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    Evangelizzare: compito urgente per questo tempo (IV/cap. 2 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992

    Capitolo secondo
    EVANGELIZZARE: COMPITO URGENTE PER QUESTO TEMPO

    Il nostro scopo è di parlare di educazione cristiana. Le espressioni «educazione cristiana» o «scuola cristiana» non hanno oggi lo stesso valore di quando si lavorava in un contesto confessionalmente omogeneo, in cui il criterio cristiano veniva «assunto» dalle famiglie e dalla società. Qui intendiamo approfondire in che cosa consista tale differenza, non tanto sotto il profilo socio-religioso, quanto nella risposta pastorale che la Chiesa cerca di proporre.

    1. TEMPO DI EVANGELIZZAZIONE

    La Chiesa sta vivendo oggi un tempo di evangelizzazione.
    La parola «tempo» è usata nella conversazione abituale con significati diversi. Secondo l'accezione più frequente, il tempo è la durata che si misura con l'orologio: è il tempo cronologico. A volte con la stessa parola ci si riferisce al clima: è tempo piovoso, buono, freddo.
    Tuttavia tempo indica anche l'insieme di opportunità, eventi, scelte e sfide, che caratterizzano un segmento della storia umana: diciamo che stiamo vivendo un tempo di trasformazioni, un tempo di violenze, o tempi difficili. Ci riferiamo al tempo di don Bosco o di Paolo VI. I giorni e i mesi che si succedono vengono caratterizzati da un evento, una persona, una preoccupazione. Non significa che non si verifichino altri accadimenti favorevoli o avversi, ma l'attenzione personale e comunitaria è sostanzialmente dominata da un fenomeno che si vive con particolare intensità, come fonte di angosce o di gioie, il punto nel quale convergono sforzi e domande. Tale fenomeno segna il passare dei giorni: è il tempo storico.
    In quest'ultimo senso la Chiesa sta vivendo un tempo di evangelizzazione. L'annuncio del Vangelo è sempre stato un compito così importante da venire identificato con la stessa missione della Chiesa, secondo la visione della «Evangelii nuntiandi». Tuttavia, nella storia della Chiesa ci sono epoche in cui emergono altre preoccupazioni come l'organizzazione, la disciplina interna, la difesa della cristianità. Parliamo del tempo delle crociate, del tempo delle grandi cattedrali, del tempo della controriforma.
    Si constatano invece epoche in cui tutte le energie sono dirette a diffondere l'annuncio puro e semplice del Vangelo e a formare comunità cristiane. Possiamo tornare con la memoria al tempo che seguì al Concilio di Gerusalemme. Gli apostoli si dispersero per portare al mondo di allora il nucleo del messaggio. Soprattutto, cercarono di aiutare quanti si convertivano a costruire la vita conforme al Vangelo in un ambiente eterogeneo.
    Il nostro è un tempo più simile a quello degli apostoli che a quello delle crociate o della controriforma. Inizia con il Concilio Vaticano II, in cui la Chiesa si pone di fronte alla modernità in forma positiva, senza per questo cessare di essere sanamente critica. La condizione di modernità viene considerata non contraria o nemica, bensì come la pasta in cui la Chiesa deve agire quale lievito. Nello Spirito che la guida intuisce il suo insostituibile servizio da offrire in questa temperie dell'umanità.
    A dieci anni dal Concilio, un Sinodo e il papa Paolo VI tracciano un documento pragmatico, giudicato il più lucido e determinante di fine secolo, l'Esortazione Apostolica «Evangelii nuntiandi» (1975). A questa si collegano riunioni e documenti di livello continentale, tra cui il documento dell'Episcopato latinoamericano «La evangelización en el presente y en el futuro de la América Latina» (1979).
    Il movimento si consolida con la quarta assemblea del Sinodo, che concentra l'attenzione sull'evangelizzazione dei giovani, da cui ha origine la Esortazione Apostolica sulla Catechesi (1979). Infine, nella decade del '90 e alle soglie del terzo millennio, il Papa lancia e rilancia la nuova evangelizzazione.
    Se si volesse qualificare con una parola l'epoca attuale della Chiesa, la sua principale preoccupazione e le sue sfide, la sollecitudine che manifesta con preponderanza, la direzione nella quale si concentrano le risorse, il termine più appropriato sarebbe «evangelizzazione».

    2. COSA COMPORTA UN TEMPO DI EVANGELIZZAZIONE

    L'aver scelto questa prospettiva per guardare all'oggi della Chiesa implica due cose: una presa di coscienza della situazione e un modo di concepire l'azione pastorale.
    Nella coscienza della comunità ecclesiale, a partire dal Concilio Vaticano II, si rilevano alcune constatazioni e crescono talune convinzioni.
    Tra le constatazioni, la prima è la novità del nostro mondo contemporaneo e del suo dinamismo culturale. Ne è prova indiscussa l'analisi della «Gaudium et spes». Lo è anche il fatto che i documenti posteriori si soffermano a interpretare la ricerca dell'uomo e della società attuale utilizzando alcune chiavi quali la secolarizzazione, la tecnologia, la comunicazione, il pluralismo, la libertà personale.
    Una seconda constatazione: la Chiesa non è soltanto contemporanea a questo mondo, bensì vive in esso, non si costituisce come un corpo separato e impermeabile, e non solo per l'impraticabilità di simile proposito, ma per la sua stessa natura e missione. Gesù Cristo non ha fatto della Chiesa un castello arroccato contro il resto del mondo, ma piuttosto il lievito per l'umanità, mescolato in essa fino a incarnarsi, per cui unico è il destino della Chiesa e dell'umanità, e uno è anche il cammino di entrambe. Per questo la Chiesa non costituisce un altro genere umano, bensì è segno e strumento per la salvezza dell'unica umanità.
    Un'altra constatazione consiste nel fatto che questo mondo si sta costruendo ai margini del Vangelo, anzi quasi al margine della stessa prospettiva religiosa. Non contro, il che significherebbe già accettarne l'importanza, ma prescindendo da esso, in pacifica vicinanza e assenza. Questo fenomeno si rileva all'interno di gruppi sociali, operai, giovani, intellettuali, donne; si osserva in realtà culturali quali l'arte, la letteratura, la tecnologia, l'economia, l'etica, la politica; si nota anche in istituzioni e iniziative che in altri tempi nascevano all'ombra della Chiesa come la scuola, l'università, i centri di esperienza religiosa. Una lettura globale di questo fenomeno si trova in una felice espressione di Paolo VI: «Il dramma della nostra epoca è la frattura tra vangelo e cultura» (EN 20). Non si tratta di guerra o di opposizione, ma di abisso, di separazione.
    Alla luce di simili constatazioni, emergono con evidenza alcune convinzioni. Le aspirazioni profonde e i vuoti interiori del mondo attuale non sono che un'invocazione di Vangelo. «L'uomo è a se stesso un enigma vagamente percepito...; in verità soltanto nel mistero del Verbo incarnato questo enigma trova la sua luce» (GS).
    La Chiesa è chiamata a dare al mondo un'unica cosa: la memoria, la parola e la presenza del Verbo incarnato. Tutto il resto è un di più, complemento o conseguenza. Evangelizzare: di questo si ha bisogno oggi. Perciò lo Spirito diffonde tra i fedeli, le comunità particolari e la Chiesa universale, doni specifici per questo compito. Crea dinamismi e suscita energie, capaci di annunciare in modo rinnovato il Vangelo: ossia il gusto della Parola ascoltata e meditata, la percezione dei valori evangelici nella loro semplicità originale, il desiderio di confrontarsi con un messaggio genuino.
    Tutto ciò costituisce la grande opportunità della Chiesa di questo tempo. Non è indifferente per essa vivere in sintonia con lo Spirito e accettare la sfida del mondo. È la sua missione e la legittimazione stessa della sua esistenza: «Se il sale perde sapore, non serve a niente».
    Connesso a questa coscienza della situazione, vi è un nuovo modo di concepire la pastorale oggi. L'evangelizzazione è non semplicemente il suo fine, ma anche la sua via e il mezzo privilegiato di cui dispone. Non si tratta di sprecare tempo e denaro per fabbricare potenti mezzi di persuasione, come nemmeno di predisporre complicate mediazioni. La Chiesa confida nella forza illuminante e trasformatrice dell'annuncio e a questo dedica in modo immediato tutte le sue forze, usando anche mezzi poveri.
    Asserire che l'evangelizzazione non è solo meta, ma anche cammino, che non è semplice fine, ma pure mezzo, significa affermare che oggi le iniziative ecclesiali sono da valutare in base alla loro capacità di testimoniare e annunciare l'Evangelo. Le associazioni ecclesiali, quando esaminano la propria validità, si devono chiedere se aiutano i membri a vivere più profondamente il Vangelo e se annunciano senza riduzioni o mascheramenti il messaggio di Gesù, non dando per scontata la propria caratterizzazione religiosa o cristiana. I santuari, le strutture ecclesiali, le istituzioni educative, la vita religiosa, ecc., sono da riprogettare oggi assumendo come criterio la qualità della loro evangelizzazione. Segni religiosi e gesti di culto servono a poco, se la gente non possiede la chiave per interpretarli. Evangelizzare, quindi, non è un aspetto particolare della pastorale, ma il suo canale preferenziale in cui fluisce tutto il resto.

    3. QUAL È IL SIGNIFICATO DI EVANGELIZZARE

    L'evangelizzazione, come parola generatrice, apporta al campo pastorale una serie di novità. La prima è la priorità dell'annuncio e della corrispondente risposta di conversione rispetto alle pratiche devozionali e all'appartenenza socio-religiosa. Un'altra sta nella valorizzazione pastorale di tutto ciò che riguarda la promozione umana, l'educazione, l'azione sociale. Il processo di evangelizzazione è unitario e va dall'incontro umano sino all'inserimento e all'impegno nella Chiesa.
    Più importante di tutto, però, è il significato totale e reale di evangelizzazione: non intesa solo come un dire o predicare il Vangelo, ma come trasformazione delle persone e della società mediante la conversione. Infatti, «evangelizzare è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro... Lo scopo dell'evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini...» (EN 18).
    Trasformare dal di dentro ha poco da vedere con la costrizione e con l'abitudine, con il pretendere di inculcare atti ripetitivi, con l'educazione intesa come adattamento e accettazione, o con la semplice socializzazione dei costumi. Si tratta invece di una risposta cosciente, che si fa sempre più libera e lucida, nella misura in cui la persona progredisce nella vita. Pertanto, non si limita a un tempo di iniziazione religiosa, ma dura tutta la vita. È necessario tornare sempre all'incontro con la parola e alla conversione per trasformare e trasformarsi.
    Finalità dell'evangelizzazione è la trasformazione interiore dell'umanità. Non è la predicazione di una nuova religione, anche se si trattasse di quella vera. Neppure è l'offerta di un'esperienza spirituale. Ciò risulta essere una parte. L'evangelizzazione è invece il racconto di un reale disegno di Dio sulla persona e sull'umanità, manifestato e reso possibile in Cristo, e realizzato in germe già in questo mondo. I segni si riconoscono nelle trasformazioni personali e sociali.
    Una vera evangelizzazione infatti può anche aver avuto inizio quando la predicazione non era possibile, con gente che non chiedeva il battesimo e non si integrava visibilmente nella Chiesa. La presenza nella società di una comunità che vive secondo il Vangelo è già annuncio di Cristo, sebbene incompleto. Così la penetrazione della luce evangelica nella cultura, attraverso la condivisione e l'educazione, è già lenta trasformazione, evangelizzazione.
    Sono due le vie maestre dell'evangelizzazione: la testimonianza e l'annuncio. Esse sono complementari, e devono procedere insieme: la testimonianza manifesta la forza trasformatrice della parola, suscita domande e conferma quanto predicato; l'annuncio dà ragione della speranza che anima la vita dei testimoni e la illumina. Entrambi parlano di Gesù Cristo e lo propongono come salvezza.
    Tuttavia, se queste due vie dovessero restare disgiunte, la testimonianza riveste maggiore efficacia e provocazione.
    L'«Evangelii nuntiandi» afferma che la buona novella è proclamata «prima di tutto» mediante la testimonianza: «Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d'uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà nello sforzo comune per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere domande irresistibili» (EN 21).
    Tutto questo è enormemente importante e più innovatore di quanto sembri a prima vista. Siamo oltre il tempo del cristianesimo sociologico: occorre convertire. E la conversione non è accedere semplicemente alla pratica religiosa, bensì trasformare la vita personale e sociale conforme alla dignità che nasce dalla filiazione divina. Gesù è la chiave e l'energia per questa trasformazione. Egli si fa conoscere mediante la parola, ma opera, in specie, attraverso la presenza dei credenti.

    4. L'EVANGELIZZAZIONE È UNA STRADA PRIVILEGIATA

    Quanto abbiamo detto rende chiara la natura, la sostanza, l'essenza dell'evangelizzazione: trasformare dal di dentro persone, società e culture secondo il Vangelo e per mezzo del Vangelo, proposto dalla testimonianza del credente e dalla parola che lo annuncia.
    Questa trasformazione non ha luogo in un momento preciso, né raggiunge in tutti la stessa profondità. Solo Dio conosce sino in fondo il cuore dell'uomo: ce lo dice la storia di Gesù e della Chiesa. Del resto l'evangelizzazione non è una legge da praticare, ma piuttosto un dialogo con il Padre attraverso la nostra vita nella quale il Verbo prolunga l'incarnazione. Si tratta di un autentico cammino verso il Padre, di un itinerario di fede. Dio Padre attira e il Vangelo conduce a Lui dalla nostra lontananza, per mano. Non siamo di fronte a un itinerario didattico o scolastico, ma a un autentico progredire della propria vita che scopre il suo senso e ascende verso la comunione con Dio. E sempre attirata da Dio e guidata dalla Parola.
    L'evangelizzazione – spiega la «Evangelii nuntiandi» – è un processo complesso e unitario. La meta è una; il cammino, progressivo. Le fasi e gli elementi sono vari: la testimonianza, l'annuncio esplicito, l'adesione del cuore, l'ingresso nella comunità, la vita sacramentale, l'impegno apostolico (cf EN 17).
    Evangelizzazione e catechesi venivano una volta distinte come se fossero due elementi successivi. L'evangelizzazione rispondeva al primo annuncio, la catechesi all'iniziazione sistematica ed esperienziale nella vita della comunità cristiana.
    Oggi l'evangelizzazione comprende tutto il processo di maturazione cristiana, personale e sociale, per il quale il Vangelo diventa la forma interiore dell'individuo e della società. La catechesi è una fase particolare del processo di evangelizzazione, con finalità e metodi specifici, che percorrono coloro che hanno dato una risposta affermativa alla chiamata della fede. Lo afferma l'Esortazione Apostolica Catechesi tradendae: «La catechesi è uno dei momenti più importanti in tutto il processo di evangelizzazione» (n. 18).
    In tale processo il punto di partenza è l'impatto della vita cristiana, che provoca domande. Viene dalla presenza dei credenti, i quali cercano di vivere la propria fede senza distanze o separazioni dal loro stile di esistenza quotidiana nella comune società. Questo pensiero lo esprime molto bene la lettera di Diogneto: «I cristiani sono uomini come gli altri; non si distinguono né per il paese in cui abitano, né per la lingua che parlano, né per le abitudini che assumono. Non si isolano nella città e non usano una lingua propria... Abitano in città greche o barbare, ovunque gli capiti di vivere e si adattano alle tradizioni locali nel vestire, nel mangiare, e negli usi quotidiani. Generano ammirazione per il loro modo di sentirsi uniti che appare come qualcosa di straordinario...». Vivono con una sola particolarità tra i loro concittadini: sono come «l'anima in ogni parte del corpo».
    Valenza importante della testimonianza è l'impegno nel temporale. Non segue il Vangelo chi si professa credente e poi resta sempre estraneo o turista, semplice osservatore o avverso alle lotte dei poveri per una vita migliore.
    Una tappa successiva sta nel primo annuncio che provoca a prese di posizione. «La più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava "dare le ragioni della propria speranza" –, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù» (EN 22).
    Tale annuncio viene proclamato in molti modi e per vie diverse: l'amicizia e la conversazione personale, il contatto con i segni cristiani, l'incontro con persone significative, i mezzi di comunicazione sociale, la partecipazione per simpatia a manifestazioni religiose. Si tratta di accendere il desiderio della fede mostrando la gioia evangelica e il senso che questa racchiude in sé, o di sviluppare un germe già esistente impedendo che muoia. La risposta attesa si chiama adesione del cuore, desiderio di condividere l'esperienza dei credenti.
    Segue poi, come tappa ulteriore, il percorso catechistico o itinerario catecumenale. Chi ha compiuto una prima opzione di fede, deve essere introdotto organicamente nella conoscenza del mistero di Cristo e nella pratica della vita cristiana. Si rende parte integrante della comunità ecclesiale con la comunione fraterna, i primi sacramenti...
    La catechesi persegue il proposito di formare progressivamente all'esistenza cristiana, sino a raggiungere la maturità in Cristo. Tale impegno deve «trasformare la vita: la vita naturale alla quale dà un senso nuovo... e la vita soprannaturale, che trova la sua espressione vivente nei sette sacramenti e nella loro mirabile irradiazione di grazia e di santità» (EN 47). Esistono, pertanto, traguardi successivi all'iniziazione, che sono la conformazione a Cristo, la partecipazione assidua alla vita della Chiesa, l'elaborazione di una cultura cristiana organica, la maturazione di una coscienza etica ispirata alla fede.
    Circa la cultura cristiana si sottolineano due aspetti: conoscere in modo adulto i contenuti della fede, e di quanto attiene all'argomento, e approfondire sotto il profilo cristiano i temi secolari. Se ciò non avviene, la fede non riesce a «permeare» la mentalità e la vita, rimane una religiosità che si esprime semplicemente attraverso atti devozionali.
    E infine, come ultima tappa, impegnarsi a evangelizzare. «Chi è stato evangelizzato, a sua volta evangelizza. Qui è la prova della verità, la pietra di paragone della evangelizzazione: è impensabile che un uomo abbia accolto la Parola e si sia dato al Regno, senza diventare uno che a sua volta testimonia e annuncia» (EN 24). Il Vangelo non è un bene che si acquisisce per diletto o arricchimento individuale. È salvezza per tutta l'umanità. La persona che lo ha veramente accolto si assume responsabilità verso gli altri: comunica il dono ricevuto.
    Evidentemente le fasi che abbiamo passato in rassegna non sono isolate o isolabili nella prassi, ma complementari, anzi, spesso compresenti. La loro successione non è rigida, serve solo per tracciare l'idea della crescita. Una fase non finisce quando inizia la seguente; viene assunta invece dalla fase successiva e continua a liberare le peculiari potenzialità. L'annuncio si prolunga nella catechesi che risuona doverosamente come la buona novella di Cristo e come invito alla conversione. La catechesi poi comprende l'esistenza, cristiana, che viene giocata interamente nell'impegno.
    «Il merito del Sinodo – assicura la "Evangelii nuntiandi" –sta nell'averci costantemente invitati a comporre questi elementi, più che ad opporli tra di loro, al fine di avere la piena comprensione dell'attività evangelizzatrice della Chiesa» (EN 24).

    5. EVANGELIZZATORI

    Un tempo forte di evangelizzazione richiede evangelizzatori. San Paolo, parlando dei carismi nel capitolo quarto della lettera agli Efesini, enumera i doni che edificano la comunità cristiana e la dispongono alla missione: «Lo Spirito ha costituito alcuni apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori». Alla luce della vita delle prime comunità cristiane, risulta evidente che questi cinque carismi non coincidono l'uno con l'altro e non necessariamente sono separabili. Ma implicano servizi diversi e richiedono differenti capacità.
    Negli evangelizzatori prevale l'iniziativa coraggiosa, l'impulso ad affrontare situazioni nuove, l'andare verso un mondo che non conosce Cristo per portare una speranza, l'interpretare le aspirazioni di chi appare lontano o disinteressato, il penetrare le aspettative di felicità, di verità e di giustizia, insite in ogni persona. Evangelizzare è andare verso l'incontro, più che attendere qualcuno.
    Negli Atti degli Apostoli viene presentata una tipica figura di evangelizzatore, Filippo. Di lui si dice che «percorreva tutte le città evangelizzando». Non è mandato a una comunità o in un luogo per rimanere. È uno specialista dell'incontro per annunciare e diffondere la fede.
    Al proposito è interessante il commento del cardinal Martini: «La Chiesa vive se mantiene in sé questi due doni di evangelizzare e di pascere in un equilibrio che, evidentemente, potrà variare a seconda delle circostanze e delle situazioni. Quando l'equilibrio si rompe e una chiesa, per esempio, diventa unicamente evangelizzatrice senza pensare di portare avanti e di sostenere le comunità, allora abbiamo quel tipo di chiese entusiaste, nelle quali dominano unicamente le forze d'attacco, ma non si costruisce. Quando invece tutto il peso si porta sull'azione pastorale, allora la Chiesa pasce se stessa indefinitamente e perde quel punto di espansione che la fa essere Chiesa. Ecco l'importanza di questi due carismi congiunti, evangelizzatori e pastori» (L'Evangelizzatore in San Luca, ed. Ancora, Milano 1986, pag. 18-19).
    Studi e incontri di questi ultimi anni sull'evangelizzazione dedicano una speciale attenzione alla spiritualità e qualità degli evangelizzatori. La «Evangelii nuntiandi» raccomanda loro di operare sotto il soffio dello Spirito, da testimoni autentici, come artefici di unità e servitori della verità, animati dall'amore, con il fervore dei santi.
    Ripercorrendo le considerazioni compiute, vengono evidenziate qui alcune note tipiche, rivolte a chi è impegnato nell'evangelizzazione della gioventù.
    La prima è il peso che ha nell'evangelizzazione l'esperienza personale, gioiosa, della scoperta di Gesù: la nostra scienza più eminente è conoscere Gesù Cristo; e la nostra gioia più profonda è rivelare le ricchezze insondabili del suo mistero (cf Ef 3). Evangelizzare non è dare lezioni sul testo evangelico, ma far trasparire in esso luce e senso: è comunicare in modo vitale. Il dominio concettuale del messaggio non è prioritario, lo è invece quella passio-ne per cui «tutto viene giudicato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo» (Fil 3,8).
    San Giovanni, nella prima delle sue lettere, parla della forza che possiede l'esperienza nell'annuncio: «Quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato... quello che noi abbiamo visto e udito, lo annunziamo anche a voi: Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre!» (1 Gv 1,1-5).
    E san Paolo paragona il nascere della fede all'atto generativo, frutto di un impulso di amore e di entusiasmo: più che «dare lezioni», si tratta di aprire verso nuove potenzialità di vita.
    Alla totale fiducia in Cristo e nella sua Parola bisogna aggiungere un secondo atteggiamento: operare con speranza nel tempo in cui siamo chiamati a vivere. Questo è il tempo che Dio ci dona, il tempo che la forza del Vangelo deve redimere e trasformare. È inutile e nocivo pensare tempi migliori, passati o futuri che siano. Vivere in disaccordo permanente o di cattivo umore verso la realtà e la cultura in cui siamo immersi, porta all'inquietudine, impedisce la realizzazione di un progetto personale e distrugge le radici del nostro vivere quotidiano.
    Da ultimo, consideriamo il senso della semina. La parabola del seminatore è singolare in proposito, poiché descrive a meraviglia il processo della parola all'interno della persona e della comunità, come un seme che germoglia in forza di una propria vitalità interiore. L'evangelizzatore deve seminare senza avarizia, preparando sì il terreno, ma senza pretendere di raccoglierne i frutti. Il tempo è una componente dell'azione umana, soprattutto quando tale azione mira al traguardo finale.


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    p a g i n A


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