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    L’educazione non è una questione privata. Sollecitazioni e stimoli sulle orme di Don Lorenzo Milani


    SULLE SPALLE DEI GIGANTI /13

    Marta Zambon

    (NPG 2021-03-74)


     

    «Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo se erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.
    Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I Care”.
    È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”.
    È il contrario esatto del motto fascista “me ne frego”».[1]


    “Prete, insegnante, educatore e… babbo”: coordinate fondamentali sulla vita del priore di Barbiana

    “Prete, insegnante, educatore e… babbo”[2] così possiamo introdurre la figura tanto amata, quanto complessa di Don Lorenzo Milani. Per poter cogliere alcune preziose e autentiche provocazioni pedagogiche, è prima di tutto fondamentale cercare di delineare alcune pennellate della sua vita, che non potranno mai essere esaustive e non vogliono avere la pretesa di definirla totalmente.
    Nasce a Firenze il 27 maggio del 1923 da una famiglia ben agiata e di alta caratura culturale: “l’antenato più illustre è il bisnonno Domenico Comparetti. Grande filologo, conosceva 19 lingue. Lorenzo è il classico figlio di signori. Un privilegiato”[3]. La famiglia nel ’30 si sposta a Milano dove Don Lorenzo frequenta il Liceo Berchet, senza essere mai uno studente modello. Inizia la seconda guerra mondiale, consegue il diploma di maturità, ma non inizierà mai l’università: Lorenzo decide di dedicarsi alla pittura. Fino a quando entra in seminario il 9 novembre 1943; questa scelta non è segnata da un fatto singolare, una “caduta da cavallo”, ma indubbiamente da un gande spirito di ricerca.
    Nei tanti libri che cercano di approfondire la figura del priore di Barbiana emerge in maniera comune la sua caratteristica di spirito schietto, ironico, spavaldo. Così Adele Corradi, un’insegnante che per anni ha lavorato con lui nella scuola di Barbiana, racconta infatti il suo primo incontro con il priore:

    “Lui invece, al primo impatto, non mi aveva fatto una buona impressione. Mi aspettavo un tipo rustico, un montanaro, e mi trovavo davanti un tipo che sembrava uscito da un salotto. Per di più aveva in testa un brutto cappello di paglia da contadino a tesa larga (stava facendo scuola nel giardino accanto al pozzo) e sotto il cappello aveva una faccia tonda un po’ gonfia (forse per il cortisone, ma io non lo sapevo) e una lisca nel parlare fastidiosissima. Quando entrammo in casa e si levò il cappello prese un aspetto un po’ più gradevole, e soprattutto dimenticai l’aspetto e la liscia perché era divertentissimo. […] e aveva un modo di scherzare che richiedeva a chi gli stava davanti non solo un uguale dose di senso dell’umorismo, ma anche un’assoluta mancanza di permalosità”[4].

    Nel 1947 all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale e l’inizio della Repubblica Italiana, Don Lorenzo viene ordinato prete e poco dopo mandato nel borgo operaio di San Donato di Calenzano, per dare un aiuto al vecchio parroco Don Daniele Pugi. Qui fonda e mantiene attiva per sette anni la «Scuola Popolare» serale per i giovani. La grande povertà, le estreme condizioni di vita e di lavoro e le forti scissioni causate dalle ideologie politiche, fanno emergere in lui una forte convinzione di mutare la tradizionale maniera di fare il prete. Così nelle stanze della canonica e del catechismo, giovani credenti e non credenti, comunisti, socialisti e democristiani, leggevano il giornale e ascoltavano la radio, confrontandosi sui problemi dell’attualità così da poter conoscere, riflettere, approfondire e talvolta, insieme a Don Lorenzo, assumere posizioni pubbliche su vari problemi[5]. Troviamo calzante parafrasare il professore e senatore a vita Norberto Bobbio, che affermò: “oggi la differenza non passa tra credenti e non credenti ma tra quelli che cercano e coloro che hanno smesso di cercare”. In questi anni a Calenzano, Don Milani ha indubbiamente onorato l’intelligenza dei giovani a lui affidati.
    Ed è proprio in questi anni che Don Lorenzo pone le basi per il suo testo che creò molto scompiglio e clamore: “Esperienze pastorali”, pubblicato nel 1958, in cui il prete enuncia una nuova pastorale orientata fortemente alla classe operaia e ai poveri.
    È il 6 dicembre 1954 quando Don Milani viene nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, sui monti del Mugello sopra Firenze, con una comunità le cui famiglie si potevano contare su entrambe le mani.
    Qui nasce, si sviluppa e termina la straordinaria esperienza della scuola di Barbiana, sognata e pensata dal sacerdote per i suoi “ragazzi della montagna”. Una scuola fondata sul Vangelo, sulla costituzione, sulla vita reale e quotidiana: “A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era “negato per gli studi”. […] Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D’ogni libro c’era una sola copia. I ragazzi gli si stringevano sopra”[6]. Una scuola dove non c’è ricreazione e dove gli alunni più grandi aiutano gli alunni più piccoli e dove il sapere aveva un forte sapore, perché ancorato alla vita che i ragazzi vivevano; un sapere che partiva dalla realtà, che si trasformava in teoria, ma poi tornava inevitabilmente alla vita[7]: “certa ricerca che manca del sapore della realtà, poiché ha reciso il contatto con i problemi veri, si consuma in un dire senza parola, impassibile e senza vita. Interrompere il dialogo con la realtà produce un vuoto, che è evidente nei saperi vacui, inutili, che esauriscono il loro senso nel momento stesso in cui vengono pronunciati”[8]. Una scuola dove si impara facendo, learning by doing, diremmo adesso: laboratori manuali, pittura, lingue straniere (moltissime le lingue studiate), la costruzione di una piscina, …tanti gli esperti (tutti amici appartenenti a quel mondo “borghese” che Don Lorenzo non condivideva più, ma che ha utilizzato fino in fondo) che salivano a trovare il priore e che insegnavano ai ragazzi ciò di cui erano estremamente esperti. Una scuola in cui “non ci si fermava alla buccia”; infatti il priore passava molto tempo a spiegare, approfondire, sviscerare le parole sia di uso comune che quelle più erudite, poiché l’utilizzo della parola dava dignità a ciascuno: “[…] ciò che manca ai miei è solo questo: il domino sulla parola. […] quando il povero saprà dominare le parole come personaggi la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata”[9]. Una parola snocciolata e studiata per poi far accedere e comprendere nel profondo la Parola con la P maiuscola.
    In questi anni prendono vita le numerose lettere che il priore ha scritto sia privatamente che pubblicamente, sempre stimolato da fatti storici contemporanei o da pensieri maturati dalla vita condivisa con i ragazzi. Tra queste: Risposta ai cappellani militari (11 febbraio 1965), Lettera ai giudici (15 febbraio 1966) e Lettera a una professoressa, un’opera composta con il metodo della scrittura collettiva e pubblicato nel maggio del 1967.
    Don Lorenzo muore di malattia il 26 giungo del 1967 a soli 44 anni. La scuola di Barbiana si sciolse nell’ottobre del 1968.
    A fronte di una vita tanto radicale, appassionata e totalmente dedita ai “suoi ragazzi”, la domanda che dobbiamo porci non è tanto cosa attuare per far sì che la nostra scuola sia come la scuola di Barbiana, ma come dobbiamo essere noi per fare scuola. Traslando sul piano più generale, a noi educatori  e operatori pastorali Don Milani ci provoca non su come fare educazione ma su come essere per educare.
    Tra le innumerevoli provocazioni ci sentiamo in particolar modo sollecitati su due aspetti che l’educazione, la vita e la fede di Don Milani ci offrono: la grande fiducia che egli riponeva nei ragazzi nel fare grandi imprese e l’educazione come missione non solo religiosa ma civile.

    “Nessuno era negato per gli studi”: con la tua fiducia, posso fare grandi imprese

    “Dopo la licenza partii per l’Inghilterra. Avevo 15 anni. Prima lavorai da un contadino a Canterbury. Poi da un vinaio a Londra. Nella nostra scuola l’andare all’estero equivale ai vostri esami. Ma è esame e scuola insieme. Si prova la cultura al vaglio della vita. In conclusione è un più severo dei vostri, ma almeno non si perde tempo sulle cose morte. Al nostro esame sono passato bene. Sono tornato a casa vivo e ho riportato anche quattrini. Ma soprattutto sono tornato pieno di cose capite che sapevo raccontare.”[10] Per la crescita dei ragazzi Don Milani reputava fondamentale far vivere loro delle esperienze extra-ordinarie, in nuovi ambienti, intessendo nuove relazioni, in cui bisognava necessariamente utilizzare una lingua diversa e in cui il giovane poteva contare esclusivamente sulle proprie forze e sulle proprie conoscenze acquisite. Molti infatti i ragazzi di Barbiana che tra i 14 e i 16 anni hanno fatto un’esperienza all’estero, nelle fabbriche, nelle fattorie e nei sindacati in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Algeria, Libia.
    Per noi oggi è inimmaginabile e anacronistico pensare delle esperienze di questo tipo per i nostri ragazzi, anche se tante sono le proposte che si avvicinano ad esse (pensiamo alle settimane formative all’estero, l’anno di studio in quarta superiore in un’altra nazione, l’erasmus per i giovani universitari…). Non è utile per questo nostro approfondimento domandarci se e come poter riproporre questa tipologia d’esperienze, ma è per noi nevralgico fare tesoro della grande fiducia che Don Milani depositava in questi ragazzi e che è stata per ciascuno di loro generatrice di vita.
    Ingaggiare i ragazzi in imprese grandi, di primo acchito smisurate, permette di tenere alto lo sguardo, dritta la schiena e poter crescere conoscendo in maniera vera e profonda se stessi, il mondo e Dio.
    A tal proposito facciamo nostro il termine che il grande pedagogista Piero Bertolini, nell’opera scritta con Letizia Caronia “Ragazzi difficili, pedagogia interpretativa e linee d’intervento”[11] denomina come: dilatazione del campo d’esperienza. L’ipotesi di fondo è che il confronto con esperienze diverse, qualitativamente disomogenee, possa essere una fonte di inestimabile valore per la crescita dei ragazzi. Guardando ai ragazzi dei nostri ambienti di pastorale, possiamo fare nostra l’idea che moltiplicare le esperienze di vita, giocando sulla loro disomogeneità, è uno strumento per far sì che i bambini, i preadolescenti e gli adolescenti, possano imparare a dare un significato diverso alla realtà  e a sperimentarla nelle sue variazioni e sfumature. Ampliare il campo d’esperienza, può essere il segno tangibile della molteplicità dei punti di vista possibili e dunque uno strumento per cominciare a capire che la realtà può essere in molti modi e che, al di là delle più immediate costrizioni, un individuo possiede comunque uno spazio di attribuzione autonoma di senso.[12]
    La fiducia dunque che l’educatore ripone nei ragazzi, permette loro di uscire dal nido, smarcarsi dal già dato e già noto, per fare un passo in autonomia verso nuove esperienze che aiuta loro a dilatarne il campo ed essere così educati autenticamente al bello, al difficile, all’altro e all’avventura. Diventando così uomini e donne dell’imminente futuro, coraggiosi e affidabili.

    “Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte”[13]: educazione e coscienza civile in Don Milani

    La vita e il forte credo pedagogico di Don Milani ci stimola a radicare sempre più la convinzione che educare non è un fatto personale, ma profondamente civile e sociale! L’educazione nei nostri ambienti di pastorale deve essere lucida sul fatto che oltre ad educare futuri uomini e donne di fede, sta educando futuri uomini e donne della società civile. Educare nei nostri oratori, associazioni e realtà ecclesiali è educare i ragazzi e i giovani a fare scelte coraggiose nella società.
    In diverse lettere, scritti, libri o interviste Don Milani ha ribadito come la formazione, la didattica e il sapere appreso non possono essere fini a se stesse, non possono essere trattenute per sé, ma devono essere condivise soprattutto per gli ultimi della società: “per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è l’avarizia. Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava essere generoso anche quando non ero”[14].
    È importante dunque comprendere come educare è un atto politico, inteso non come atto partitico o ideologico, ma come atto che certamente ha una ricaduta sulla società, che ingaggia, sprona e forma i giovani a riversare le proprie conoscenze, il proprio sapere e la propria formazione verso gli altri, stando in prima fila e sporcandosi le mani. Nel senso più ampio e profondo, la politica è la più alta forma di carità, direbbe Papa Paolo VI.
    Siamo quindi sollecitati come educatori, operatori pastorale, formatori e catechisti a chiederci se nei nostri percorsi educativi abbiamo lo sguardo nitido sulla nostra azione politica e sociale: abbiamo mai pensato che tra i ragazzi del nostro gruppo di catechismo ci potrebbe essere il prossimo presidente della repubblica? O la prossima scienziata direttrice del CERN di Ginevra? O il prossimo premio Nobel per la Pace?
    I ragazzi della montagna di Barbiana, conoscevano bene le storie di Martin Luther King e di Gandhi, e di molte altre figure di riferimento a cui mirare. Figure laiche che però avevano radicalmente scelto di mettere a servizio degli altri il loro essere e il loro altissimo sapere: “fai bene quello che sei chiamato a fare” disse Vittorio Bachelet, uomo che strinse ermeticamente la dimensione della fede a quella del servizio civile e politico.
    I ragazzi non sono troppo piccoli per pro-gettare (gettare avanti) la propria vita e i propri sogni, puntando in alto. È compito degli adulti incoraggiare i più giovani a osare di più, a “spendersi per quelle idealità alte per cui pochi si impegnano a errare maggiormente sulle vie dei sogni, abbandonando le strade sicure, confortevoli, già tracciate dalla società o adeguate a uno standard di vita tranquilla, senza troppi slanci, né perdite”.[15]
    Non possiamo dunque che sentirci illuminati dalla figura di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, insegnante dei suoi ragazzi della montagna, educatore di tutti coloro che accolgono il suo esempio, padre di chi lavora per un mondo più giusto. Come Papa Francesco, sentiamoci anche noi “marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare”[16]. 

     

    Bibliografia

    A. Augelli, Erranze. Attraversare la preadolescenza, Milano, FrancoAngeli, 2011.
    P. Bertolini, L. Caronia, a cura di P. Barone e C. Palmieri, Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento, Milano, FrancoAngeli, 2015.
    P. Bertolini, Fenomenologia dell’avventura: oltre il già dato, in R. Massa, Linee di fuga. L’avventura della formazione umana, Firenze, La nuova Italia, 1989.
    A. Corradi, Non so se Don Lorenzo, Milano, Feltrinelli, 2012.
    C. Galeotti, Don Lorenzo Milani. L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Roma, Eretica – stampa alternativa, 2004.
    L. Mortari, Azioni efficaci per casi difficili. Il metodo ermeneutico nella ricerca narrativa, Milano-Torino, Bruno Mondadori, 2013.
    M. Musaio, Ricerca del bello ed impegno educativo, Milano, Vita e Pensiero, 2015.
    Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 2013.
    Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 2010.

     

    NOTE 

    [1] Lettera “Ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato delll’11 febbraio 1965”, in C. Galeotti, Don Lorenzo Milani. L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Roma, Eretica – stampa alternativa, 2004, pag. 37.
    [2] Definizione utilizzata da Agostino Burberi in una testimonianza tenuta l’11 marzo 2017 con alcuni giovani del gruppo pedagogico (di cui faccio parte), di ritorno da una visita a Barbiana.
    [3] C. Galeotti, Don Lorenzo Milani. L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Roma, Eretica – stampa alternativa, 2004, pag. 144.
    [4] A. Corradi, Non so se Don Lorenzo, Milano, Feltrinelli, 2012, pag.15
    [5] Tratto dall’intervento di Maresco Ballini, Gruppo don Milani di Calenzano, all’università di Firenze, nell'ambito delle iniziative per il quarantennale della morte. Il convegno ha messo in primo piano il periodo di San Donato a Calenzano e il contenuto di «Esperienze Pastorali». 
    [6] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 2010, pag. 11-12.
    [7] Per approfondire il tematica del legame tra teoria e pratica suggeriamo due testi: L. Mortari, Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo della formazione, Carrocci, 2003 e J. Dewey, Esperienza e educazione, Raffaello Cortina editori, 2014.
    [8] L. Mortari, Azioni efficaci per casi difficili. Il metodo ermeneutico nella ricerca narrativa, Milano-Torino, Bruno Mondadori, 2013, pag. 5.
    [9] Lettera “Giovani di montagna e giovani di città”, in C. Galeotti, Don Lorenzo Milani. L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Roma, Eretica – stampa alternativa, 2004, pag. 98-99.
    [10] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 2010, pag 101.
    [11] P. Bertolini, L. Caronia, a cura di P. Barone e C. Palmieri, Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento, Milano, FrancoAngeli, 2015.
    [12] Idem, pag. 132.
    [13] Citazione completa: “Poi insegnando imparavo tante cose. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole avare se non dedicandosi alla politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la fame, l’analfabetismo, il razzismo e le guerre coloniali”. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 2010, pag. 94.
    [14] Idem, pag. 14.
    [15] A. Augelli, Erranze. Attraversare la preadolescenza, Milano, FrancoAngeli, 2011, pag. 115.
    [16] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 2013, n.273.


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