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    "Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio" (Gv 3,16)


    Lo sguardo di Dio (e del discepolo) sul mondo

    Guido Benzi

    (NPG 2020-05-15)


    Il versetto del Vangelo di Giovanni indicato per titolo ci comunica una duplice verità: Dio ama da sempre (in greco ēgapēsen, forma al passato di agapaō, il verbo dell’amore assoluto) il mondo; Dio ha mandato (in greco edōken, forma al passato del verbo didōmi «dare») suo Figlio Gesù. Va subito registrato che c’è un movimento dall’alto verso il basso, da Dio verso il mondo, un movimento di amore, il movimento dell’Incarnazione. Siamo lontani mille miglia – già in questo solo versetto del Vangelo – dalle concezioni pagane del mondo e della fede: non è l’uomo che deve «conquistare» Dio lasciando il mondo, visto come il regno del male, ma è Dio stesso che ama il mondo, la vita, la materia e la vuole salvare col dono di suo Figlio.

    Guardare il mondo come lo guarda Dio

    Lasciamoci guidare – per capire il nostro versetto − da un Santo mistico, tra i più arditi dell’avventura cristiana. San Giovanni della Croce disegnò, dopo una visione, tra il 1572 e il 1577, un piccolo crocifisso durante il suo soggiorno ad Avila, dove era stato nominato, su richiesta di Santa Teresa di Gesù, confessore delle religiose carmelitane del monastero dell’Incarnazione. Si tratta di un piccolo schizzo (57×47 millimetri), fatto su un pezzetto di carta comune, poco più di un appunto. Esso è ancora conservato in quel convento in un semplice reliquiario di legno dorato che i visitatori possono ammirare. Si tratta però di un’opera straordinaria, perché coglie in un piccolo disegno l’immagine di Cristo morto in croce nel momento stesso in cui consegna il suo Spirito. Malgrado le sue piccole dimensioni, si vede Gesù schiacciato dalle sue membra disgiunte, per il peso del corpo inerte che cade in avanti. Attira l’attenzione la testa di Gesù che cade sul petto, il che fa sì che il volto sia appena visibile. Soprattutto l’immagine si vede dall’alto, prospettiva che ci invita a guardare Gesù sulla Croce dalla posizione ideale degli occhi di Dio Padre, commosso per l’atto di donazione del figlio per i peccati di uomini e donne. Il regista Mel Gibson, nel suo famoso (e discusso) film The Passion mostra proprio questo sguardo di Dio sulla Croce nella sequenza finale.
    Nel libro Salita del Monte Carmelo, San Giovanni della Croce mette in bocca al Padre parole rivolte a chi insegue sempre particolari rivelazioni. Dio dice: «Ho già detto tutto nella mia Parola, [cioè Gesù] cosa ti posso rispondere o rivelare ora che sia più di questo?... Poni gli occhi solo in Lui, perché in Lui ti ho detto e rivelato tutto, e troverai in Lui ancor più di quello che chiedi e desideri» (Salita II, 22, 5-6). Non c’è didascalia migliore per il suo disegno.
    La grandezza artistica e spirituale dello schizzo di San Giovanni della Croce ha colpito il grande pittore spagnolo Salvador Dalí, che nel 1951 ha dipinto il quadro, noto a livello mondiale, Cristo de San Juan de la Cruz. Un capolavoro che però non oscura il disegno originale del Santo.
    La prospettiva «dall’alto» di quel disegno − e del versetto di Gv 3,16 – fa venire in mente una raccomandazione della lettera di San Paolo ai cristiani di Colosse: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio» (Col 3,1). Non è una contraddizione rispetto al versetto di Giovanni 3,16: il cristiano, in forza della redenzione operata da Cristo, può guardare il mondo con gli occhi di Dio. Anche qui, essere in alto, per poter davvero vedere il mondo con uno sguardo di amore.

    Nicodemo e Gesù: rinascere dall’alto

    Il tema della fede come uno «sguardo dall’alto» occupa tutta la sezione del Vangelo di Giovanni 3,1-21 dalla quale è tratto il nostro versetto. Si tratta dell’incontro tra Nicodemo, un anziano fariseo dottore della legge, e Gesù. L’incontro avviene nel contesto della Pasqua ebraica (Gv 2,13), a Gerusalemme. Gesù ha appena posto nel Tempio un segno profetico di purificazione: ha scacciato con forza (una frusta fatta di cordicelle) i venditori di animali e i cambiavalute (Gv 2,13-24). Questo gesto provoca subito una presa di posizione nei Giudei tra coloro che si oppongono a Gesù e coloro che lo ammirano. Ma Giovanni dice però che Gesù «non si fidava di loro, perché conosceva tutti, e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo» (Gv 2,24-25).
    Proprio un uomo di questi, Nicodemo, va da Gesù. Nicodemo è un «capo» cioè probabilmente membro del Sinedrio dove il partito dei Farisei era in minoranza rispetto a quello (più tradizionalista e legato al potere) dei Sadducei. Nicodemo è anche un «maestro» cioè un attento conoscitore delle Scritture ebraiche. Forse è anche un benestante (lo capiamo da Gv 19,39 dove compra grande quantità di preziosi oli aromatici per la sepoltura di Gesù).
    Egli viene da Gesù di notte (3,2). Questa notazione è importante infatti il nostro testo si chiuderà con Gesù che parla di chi viene verso la luce (3,21). «Venire a…, venire verso…», nel Vangelo di Giovanni indica un movimento positivo, il movimento del discepolo. La «notte» qui potrebbe avere un valore strategico: Nicodemo vuole parlare con Gesù da solo. Oppure un valore simbolico: Nicodemo viene nel segreto e nel mistero. Forse Nicodemo è solo guardingo e non vuole compromettersi di fronte agli altri. Tuttavia bisogna pensare che in medioriente la notte è il tempo (più fresco e raccolto) dei colloqui e dello studio. Insomma c’è prudenza e anche un po’ di distanza in questo venire di notte, tuttavia c’è anche desiderio di approfondire, di capire…
    Nicodemo è un anziano, che ha una posizione sociale e religiosa ben definita. Egli è rimasto affascinato dalla provocazione di Gesù, forse la giudica un po’ sfrontata, ma vuole capire. Possiamo fermarci e riflettere. Anche noi ci accostiamo a Gesù dopo tante esperienze, positive o meno, di carattere religioso. Le nostre scelte di fede sono state fatte, e tutto sommato, ci soddisfano. Destabilizzare questo quadro ci costerebbe molto. E non vogliamo lasciare che questo giovane Gesù ci provochi più di tanto… nel contempo lo ammiriamo, ma nel segreto della nostra intimità… meglio non esporci a chissà quali cambiamenti!
    Nicodemo apre il suo discorso con fare diplomatico: chiama Gesù Rabbi che al tempo non era ancora un titolo “professionale” ma semplicemente un titolo di rispetto. Però non dimentichiamo che è pur sempre un anziano che parla con un giovane. Forse vuole attirare la simpatia di Gesù? O forse c’è un non-detto, tipo: «io ti ho capito, ragazzo mio, di me puoi fidarti!». Il fare di Nicodemo è così un po’ equivoco: ti stimo ma voglio vederci chiaro (si noti il «sappiamo» di 3,2). Insomma Nicodemo ha già inquadrato Gesù: un inviato di Dio, con tutte le intemperanze del giovane profeta che vanno smorzate nel quadro di una religiosità già ben delineata e prudente.
    Gesù risponde in modo secco e sorprendente: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Profilare una «rinascita» ad un anziano potrebbe anche suonare irriverente, ma soprattutto il collegare a questa rinascita la visione o meno del Regno di Dio (cioè, la salvezza) è davvero strambo. Gesù sposta l’attenzione del vecchio fariseo dai «segni» profetici che egli richiede al giovane Rabbi, alla ben più sostanziale questione della salvezza. Molto enigmatico è quell’avverbio greco anothen legato al verbo nascere, esso significa insieme “di nuovo” e “dall’alto”. La prima traduzione darebbe un’idea di carattere – ovviamente – spirituale. Una «rinascita» nel senso di un rinnovamento radicale. Il teologo Mollat dice «l’uomo lasciato alle sue sole risorse naturali si scontra con il limite invalicabile della “carne”. Rigenerato dallo Spirito, si realizza trascendendosi al di là di se stesso». Sarebbe dunque in linea con Paolo, che in 1Cor 12,13 dice «nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» e in 15,50 aggiunge «la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio». In questa linea la tradizione ecclesiale ha pensato il Battesimo proprio come una rinascita.
    Nella seconda traduzione abbiamo in vece un senso più «fisico»: tutti nasciamo “dall’alto” nel senso che l’uscita alla vita – nel parto − si trova fisicamente “sopra” la testa del bambino che spinge per uscire! Un artista contemporaneo come Federico Fellini, citando lo psicoanalista Carl Gustav Jung, amava ripetere: «Il sentimento religioso ci dice che l’uscita è verso l’alto». Nel film La voce della Luna ha mostrato il protagonista Roberto Benigni come un pazzerello che esce da un buco sopra il tetto di un cimitero e dice «Ci sarà pure un posto nel mondo dove c’è un foro, un buco che dà da quell’altra parte…».
    Gesù dunque proporrebbe a Nicodemo una vera e propria nuova nascita attraverso un nuovo travaglio? Si capisce che Gesù propone una metafora, ma è una metafora che tocca il corpo e la carne. E si tratta anche del rovesciamento di una prospettiva, perché la nascita, vista con gli occhi della madre e della levatrice avviene “dal basso”. E infatti Nicodemo – che non è stupido – chiede: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
    Gesù invita Nicodemo a rovesciare completamente il suo punto di vista. Non si tratta di ri-nascere, cioè di cancellare la propria origine, ma di riposizionarla nell’ottica dello Spirito: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Abbiamo qui un’altra metafora: il vento che soffia, una metafora che probabilmente Gesù cita dall’Antico Testamento. In 1Re 19,11-13 il profeta Elia che ha a lungo camminato in fuga dai suoi nemici giunge al monte di Dio, l’Oreb e si aspetta una manifestazione divina che, secondo i canoni della sua cultura, doveva essere terrificante, invece: «Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna». La traduzione letterale di quella brezza suona in ebraico: “carezza del silenzio”. Dio stravolge il modo di pensare di Elia e gli parla di una “carezza”. Gesù stravolge il modo di pensare di Nicodemo e spiega come un uomo, persino da vecchio, può assumere uno sguardo spirituale, che ha il fondamento nel Battesimo (acqua e Spirito).
    Il fariseo è disorientato e tace, e Gesù così può rivelargli la sua identità: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,16-18).
    L’unico segno a cui Nicodemo, anche se vecchio, può e deve aprirsi è il «Figlio dato/donato per la salvezza». Questo giovane Gesù rivela al suo vecchio interlocutore la possibilità radicale di ripartire, non da una fede standardizzata in formule, o irrigidita in uno sforzo sovrumano di «catturare» Dio, ma da una apertura fondamentale al dono straordinario di Dio nella relazione con Gesù.

    Amare il mondo con il cuore di Dio che è il cuore di Cristo

    Possiamo così tornare al nostro disegno di San Giovanni della Croce. Abbiamo detto che esso ci invita a guardare il mondo con gli occhi di Dio. Ma c’è di più: il mondo è visto – da noi – nella prospettiva del Cristo morto in croce per amore. Per «vedere» davvero il mondo noi dobbiamo passare «attraverso» Gesù, il suo cuore, nell’atto di donarsi totalmente per la salvezza dell’umanità e di tutto il creato. Diventa così – nell’offerta che Gesù fa di se stesso − un unico atto che abbraccia tutta la realtà: il padre dona il Figlio, il Figlio dona se stesso, e noi discepoli possiamo immetterci in questo dinamismo di dono per far sì che l’amore di Dio raggiunga tutte le situazioni, tutti i tempi, tutte le pieghe della nostra vita. Per grazia di Dio, attraverso Gesù e – per la forza del Battesimo − anche attraverso le nostre piccole esperienze di vita, l’amore di Dio raggiunge il mondo, lo sostiene e lo irrora con la rugiada del suo Spirito. Dobbiamo solo dare il nostro umile e concreto «sì» a questo straordinario disegno di amore. Esattamente come hanno fatto i Santi, e soprattutto Maria che ha offerto il suo grembo perché questo amore di Dio prendesse un corpo, carne e sangue, per la salvezza di tutti.


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