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    L'esperienza educativa pastorale del Santo dei giovani (II/cap. 1 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992


    PARTE SECONDA

    UN'ESPERIENZA ORIGINALE ED EMBLEMATICA DI PASTORALE GIOVANILE A SERVIZIO DELLA CHIESA

    Capitolo primo
    L'ESPERIENZA EDUCATIVA PASTORALE DEL SANTO DEI GIOVANI

    La questione giovanile – lo abbiamo già sottolineato – insieme al movimento operaio e a quello della promozione della donna, contrassegna l'evoluzione di tutte le società in questo secolo. È un problema sociale e non soltanto educativo. I fattori che la provocano sono ormai noti e le situazioni che ne conseguono fanno parte dell'informazione e dell'esperienza quotidiana.
    La preparazione dei giovani alle responsabilità professionali e sociali si è allungata. Essi rimangono parcheggiati in attesa di lavoro e di partecipazione. Le istituzioni a cui viene demandato il compito educativo non riescono ad accompagnarli durante tutto questo periodo nell'elaborazione di valori e convinzioni. La stessa società pluralista e complessa induce frammentazione nella mentalità e nella coscienza morale. Si percepisce un «disagio» dovuto a un diffuso senso di insicurezza e di emarginazione. In molti è passeggero, grazie al supporto familiare e al successivo inserimento nel lavoro; in altri c'è il rischio della rinuncia a un progetto di vita, dell'apatia o contrapposizione verso la società o della caduta in diverse forme di devianza.
    Un santo, il santo dei giovani, don Bosco, ha affrontato nella sua vita svariati problemi che sono di oggi, quali l'educazione, la cultura popolare, la comunicazione sociale. Ma nessuno richiama tanto la sua memoria quanto la questione giovanile. I giovani, infatti, costituiscono l'elemento indispensabile della sua immagine. E, anche se le biografie per gli addetti ai lavori lo presentano come una personalità dai molteplici aspetti, la compagnia dei giovani sarà da sola sufficiente a identificarlo, mentre tutti gli altri aspetti, senza di questo, non lo rendono riconoscibile.
    Verso i giovani lo portava la sua capacità naturale di sintonizzare con la vita. Si è detto che, così come alcuni nascono poeti, don Bosco è nato educatore. La conoscenza profonda delle aspirazioni giovanili e dei loro disagi gli veniva da una lunga e felice convivenza con giovani di ogni tipo e condizione, ma specialmente con quelli più poveri e bisognosi. «Sono stato quarant'anni tra i giovani – dirà verso la fine della vita – e posso dire che non mi hanno negato mai niente di quanto io abbia chiesto da loro». Il ministero gli diede l'esperienza dell'azione di Dio nel cuore dei giovani e la fiducia nelle loro possibilità.
    Un rapporto lungo quanto la vita, quello di don Bosco con i giovani e dei giovani con don Bosco, che perdura ma non si ripete, arricchito di sempre nuove manifestazioni. Non è quindi facile descriverlo in poche battute. Alcune chiavi di lettura possono comunque darci un'idea della sua esperienza educativa e pastorale.

    1. UNA VOCAZIONE

    Nel recente film su don Bosco (1988) c'è una scena commovente che riproduce un fatto della sua vita.
    Una domenica torrida, dopo una massacrante giornata all'oratorio, mentre torna alla sua stanza, don Bosco sviene. Tosse, infiammazione violenta, perdite continue di sangue. Otto giorni rimane tra la vita e la morte. In quelle sere arrivano gruppi di poveri ragazzi spauriti; piangono e pregano. Alcuni con generosità incosciente fanno promesse difficili da mantenere, come digiunare a pane e acqua per un anno, o recitare il rosario per tutta la vita. La crisi perdura. Molti temono la fine. Ma non venne. Venne invece la ripresa, la «grazia», strappata da quei ragazzi che non potevano rimanere senza padre.
    Qualche tempo dopo, appoggiandosi al bastone, don Bosco si incammina verso l'oratorio. I ragazzi gli volano incontro. I più grandi lo costringono a sedersi sopra un seggiolone, lo alzano sulle loro spalle e lo portano in trionfo. Cantano e piangono. Entrano nella cappellina e ringraziano insieme il Signore. Don Bosco riesce a dire poche parole: «La mia vita la devo a voi. Ma statene certi: d'ora innanzi la spenderò tutta per voi».
    Sono le parole più grandi che don Bosco abbia pronunciato nella sua vita, come una specie di «voto solenne», simile a una professione religiosa, con cui si consacrò per sempre ai giovani. È il progetto di vita sognato all'età di nove anni, a cui don Bosco rimarrà caparbiamente ed eroicamente attaccato, senza ripensamenti e senza rese. Il continente giovanile sarà considerato da lui la terra della sua missione: «Il Signore mi ha mandato ai giovani ed è necessario che io sacrifichi tutto il resto per donarmi a loro». La sua vita verrà riassunta in sintesi lineare: «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa alcuna che non avesse di mira la gioventù».
    Questa sua determinazione di dedicarsi alla gioventù fu a prova di sofferenze, solitudine e sospetti. In un libro destinato ai suoi figli, don Bosco medesimo racconta queste prove in un crescendo emozionante. I primi che vogliono dissuaderlo sono i colleghi nel sacerdozio. La ragione è la norma che regola l'attenzione spirituale dei fedeli: «Don Bosco allontana i giovani dalle parrocchie... cessi dunque di raccoglierli in altre località e li mandi alle loro chiese. Così dicevano due rispettabili parroci che mi visitarono anche a nome dei loro colleghi».
    Vengono poi le apprensioni delle autorità cittadine, allarmate dai commenti e lagnanze dei vicini. «Mio buon prete – gli avrebbe detto Cavour, sindaco di Torino –, prendete il mio consiglio, lasciate in libertà quei mascalzoni. Io vi assicuro che le adunanze che voi fate sono pericolose e quindi non posso tollerarle».
    Si fanno avanti poi gli amici preoccupati della salute di don Bosco, che a loro giudizio andava deperendo come conseguenza del molto lavoro e della fissazione. «Per non esporci a perdere il tutto – gli consigliava un suo collaboratore – è meglio salvare qualcosa. Lasciamo dunque tutti gli attuali giovani. Riteniamo soltanto una ventina per il catechismo». Se l'avesse seguito, don Bosco non sarebbe stato il padre di molti giovani, ma soltanto il buon catechista di un gruppo.
    Interviene poi la nobile Signora, ai cui istituti femminili don Bosco serviva come cappellano, che lo pone di fronte a una dolorosa alternativa: lasciare i giovani o lasciare i suoi istituti. La risposta di don Bosco non dà luogo a dubbi. Niente potrà allontanarlo dai giovani. La reazione della Signora, la Marchesa di Barolo, è immediata: «Dunque, se preferisce i suoi vagabondi ai miei istituti, resta congedato in questo momento. Oggi stesso provvederò chi la deve rimpiazzare».
    E dopo tutto questo sforzo corale per dissuaderlo, viene un'altra prova: il sospetto che patisse di fissazione anormale nei propri progetti e di megalomania. «Intanto – ricorda egli nelle sue Memorie – prevaleva ognor la voce che don Bosco era divenuto pazzo. I miei amici si mostravano dolenti; altri ridevano. Ma tutti si tenevano lontani da me. L'Arcivescovo lasciava fare. In quell'occasione alcune persone rispettabili vollero prendersi cura della mia sanità. Don Bosco, dicevano, ha delle fissazioni che lo condurranno inevitabilmente alla pazzia». Non era infatti comprensibile che perseverasse nella sua determinazione contro il parere di persone di buon senso, alcune delle quali svolgevano ruoli rispettabili.
    Ma il punto più alto di questo calvario è la solitudine totale. «Mentre succedevansi le cose sopramentovate, era venuta l'ultima domenica... I miei collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a quattrocento ragazzi. In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine dei giovani che si trastullavano, e consideravo la copiosa messe che si andava preparando; per cui solo di operai, sfinito di forze, di sanità male andata, senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi, mi sentii vivamente commosso. Ritiratomi pertanto in disparte, mi posi a passeggiare da solo e forse per la prima volta mi sentii commosso fino alle lacrime». Fu la prova suprema, ma non l'ultima. Da quel momento dirà ai giovani: «Io con voi mi trovo bene... la mia vita è proprio stare con voi. Fate pure affidamento su di me». Come chi ha tagliato le corde che lo legavano ad altri impegni, sente che ha preso possesso della terra promessa. La sua sarà una storia di gesti indimenticabili di vicinanza e donazione, corrisposti dai giovani con attaccamento affettuoso.

    2. UN PROGETTO OPERATIVO CON I GIOVANI AL CENTRO

    Don Bosco visse in un tempo di profonde trasformazioni. In un periodo di cinquant'anni (1830-1880) il volto dell'Italia, del-l'Europa e, per molti versi, quello del mondo cambiò sostanzialmente. I processi di unificazione nazionale, la nuova espansione coloniale, le guerre di indipendenza modificarono i confini tra gli Stati. La vita pubblica venne organizzata secondo una nuova visione dello Stato e dei diritti dei cittadini. Ma la scossa più forte si fece sentire nel sociale con l'inizio della rivoluzione industriale, definita come la più drammatica e profonda dopo quella neolitica. L'emigrazione dalla campagna, la crescita disordinata delle città industriali con il seguito di miseria, lo sfruttamento della mano d'opera minorile, il costituirsi di un proletariato urbano in cui presto sboccerà la coscienza della propria povertà e della propria forza, l'esodo verso l'estero sono soltanto alcune delle conseguenze di questo terremoto sociale.
    Nella città di Torino, dove don Bosco diede inizio alla sua opera di sacerdote educatore, queste trasformazioni ebbero un riflesso osservabile a occhio nudo. La popolazione della città si raddoppia nel termine di un trentennio (1835-1865). Dalle campagne scendono numerose famiglie e persone per inserirsi nel mercato del lavoro cittadino.
    La situazione colpisce tragicamente i ceti popolari, alla cui vita, senso religioso e cultura, don Bosco fu particolarmente vicino e sensibile. La condizione precaria delle famiglie si ripercuote sui giovani in forma di inserimento precoce nel lavoro, abbandono del focolare, perdita delle opportunità di educazione, rischio di delinquenza, solitudine e vagabondaggio. Il nesso tra i microfenomeni economico-sociali e la miseria in cui venivano a trovarsi le persone era evidente, anche se non esistevano ancora strumenti per un'accurata analisi della realtà. Le manifestazioni della precarietà erano molteplici e si espandevano come una metastasi, di fronte alla quale le forze di contenimento e cura sembravano inconsistenti.
    Il quadro di bisogni appariva ampio e non risparmiava gli adulti né i nuclei familiari. Dove applicare il rimedio? Don Bosco si orienta decisamente verso la gioventù. La rende centro di interesse per un progetto operativo che punta sul coinvolgimento libero di numerose persone associate per il bene, l'intervento delle responsabilità politiche, l'influsso sulla mentalità del popolo attraverso la diffusione della cultura, la presenza all'interno dei movimenti più significativi della Chiesa e del popolo, quali le missioni, l'emigrazione, il formarsi di associazioni di cittadini.
    Con la scelta della gioventù don Bosco si inserisce in una visione globale di trasformazione della società. Il periodo giovanile – è il suo pensiero – è determinante per la persona perché in esso si radicano atteggiamenti, convinzioni e abiti che consentiranno di affrontare ogni rischio con dignità e garanzia di superamento. Ma per la società, le nuove generazioni sono il fattore determinante di cambiamento in meglio sotto molteplici aspetti: nella convivenza pacifica, nel rispetto dell'ordine pubblico, nel lavoro responsabile e competente, nel senso morale e nella testimonianza religiosa, nella solidarietà.
    La gioventù diventa, dunque, il punto preferito dove orientare gli sforzi e le risorse di fronte a fenomeni di miseria, delinquenza, girovagare o semplicemente di trapasso sociale e culturale. In lui tutto converge psicologicamente e operativamente sul punto focale della gioventù.
    La sua opera si svilupperà al ritmo della scoperta dei bisogni giovanili. Dopo l'oratorio, a cui accorrevano «scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e altri che venivano da lontani paesi», istituì una casa per offrire «alloggio, vitto e vestito a quei giovani di città, o di paesi di provincia i quali sono talmente poveri ed abbandonati, che non si potrebbero avviare ad un'arte o mestiere». Poi vennero i laboratori e le scuole, l'attenzione a coloro che volevano seguire la vocazione sacerdotale e non ne trovavano i mezzi, la preoccupazione per coloro che versavano in pericolo di perdere la fede e i valori ereditati. Così, rimanendo al centro delle sue preoccupazioni i giovani «poveri, abbandonati, pericolanti», il campo giovanile si va allargando man mano che si scoprono nuovi bisogni non sempre materiali, si diffonde l'interesse per l'educazione popolare, cresce la domanda di competenza professionale, emerge l'incidenza della responsabilità del cittadino nei processi sociali, è messa a prova la fede cristiana.
    Il problema delle differenze sociali, secondo le quali stabilire preferenze giovanili, si riduce. Prima della promozione culturale e professionale sono urgenti per tutti la preservazione morale e la fede religiosa, che per don Bosco sono le radici della vera civiltà, le basi sicure della convivenza sociale, e anche l'attrezzatura fondamentale per affrontare la vita.
    Al momento del maggiore sviluppo, l'opera di don Bosco prenderà di mira un'ampia frangia di gioventù «comune», di risorse umane intatte, bisognosa piuttosto dal punto di vista economico, per una sua conveniente promozione umana e cristiana, vedendo in essa il futuro elemento di stabilità e di graduale trasformazione sociale. Abbraccerà anche un numero minore di «discoli» o «devianti» di diverse tipologie, per i quali si pensa sempre preferibile l'intervento preventivo e l'inserimento nelle istituzioni preparate per i più, piuttosto che la separazione in stabilimenti e programmi segreganti. E ancora, una frangia di giovani «di particolare buona indole» e con pietà che costituissero la base esemplare per i suoi ambienti o sono candidati alla carriera ecclesiastica. Il suo non è un progetto settoriale, ma un servizio a tutti i giovani e a ciascuno di essi.
    Ma egli stesso, senza mettere sotto giudizio la struttura della società, si accorgeva che quanto voleva portare avanti in favore della gioventù richiedeva la collaborazione di forze molteplici di ogni estrazione: credenti e non, purché sentissero il problema giovanile e avessero rettitudine naturale e sensibilità sociale per voler collaborare.
    Così concepì un movimento di persone che in certi momenti prende le dimensioni di un'utopia. Si proponeva infatti di coinvolgere governi civili e enti ecclesiastici fino ai massimi livelli nella soluzione di problemi dei giovani.
    A parte questi momenti di sogno, c'è stato da parte sua un impegno ininterrotto di aggregare attorno al problema giovanile: congregazioni religiose, maschili e femminili, associazioni di laici (cooperatori e collaboratori), contatti, amicizia e interessamento di uomini politici, emersione di consapevolezza nella gente.
    Attorno alla stessa preoccupazione maturò un intervento molteplice in campo editoriale per influire sui giovani e sulla mentalità dei ceti modesti: testi scolastici adeguati, letture popolari, calendari, bollettino di collegamento, libri di preghiera, catechismi.
    Sulla stessa linea concepì un progetto missionario in favore della gioventù di altri continenti che erano privi della fede e, in non pochi casi, dei benefici della cultura e della civiltà.
    L'iconografia riproduce bene la sua vicenda quando lo rappresenta circondato di giovani e colloca attorno a questo motivo principale altri accenni ai molteplici fronti apostolici in cui si impegnò. Senza i giovani è irriconoscibile, con i soli giovani è incompleto.

    3. COMPRENSIONE PROFONDA DEL GIOVANE

    Ma sotteso al progetto c'è una comprensione singolare della persona del giovane che determina lo stile di rapporto che l'adulto deve avere con lui, i messaggi da emettere per illuminarlo, l'ambiente da creare.
    Non è facile spiegare tutto ciò a parole. Don Bosco, a chi gli chiedeva un chiarimento o piccolo manuale del suo sistema di trattare i giovani, rispondeva con l'invito a venire da lui e condividere l'esperienza. Molte cose infatti diventano comprensibili soltanto attraverso il racconto di aneddoti e l'interpretazione di brevissimi detti, carichi di storia quotidiana.
    Uno di questi detti sintetizza in tre parole la visione che don Bosco ha del giovane e le condizioni per una risposta educativa valida: ragione, religione, amorevolezza. Ad esse si è riferito il Papa nella sua lettera «Juvenum Patris». Si possono declinare secondo tutti gli elementi fondamentali di un programma educativo.
    Ragione, religione, amorevolezza sono innanzitutto una definizione del giovane in quanto soggetto di crescita o di ricupero, una lettura delle sue risorse interiori, delle fonti di energia di cui dispone per costruirsi. Queste energie si trovano anche in coloro che sembrano definitivamente contrassegnati da situazioni negative: «In ogni giovane – diceva don Bosco – anche in quello più disgraziato, c'è un punto che, opportunamente risvegliato dall'educatore, risponde ai richiami del bene».
    Egli è capace di cogliere il diverso valore degli atti, delle cose, delle persone. È attirato dalla bellezza delle sue manifestazioni più immediate e spontanee, dalla gioia, dalla voglia di essere e costruire in compagnia, dagli orizzonti larghi, dal desiderio di scoperta. È sensibile agli stimoli che lo portano verso una coscienza di sé e del mondo, percepisce gli interrogativi dell'esistenza e i problemi di senso, anche se deve esplicitare la sua risposta.
    È anche strutturalmente un «essere mistico»: vive sulla soglia del mistero e percepisce in se stesso esperienze e risonanze religiose vissute qualche volta; i segni del mistero, l'intuizione dell'oltre, la qualità delle persone legate alla sfera del religioso, le celebrazioni sacre aprono prospettive infinite, svegliano energie nascoste e infondono gioia e serenità. E ciò perché egli è destinato obiettivamente all'incontro con Dio in questo mondo e per sempre. Perciò attraverso la fede e le meditazioni religiose entra in un reale contatto col più profondo di se stesso e con la grazia di Cristo Salvatore. Ciò alimenta la speranza di ricupero e sostiene lo sforzo di costruzione della persona. Don Bosco parlava della forza educativa dell'esperienza religiosa con le sue componenti di riflessione, preghiera e sacramenti, impegno nella vita.
    Il giovane è pure sensibile ai gesti che gli danno consapevolezza della propria dignità. Da essi prende energia. L'amorevolezza è una dimensione del soggetto prima ancora che una modalità dell'educatore. L'essere partner in un'amicizia, invitato a rispondere liberamente quando qualcuno gli offre amore e fraternità, il sentirsi destinatario di un rapporto umano nobile e disinteressato crea in lui un'immagine positiva di sé e predispone a qualunque sforzo per promuoversi.
    Il trinomio indica anche come è costruita la personalità dell'educatore. Egli non è in primo luogo uno specialista del metodo o dei contenuti. È una persona di accoglienza, incontro, comprensione e dialogo. Si ispira a una conoscenza paziente e attenta della situazione personale e sociale di ogni giovane, valuta i condizionamenti e le risorse, stima ogni passo e sforzo. Egli crede nelle possibilità della persona creata da Dio e a cui il Signore offre continuamente nuove opportunità di salvezza, anche quando si trova in situazioni che la mentalità corrente giudica irreversibili.
    L'educatore è fondato sull'amore. Ciò vuol dire volontà di servizio al giovane e distacco da obiettivi personali di guadagno, partito o proselitismo; è interessato invece al bene totale dei giovani. Ha imparato a esprimere questo amore in maniera comprensibile sulla misura del giovane povero. Con questa ascesi e con questo esercizio ha modellato la sua struttura interiore. La sua amorevolezza infatti non è formale; non si tratta di uno stile «esterno», di un sorriso, ma di un atteggiamento di infinita stima e rispetto di fronte al mistero del giovane. Don Bosco dirà che il suo sistema si basa sull'inno di san Paolo alla carità.
    Il trinomio ragione-religione-amorevolezza ispira il programma educativo. Fattori di sviluppo e crescita totale sono le attività ricreative e culturali sane. Il lavoro è un mezzo per guadagnarsi la vita, ma è anche condizione di salute psichica, esercizio di dignità e contributo al benessere comune. L'apprendimento delle scienze e delle arti, il gioco, le passeggiate e la vita nella natura, la disciplina con le sue risorse verso il bene, predispongono verso ulteriori mete e prevengono devianze, perché fanno assaporare esperienze vincenti.
    È importante però che l'insieme venga illuminato e orientato dalle finalità ultime dell'uomo. Altrimenti tutto diventa trattenimento. Perciò si educa alla fede. Questa permea il programma. Eppure non viene imposta, ma si offre la possibilità di farne l'esperienza. Le verità che riguardano Dio e il nostro rapporto con Lui vanno approfondite. Esse e la pratica religiosa rispondono ai bisogni più profondi dell'uomo. Va anche valorizzato il loro influsso comunitario nell'ambiente. Esse infatti danno significato al tessuto di rapporti e tono di gioia e dignità alla convivenza. Così vita e fede si fondano attraverso l'ambiente, la testimonianza degli educatori e la qualità dei rapporti che favorisce la comunicazione.
    Infine il trinomio ispira la metodologia, sebbene in essa sia l'amorevolezza a dare il tono alla totalità. La ragionevolezza ordina con misura le esigenze, predispone con discrezione i passi e le condizioni favorevoli e tempera la necessaria fermezza. La stima incondizionata e il rapporto personale di amicizia facilitano il passaggio di valori e convinzioni e il radicarsi degli atteggiamenti. La fede offre stimoli di motivazioni e fiducia.
    Campioni di questa fusione di elementi sono lo scorrere della vita quotidiana, le feste periodiche in cui ciascuna dimensione ha manifestazioni straordinarie, i momenti giornalieri in cui esse si concentrano, come l'incontro personale al termine del giorno, che nella tradizione venne chiamato «la buona notte».

    4. UN CRITERIO E UN PROGRAMMA: AIUTARE AD AFFRONTARE LA VITA

    La visione che don Bosco ha del giovane contiene un atto radicale di fiducia: nell'amore di Dio che vuole e opera la salvezza di ognuno, nell'energia trasformante della grazia, nelle risorse naturali della persona segnata da una vocazione, nella forza liberante dell'affetto.
    Questa fiducia la mise a prova con i giovani già raggiunti dalle piaghe sociali. Ma presto pervenne alla conclusione che la prevenzione offriva delle possibilità migliori che il ricupero. Risparmiava al giovane la vergogna, la sofferenza e lo sperpero di energie che comportano la caduta nella devianza. Offriva un punto di partenza più favorevole all'educatore che poteva contare su risorse ancora intatte.
    Va detto che l'idea preventiva non è una sua scoperta. È comune a non pochi dei suoi contemporanei che la applicano nell'ambito educativo, sociale e politico. La vedono utile per arginare il male con misure di controllo e vigilanza prima che dilaghi, e promuovere le persone che sono potenziali portatori di elementi di destabilizzazione. Si tratta di precludere la strada alla criminalità, alla delinquenza, alla mendicità, alla sovversione, anticipandosi con la formazione della mente e della coscienza dei singoli.
    Emerge dunque l'ambivalenza della prevenzione, che non è solo del secolo scorso. Difatti la prima concezione della prevenzione può, paradossalmente, essere considerata «repressiva». Essa parte dalla difesa dei «buoni», dei «ragionevoli», contro il pericolo rappresentato dai «devianti», e in misura più ampia «dai diversi» per origine, colore, lavoro, abitudini sociali. Questi possono mettere in pericolo o in discussione, anche solo ipoteticamente, i rapporti sociali esistenti.
    Il motivo dominante degli interventi preventivi in questo caso è la paura di tutto ciò che è o può diventare fattore di squilibrio, incomodo o anche cambiamento non desiderato. Questo tipo di prevenzione si presentava come controllo sociale sulle parti più fragili e deboli del corpo sociale e sui portatori di elementi violenti di cambio.
    C'è una seconda accentuazione nel concetto di prevenzione, che è di tipo promozionale. Senza escludere la preoccupazione di «difesa sociale», il motivo dominante degli interventi resta la promozione degli svantaggiati, il loro ricupero, la loro reintegrazione.
    È illuminante cogliere la sensibilità di don Bosco in questo gioco legittimo di tensioni! Egli certamente fu sensibile alla funzione della prevenzione in relazione ai disturbi sociali. La valenza sociale è sempre presente nel suo impegno. Alle volte le sue espressioni sembrano vicine alla mentalità assistenziale nel motivare gli interventi di «difesa sociale» nel lavoro con i giovani delle classi mediobasse e popolari.
    Ma ci sono due elementi che cambiano il tono del discorso. La vibrazione più profonda della sua «anima» e lo scopo ultimo di tutto il suo lavoro di prevenzione educativa, che è la salvezza della persona, il compimento e la gioia delle finalità insite nella vita umana: «Voglio che siate felici nel tempo e nell'eternità». Quanto all'intenzione sociale della prevenzione, essa non mira semplicemente all'integrazione passiva dei giovani in una società senza conflitto, ma nutre speranze che essi possano giocare un ruolo di miglioramento quando non di trasformazione. È l'ideale del buon cittadino!
    Come prevenire efficacemente? L'educazione gli appare come la forma più valida di prevenzione. Duplice è l'intenzione: anticiparsi sulle varie forme di marginalità potenzialmente emergenti dalla povertà materiale o morale (e con questo fare opera benemerita nei riguardi della «sana società»); potenziare la capacità di difesa, di autoliberazione, di consapevolezza, di riscatto di coloro che nella vita partono svantaggiati.
    In questo don Bosco partecipa della mentalità avanzata del suo tempo. Costellazioni di educatori e apostoli hanno intuito e sostenuto la validità di questo tipo di intervento. Ma egli, inoltre, qualifica di «preventivo» un tipo caratteristico di educazione. Essa non riguarda più soltanto il momento dell'intervento educativo, prima o dopo che il giovane si è addentrato nei sentieri della devianza, ma mette a fuoco le finalità di una vera educazione e le risorse che vanno risvegliate nel soggetto.
    In tal senso la preventività riconosce i bisogni positivi del giovane e ne favorisce l'espressione. Si preoccupa però di attrezzarlo solidamente per la vita. È una pedagogia di proposta e non solo di soddisfazione. Punta sulla volontà, tende a creare abiti e ad irrobustire la persona e non soltanto a darle un bagaglio intellettuale.
    Il riconoscimento dei sani bisogni del giovane si manifesta nell'accoglienza piena di stima, nella convivialità e nella allegria. Don Bosco riconosceva in essa una necessità vitale dell'animo giovanile, una condizione facilitante delle proposte educative più ardue e una conseguenza delle scoperte della sua vita.
    Ma insieme e mediante la valorizzazione positiva dei bisogni profondi, il giovane va preparato per la vita come questa si presenta nel contesto in cui viviamo e come la fede ce la fa vedere. Così il lavoro (uno dei capisaldi della sua educazione) va imparato a regola e esercitato con coscienza. È mezzo per guadagnarsi da vivere onestamente e anche risposta alla vocazione dell'uomo, fonte di dignità e partecipazione alla vita sociale.
    Nel suo primo oratorio istituì le scuole serali per insegnare a leggere, scrivere e fare i conti. Più tardi nacquero le scuole più complete e sistematiche, il sapere infatti è difesa in una società che sfrutta, ma è anche sviluppo personale, fonte di gioia e di possibilità di bene. Esige regolarità e dedizione, che vanno raccomandate ed esigite.
    Le convinzioni, atteggiamenti e abitudini virtuose (buona educazione, adempimento del proprio dovere, responsabilità, rispetto alle leggi...) guadagnano la fiducia di tutti. Sono anche nel piano di Dio e cammino per maturare come uomini e come cristiani.
    La fede e la pratica religiosa danno serenità e costanza in questo mondo e soprattutto ci portano alla salvezza eterna. Sono garanzia anche dell'onestà sociale.
    Le motivazioni e i contenuti si intrecciano sempre, fondendo l'orizzonte dell'umano nelle sue migliori espressioni e la prospettiva del soprannaturale.
    È questo il programma realistico su misura dei suoi ragazzi: aiutarli a cogliere la ricchezza della vita e i suoi valori, attrezzarli per vivere in questo mondo e renderli più consapevoli del loro destino eterno.

    5. UN «LUOGO» PER I GIOVANI

    Vocazione, progetto, programma si concretizzano in un luogo di incontro e iniziative giovanili: l'oratorio.
    La parola e la realtà dell'oratorio attraversano la vita e gli scritti di don Bosco. La sua prima iniziativa germinale, dopo successivi miglioramenti, sfociò nell'oratorio di San Francesco di Sales, culla e origine di tutte le opere che si rifanno a don Bosco. Perciò, volendo narrare gli inizi del movimento salesiano, egli racconta la storia dell'oratorio.
    In realtà don Bosco assunse un'istituzione già esistente. Ma le diede uno stile e una fisionomia originale, conforme ai bisogni dei giovani e secondo il proprio genio.
    Egli partiva da alcuni criteri. L'oratorio doveva essere aperto al maggior numero possibile di ragazzi e non soltanto ai pochi indirizzati al catechismo dalle loro famiglie. L'oratorio cominciava nella strada con la ricerca di contatto con i giovani, si esprimeva la domenica nella comunità giovanile e si continuava durante la settimana nei luoghi di lavoro dei giovani, attraverso l'interessamento e le visite.
    L'oratorio doveva ammettere tutte le espressioni connaturali alla vitalità giovanile: gioco, musica, teatro, istruzione, passeggiate, apprendimento di arti e mestieri, confronti, gruppi. La fede doveva lievitare e aprire orizzonti a questa vitalità.
    L'oratorio doveva essere orientato dalla presenza animante degli adulti tra i giovani. Era importante che questi partecipassero alla vita e alle iniziative dei giovani.
    Il suo oratorio divenne allo stesso tempo casa, parrocchia, scuola, cortile: accoglienza, proposta di fede, preparazione alla vita, luogo di vivaci manifestazioni di gioia e creatività. È stato paragonato a un sistema di comunicazione completo ed efficace, perché non trasmette messaggi isolati, ma propone uno stile di vita. È pure aperto al quartiere: quasi un punto di coagulo e convergenza nel territorio. In esso trovano appoggio coloro che si interessano della promozione della comunità. Da esso partono iniziative di animazione culturale ed educativa.
    Nell'oratorio l'intenzione preventiva maturò al ritmo della vi-ta in metodo o sistema educativo. Tradusse in una prassi permanente le intuizioni originali sul rapporto educativo, sull'ambiente, sui contenuti della maturità umana e cristiana, sui mezzi per raggiungerla. E alla prassi aggiunse le intuizioni motivanti che si rifanno simultaneamente alla ragione (buon senso più accurata attenzione e studio) e alla fede.
    Il termine «oratoriano» non viene riferito più a un'istituzione, ma a un modello di ambiente giovanile. Esso, qualunque sia la sua struttura e organizzazione e dovunque sia, ripropone alla comunità umana ed ecclesiale la vocazione, il progetto, il programma e la comprensione del giovane che furono tipici di don Bosco, traducendoli in proposte adeguate alla cambiata condizione giovanile.
    La sua descrizione è paradigmatica. Essa non si ferma sulla struttura, ma sulle finalità e sullo spirito, oggi diremmo sullo stile pastorale. «Lo scopo di quest'oratorio essendo di tener lontana la gioventù' dall'ozio e dalle cattive compagnie particolarmente nei giorni festivi, tutti vi possono essere accolti senza eccezione di grado o di condizione.
    Quelli però che sono poveri, più abbandonati e più ignoranti sono di preferenza accolti e coltivati perché hanno maggior bisogno di assistenza per tenersi nella via dell'eterna salute...
    Entrando un giovane in quest'oratorio deve persuadersi che è luogo di religione, in cui si desidera di fare buoni cristiani e onesti cittadini...».
    Proprio sulla scia di questa impostazione si dice che l'oratorio salesiano è una missione giovanile aperta in un quartiere o città, con un ambiente di riferimento e irradiazioni verso cui si converge e dal quale si parte con iniziative, che si propone la «salvezza del giovane» (prevenzione, educazione), attraverso una risposta alle sue domande legittime, l'evangelizzazione e l'animazione culturale.


    T e r z a
    p a g i n A


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