide su di essa: aiuta a creare un rapporto degli uomini tra di loro e con l'habitat.
    Lo spazio geografico offre condizioni che fanno acquisire particolari caratteristiche all'esistenza, alla cultura, alle istituzioni.
    Il territorio comprende l'ambiente: l'insieme di condizioni in cui cresce e si sviluppa la vita individuale, sociale, culturale. Presenta un equilibrio che è allo stesso tempo stabile e dinamico; viene modificato infatti nel processo di scambio che si verifica sia in modo cosciente che in forma inconscia. In esso ciascuno è chiamato a offrire un proprio contributo di crescita mentre usufruisce dell'insieme che risulta dagli apporti di tutti.
    Storia, costumi, tradizioni, cultura, subculture costituiscono il tessuto primario dell'ambiente, in cui ciascuno si trova inserito.
    È inclusa pure nella realtà del territorio la comunità umana naturale, che nel processo di socializzazione caratteristico della nostra epoca manifesta due tendenze: partecipare alla vita dell'intera umanità, superando la chiusura dei gruppi; e riportare le decisioni e le responsabilità per sviluppare e organizzare la vita dentro raggruppamenti umani più ridotti, ben definiti e concreti.
    Si creano così punti di riferimento per la crescita della comunità umana: famiglia, gruppo, insediamento spontaneo, quartiere, città.
    In essi agisce come collettività un certo numero di persone, mantenendo un riferimento alla comunità più ampia: città, nazione, continente. C'è ancora il tessuto di rapporti umani. Nel territorio è determinato in maniera del tutto caratteristica rispetto ad altri luoghi di incontro, come la fabbrica, la scuola, l'ufficio.
    Il fondamento dei rapporti non è l'impresa o il lavoro, ma la vicinanza. Sul territorio sono attigui non soltanto gli individui, ma principalmente le famiglie. Nel quartiere si incontrano le persone ma più ancora i gruppi, in un interscambio che salda identità personale ed esigenze di socialità.
    L'organizzazione sociale e politica aggiunge un tratto diversificato al territorio. È dunque territorio non soltanto lo spazio fisico, ma soprattutto il contesto risultante dalle leggi che regolano i rapporti sociali e la gestione del potere.
    Dal punto di vista sociale e politico sono in essa rilevanti: – le famiglie che costituiscono l'ambito fondamentale di sviluppo delle persone;
    – i gruppi naturali e spontanei, fattori importanti di socializzazione, che offrono un'ampia area per la sperimentazione di rapporti e di ruoli;
    – le istituzioni con fini speciali che servono per l'incontro e la distensione, per la salute e i problemi sociali, per la cura dell'ordine pubblico, per l'educazione: attorno ad esse si costruisce la fiducia della comunità e si rafforzano i legami tra le persone;
    – le strutture del quartiere che rappresentano il punto di equilibrio tra personale e pubblico attraverso cui è possibile il coinvolgimento reale di tutti i cittadini nella gestione della cosa pubblica, l'individuazione dei bisogni, la programmazione e la valutazione delle risposte.
    Nella comunità sociale ci sono anche le circoscrizioni intermedie di collegamento tra le comunità piccole (quartieri) e la più vasta unità della città, che permettono di rendere convergenti i servizi specializzati, come distretti scolastici, unità sanitarie locali, servizi di prevenzione e di cura delle situazioni di emarginazione e di devianza e consentono più facilmente un pronto intervento nei confronti delle persone e famiglie in difficoltà.
    Viene inclusa nel territorio anche la cultura popolare, che trova in esso il suo ambito primo di incontro e di circolazione, di integrazione e di elaborazione.
    Per «cultura» intendiamo qui la configurazione che prende la vita e le corrispettive forme di coscienza caratteristiche di un gruppo umano in un dato momento storico e in un dato ambiente. «Cultura popolare» poi viene considerata quella che esprime il popolo nella sua vita, al di là e prima di ogni sistemazione e organizzazione scientifica. Il singolo è coinvolto e avvolto da questa mentalità comune.
    Ambiente e cultura sono per la persona fonte di dignità e di identità: il patrimonio culturale offre i valori di base e la chiave di comprensione della propria realtà. L'identità personale si capisce sempre dentro l'orizzonte più ampio di un'identità culturale per cui le offerte ambientali diventano fattori insostituibili di sviluppo della persona.
    Dalla configurazione e descrizione del territorio emerge con chiarezza un riferimento che diviene centrale e decisivo: l'uomo. Verso di lui, nella sua duplice manifestazione di persona e comunità, confluiscono tutti gli elementi.
    È per la rinnovata consapevolezza della centralità della persona umana che l'accezione attuale del territorio non si limita alla concezione burocratico-amministrativa o a quella puramente geografica.
    Il territorio viene visto assai più come luogo di convivenza e di interessi comuni, caratterizzato dalla collettività che vi abita, portatrice di bisogni e ricca di potenzialità: spazio di partecipazione in cui si dà un contenuto di valori al fatto organizzativo.
    Il territorio consente a ciascuno di diventare responsabile di quanto accade attorno a lui e di dare così il contributo all'evolversi della storia umana.
    L'uomo, dunque, oltre ad essere centro della struttura del territorio, è anche la fonte da cui scaturiscono i dinamismi sociali e culturali che danno a un territorio la sua particolare fisionomia.

    2. I DINAMISMI

    Il territorio da semplice spazio ambientale e culturale cresce come luogo di partecipazione e di protagonismo nella misura in cui i diversi elementi che costituiscono il tessuto sociale interagiscono positivamente tra di loro.
    Li esaminiamo e ne consideriamo l'interazione.
    Un primo elemento dinamico è l'iniziativa delle persone.
    Essa si trova alla base di tutti i processi. È il perno del continuo snodarsi e riannodarsi di rapporti, incontri, esperienze. Intorno ad essa si costituiscono forme di integrazione che denominiamo comunità. Queste modellano la storia personale e il modo di essere non meno di quanto la persona influisca sulla loro forma e sulla loro storia secolare.
    Con la sua volontà e capacità di iniziativa, la persona è la cellula prima da cui promana ogni impulso di vita e di comunicazione. Oggi ogni ambiente e contesto di vita obbliga ciascuno a operare delle scelte tra le varie alternative possibili: il territorio è lo spazio dove la persona è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità per dare all'ambiente e alla comunità una fisionomia e un volto umano.
    Una seconda fonte di dinamismo sta nella partecipazione.
    Essa è misura della vitalità delle aggregazioni sociali. Non la si intende come semplice «far parte della vita sociale», ma come un certo tipo di presenza in base alla quale la persona riesce a essere e operare quale «soggetto» corresponsabile e codeterminante delle decisioni collettive, che sempre più direttamente la coinvolgono.
    Una vera partecipazione ha luogo quando la persona può:
    – conoscere il proprio ambiente, le strutture da cui provengono le decisioni che la riguardano e i dinamismi che creano le condizioni di vita che le coinvolgono;
    – sentire il territorio come ambiente favorevole alla sua piena realizzazione umana;
    – fruire in modo adeguato dei valori materiali e culturali del territorio;
    – contribuire e determinare i valori dell'ambiente per il bene personale e collettivo.
    Un altro elemento dinamico è l'aggregazione spontanea.
    Le iniziative dei singoli confluiscono nelle aggregazioni primarie della vita sociale: i gruppi, le associazioni, le comunità.
    Tra queste aggregazioni assumono particolare rilevanza ai fini del dinamismo territoriale quelle:
    – che fanno maturare i rapporti umani;
    – che permettono più evidentemente l'iniziativa libera della persona nella sua ricerca di partecipazione;
    – che sanno cogliere le domande e le urgenze della comunità più vasta in cui vivono e, come risposta, promuovono interessi comuni.
    Un'ulteriore variabile che ha peso nel territorio sono le istituzioni.
    Esse sono un sistema organizzato di procedure e di ruoli sociali, sviluppato intorno a un valore o a una serie di valori, e un insieme di meccanismi messi in atto per mantenerli, regolarli e trasmetterli.
    Possono essere raggruppate in alcune importanti categorie:
    – le istituzioni familiari: l'insieme di atteggiamenti, ruoli e norme che segnano il comportamento affettivo e sessuale della coppia, la trasmissione della vita e i rapporti educativi nella maturazione e crescita dei giovani;
    – le istituzioni culturali: concernono l'elaborazione e la trasmissione del sapere e dei beni culturali; vi rientrano le organizzazioni scientifiche, artistiche, filosofiche, educative, ricreative;
    – le istituzioni economiche: provvedono alla produzione e distribuzione dei beni e dei servizi;
    – le istituzioni politiche: riguardano l'esercizio del potere e dei rapporti di una data società con altre;
    – le istituzioni religiose: si offrono come luogo di sostegno, dialogo e condivisione per tutto quello che riguarda la fede e le sue espressioni.
    Le istituzioni esercitano una funzione di promozione o di resistenza: interagiscono con persone e aggregazioni spontanee, selezionando, incanalando e stimolando iniziative e richieste, ma alle volte anche frenando, escludendo e discriminando.
    Un'attenzione critica, umana, educativa e pastorale è indispensabile, affinché divengano luogo di espressione della persona anziché fonte di intralci e condizionamenti.
    Una istanza di particolare dinamismo spetta alla comunicazione sociale.
    L'uomo di oggi non può ignorare ciò che avviene non solo intorno a lui, ma ovunque. Avvenimenti culturali e sportivi, grandi catastrofi, conflitti sociali e guerre, personaggi del bene e del male entrano nella sua fantasia e in qualche modo lo coinvolgono. Nel territorio inoltre si emettono e circolano messaggi attraverso eventi, gesti e parole. In questo coinvolgimento di tutte le persone e di tutta la realtà nel fatto comunicativo, si possono sottolineare alcuni vantaggi e rischi compresenti.
    La comunicazione permette l'informazione tempestiva della popolazione, che si apre ai problemi del territorio, della città, della nazione e del mondo. Ciò però comporta simultaneamente il rischio di manipolazione ideologica da parte di chi gestisce le reti dell'informazione.
    I messaggi collettivi concorrono in forma determinante a plasmare valutazioni, immagini, criteri largamente condivisi e fanno crescere la partecipazione delle persone; ma talvolta possono portare alla massificazione e al livellamento culturale.
    I messaggi che dall'esterno entrano nella struttura unitaria delle forme di vita di un territorio possono cambiare in meglio i modi di pensare e di agire; ma possono anche alterare in maniera anormale e violenta le radici e la convivenza di un territorio.
    In questo quadro di potenzialità e pericoli, il territorio può divenire lo spazio dove la massa dei messaggi è ricondotta alle reali dimensioni e ai reali bisogni delle persone, tramite un servizio di informazione che sia:
    – critico, cioè favorisca il discernimento delle proposte che servono alla crescita dei singoli e delle comunità;
    – operativo, ovvero impegni a collaborare perché il vero, il bello e il giusto, ovunque sia e da chiunque proposto, possa maturare.
    L'ultimo elemento dinamico si riferisce alla trasmissione culturale.
    C'è un complesso di oggetti, costumi, usi popolari, feste, celebrazioni, idee, conoscenze, abitudini, valori e atteggiamenti che ogni generazione di una società trasmette alla successiva. Questa trasmissione, oltre a comportare un'immensa economia in quanto non c'è più bisogno di riscoprire quanto è stato acquisito dalle generazioni precedenti, è anche sorgente ineliminabile di identità.
    Ci sono alcuni processi fondamentali di apprendimento di quanto forma il patrimonio del proprio gruppo: l'inculturazione, la socializzazione e l'educazione.
    L'inculturazione è il processo mediante cui si acquisisce e si interiorizza il corredo culturale necessario al normale inserimento nella società.
    La socializzazione è il processo mediante cui le persone vengono immesse in gruppi e rapporti sempre più vasti: famiglia, scuola, associazioni, comunità cittadine e nazionali.
    L'educazione è il processo mediante cui le persone cercano in modo cosciente e con un progetto intenzionale di sviluppare tutte le loro potenzialità e vengono sostenute nella realizzazione di legittimi obiettivi personali e comunitari.
    Questi tre processi, nel loro insieme, costituiscono la corrente viva e dinamica attraverso cui viene consegnata e rielaborata la tradizione. Nell'attuale riscoperta del territorio, essa giuoca un ruolo di primo piano quale antidoto alla frantumazione culturale e sociale, configurandosi come:
    – uno spazio umano per vivere: il senso di appartenenza a una famiglia e a un ambiente sociale conferisce all'esistenza un mododi pensare e di agire che è la sostanza della memoria collettiva propria del vivere sociale;
    – un ancoraggio per l'identità: crea continuità per il modo di pensare e attraverso un codice di valori, premunisce contro il caos nei processi di cambiamento;
    – una spinta verso il futuro: il legame con le radici è sorgente di più deciso orientamento verso l'avvenire.

    3. VALORI EMERGENTI DALL'ATTENZIONE AL TERRITORIO

    Il pensare in termini di comunità-territorio modifica le prospettive dell'agire umano, mettendo in risalto determinati valori e certi punti di riferimento.
    Ne sottolineiamo alcuni.

    L'affermazione della persona come fine delle strutture

    Parlare di territorio come spazio dove la persona è chiamata ad assumere le proprie responsabilità, significa impegnarsi perché esistano nel concreto le condizioni oggettive per un'effettiva partecipazione.
    Ciò richiede attenzione, coraggio, costanza di mettersi sempre nell'ottica della persona; il che suppone una grande passione per l'uomo, una disponibilità continua alla modifica delle strutture, qualora i bisogni delle persone siano mutati, una possibilità reale di scelta libera dei servizi sociali, sempre a «misura dell'uomo» che ha bisogno; e, infine, una costante attenzione a come viene gestito il potere nel territorio, pronti a intervenire ogni volta che i diritti delle persone e la loro dignità non siano rispettati.

    Il valore della conoscenza obiettiva della realtà

    Il procedere soltanto in base a spinte soggettive di generosità, senza raccogliere i dati della realtà che si vuole correggere e superare, ha rivelato già nella prassi i suoi limiti: soddisfa la persona che opera, ma non trasforma le situazioni.
    L'attenzione alle persone richiede la conoscenza dei bisogni e l'individuazione delle cause che vi stanno alla radice. Il territorio denuncia la distorsione di quegli interventi che si fanno fuori o al di sopra delle situazioni. In questo senso richiama costantemente a guardare, capire e interpretare la realtà secondo i dati che essa offre.
    La conoscenza deve essere dunque oggettiva, perché gli interventi si possano adeguare realmente alle persone in situazioni di bisogno; deve essere anche dinamica, perché la vita cambia continuamente.
    Per raggiungerla ci sono due vie complementari, l'esperienziale e la sistematica.
    La prima si sviluppa allargando maggiormente tra le persone la coscienza dei diritti e aiutando a esprimere i bisogni; imparando a convivere per sentirsi dentro i problemi; riflettendo sull'esperienza perché essa non resti materiale muto e insignificante; e infine stabilendo il dialogo non soltanto con le singole persone, ma con i gruppi e le categorie.
    Mentre la seconda, la conoscenza scientifica sistematica, è oggi facilitata nel suo sviluppo dai sistemi di rilevamento e dalla comunicazione tra le istituzioni: si può usufruire delle banche-dati elaborati in sedi civili, come anche giovarsi di semplici strumenti propri.

    La mentalità di promozione umana

    L'istanza è applicabile sia nell'ambito umano che in quello specificamente religioso. L'attenzione al territorio s'inquadra in una visione culturale che intende spostare gli interventi dai servizi riparatori e di conservazione a quelli di promozione e preventivi, dalla cura alla crescita.
    L'intento di mobilitare forze più per lo sviluppo che per il contenimento spinge a radunare la gente e a interpellarla; a reperire e valorizzare le energie, le competenze, le disponibilità presenti nel territorio; a raggiungere le mete possibili e in modo coinvolgente.
    Emerge così una richiesta di educazione di tutta la comunità civile (genitori, adulti, giovani) che costituisce una reale sfida.

    La sensibilità verso l'ambiente

    Essa porta a valutare ogni elemento nell'insieme e i suoi effetti sulle persone. In un'ottica di promozione e prevenzione acquista valore una serie di fattori che fanno parte essenziale dello sviluppo umano: l'atmosfera non inquinata, gli spazi verdi, gli impianti sportivi e di distensione per tutti.
    Oggi numerose forze sociali (i movimenti ecologici, di salvaguardia dell'ambiente, per la pace, per la qualità della vita) prestano molta attenzione all'habitat. E a ragione, perché questo modella comportamenti, atteggiamenti e rapporti.
    Altrettanta sollecitudine va spesa perché il giovane sia libero da ogni forma di inquinamento morale, difeso da persuasori manifesti occulti.
    L'ambiente, che è un dono per tutti, diviene veramente umano se ognuno può percepirlo come un fattore di crescita e non, come emerge oggi, quale problema assillante.
    Ciò esige un cambio di mentalità, una conversione di atteggiamenti e di pratica di vita che portino tutti, ma particolarmente la comunità cristiana, a sentire la risonanza collettiva di ogni elemento e a condividere più largamente i beni ambientali di cui si dispone.

    4. COME LA COMUNITÀ SI FA PROPOSTA NEL TERRITORIO

    Sulla scorta delle precedenti considerazioni emergono indicazioni per l'intervento della comunità nel tessuto territoriale.
    Una prima linea di marcia consiste nel fare della comunità educativa pastorale una presenza «significativa» nel quartiere.
    Sotto questo profilo la comunità educativa pastorale può essere anzitutto un «punto di aggregazione».
    La comunità coinvolge nel suo compito educativo-pastorale le forze sociali esistenti sul territorio e nella chiesa locale, e tende essa stessa a integrarsi nella realtà umana e cristiana in cui vive.
    Mantiene con queste forze un dialogo e un confronto arricchente, partecipa alla formazione e promozione umana e cristiana dei giovani, collaborando con gli organismi che lavorano per le stesse finalità.
    Perché questa capacità di coinvolgimento e collaborazione si renda visibile, la comunità deve diventare sempre più un centro di accoglienza e convocazione del maggior numero possibile di persone: di giovani attirati da una presenza e una proposta, di educatori e collaboratori che si impegnino nell'azione educativa, di genitori in quanto primi e principali responsabili della crescita dei giovani, di simpatizzanti che hanno fatto una scelta di ispirazione cristiana; di persone interessate agli aspetti umani e religiosi del territorio disposti a sostenere ogni opera di bene.
    È necessario poi che si pensi e operi come centro di comunione e partecipazione, per cui la comunità educativa si costruisce come una spirale in cui il nucleo centrale allarga sensibilità e corresponsabilità verso la periferia.
    Concretamente questo comporta un coinvolgimento, a diversi livelli e con compiti diversi, della comunità che anima dal punto di vista evangelico e operativo; dei numerosi laici che potranno essere corresponsabilizzati nella definizione del progetto, e nelle attività; di coloro che aderiscono ai valori promozionali dell'uomo e agli orientamenti educativi fondamentali del progetto; di chi nel territorio è capace di sostenere un progetto con la loro professionalità e simpatia.
    La comunità educativa pastorale deve essere impostata poi come un vero centro di irradiazione.
    La comunità educativa non è circoscritta da mura, ma si dirama nel territorio. Le diventerà connaturale essere presente attraverso i suoi membri nei momenti consultivi, deliberanti, esecutivi dell'organizzazione sociale. La sua competenza educativa e pastorale la sollecita a essere utile alla gioventù del territorio.
    Per questo è stimolata a organizzare alcune delle sue componenti per influire sul territorio, come l'associazione dei genitori oil movimento dei giovani, collegandoli ad altre realtà che perseguono i medesimi obiettivi.
    Farà del territorio il campo di impegno dei gruppi giovanili. Nel pluralismo di gruppi educativi ed ecclesiali, con accentuazioni e finalità diverse, si propone con determinazione di:
    – curare la dimensione ecclesiale: far sì che i gruppi si sentano gradualmente partecipi di una vasta comunità ecclesiale, individuando anche forme di partecipazione ai vari organismi ecclesiali con specifico riferimento giovanile;
    – maturare in ciascun gruppo una sensibilità di servizio, proponendo forme concrete di animazione dell'ambiente e di intervento sociale;
    – abilitare i gruppi a una capacità di analisi obiettiva e strutturale delle situazioni e a un arricchimento costante dei quadri di riferimento perché siano in grado di interpretare con intelligenza ed efficacia;
    – favorire confronti su problemi e situazioni tra i gruppi operanti nello stesso ambiente.
    La comunità cerca inoltre di aprire nuovi spazi alla collaborazione, che si presenta oggi con possibilità molteplici e si organizza attorno a situazioni e valori inediti.
    In particolare è sotto gli occhi di tutti una crescente sensibilità sul tema del volontariato a livello di scelte singole e di gruppo. Esso esprime valori attuali, quali la solidarietà, la gratuità, lo spirito di servizio, l'impegno di liberazione.
    Nel territorio vengono offerti a tale proposito spazi operativi: sono le strutture pubbliche di servizio, nelle quali bisogna dare un proprio contributo di umanizzazione, le strutture private «ecclesiali» perché siano un annuncio del Vangelo nella testimonianza di vita, il servizio «in proprio», anche come momenti «anticipatori» di impegno nelle aree di povertà e di emarginazione trascurate.
    Infine la comunità educativa pastorale sorregge e incoraggia i cristiani impegnati nel territorio.
    Ci sono membri che rivestono responsabilità negli enti locali, a livello politico, amministrativo, tecnico, dirigenziale: hanno bisogno del sostegno della comunità.
    È chiara l'esigenza da parte loro di affrontare con competenza, solerzia e onestà le responsabilità, resistendo alle tentazioni di servirsi delle nuove funzioni per costruire o rafforzare centri di potere o interessi personali.
    Ma la comunità deve sentire il dovere di incoraggiarli nella loro impresa perché conservino il senso dei problemi concreti delle persone, portino nel cuore del civile la preferenza dei più poveri e sappiano tradurre in scelte politiche i valori in cui credono.
    Una seconda direttiva di cammino sta nell'infondere un ampio respiro culturale al progetto educativo pastorale.
    L'educazione giovanile e popolare è un'area specifica del progetto, ma anche una modalità che informa tutti gli aspetti, non esclusa l'evangelizzazione, che del progetto costituisce il cuore.
    Come comunità educativa ci rivolgiamo ai giovani per renderli idonei a occupare con dignità il loro posto nella società e nella Chiesa e a prendere coscienza del loro ruolo in vista della trasformazione cristiana della vita sociale.
    Da ciò conseguono tre indicazioni di rilievo.

    4.1. Educazione «propositiva»

    Territorio, attese giovanili e progetto richiedono una comunità in atteggiamento di vigilante valutazione, produzione e diffusione di cultura entro i propri compiti e possibilità.
    Questo comporta:
    – sforzo creativo di programmazione e di proposta alla luce della situazione del territorio;
    – assunzione, come obiettivo del processo formativo dei giovani, dell'elaborazione di una «visione cristiana» dei problemi dell'uomo;
    – attenzione a stimolare e accompagnare nei giovani un processo che abiliti a valutazioni critiche e a capacità di dialogo della cultura corrente;
    – formazione di giovani capaci di porsi di fronte a se stessi, agli altri e alla società, muniti di patrimonio ideale (valori e significati), di atteggiamento dinamico critico di fronte agli eventi, di capacità di scelte motivate e di servizio;
    – impegno a far maturare coscienze personali che sappiano fare «obiezioni di coscienza» contro leggi e comportamenti ingiusti o dannosi, come una espressione delle proprie convinzioni etico-politiche e come servizio necessario al bene comune;
    – sensibilità per motivare, creare e vivere una cultura di pace, educando alla non violenza, elaborando una pedagogia della pace, mostrando che il «discorso della montagna» è capace di incidere sulla realtà storica;
    – presentazione di un tipo di cristianesimo aperto al riconoscimento dell'autonomia del profano, poco incline alle esperienze religiose di estraniazione dalla storia;
    – capacità di promuovere rapporti diretti con l'esperienza complessiva della società civile, politica e religiosa, favorendo un'analisi vitale e arricchente dell'attualità;
    – sforzo di sostenere la famiglia nel suo compito di mediazione culturale, di espandere la dimensione educativa nel quartiere attraverso attività di coscientizzazione;
    – condivisione di iniziative culturali e promozionali comuni, e partecipazione nelle sedi che le diverse legislazioni rendono accessibili.

    4.2. Evangelizzazione «popolare»

    Il contributo principale di una presenza pastorale alla vita del territorio consiste nell'offrire tempi, spazi e temi di interrogazione e di invocazione che rispondano alla domanda religiosa e rendano plausibile una risposta di fede: costituirsi secondo la propria natura in centro di riferimento per il dialogo religioso e particolarmente per l'annuncio del Vangelo.
    Il riferimento al territorio porta a sottolineare alcune attenzioni.
    Bisogna evangelizzare i «problemi dell'uomo» attraverso la parola e l'intervento. La comunità educativa deve mettersi in sintonia con il mondo in cui essa vive e cercare all'interno di questa situazione il punto di inserzione e di incontro per annunciare la parola di Dio.
    Chi resta al di fuori dell'esistenza concreta dell'uomo non può evangelizzarlo; potrà, forse, farne un erudito delle verità rivelate, ma non riuscirà a fare la strada insieme con lui verso il Signore.
    C'è allora da individuare le aree o settori in cui si articola l'universo giovanile di un territorio e le carenze più vistose che creano maggiore emarginazione e frustazione; da esplicitare i problemi che la crescita umana e della fede incontra nel contesto dell'intera comunità; da ripensare e riesprimere il Vangelo affinché sia per tutti un annuncio concreto di gioia, di speranza e di esistenza nuova nelle situazioni in cui si vive.
    Un'altra attenzione consiste nel valorizzare, sostenere ed evangelizzare la religiosità popolare.
    Questa si presenta come fede e come tradizione del popolo. Alle volte è percezione confusa dei grandi interrogativi dell'esistenza e delle grandi speranze seminate da Dio nel cuore dell'umanità; alle volte si tratta di pietà popolare con l'intuizione semplice del mistero di Dio e della vita umana.
    È sempre una realtà da evangelizzare e al contempo evangelizzante per i suoi contenuti (cf Documenti di Puebla, nn. 450, 454). In essa ci sono valori religiosi e culturali che costruiscono la comunità umana del territorio mediante convinzioni condivise e momenti di intensa espressione.
    Ne ricordiamo alcuni: la festa, espressione di una speranza e di una presenza che avvolge la comunità; l'incontro, visto quale superamento delle discriminazioni; la solidarietà spontanea nel dolore e nella gioia che fa superare l'individualismo; e infine le tradizioni di gesti, parole, luoghi, convinzioni, che identificano con un senso dell'esistenza radicato nella trascendenza.
    La religiosità popolare però, particolarmente nei suoi livelli più spontanei, ha bisogno di un'opera di educazione evangelica (EN 48; Puebla 456-457).
    Le linee di questa educazione impegnano a far emergere le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili; a purificare da elementi devianti, da deformazioni, da manifestazioni culturali vuote di fede (cf EN 48); e a orientare verso maggiore profondità, ponendo Cristo e il suo mistero di redenzione e di mediazione al centro della vita e del culto (cf EN 27).
    «Ben orientata, questa religiosità popolare può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro con Dio in Gesù Cristo» (EN 48).

    4.3. Comunicazione «efficace»

    Cultura ed evangelizzazione si fondono nella «comunicazione» che, con parole o senza di esse, informa l'ambiente.
    Nel territorio lo stile di presenza e i fatti hanno una risonanza collettiva. Sono importanti non solo i risultati materiali degli interventi, ma la capacità di questi di diventare modelli di riferimento, segni di determinati valori, messaggi che costruiscono opinione. I fatti e il loro significato circolano e diventano comuni e condivisi attraverso la comunicazione sociale. Con essa si può mobilitare un alto potenziale umano di influenza diffondendo idee, liberando energie di bene, facendo convergere numerose forze a servizio della civiltà dell'amore.
    Non ci si riferisce qui in primo luogo all'uso dei grandi strumenti della comunicazione di massa, e nemmeno all'intervento dei pochi addetti ai lavori, bensì alla capacità della comunità di comunicare con l'ambiente attraverso una presenza che sprigioni messaggi e un linguaggio che faccia presa sulla mentalità corrente del territorio.
    Le possibilità di una tale comunicazione sono legate a diversi fattori. Anzitutto lo stile di vita della comunità educativa emette «messaggi» di vicinanza e solidarietà con il suo atteggiamento di disponibilità, presenza e dialogo; oppure proietta un «vangelo» disinteressato ai problemi dell'uomo con l'estraneità alla realtà territoriale.
    Poi l'immagine dell'istituzione educativo-pastorale può esaurire la sua vita e il suo interesse al suo interno, o dimostrare un impegno di promozione umana a favore dei giovani e del popolo; può rivolgere le sue preoccupazioni prevalenti all'organizzazione o all'educazione per rispondere alle nuove sfide.
    Inoltre la rete di rapporti emette segnali positivi o negativi a seconda che pesino su di essi gli aspetti burocratici a scapito delle relazioni interpersonali, che il centro di interesse si sposti dalla persona e dalla comunità verso la struttura, che ci sia sufficiente interazione giovani-adulti e che entrambi vengano coinvolti o meno nel fatto educativo.
    Ci sono poi i messaggi da far sentire. Devono cercare, scegliere accuratamente e formulare quello che «affina l'uomo ed esplicita le sue molteplici capacità di far uso dei beni, di far progetti, di formare costumi, di praticare la religione, di esprimersi, di sviluppare scienze ed arti; in una parola di dare valore all'esistenza» (CEI, «La Chiesa italiana e le prospettive del paese»).
    Il linguaggio dei simboli, segni ed eventi deve essere immediatamente espressivo e toccante; il linguaggio totale della comunicazione deve entrare nell'azione pastorale (incontri, dibattiti, rappresentazioni, musica, canto, festa).
    Anche la capacità di confronto permette di saper valutare e stimolare a valutare i messaggi emessi da altre centrali, con volontà di approfittarne o di collaborare al loro sviluppo. Per cui occorre ricercare il miglior utilizzo di strutture e di momenti di cui la comunità dispone per una diffusione dei propri messaggi educativi e religiosi (sala di cultura, notiziari, adunanze, riviste). Del resto, bisogna promuovere i collegamenti con tutte le agenzie che si muovono nello stesso impegno di educazione e promozione cristiana della società: molti «messaggi» nel territorio sono collegati ad agenzie, giornali, settimanali, radio, TV, che operano a raggio ampio.
    E infine non si deve sottovalutare l'appoggio da dare ai cristiani o uomini di buona volontà che operano nella comunicazione sociale nel sostegno al codice etico che regola la loro professione: rispetto per la verità, attitudini di mediazione tra eventi e pubblico, impegno educativo e culturale.
    Le forme di comunicazione e di linguaggio esercitano un peso decisivo nella vita sociale e nel costume. Non è un compito solo di specialisti ma di tutta la comunità fare un progetto organico di pastorale della cultura.
    I due grandi aspetti dell'evangelizzazione e dell'educazione richiamano questo terzo, la comunicazione.


    T e r z a
    p a g i n A


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