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    Il laico nella comunità educativa pastorale (III/cap. 5 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992


    Capitolo quinto

    IL LAICO NELLA COMUNITÀ EDUCATIVA PASTORALE

    La quantità di orientamenti prodotti negli ultimi anni per aprire ai laici uno spazio adeguato in tutti i campi dell'attività ecclesiale non ha uguale in nessun periodo precedente.
    Dei sedici documenti del Concilio Vaticano II, soltanto due non affrontano in qualche modo il tema. In tre di essi si trovano sviluppi sistematici che ancora oggi leggiamo con ammirazione, per la novità delle prospettive e la chiarezza dell'impostazione: si tratta delle lue Costituzioni sulla Chiesa e del Decreto sull'Apostolato dei laici. Da allora la produzione di documenti e studi non è cessata, fino a raggiungere il suo culmine nel Sinodo dei Vescovi del 1987 e la conseguente esortazione «Christifideles Laici».
    Chi legge in ordine cronologico tale documentazione ha l'impressione di una ricorrente ripresa, arricchita, dei diversi contenuti sino all'analisi di situazioni nuove che interpellano oggi con forza la testimonianza e l'intervento dei laici cristiani: la novità provocante proviene dal mondo e il vigore della verità sta nella dottrina.
    Ma il problema vero che si impone oggi sta nel creare una prassi ecclesiale conforme alle dichiarazioni. Di questo si fa eco la stessa esortazione «Christifideles Laici»: «In realtà, la sfida che i Padri sinodali hanno accolto è stata quella di individuare le strade concrete perché la splendida "teoria" sul laicato espressa dal Concilio possa diventare un'autentica "prassi" ecclesiale» (ChL 2).
    Non si può negare che in questo tempo è aumentata la coscienza della vocazione laicale e si sono decantate e diffuse molte convinzioni, sebbene non sempre ugualmente fondate. A volte si è proceduto sotto la spinta dell'esigenza di reperire operatori, più che guidati da mentalità ecclesiale attenta alla diversità e complementarità delle vocazioni.
    Oggi però i laici non sono più considerati oggetto di sola attenzione pastorale, ma soggetti attivi nella missione della Chiesa. Si è consapevoli che essi non costituiscono le «forze ausiliarie», ma che sono «Chiesa» con lo stesso titolo e diritto dei sacerdoti e religiosi. Tentativi e anche esempi di partecipazione nell'animazione della comunità e nella missione della Chiesa sono presenti, in diversa misura, qua e là.
    Ma ci si domanda: tutto questo costituisce una «prassi»?

    1. UNA PRASSI DAL VOLTO NUOVO PER IL LAICATO

    La prassi comprende le relazioni all'interno della comunità, la forma di governo, i modelli di presenza e azione cristiana nel mondo.
    È proprio in questi tre campi che l'applicazione delle molte dichiarazioni appare frammentaria, discontinua e insufficiente, lasciata a iniziative individuali. Essa presenta le caratteristiche di una sperimentazione con momenti di entusiasmo e speranza, ma anche di stanchezza e disinteresse per le repentine interruzioni o la mancanza degli sviluppi sperati.
    Il laico si sente a disagio in particolare di fronte a due fenomeni.
    Il primo è una specie di distanza anormale tra il suo sforzo di essere cristiano e la vita della comunità cristiana, di dissociazione tra la fede personale, che deve esprimersi nel mondo, e la riflessione maturata a livello ecclesiale. La Chiesa viene accettata nella sua realtà religiosa e sociale, e tuttavia l'appartenenza profonda ad essa è spesso professata con riserva. Di conseguenza, il cristiano elabora la sua fede prevalentemente in forma privata e individuale, senza poter dialogare nella Chiesa a proposito degli interrogativi più seri che suscita il suo vivere nel mondo.
    Il secondo fenomeno sta alla base ed è anche conseguenza del precedente: si tratta del tipo di relazione, sempre corretta e cordiale, ma non complementare tra clero e laici. Non si parla evidentemente di chi segue le proprie «pratiche cristiane», o delle élites che vivono a stretto contatto con le sedi ecclesiali, ma piuttosto di quanti sono immersi nelle problematiche sociali, politiche e culturali dei diversi campi dell'attività umana.
    Si incontra una certa difficoltà a sintonizzare laici e clero per quanto concerne l'analisi di situazioni umane, principi per soluzioni concrete: ognuno sembra trasmettere su frequenze e in lingue differenti.
    Per captare e comprendere questi due fenomeni non sono evidentemente luoghi adatti o decisivi le «feste patronali», i convegni o le grandi manifestazioni religiose: è invece la predicazione ordinaria che provoca una discussione silenziosa tra coscienza credente e dottrina autorevole proposta.
    Alla coscienza credente, immersa in situazioni concrete, la predicazione appare sovente generica, precettiva, ripetitiva, pretenziosa in ciò che è dottrinale, con silenzi incomprensibili su quelle che sono le difficoltà reali e le soluzioni possibili; sembra a una distanza incolmabile dalla vita, non rispondendo a interrogativi scottanti e non riuscendo a dare risposte praticabili. La rottura tra fede e cultura si traduce in estraneità tra annuncio evangelico e vita quotidiana.
    La relazione tra clero e laicato non è per nulla situata a livello ideale di comunicazione, in modo da contribuire sapientemente a interpretare insieme la vita cristiana. Una parte dei sacerdoti si rassegna o si ritira di fronte ai problemi più gravi; i laici non vedono con chiarezza il modo di elaborare nella società attuale una opzione cristiana: anche se ciò non diminuisce la collaborazione amichevole e sincera.
    Non si può allora non essere d'accordo con l'affermazione di una pratica dissonanza tra teoria e prassi riguardo alla presenza attiva dei laici nella Chiesa (ChL 2). Di strada certo ne è stata fatta; tuttavia c'è ancora da costruire una reale prassi ecclesiale.
    Ma quali i criteri e le vie per raggiungerla?

    2. L'IMPOSTAZIONE CORRETTA DELLA QUESTIONE

    Del «posto» che spetta al laicato nella Chiesa si parla da almeno sessant'anni. L'ottica non è stata sempre la stessa, sebbene l'intuizione fosse identica.

    2.1. Teologia del laicato

    Negli anni Cinquanta l'asse della riflessione è «la teologia del laicato». Si tratta del tentativo di scoprire e definire lo specifico del laico, ciò che costituisce la sua identità e pertanto la sua diversità.
    L'apporto, di cui ancora oggi si beneficia, sta nella presentazione di tale identità in senso positivo e non con negazioni come era avvenuto in precedenza. Il laico smette di essere colui che «non è» sacerdote o religioso: è finalmente colui che vive la sua vocazione cristiana nella condizione del mondo e della storia umana.
    Questa impostazione tuttavia ha creato negli anni una certa polarità tra laicato e clero.
    Partendo da una parte (teologia del laicato) più che dal tutto, si definisce in forma isolata la laicità, attribuendole, spesso con esclusività luoghi, temi, fenomeni storici. La prassi si orienta così a determinare azioni, spazi, incarichi «riservati» e «dovuti» ai laici là dove la presenza dei sacerdoti sembra un'usurpazione.
    La divisione profano-sacro, secolare-ecclesiale, laicale-ministeriale regna indisturbata.

    2.2. I ministeri

    In un periodo successivo viene giocata la carta dei «ministeri» ecclesiali. Si pensa che, incorporando sistematicamente i laici nel servizio liturgico-catechistico, si possa generare una prassi adeguata. In verità qualche espressione del Concilio, l'esperienza di talune Chiese e soprattutto il documento «Ministeria quaedam» (1972) potevano essere interpretate, e conseguentemente spingere, in simile direzione. Anche questa esperienza lascia un segno positivo nella ricerca, e non è difficile constatarlo oggi. Ma la sua onda espansiva si sta ora attenuando, e in particolare non sembra abbia dato origine alla prassi laicale desiderata. Punti dottrinali non erano sufficientemente chiari e, soprattutto, la pratica ha mostrato alcuni limiti che la ChL mette in rilievo (cf 23).
    Siccome la gran parte dei ministeri sono rivolti ai fedeli, la «promozione» del laico è vista come limitata nell'ambito della comunità ecclesiale, con una certa clericalizzazione del suo servizio: crescono i lettori, i ministri dell'Eucaristia, i catechisti. Proposte di ministeri «secolari», al contrario, non prosperano molto. Questo avveniva allorché si stavano verificando notevoli trasformazioni nella società e nella cultura: così ha la meglio la «diaspora» dei cristiani in entrambe, dove in precedenza esisteva una loro presenza visibile e solidale.

    2.3. Vita cristiana

    Oggi la riflessione va più in profondità. Si passa dall'esposizione della dottrina alla considerazione della «vita cristiana», e dalla vita cristiana nella Chiesa, luogo della sua nascita e del suo nutrimento, alla vita cristiana nel mondo, spazio privilegiato in cui si manifesta la sua peculiarità.
    All'interno di tale impostazione di fondo viene messo in rilievo, cori maggiore chiarezza, chi è il laico e quale sia il suo apporto alla storia umana e alla comunità ecclesiale.
    La questione del laico si rivela dunque semplicemente quale questione del cristiano. Rispondere alla domanda chi è e che cosa deve fare un laico equivale a chiarire che cosa significa essere cristiano, non in generale o secondo la risposta scontata del catechismo, bensì qui e ora in riferimento agli interrogativi che il mondo pone alla coscienza cristiana: che cosa comporta essere «cristiano» nel mondo attuale, quale visione della realtà lo ispira e quale ottica originale assume di fronte ai problemi; come si configura la sua vita oggi per essere segno nel pluralismo e nella libertà tipici della modernità, e quale relazione intercorre tra chi accoglie la fede nelle più diverse misure e la comunità-istituzione ecclesiale.
    Tutto questo prima era dato per scontato. Sembrava superfluo indugiare nel tentativo di determinarlo. Se ne conosceva la risposta per tradizione familiare, dal contesto sociale, dal catechismo parrocchiale. Risultava perciò importante specificare che cosa poteva fare un laico all'interno dell'organizzazione ecclesiale e quale funzione aveva questa nel mondo. Ci sono stati periodi in cui l'attribuzione di spazi era minima, e altri invece in cui era più generosa. Ma il punto di partenza per la riflessione era sempre lo stesso: descrivere lo scenario intraecclesiale in cui aveva principalmente luogo la pratica cristiana.

    2.4. Sale e luce

    Nella società odierna il definire il cristiano «sale della terra e luce del mondo» diviene, al contrario, un'esigenza del contesto e una necessità della coscienza credente, proponendo in tal modo un diverso punto di partenza e di arrivo. Il laico cristiano infatti non può essere definito per la sua relazione con il sacerdote o per la sua differenza nell'istituzione ecclesiale: è la sua configurazione profonda con Cristo, il suo stile di vita nel mondo che gli conferisce l'originalità peculiare. Questo costituisce la forza della sua «profezia», il principio della sua «regalità», l'esercizio del suo «sacerdozio».
    All'«essere cristiano nel mondo» si collega un altro elemento che fonda una rinnovata impostazione della questione: la Chiesa vista come mistero-comunione-missione, ripensata alla luce dell'evento di Cristo, Dio-Uomo e Uomo-Dio. Questo evento esemplare suggerisce una relazione unica tra la comunità cristiana e la storia umana, tra il cristiano e il suo essere nel mondo. Sono due realtà fuse e inseparabili, come lo sono l'umanità e la divinità in Cristo, che soltanto la mente distingue per una migliore comprensione.
    Si è cristiani assumendo quanto abbiamo di «mondano» e secolare, a partire dal nostro corpo e intelligenza, dal nostro ambito immediato e terreno. Il carattere storico, secolare, è una condizione generale della Chiesa che vive e prospera nel mondo, quale «segno e strumento» di salvezza.
    Si supera così la prospettiva ecclesiocentrica che porta a pensare la definizione del laico a partire dalla sua diversa condizione all'interno della Chiesa.
    La questione si sposta su un altro versante di rilievo: la missione della Chiesa nel mondo e la corresponsabilità di ogni discepolo di Cristo nella sua trasformazione.
    Questo è propriamente ciò che è chiamata la rivoluzione copernicana: il cambio di «fronte», il nuovo «allineamento», la fine della Chiesa «clericale». Il problema fondamentale pratico dellaico è anche il problema fondamentale del sacerdote e del religioso: come essere cristiano oggi. Perché questo non si definisce tanto per il ruolo che gli compete nell'istituzione o comunità, ma per il suo significato salvifico nel mondo.

    2.5. Nuovo riferimento

    La rivoluzione copernicana non dice quindi una diversa disposizione delle persone per l'azione (in prima linea i laici e dietro il clero), bensì un cambiare il punto di riferimento per tutto il sistema ecclesiale: il mondo, la comunità degli uomini, cui è rivolto l'annuncio di Cristo di cui la Chiesa è depositaria e testimone.
    Quello di cui si avverte estremo bisogno è proprio una concezione laicale della sequela di Cristo.
    La spiritualità laica naviga ancora nel buio. Il mondo si trasforma sotto i suoi occhi. La predicazione non propone che criteri generali. Il laico deve far fronte a situazioni e modelli di vita spesso lontani dai principi proclamati: basta pensare a quanto di nuovo deve affrontare nella famiglia e nella coppia, nell'ambito economico e nella società civile.
    Del resto, questa è davvero la novità della ChL: il laico di fronte alle grandi sfide che il mondo presenta al suo essere cristiano. Oggi perciò l'elaborazione di una prassi deve imboccare la strada dell'attenzione a quanto è originale dell'essere cristiano nel mondo: identità, stile, missione, posizione circa i grandi problemi, non dimenticando quanto si è già maturato sul suo radicamento nella Chiesa.
    E allora l'importante non è definire la «parte» che spetta al laico o la differenza che lo limita, bensì l'interrogarsi in quali termini egli può dialogare con questo mondo, a quali condizioni diventa in esso fermento, qual è la luce che è chiamato a portare, da che parte si pone di fronte ai grandi temi che toccano il destino delle persone e dell'umanità.
    Per la realizzazione di questo compito è certamente indispensabile un ripensamento di relazioni dentro la Chiesa: il mutuo dialogo e l'interscambio dottrinale e spirituale divengono necessari; la contrapposizione di ruoli o di spazi e le premature gerarchizzazioni di contributi sono inconcludenti.
    Ma allora?

    3. UN BANCO DI PROVA: L'EDUCAZIONE

    In termini generali l'educazione è il servizio incondizionato alla crescita della persona umana nella sua dimensione individuale e sociale. Non è un «recinto» su cui Chiesa, società, Stato, famiglia, correnti culturali possano avanzare diritti principali o esclusivi o lottizzabili, secondo il risultato di battaglie politiche.
    L'educazione è terreno comune. Il diritto principale spetta alla persona stessa: essa ha il diritto all'educazione e, a tempo opportuno, a scegliersi i contenuti e mezzi per educarsi. Tutte le agenzie educative sono chiamate a servirla nell'attenzione alla sua crescita e non a disputarsela come cliente.
    Si tratta infatti di educazione e non di proselitismo, di persuasione occulta, di condizionamento culturale, di socializzazione coercitiva o di semplice addestramento a un lavoro.
    L'educazione suppone un dialogo tra le proposte che offrono le diverse agenzie e persone portatrici di un'esperienza umana valida e il soggetto che ascolta, sperimenta, discerne, interiorizza e infine sceglie quanto gli è stato proposto, incorporandolo nella sua esistenza personale.
    Nel soggetto l'educazione è un processo complesso, accumulativo e sintetico. Presenta diversi aspetti e riceve influenze da molte fonti.
    Nello sforzo di assumere la vita in tutta la sua ricchezza e potenzialità, l'educazione non può evitare il problema dell'autocoscienza della persona, del senso della vita, della visione consapevole della realtà, dell'opzione per valori decisivi.
    E questo è appunto l'ambito in cui si può e deve sviluppare il dialogo tra la Chiesa e la comunità umana.
    La Chiesa si sente portatrice di una grazia e di un'esperienza che «salva» la persona, non malgrado il suo essere terreno e umano, ma proprio in tale condizione. Propone una dottrina non per sottomettere, ma per illuminare il cammino. Rivolge la sua attenzione anche di critica profetica alle strutture politiche e alle correnti culturali, ma lo fa sotto il profilo e in vista della dignità e del destino dell'uomo che conosce a fondo in Cristo.
    Oggetto immediato del dialogo sono i più svariati problemi o situazioni, ma il tema di fondo e il criterio di soluzione sta sempre nella salvezza delle persone come tali.
    Per questo la Chiesa, chiamata «educatrice dell'uomo», rivendica con costanza il suo diritto a educare, cioè a prestare alla persona il servizio dell'illuminazione e della rivelazione.
    Sarebbe tuttavia del tutto fuori posto pensare che la Chiesa da sola o isolata riassuma tutto quanto l'umanità ha elaborato per l'educazione. Attorno alla persona si impegnano molti di coloro che pretendono o intendono di esserle di aiuto a orientarsi e svilupparsi. E la persona risponde, a proprio bene o a proprio male, seguendo o non seguendo quello che le è proposto. Ciascuno vuole concorrere, ma la scelta in definitiva è della persona.
    Oggi più che mai infatti conservare o abbandonare lo stile di vita e la coscienza tipici del «cristianesimo» sono considerati «opzioni» di fronte al quesito di come essere pienamente persona. Lo si percepisce soprattutto nel campo dell'etica e della libertà politica e sociale. L'uomo e la sua piena maturazione sono temi centrali.
    Non è difficile seguire questo filone in tutto il ministero di Giovanni Paolo II. Lo si scopre in formulazioni esplicite e lapidarie: l'uomo è il cammino concreto della Chiesa. Lo si ritrova in tutti i discorsi, sia che si riferiscano alla salvezza «eterna», sia che trattino specificamente di un impegno temporale.
    L'educazione è il terreno di incontro più significativo e più fecondo tra storia umana ed esperienza cristiana, dove possono apparire con evidenza convergenze o contrapposizioni.

    4. UN LABORATORIO PER LA PRASSI ECCLESIALE: LA COMUNITÀ EDUCATIVA

    Se l'educazione in generale è il terreno sperimentale del dialogo tra storia umana e coscienza cristiana, le comunità educative rappresentano il laboratorio in cui si può creare e provare un modello di azione-riflessione per fare sintesi tra le due istanze.
    In esse infatti la preoccupazione dominante non sta nel comunicare la scienza o nel convertire a una «religione», neppure nel caso che siano apertamente «confessionali». L'attenzione va alla persona cui vengono offerte le prospettive religiose e il sapere scientifico come risorse per la sua crescita integrale.
    Ciò significa che la comunità educativa deve assumere gli interrogativi che la persona si pone, per cercare in collaborazione risposte accettabili; in una parola, implica mettere in atto processi di formazione che partono dalle sfide della vita, e partecipare attivamente in un impegno di orientamento assunto come missione.
    Formazione e partecipazione sono i nodi più sottolineati nella recente riflessione ecclesiale: sono quelli più richiesti dai laici, di maggiore impegno per i pastori, che più influiscono su tutti gli altri aspetti.
    In questo momento storico la formazione tende a monopolizzare l'attenzione: l'insistenza su di essa oscura o pone su un secondo piano l'esigenza pure avvertita di partecipazione.
    Corre pertanto il rischio di non essere libera da ambiguità che si risolvono in forme di individualismo e separatezza dai contesti e dalle situazioni reali. La comunità educativa possiede l'invidiabile opportunità di fondere le due istanze in un unico processo.
    Indicazioni di contenuti e motivi per la formazione del laico non mancano, anzi abbondano. Mancano invece comunicazione efficace, operatori disponibili, strutture adeguate. Ci sono tutti gli elementi dottrinali; sono carenti gli elementi operativi.
    Pensare alla formazione dei laici in termini operativi significa identificare alcuni obiettivi, formulare criteri, creare condizioni per assicurare un cammino di crescita; vuol dire selezionare alcuni contenuti e prevedere tempi e strumenti di cui si può disporre; significa fare tutto ciò oggetto di una decisione politica, perché la formazione venga vissuta, in modo generale, continuo e univoco, nei diversi luoghi della pastorale.
    La vita della comunità educativa dispone non solo di incontri interessanti, ma anche di una rete di relazioni che facilitano la comunicazione. Inoltre, la stessa attività educativa porta verso i temi più scottanti della fede. Conviene perciò studiare a fondo le possibilità che offre.

    5. FORMAZIONE MEDIANTE CORRESPONSABILITÀ

    Gli obiettivi che una o più comunità educative possono proporsi nella formazione dei laici si pongono a due livelli.
    Alcuni si riferiscono al gruppo dirigente o responsabile. In primo luogo bisogna riformulare i compiti e le funzioni rafforzando quelli di animazione, orientamento e formazione. Questo mette alla base della conduzione educativa la qualificazione continua degli adulti, più che l'esecuzione abitudinaria di adempimenti.
    La reimpostazione dei compiti secondo nuove esigenze e prospettive è un criterio comune oggi, nell'organizzazione dei vari campi d'azione. Ci sono ruoli che nascono e altri che si esauriscono; settori che diminuiscono e altri che crescono. D'altra parte gli stessi apostoli, gravati da impegni secondari, idearono, ispirati dallo Spirito Santo, l'istituzione dei diaconi, riservando così il proprio tempo per dedicarsi «alla preghiera e alla parola».
    Riformulata la funzione di chi dirige, occorre elaborare una prassi comunitaria di formazione delle persone: i diversi momenti e le modalità vengono coordinati sino a costituire un «sistema» praticabile.
    Nei documenti si pecca generalmente di massimalismo. Non è un male presentare mete ambiziose, ma è necessario anche saper indicare una strada percorribile e graduale. Inoltre la formazione non si attua principalmente in «tempi speciali»; si fa formazione in particolare nel lavoro ordinario, nella pratica della corresponsabilità. Il «sistema» formativo è costituito da una serie di momenti ordinari di programmazione, discussione e valutazione, poiché in essi si realizza la qualità delle relazioni personali e della struttura educativa.
    I criteri che si maturano assieme, le modalità di interscambio, i contributi che si ascoltano e si offrono sono autentiche «lezioni» formative per la comunità.
    Ma oltre a questo che costituisce la base quotidiana del sistema formativo, sono da proporre incontri periodici, quali momenti di sintesi, di socializzazione, di interiorizzazione, che hanno valore nella misura in cui la vita quotidiana della comunità educativa li fa desiderare e ne coltiva i risultati.
    Tale «sistema» formativo non si inventa a priori, ma è da costruire come prassi condivisa.
    La riformulazione dei compiti direttivi e l'abilitazione del gruppo d'animazione permettono di raggiungere alcune mete con ciascun membro della comunità educativa.
    La prima sta nel far rivivere la vocazione di «educatori» e di «educatori cristiani». I due termini vanno esplicitati in «circolarità», non in opposizione o in contrasto. Un educatore cristiano è un credente che testimonia ed evangelizza operando nel campo della promozione della persona e dei gruppi sociali. Proprio questo servizio alla persona è lo «spazio» in cui interagiscono e si provocano dialetticamente la cultura e la fede. In un momento di decadenza di tutte le concezioni rigide e totalizzanti, il confronto costante si impone come criterio e metodo.
    Una seconda meta consiste nel motivare e abituare a operare comunitariamente, attraverso il coinvolgimento convinto in un comune progetto. Tutti sono chiamati a formarsi insieme: non esiste divisione di lavoro, come se qualcuno avesse il compito di formare e altri di essere formati. Si tratta invece di uno scambio reciproco di sensibilità, intuizioni, testimonianze e contributi: si cresce nel contatto e nel dialogo con gli altri per realizzare un progetto comune.
    La formazione si realizza così nella corresponsabilità: è questa a suggerire nuove esigenze di identità e appartenenza.
    Il quadro ideale che orienta la formazione in modo sistematico e continuo è il progetto educativo pastorale: è la base di intesa, il codice di collaborazione, il testo di approfondimento. E l'ambiente in cui hanno luogo i processi di comunicazione è la comunità educativa.

    CONCLUSIONE

    Che cosa può maturare il laico in un processo di comunicazione e partecipazione che si svolge dentro e non accanto alla attività educativa e pastorale?
    In primo luogo una riflessione coerente, di tipo educativo, ossia che riguarda la crescita della persona, sui dati della cultura. Dovendo essere trasmessa ai giovani una visione della realtà sotto forma di conoscenza, di valori, di stile di vita, gli educatori che progettano e operano comunitariamente imparano a discernere nella prassi i fenomeni che influiscono sulla coscienza e sulla vita dei giovani.
    Insieme a questo, indispensabile per orientarsi nella complessità attuale, il laico cristiano affina con gli altri la sua capacità pedagogica. Un educatore credente è in particolare un «buon educatore»: l'interesse per i giovani, il rapporto amichevole con essi, lo sforzo per comunicare loro la ricchezza della cultura, la discussione dei problemi giovanili con i colleghi, producono una «sapienza pratica» che rende capaci di orientare se stessi e gli altri.
    Tuttavia l'originalità dei laici che operano nel campo educativo sta nell'esperienza della fede, che testimoniano e comunicano come la grande scoperta della loro vita. Tale testimonianza e comunicazione trovano il loro senso pieno nella comunità, espressione di Chiesa.
    E infine, poiché tutto questo si realizza dentro un progetto e una comunità che si aprono a realtà più vaste nella fede, essi scoprono di essere inseriti in correnti spirituali che vengono da lontano, giungendo con ciò a vivere in intensità una autentica spiritualità.


    T e r z a
    p a g i n A


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