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    Il bene e la notte

    Sussidio di riflessione sulla testimonianza
    di Dietrich Bonhoeffer

    a cura di Massimo Maffioletti

     


    1. Buoni compagni di viaggio

    Per la nostra navigazione umana è sapiente scegliere buoni compagni di viaggio. A volte saranno scomodi, costringeranno a misurarsi con la propria idea di vita e di uomo, scardineranno le nostre comodità aiutandoci a purificare il desiderio di futuro e ci getteranno nella mischia della vita. Loro non amano la neutralità e l’indifferenza, però sono testimoni credibili e affidabili, dai quali apprendere molto dell’arte della vita. Della vita che ha sempre il volto di una promessa e merita il nostro cimento. Della vita che è dono e compito.
    Responsabilità per sé e per altri. Disposizione della libertà ad assumersi la causa della giustizia e, per chi ritiene il vangelo la buona forma della libertà, testimoniare il regno di Dio nella profezia della fraternità umana. Soprattutto a fronte di avversità, prove, quando il mondo sembra essere in ostaggio di forze maligne. Occorre tenerseli stretti, questi amici, perché al momento giusto verranno in soccorso sul crinale delle scelte decisive. Bisogna saper coltivare – grazie alla loro compagnia – il gusto del pensiero, della ricerca spirituale, scongiurando pensieri unici e comodi appiattimenti. Occorre imparare a fare l’uomo da chi è stato davvero uomo in questo mondo. Essere uomini “completi” o “finalizzati” o “compiuti” come avrebbe detto Bonhoeffer. Di quelli che sono riusciti a operare una buona sintesi tra essere e agire, responsabilità e servizio, qualità spirituale e disposizione ad essere-per-altri (pro-esistenza). È fuori discussione che per la vicenda umana di Bonhoeffer il punto di riferimento – lo diciamo subito – sia stata la “statura” dell’umanità di Cristo. La qualità umana di Gesù – che il teologo tedesco ravvisa nel Discorso della montagna di Matteo (5-7) da cui nascerà lo splendido Sequela – è la sua pro-esistenza, la disposizione a fare liberamente della propria vita un dono per altri. Si è uomini – è la convinzione del nostro teologo – a partire sempre dall’umano di Gesù. Non c’è distinzione tra l’essere umano ed essere cristiano: «Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo» [2]; «Il cristiano non è un homo religiosus, ma un uomo semplicemente, così come Gesù era uomo» [3]; «in Cristo non esistono “problemi cristiani”» [4]. L’esperienza del carcere radicalizzò il suo pensiero sulla mondanità della fede, sull’essere uomini anche senza l’ipotesi di Dio (“et si deus non daretur”, “anche se Dio non esistesse” [5]), sulla rinuncia al “Dio tappabuchi” [6], al “deus ex machina” [7], in nome dell’adultità e maturità della fede stessa, perché questa doveva essere la maniera autentica di respingere la forza d’urto del Male che stava devastando la coscienza delle generazioni tedesche e inquinando persino i vertici della sua Chiesa. Stare in carcere con la consapevolezza che Dio non interviene in maniera meccanica o prodigiosa, che l’onnipotenza di Dio si rivela nel suo nascondimento, nella sua assenza, nella debolezza della croce del Figlio e non nella gloria o nel trionfo, che la vittoria del bene passa necessariamente dalla fedeltà alla vita, dall’accoglienza della sofferenza e dall’inghiottimento del male. Nella cella 92 a Tegel è rinchiuso un uomo che non attende passivamente la morte ma è vigile sull’orrore del mondo e si dispone liberamente a dare la vita per il suo popolo.
    Solo la fede/fiducia è in grado di respingere l’ondata del Male. Ma occorre avere il coraggio di ripensare totalmente la fede e il cristianesimo stesso in un mondo che si è profanizzato, cioè che ha espulso dal suo orizzonte il Nome di Dio, ha svuotato il cielo dagli dei [8]. Questa è la lezione di Bonhoeffer.
    Bisogna attraversare la vita – l’unica vita che abbiamo – in compagnia di uomini che non giocano nei nostri confronti la carta della seduzione ma quella dell’attrattiva e della testimonianza [9].
    La credibilità di un uomo sta nella sua testimonianza concreta, e il suo pensiero è efficace solo a fronte del suo agire. Ci deve essere qualcuno che prova a rendere concreto il vangelo. Così sta davanti a noi il promettente teologo tedesco che avrebbe avuto davanti a sé una brillante carriera accademica ed era già diventato un punto di riferimento per la Chiesa luterana. Chissà chi glielo ha fatto fare di buttarsi a capofitto nell’impresa titanica dell’attentato, consapevole delle conseguenze? Il resto, appunto, sono solo “chiacchiere e distintivo”.

    ♠ E tu hai qualche buon punto di riferimento nella tua vita, un “maestro” in grado di aiutare la tua navigazione? A volte magari si rimane toccati dalla testimonianza di un amico, o di un professore o del curato di oratorio.

     Anche i libri, i film, le canzoni – che non sostituiscono certo la relazione con le persone – possono essere a volte buoni maestri.

    Non è così?

     

    NOTE

    2 Lettera all’amico Eberhard BETHGE, Tegel 18 luglio 1944. Tutte le lettere citate sono raccolte in Resistenza e resa (ed. San Paolo 2015).
    3 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 21 luglio 1944.
    4 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 29 maggio 1944.
    5 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 16 luglio 1944.
    6 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 29 maggio 1944.
    7 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 30 aprile 1944.
    8 È la tesi di Umberto GALIMBERTI sul cristianesimo come “la religione dal cielo vuoto” (ed. Feltrinelli 2012).
    9 Durante la trasmissione radiofonica del 1° febbraio 1933 Bonhoeffer giocando con le parole intuiva già la deriva dell’avvento di Hitler: il Führer era solo un grande Verführer, seduttore o colui che travia, ridicolizzato dallo spettacolare Il grande dittatore di Charlie CHAPLIN nel 1940.


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