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    Don Bosco. Accogliere oltre paura e pregiudizio


    SULLE SPALLE DEI GIGANTI /12

    Sfumature dell’accoglienza nello stile del sistema preventivo

    Emanuele Bonazzoli

    (NPG 2021-01-52)


     

     
    Torino di allora, il mondo di oggi

    Se ancora una volta ci troviamo a parlare di don Bosco e del suo metodo educativo è perché riconosciamo in questo grande uomo e santo un modello attuale che, riletto con gli occhi della contemporaneità, può stimolare nuove ricerche e interventi pedagogici. L’attualità di don Bosco, per chi lo conosce approfonditamente, ma anche per chi lo avvicina per la prima volta, è sconvolgente nel messaggio e per le risposte che questo grande pedagogista riesce a trovare alle situazioni del suo tempo, situazioni in realtà non molto dissimili da quelle della contemporaneità.
    La Torino di don Bosco è una città capitale di un significativo regno italiano ma ancora periferica nel panorama delle città europee del tempo. Eppure negli anni in cui don Bosco la vive, essa subisce cambiamenti sconvolgenti dal punto di vista politico, economico e sociale. Prima la promulgazione dello Statuto Albertino, pubblicato sulla scia delle Costituzioni europee quarantottine il 5 marzo del 1848 sulla Gazzetta Piemontese, in seguito ai moti di stampo liberale promossi dalle classi borghesi e a volte sostenuti anche dall’aristocrazia già dalla fine del decennio precedente; poi lo sviluppo economico improvviso e inatteso che fece crescere l’industria piemontese legandola all’asse Torino-Genova, a cui si aggiunse successivamente Milano nella triangolazione produttiva e dei commerci; infine, le conseguenze sociali della rivoluzione industriale che comportò da un lato un incredibile aumento della ricchezza sbilanciata a favore delle classi già abbienti a danno della precarietà dei lavoratori (specie donne e bambini), dall’altro l’urbanizzazione selvaggia della città sabauda che crebbe a dismisura senza garantire nel contempo alcuna forma di protezione sociale[1].
    La situazione sociale di Torino intorno alla metà del XIX secolo, dunque, richiedeva interventi urgenti, a tutti i livelli. Nel quarto decennio la popolazione era passata da 117.072 a 136.849 abitanti, con un aumento del 16,89%; dieci anni dopo l’incremento era pressoché raddoppiato (31,28%), anche in seguito all’ininterrotto flusso migratorio. Intere famiglie trasferite o singoli individui solitamente di giovane età trovarono alloggio nelle periferie che crebbero in modo disordinato e repentino. Le condizioni di vita già precarie di queste persone erano rese ancora meno stabili dall’insicurezza contrattuale e salariale, dalla mancanza di igiene, dalla scolarizzazione assente o lacunosa, dalla malnutrizione e dai distacchi famigliari per lutti o trasferimenti forzati. Con l’aumento del numero di poveri, Torino scoprì presto manifestazioni di pericolosità sociale e degrado morale.
    Quando don Bosco vi arrivò, riconobbe subito delle lacerazioni profonde. Il centro urbano era invaso da orde di ragazzi disponibili a tutti gli impieghi senza alcuna garanzia di protezione. In assenza di qualcuno che si prendesse cura di loro, questi giovani si raggruppavano spontaneamente nei sobborghi in vere e proprie bande. Insieme alla disperazione per le condizioni generali, don Bosco vide crescere la criminalità che portava molti ragazzi alla segregazione carceraria. Seguendo i consigli di don Cafasso, don Bosco fece l’esperienza dell’incontro dei giovani in carcere e poi, come testimonia il piccolo Michelino Rua, “andò per la città, per farsi un’idea delle condizioni morali dei giovani”. Le cronache testimoniano che don Bosco rimase sconvolto. Scrisse rispetto al carcere: "Vedere un numero grande di giovanetti, dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio, vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece orrore". Il vagabondaggio degli adolescenti disoccupati, intristiti, pronti al peggio pur di farsi largo nella vita preoccupò da subito il giovane sacerdote, deciso a dare un’alternativa a questi giovani. Accanto al mercato generale della città scoprì un vero “mercato delle braccia giovani”. “La parte vicina a Porta Palazzo – scrive in seguito – brulicava di merciai ambulanti, venditori di zolfanelli, lustrascarpe, spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti, fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri ragazzi che vivacchiavano alla giornata”. Don Bosco aveva incontrato i suoi ragazzi, coloro che gli ruberanno la vita.

    Don Bosco: un migrante nelle mani della Provvidenza
     
    Giovanni, d’altro canto, aveva sperimentato sulla propria pelle l’esperienza dell’abbandono, della povertà e della migrazione. Rimasto orfano di padre a soli due anni, crebbe attorniato dall’amore delle donne di casa (la madre Margherita e la nonna paterna che portava il medesimo nome), ma certamente messo alla prova dal rapporto con un’altra delle figure maschili della famiglia, il fratellastro Antonio. Presto Giovanni fu costretto a divenire un “piccolo migrante”, dovendo allontanarsi da casa dove non poteva più stare proprio a causa del fratello che lo maltrattava; dovette qualche tempo dopo cambiare ancora città per studiare (da Capriglio a Chieri), trasferendosi infine a Torino per terminare la formazione e per poi accudire i suoi ragazzi.
    Come don Bosco, anche l’esperienza dell’Oratorio non aveva trovato subito una fissa dimora. Nell’autunno del 1844 era iniziata la migrazione dell’Oratorio in numerosi luoghi della capitale del regno sabaudo: da prima accolto dall’opera della Marchesa di Barolo, si mosse poi nel cimitero di San Pietro in Vincoli, e ancora nei Molini di Città e in casa Moretta, fino a giungere in un prato dei fratelli Filippi. Gli spostamenti proseguirono per due anni, terminando il giorno di Pasqua del 1846, quando l’Oratorio trovò casa sotto la tettoria del signor Pinardi, che accolse don Bosco e i suoi ragazzi senza aver ben compreso il progetto del santo.
    In tutta la sua durata, l’esperienza itinerante personale di don Bosco e della sua opera fu caratterizzata da due aspetti che purtroppo spesso accompagnano il migrante di allora e di oggi: lo sguardo diffidente dei benpensanti e la scarsità di mezzi economici.
    Dovunque si spostasse la massa crescente dei ragazzi di don Bosco, essa era mal sopportata a causa del chiasso provocato dalla brigata e della pericolosità percepita dal punto di vista sociale e politico: da subito l’Oratorio venne visto da alcuni come un centro di immoralità finalizzato alla ribellione.
     
    “Gli addetti ai mulini e le loro famiglie erano disturbate dai giochi, dai canti e dalle grida dei nostri ragazzi. Cominciarono quindi a lamentarsi con il Municipio. Fu allora che cominciarono a diffondersi voci inquietanti nei nostri riguardi. I raduni dell’Oratorio, si diceva, erano pericolosi. Poiché i giovani obbedivano ad ogni mio cenno, la loro massa poteva essere usata per sommosse e rivoluzioni. Si diceva anche (senza nessuna prova) che i ragazzi guastavano tutto, in chiesa e fuori chiesa, che demolivano addirittura il selciato. Se non venivamo subito allontanati, sembrava che Torino dovesse crollare”[2].
     
    Anche una volta giunti alla sede definitiva, l’Oratorio venne insistentemente sorvegliato dalla polizia per lunghi periodi. Giovanni dovette far fronte a richiami ufficiali dalle Istituzioni e addirittura alle accuse di pazzia che gli fecero rischiare l’internamento.
    A questa pesante mancanza di comprensione si aggiungeva la scarsità di mezzi economici necessari per l’avvio e lo sviluppo dell’opera salesiana. Ciò si manifestò sin dall’inizio. Un episodio, più di altri, evidenzia la precaria situazione finanziaria di don Bosco dagli esordi, la sua tenacia e il suo affidamento alla volontà divina: l’incontro di Mamma Margherita e Don Bosco con il teologo Giovanni Vola durante il viaggio da Chieri a Valdocco. Dopo i convenevoli iniziali, il giovane teologo rimase stupito del fatto che madre e figlio fossero impolverati e che giungessero a piedi dal paese di origine: era una condizione che mal si addiceva ad un prelato e alla sua anziana madre. La risposta di don Bosco fu tanto ironica quanto spiazzante: “Perché manchiamo di questi” e sorridendo fece correre il dito pollice sull'indice, indicando che mancava di denaro. Successivamente, di fronte allo stupore del Vola per l’ardire del trasferimento a Valdocco in totale penuria di risorse, don Bosco espresse prima al Teologo poi alla stessa madre la sua fede nella grazia divina. “Ma vivi tranquillo, ci penserà la Provvidenza”.
    Don Bosco era dunque migrante e povero, e la sua opera con lui. Rimase però sempre fiducioso nella Provvidenza. In essa trovò costantemente le risposte al suo anelito educativo; ad essa si affidò al punto da mettere in discussione la sedentarietà della congregazione inviando dei suoi salesiani nelle sognate missioni del Sud America. Immigrata a Torino, l’opera salesiana emigra in tutto il mondo!

    Uno stile appreso nelle mura domestiche

    Don Bosco, nonostante avesse vissuto in prima persona la difficile esperienza migratoria, e seppur di indole predisposta all’accoglienza dell’altro, dovette comunque affinare lo stile dell’accoglienza. Solo in questo modo riuscì a realizzare il sogno ambizioso di diventare la nuova famiglia dei suoi ragazzi ricreando nelle case salesiane lo stesso ambiente educativo e di formazione cristiana che lo aveva forgiato durante la sua infanzia ai Becchi.
    Oltre alla cura amorevole riservata alla suocera e ai figli, don Bosco vide nell’instancabile mamma Margherita un esempio di accoglienza incondizionata. “Margherita non seppe mai dare a nessuno un rifiuto, e nulla negò di quanto gli altri la richiedevano come se avesse possedute ricchezze sfondolate”[3]. Da lei accorrevano i vicini bisognosi ai quali cancellava costantemente ogni debito. Ma a volte sopraggiungevano anche degli sconosciuti, attratti dalla fama di bontà che aleggiava intorno alla figura dell’Occhiena. Margherita dava ospitalità a “merciaiuoli ambulanti” in cerca di un tetto sotto cui ripararsi: non solo offriva un pasto caldo, dovendo a volte inventarsi una cena tratta dalla sua dispensa non certo riccamente rifornita, ma trattava gli stranieri con “amorevolezza e caritatevole ospitalità” tanto da chiamare quegli itineranti amici, termine con cui verrà appellato anni dopo da don Bosco Bartolomeo Garelli, il primo giovane dell’oratorio: “Io [Margherita] tratto gli amici e non faccio la locandiera”.
    La donna si prodigava applicando alla lettera il Vangelo del buon Samaritano e vedendo in tutti il proprio prossimo, senza distinzioni di storia attuale o pregressa. L’affetto di Margherita si rivolgeva all’uomo in quanto tale e a quest’uomo dedicava cure delicate e premurose, non improvvisate; come accadde al miserabile scalzo che, dopo essere stato ricoverato, si vide confezionare un paio di calzari per la sua partenza che gli permettessero di affrontare un viaggio in mezzo alla neve che ricopriva i colli dell’astigiano.
    A volte sopraggiungevano ai Becchi dei banditi in fuga dalle guardie dell’ordine; sentendosi chiamare a bassa voce dalla siepe in cui erano nascosti, controllato che i gendarmi si fossero ben allontanati, Margherita usciva di casa da quei “poveretti, spossati, affamati” e offriva loro un piatto caldo e un luogo di riposo nel solaio, ove, dopo essere stati invitati alla recita delle preghiere, “passavano la notte tranquilli e con un silenzio rispettoso come se fossero stati agnellini, senza che in tanti anni le arrecassero la minima noia”.
    Margherita si prendeva cura quindi di tutti coloro si trovassero nel bisogno per necessità permanente o momentanea. “Nessun infelice si allontanò mai dalle sue soglie col cuore contristato o con le mani vuote”.
    Questa attenzione gratuita che aveva accompagnato gli anni dell’infanzia di Giovannino, egli la vide riproposta nell’oratorio, dove Don Bosco stesso aveva chiamato la madre vedendo i suoi ragazzi bisognosi di tale amorevole cura.
    Fu proprio l’intervento sempre scrupoloso e riservato di Margherita a permettere alla Provvidenza di fare il suo corso nell’accoglienza del primo giovane dell’ospizio, facendo superare al figlio le poche resistenze che ancora in età adulta lo rendevano talvolta troppo prudente.

    La difficoltà di combattere il pregiudizio

    Sin dagli anni della formazione scolastica e clericale, infatti, Giovanni aveva mostrato attenzione verso i compagni più deboli. Non si può parlare, però in questi casi, di fanciulli disagiati o poveri come i ragazzi che avrebbe incontrato dopo la sua ordinazione.

    Ripercorrendo gli anni dal suo arrivo a Torino emerse, invece, il filo rosso di una nuova attenzione all’altro, una vera e propria crescita nella lettura della realtà e nella conseguente accoglienza dei giovani. Noto fu l’impatto formidabile e necessario suscitato in don Bosco dalle carceri, ambiente utile a comprendere il disagio giovanile e la mancanza di prospettive e speranze che la storia può offrire a innocenti vittime del proprio destino. Qui don Bosco interiorizzò e agì al di là della teoria pedagogica. Dal carcere cominciò a elaborare il suo Sistema Preventivo che fece tanta fatica a trascrivere sulla carta, perché frutto di un vissuto quotidiano. L’origine dell’accoglienza nel Sistema Preventivo si attesta da subito nello sguardo educativo: uno sguardo che esce dalla realtà autoreferenziale di certi educatori e incontra l’altro laddove esso si trova. Don Bosco, con l’aiuto della sua guida spirituale don Cafasso, è chiamato a uscire, andare per la città e guardarsi intorno. Quello di don Bosco non è lo sguardo della registrazione sterile dei dati sociologici; tantomeno si tratta di un pietismo vano. Ma sebbene fosse “persuaso che per molti ragazzi ogni aiuto era inutile se non gli si dava una casa”[4] , dare ospitalità ai vagabondi fu un passaggio non immediato neanche per Giovanni. In più di un passaggio delle Memorie dell’Oratorio emerge la reticenza di don Bosco nell’aprirsi al giovane che sta per accogliere, reticenza dettata dalla preoccupazione di perdere qualcosa che faticosamente stava costruendo per il bene di tanti fanciulli. Fu quello che accade nel maggio 1847 con l’orfano della Valsesia, un migrante solitario di un’altra parte del Piemonte, non certo prossima a Torino, un “minore non accompagnato” dei tempi di allora. Certo don Bosco era rimasto scottato dalle prime esperienze di accoglienza in risposta al vivo desiderio di andare in aiuto alla gioventù pericolante: per due volte aveva tentato di dare ospitalità, ma era stato contraccambiato con il furto delle coperte in una prima occasione e lo svuotamento del fienile, paglia compresa, la seconda. Questi due spiacevoli episodi avevano destato il sospetto in don Bosco, sospetto mascherato da prudenza. Di fronte alla sincera richiesta di “pane e ricovero” di quel giovine della Valsesia “tutto inzuppato”, che interrogato dichiarava commosso di non avere più niente e di non essere più di nessuno, le parole di risposta del sacerdote, pur commosso a sua volta, paiono quantomeno inappropriate: “Se sapessi che tu non sei un ladro, cercherei di aggiustarti, ma altri mi portarono via parte delle coperte e tu mi porterai via l’altra”. E ancora, di fronte all’ardire di mamma Margherita per ricoverare l’orfano in cucina: “Vi porterà via fin le pentole”. Il giudizio sull’operato maldestro di altri aveva investito anche questo povero giovinetto; solo l’intercessione di mamma Margherita permise di dare alloggio a questo ragazzo che da quel giorno si comportò sempre con giudizio, fino a quando scomparve dopo l’estate senza dare alcuna notizia. Nulla gli venne chiesto come requisito per essere accolto, nulla gli venne chiesto in cambio; gli venne proposto di recitare le preghiere della sera e di fronte alla risposta del giovane: “non le so”, Margherita non lo allontanò, ma le recitarono insieme. Di lui le Memorie dell’Oratorio non ricordano neanche il nome, ma segnalano che fu “il primo giovane del nostro ospizio. A questo se ne aggiunse tosto un altro, e poi altri”.
    Da qui, in don Bosco, scomparve quell’ombra sospettosa nel guardare qualsiasi altro giovinetto. Tra tutti, prendiamo ad esempio, l’incontro avvenuto solo un mese dopo con un povero ragazzo dodicenne, per strada, sui viali del Corso Massimo, poi rinominato Corso Regina Margherita. Il fanciullo piangeva a dirotto: si sentiva abbandonato da tutti. Orfano di padre da prima della nascita, aveva perso il giorno prima la madre e con lei tutti i beni. Questa volta fu don Bosco a non svelare neppure il suo nome, ma a consegnare nelle mani di sua mamma Margherita l’orfano appellandolo “il secondo figlio che Dio ci manda”. La Provvidenza, superando il pregiudizio, aveva aperto le porte ad una parte fondamentale dell’opera di Valdocco.

    La scelta dei giovani di don Bosco

    Ripercorrendo l’azione di don Bosco con i suoi giovani, si può convenire con gli storici ad un raggruppamento in tre categorie dei giovani di cui il padre, maestro e amico si attorniò: gli immigrati stagionali, i ragazzi poco affidabili che oggi definiremmo facilmente come sbandati, e i ragazzi a modo. Nella prima categoria rientravano tutti coloro che erano confluiti a Torino dai paesi della provincia e oltre in cerca di un impiego nell’edilizia durante i mesi freddi e occupati nel lavoro dei campi durante l’estate. Nel secondo gruppo troviamo i più noti poveri, abbandonati e pericolanti: erano i giovani feriti nella dignità personale e sociale, negli affetti personali e privi di condizioni economiche adeguate. Si trattava dei giovani che don Bosco definiva come coloro che “stentano di pane spirituale e di pane temporale”. La terza e ultima categoria comprendeva i ragazzi ben educati dalla famiglia di provenienza, presente e dialogante[5]. Don Bosco non seppe scegliere o forse non volle scegliere tra una e l’altra categoria. Ben consapevole delle differenze degli uni e degli altri, seppe dialogare con tutti e porre in dialogo giovani così diversi all’interno della casa salesiana di Valdocco. Don Bosco propose un modello inclusivo di reale integrazione tra i giovani: non strutture dedicate a differenti gruppi categorizzati rigidamente, ma paroline nell’orecchio e proposte personali finalizzate ad avvicinare i suoi giovani nell’amicizia e nel sostegno reciproco e al cammino di fede. La famiglia salesiana non avrebbe potuto sussistere, oltre che per la presenza dei salesiani consacrati e laici, se non ci fossero state anime così profondamente integrate e differenti nello stesso cortile. Non a caso don Bosco compose e propose tra le letture edificanti Le biografie di Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco, tre ragazzi così diversi ma ugualmente esemplari: l’autore li presenta come maestri e discepoli docili ripercorrendo le tappe del loro breve percorso di vita, nei diversi ambienti della loro formazione, nelle relazioni quotidiane, negli impegni e nei sentimenti.
    A partire dall’inizio dell’esperienza salesiana, dal sogno dei 9 anni, fino alla celebrazione eucaristica del 16 maggio 1887 nella Basilica del Sacro Cuore a Roma in cui tutto venne compreso, don Bosco riuscì a riunire sotto il manto della Vergine e lo sguardo paterno del Buon Pastore sia gli agnellini che gli apparenti lupi che il Dio stesso gli aveva affidato. E ciò fu possibile grazie all’accoglienza incondizionata dell’altro, chiunque esso fosse: povero, abbandonato, pericolante, ma comunque custode di un punto accessibile al bene penetrabile solo da uno sguardo educativo attento e da un amore intelligente[6].

     

    NOTE 

    [1] Umberto Levra, a cura di, Storia di Torino, vol VII, Giulio Einaudi editore, Torino, 2001.
    [2] San Giovanni Bosco, Memorie dell’oratorio. Le citazioni biografiche successive faranno sempre riferimento a questa fonte.
    [3] Battista Lemoyne, Mamma Margherita, la madre di San Giovanni Bosco, Società editrice internazionale, Torino, 1956. Le citazioni biografiche della vita di mamma Margherita di questo paragrafo sono tutte da riferire a questo testo.
    [4] San Giovanni Bosco, Memorie dell’oratorio.
    [5] Alberto Martelli, L’esperienza di don Bosco: i “bambini di strada ieri e oggi”, intervento in occasione della giornata del volontariato ICP del 2011.
    [6] Questa rilettura della pedagogia di don Bosco è stata suggerita dalla lettera di Don Juan Vecchi, Si commosse per loro (Mc 6,34), Nuove povertà, missione salesiana e significatività, scritta in occasione della Pasqua 1997.


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