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    Si spiega la liturgia durante la Messa?


    Sale e pepe nella liturgia /7

    Elena Massimi

    (NPG 2021-03-71)

    Capita spesso che prima, dopo e durante la celebrazione eucaristica, chi presiede, con la buona intenzione di aiutare i fedeli a partecipare alla liturgia, spieghi, in modo anche prolisso e ripetitivo, gesti, simboli, testi… “Chi compie una tale azione” non sa che, nella maggior parte dei casi, invece di sostenere la partecipazione attiva, rischia seriamente di comprometterla.
    Quanto sono fastidiose quelle continue interruzioni che spezzano il “ritmo” della celebrazione!
    Purtroppo, ingenuamente, spesso si pensa che sia sufficiente spiegare la liturgia per superare le difficoltà che l’uomo contemporaneo ha con il linguaggio simbolico rituale.
    Questo non significa che non sia necessaria anche una comprensione intellettuale della liturgia, dei suoi gesti, riti, testi…, ma non è assolutamente sufficiente. Un percorso di formazione liturgica si basa principalmente sulla iniziazione alla liturgia attraverso la liturgia stessa. Scrive Papa Benedetto XVI: «La migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata» [1].

    L’insegnamento di "Sacrosanctum Concilium"

    È interessante come la Costituzione Conciliare sulla liturgia dia la precedenza alla formazione liturgica rispetto alla riforma della stessa, che da sola non può condurre i fedeli ad una partecipazione attiva, piena, consapevole.

    «È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, [... perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione. Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d'anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri, è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero» (Sacrosanctum Concilium 14).

    È significativa la particolare attenzione data alla formazione liturgica del clero, che è chiamato a sua volta a formare il popolo di Dio. Purtroppo tale indicazione conciliare, soprattutto in questi ultimi anni, è stata fortemente disattesa: invece di investire risorse sulla formazione liturgica si è scelta la via breve dell’inserire “elementi” extra- liturgici nella liturgia, nella speranza di sostenere così la partecipazione attiva dei fedeli.

    Le disposizioni di colui che vuole formare i fedeli alla liturgia

    Prima di in pensare a qualsiasi percorso di formazione liturgica è necessario verificare le disposizioni dell’educatore. Con saggezza scriveva R. Guardini:

    A questo riguardo però – e sarà quanto deciderà tutto – coloro che hanno il compito di insegnare e di educare, debbono chiedersi se loro stessi siano disposti volontariamente all’atto liturgico. In termini più netti: se sappiano in assoluto che esiste questo atto, quale sia il suo profilo, e che non è un lusso, né una stranezza, ma qualcosa di essenzialmente costitutivo [2].

    L’educatore, quindi, deve credere nelle potenzialità della liturgia e nella sua importanza per la vita cristiana. Deve anche essere cosciente della natura simbolico rituale della liturgia, del suo essere costituita da una molteplicità di “linguaggi”, di modalità espressive: parola, silenzio, canto, gesti, profumi, luci… Leggiamo a tale proposito negli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia: Incontriamo Gesù [3]: «Una visione della liturgia solo in prospettiva concettuale e didattica va contro la sua natura di forma che dà forma, secondo la quale il credente, pervenuto alla fede, si lascia plasmare ed educare dall’azione liturgica, quale espressione del culto della Chiesa nella sua fontalità sacramentale, sorgente della vita cristiana. La celebrazione, inoltre, con i suoi plurimi linguaggi che interpellano il cuore, la mente, i sensi corporei e psichici e con le sue esigenze comunitarie ha un grandissimo potenziale “educativo”».
    Infine l’educatore deve avere una profonda esperienza del Risorto nella liturgia; in essa vive realmente il Mistero della nostra salvezza e si lascia trasfigurare da questo.

    Cosa significa iniziare?

    La liturgia è un’azione simbolico-rituale di Cristo e della Chiesa, alla quale si accede dopo un “lungo e paziente” cammino di iniziazione. Essere iniziati significa “utilizzare” i diversi linguaggi di cui si compone la liturgia. Si viene iniziati alla liturgia celebrando bene, “facendo bene la liturgia” giorno dopo giorno.
    Per capire meglio di cosa stiamo parlando, offriamo un piccolo esempio preso in prestito dall’ambito musicale.
    Per poter suonare il pianoforte, è da una parte necessario che il maestro spieghi all’alunno come si debba solfeggiare, come leggere la partitura, la diteggiatura… dall’altra è fondamentale l’esercizio quotidiano, la pratica quotidiana dello strumento: a suonare si impara suonando, affrontando partiture e difficoltà tecniche man mano più complesse.
    Potremmo dire che anche per la liturgia funziona così! Certamente è necessaria una spiegazione (fuori della Messa!), ma determinante è il celebrare.

    Quali percorsi?

    Ci si chiede allora cosa fare concretamente. Il recente sussidio della Conferenza Episcopale Italiana, Un Messale per le nostre Assemblee, offre delle indicazioni interessanti. Innanzitutto ribadisce come la “spiegazione” del “che cosa” si celebra e del “come” partecipare ad un rito, deve avvenire fuori della liturgia.
    Propone poi un metodo formativo articolato in 3 tappe.

    Introdurre
    «Per entrare nell’esperienza viva e fruttuosa della celebrazione eucaristica è importante introdurre al senso globale del rito eucaristico e alle modalità con cui esso avviene. A questo livello è utile rispondere alla domanda circa il “perché” celebrare il rito eucaristico e circa il “cosa” aspettarsi da esso, così da rafforzare le ragioni per partecipare al rito e orientare le attese nei suoi confronti. Quanto all’introduzione alle modalità dell’esperienza, è necessario che si conosca, almeno per sommi capi, cosa si deve “fare” nel rito, così da potervi partecipare in modo adeguato.

    Esercitare
    A celebrare si impara celebrando. È l’attenzione all’atto celebrativo a costituire la porta di ingresso alla capacità di celebrare. Qui si pone la necessità di creare un “tessuto” di esperienza celebrativa a monte e a valle del vero e proprio rito comunitario: un tessuto che si appoggi necessariamente alla celebrazione, ma che si innesti anche su altre esperienze rituali.

    Riprendere
    Per lasciarsi plasmare dal rito non è sufficiente la sua sola esecuzione puntuale. Non si tratta infatti solo di conoscerlo, ma di compierlo in modo adeguato e, per quest’ultimo obiettivo, non basta la sola sua ripetizione più o meno frequente.
    Per questo motivo, l’esercizio rituale va accompagnato con una ripresa mistagogica, capace di rileggere l’esperienza vissuta in relazione agli eventi salvifici narrati dalle Scritture e in relazione agli eventi della vita che dal sacramento si lasciano illuminare» [4].

     
    NOTE

    [1] Benedetto XVI, Esort. ap. post-sinod. Sacramentum caritatis, 64.
    [2] R. Guardini, «L’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica», in R. Guardini, Formazione liturgica, Morcelliana, Brescia 2008, 30.
    [3] Conferenza Episcopale Italiana, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, 29 giugno 2014, n. 17.
    [4] Conferenza episcopale italiana, Un Messale per le nostre Assemblee, Roma 2020, 37-41 (in https://liturgico.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/8/2020/10/19/Sussidio-nuova-edizione-ita-Messale-Romano.pdf).


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