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    Alle radici dell’economia civile


    Luigino Bruni e Paolo Santori

    (NPG 2020-08-25)

     

    Oggi il capitalismo vive una profonda crisi. Eppure, se c’è una virtù che ha mostrato di possedere, è la resilienza. A cosa è dovuta questa capacità di sopravvivere alle critiche, pur radicali, che gli vengono mosse? Interessante è quanto scrivono a proposito i due sociologi francesi Luc Boltanski ed Ève Chiapello nel loro monumentale libro oramai divenuto un classico, Il nuovo spirito del capitalismo[1]. Secondo gli autori il capitalismo evolve inglobando nelle sue strutture le critiche che riceve da diversi fronti. Così le critiche “sociali” (socialiste, operaie, ambientaliste...) e quelle “estetiche” (degli intellettuali e degli artisti), che hanno rappresentato la principale reazione al capitalismo nella seconda metà del XX secolo, invece di provocarne il crollo, sono diventate le sue testate d’angolo, dando vita al nuovo capitalismo di oggi, dove i suoi maggiori attori sono imprese nate da giovani con culture e mentalità molto diverse da quelle dei capitalisti del secolo passato. Ecco che nelle grandi imprese assistiamo sempre più allo sviluppo di bilanci sociali e ambientali, di “social business”, all’attenzione al benessere lavorativo, fino ai recenti concetti di “capitale simbolico” o persino “spirituale” dell’azienda. Parallelamente all’inclusione e trasformazione delle critiche sociali, questo capitalismo ha internalizzato anche le critiche “estetiche”, dando vita a una nuova stagione creativa. Il capitalismo, camaleonticamente, si trasforma, nutrendosi di tutto ciò che trova sulla strada. Come tutti gli imperi, che conquistavano popoli nemici e inglobavano la loro cultura, arte, religione. Lo si vede anche oggi, con l'assorbimento di una nuova serie di critiche, quelle “ecologiche”.
    Dall’intuizione di Boltanski e Chiapello capiamo qualcosa di importante: il capitalismo cambia non soltanto mosso dagli interessi degli attori economici e politici, ma anche in base alle voci e alle idee che circolano nell’accademia e nella società civile. Forse queste incidono anche di più se pensiamo, come John Maynard Keynes, che “presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”[2]. L’economia civile è una delle tante voci che oggi chiede un ripensamento del capitalismo e lo fa a partire da alcune idee provenienti da un’omonima tradizione di pensiero economico e filosofico fiorita nel panorama intellettuale italiano del 1700.[3]
    Ma che cos’è l’economia civile? E cosa hanno da dire gli economisti civili del XVIII secolo al mondo contemporaneo? Di seguito risponderemo principalmente alla prima delle due domande. Speriamo di suscitare nel lettore la voglia di rispondere alla seconda con la stessa spontaneità con cui, come diceva Herman Melville nel suo Moby Dick, “dal tronco nascono i rami, dai rami i ramoscelli. Così spuntano i capitoli quando il tema è fecondo” (cap. 63).

    Civile come civitas

    Nel 1754 all’abate Antonio Genovesi viene assegnata la cattedra di “Commercio e Meccanica” a Napoli, una delle prime cattedre di economia in Europa. All’incirca dieci anni dopo, Genovesi pubblica il testo Lezioni di commercio o sia di Economia Civile (1765-1767), manifesto dell’economia civile napoletana. L’economia civile è una visione alternativa - ma non opposta - all’economia politica classica che si stava sviluppando in ambiente scozzese con Adam Smith. Vediamo in che termini.
    Gli economisti civili mantengono una diffidenza nei confronti del principio fondativo del capitalismo di matrice anglosassone, cioè la "mano invisibile", un concetto essenziale nella Political economy di Smith. Anche se viene spesso ridimensionata dagli stessi eredi di Smith, la "mano invisibile" esprime invece una idea fondamentale: il bene comune non ha bisogno di azioni tese intenzionalmente a esso, perché il solo modo buono ed efficace di raggiungere il bene comune è creare gli incentivi perché ogni individuo cerchi il proprio interesse privato: «Non ho mai visto fare niente di buono da chi pretendeva di trafficare per il bene comune»[4] (Smith 1975, p. 444). L’ordine e la ricchezza non hanno bisogno né di intenzionalità orientata al bene comune, né di quella orientata al bene dell’altro con cui interagisco in una relazione economica (contratto): ognuno deve pensare al proprio interesse personale (self-interest), perché una sorta di provvidenza laica (la invisible hand, appunto) trasforma quella somma di interessi privati nel benessere collettivo e dell’altro. Nella società capitalistica non c’è bisogno di nessuna azione collettiva, nessun "noi", nessuna relazione, nessun incontro.
    L’economia civile non ha mai fatta sua questa logica. In Genovesi era chiaro il meccanismo della "mano invisibile", ma solo come meccanismo secondario e sussidiario. Perché il principio economico fondamentale è invece la "mutua assistenza", dove ciascuno intenzionalmente vuole oltre al proprio interesse anche l’interesse dell’altro. Il bene reciproco è parte delle intenzioni di ciascuno. In questo umanesimo non c’è bene comune senza cercarlo intenzionalmente. Sotto le Alpi, le intenzioni hanno sempre contato molto. Da qui capiamo Genovesi che, prima ancora di indicare l’economia come scienza della ricchezza delle nazioni, ha preferito definirla scienza della pubblica felicità. L’economia è ‘civile’ quando considera il bene della civitas come elemento determinante delle azioni e delle scelte degli attori economici, ed è ‘incivile’ quando promuove attività economiche che danneggiano la civitas in tutte le sue espressioni, dalle persone agli edifici, dalla qualità della vita all’ambiente.

    Economia Civile e Dottrina Sociale della Chiesa

    Se dovessimo indicare un nome e un’idea di contatto tra l’economia civile e la Dottrina Sociale della Chiesa diremmo San Tommaso D’Aquino e il bene comune. C’è anche San Tommaso dietro la pubblica felicità di Genovesi: “Perché parla – Genovesi racconta di sé in terza persona – di felicità naturale, e civile, la quale, non altrimenti che la virtù filosofica, è naturale, e acquiritur per naturalia, dice S. Tommaso (I.2)”[5]. L’espressione homo homini natura amicus di Genovesi richiama il naturaliter homo homini amicus est di San Tommaso, segno di una comune visione dell’uomo come animale sociale. L’essere umano non è né altruista né egoista. La cifra antropologica chiave è la reciprocità, e il mercato è uno di quegli ambienti della vita civile dove possono essere vissute relazioni genuine e coltivate autentiche virtù. Il bene comune ha sì un aspetto materiale, e questo sembra legarlo più immediatamente alla sfera economica, ma ha anche un aspetto formale legato alla fioritura della persona nel mondo sociale. L’economia civile, oggi come ieri, ci fa capire che il mercato è luogo dove può trovare espressione anche l’aspetto formale del bene comune, e che l’esclusione delle relazioni economiche dal novero delle relazioni autentiche è un’operazione tanto rischiosa quanto indebita.

    Conclusione: un messaggio ‘civile’ per il XXI secolo

    A più di due secoli di distanza ancora ci colpisce che Genovesi abbia deciso di intitolare il suo trattato “Lezioni”, e non “Indagine”, “Saggio” o “Principi”. Il rapporto con gli studenti della sua Napoli, lo scambio intellettuale, la reciprocità anche nell’insegnamento, erano fondamentali per l’abate napoletano (pure Smith come professore di filosofia morale all’università di Glasgow era molto amato). Anche da qui emerge il carattere ‘civile’ del suo operato: la scienza economica non è un affare privato, ma è a servizio dello sviluppo e della fioritura dei popoli. Ci piace concludere con una delle ultime lettere di Genovesi, che è anche un suo testamento culturale ed etico:
    Ad Angelo Pavesi, 12 febbraio 1765. “Sto ora a far imprimere le mie Lezioni di commercio in due tometti. Raccomando l’opera alla Divina Provvidenza. Io sono oramai vecchio, né spero o pretendo nulla più dalla terra. Il mio fine sarebbe di vedere se potessi lasciare i miei Italiani un poco più illuminati che non gli ho trovati venendovi, e anche un poco meglio affetti alla virtù, la quale sola può essere la vera madre d’ogni bene. È inutile di pensare ad arte, commercio, a governo, se non si pensa di riformar la morale. Finché gli uomini troveranno il lor conto ad essere birbi, non bisogna aspettar gran cosa dalle fatiche metodiche. N’ho troppo esperienza”[6]. (Genovesi 1962, p. 168).


    NOTE

    [1] Boltanski, L. & Chiapello, E. ([1999] 2014). Il nuovo spirito del capitalismo. Milano: Mimesis.
    [2] Keynes, J. M. ([1936] 1971). Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Torino: UTET, pp. 526-527.
    [3] Bruni, L., & Zamagni, S. (2015). Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica. Bologna: Il Mulino.
    [4] Smith, A. ([1776] 1975). La ricchezza delle nazioni. Torino: Editrice Torinese, p. 444.
    [5] Genovesi, A. ([1764] 1791). Lettere accademiche sulla questione se siano più felici gli scienziati o gl’ignoranti. Venezia: Pietro Savoni.
    [6] Genovesi, A. (1962). Autobiografia, lettere e altri scritti, a cura di G. Savarese, Milano.


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