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    Le Beatitudini, strada alla santità genuina


    Diego Goso

    (NPG 2019-05-33)


     

    La morale nauseante dei perfettini

    Nel Vangelo di Luca si racconta di una casa dove un Padre vive con due figli. Del più piccolo di questi fratelli si conosce abbastanza: testa calda, incapace di vivere nelle regole, pronto alla trasgressione e incapace di occuparsi di se stesso. Il fratello maggiore per contro sembra l’opposto di questo scavezzacollo che brucia la sua parte di eredità vivendo in maniera dissoluta. Lui è il più grande e ci tiene a ricordarlo ogni volta che può. È responsabile, è obbediente, è capace di fare tutto come il Padre richiede e non manca di mettere in mostra la cosa quando il suo merito non è messo abbastanza in vista. Ha decisamente ragione a criticare il suo sconsiderato fratello che ha posto in difficoltà la sua famiglia e adesso si ripresenta, per elemosinare un piatto di minestra e ottenendo in sovrappiù l’uccisione del vitello grasso. Questo bravo ragazzo allora si lamenta con il Padre felice per il ritorno del figlio ormai dato per morto. Per lui, che è la regola fatta carne contro tutte le eccezioni, neppure un riconoscimento, un grazie, un complimento in forma di capretto per festeggiare con i suoi amici: e forse neppure l’avrebbe mai chiesto tutto questo, se ora non vedesse la casa in festa per un disgraziato incosciente, disordinato e immorale: il suo mondo completamente capovolto. Nessuno applaude la sua virtù, il suo impegno, il suo sforzo. La fatica quotidiana di essere così altro, così diverso proprio da quel fratello più piccolo che ora viene festeggiato. A lui non si può fare alcun appunto: è perfetto, è un santo ragazzo si direbbe in contesto religioso. E per questo è insopportabile. Per questo quando lui entra in una stanza il sole e i colori escono. Per questo la felicità e la gioia sono ridotti a mero compiacimento e senso di superiorità sugli altri. Forse, non solo ma è possibile, il figlio minore è cresciuto così ribelle proprio per reazione a tutta quella perfezione ostentata che sa solo di vanità ed ego rigonfiato. Esiste una finta bontà che rende l’aria irrespirabile. Una morale che è perfetta nella forma ma vuota di ogni sostanza: che fa le cose solo perché vanno fatte e non per il gusto di farle perché buone. Esiste un servire Dio che è fatto di prescrizioni eseguite alla lettera ma che non hanno un briciolo di autentico amore dentro, quanto invece abbonda del desiderio di separarsi dagli altri, considerati inferiori, deboli, peccatori, per crogiolarsi nel proprio risultato di atti virtuosi eseguiti con perfezione di cerimoniale.
    L’abito non fa il monaco. Ma il buon monaco l’abito lo porta. Il monaco però che non si toglie l’abito neppure quando fa il bagno è solo un rigido esecutore di una morale, di una regola che non è più capace di migliorare la vita ma che invece la ingabbia in finte sicurezze per sentirsi a posto con la propria coscienza in obbedienza a quanto veniva richiesto. Tutto questo però è, agli occhi di Dio, il minimo sindacale… La morale che non supera se stessa per non trasformarsi in carità è infatti solo la porta di servizio del palazzo della vita spirituale: quella da cui è più facile che si porti fuori la spazzatura, piuttosto che accogliere il Signore che vuole abitare dentro di noi.
    Sara non vuole andare a messa con i suoi genitori. L’ha fatto per anni. Ora non sopporta più il “si deve” che la sua mamma le ripete con tono acido e squittito già dal sabato sera prima. Non è solo per l’alzarsi presto nell’unica mattina in cui non c’è scuola. Non è neppure per l’essere andata a dormire tardi nell’unica sera in cui le è concesso uscire con gli amici della compagnia. È soprattutto perché a lei quel rito non ha mai detto nulla. Non vede, per lo meno nella sua numerosa famiglia, chi frequenta la chiesa migliore o peggiore di chi non ci va. Non sopporta quelle omelie che le sembrano parlare di una dimensione che non centra nulla con il mondo in cui lei vive. Non tollera dover rimanere rigida e impettita come sua mamma pretende. E tutti quei sorrisi, quelle spiegazioni sulla scuola da dare a delle signore anziane che sembrano esaminare ogni suo tatuaggio e jeans strappato neppure come fossero delle piaghe in decomposizione.
    Che poi in se stessa non avrebbe nulla contro la Messa. Ricorda quelle celebrate ai campi estivi, con il don “giovane” e i suoi amici di campeggio: con semplicità, ogni giorno prima di colazione, stanchi per le nottate in camerata passate a ridere e giocare ma pronti a continuare con l’entusiasmo di una nuova giornata da vivere insieme; non si ricorda che Dio le fosse particolarmente simpatico a quell’epoca: ma almeno non lo considerava una scocciatura… come avviene ora, con quell’imposizione senza significato che nessuno in casa le ha saputo motivare.

    La morale cristiana autentica: Cristo vive!

    Michele ha lasciato questo mondo con tutti intorno a lui che lo salutavano con dolore, affetto e tanta gratitudine. Uomo semplice, di cuore onesto, capace di indignarsi per il Male ma di capire i “malvagi” come infelici. Generoso e positivo, credente profondo il cui unico dispiacere è stata l’umana incertezza di non poter capire cosa sarà la vita eterna soprattutto quando in fretta ti dicono che devi lasciare moglie e tre figli che ami più di te stesso.
    Michele è un credente: non ostentato, anzi… di quelli che a fine di una festa in parrocchia hanno la scopa in mano per pulire senza che nessuno gli abbia dato “un mandato” o mettendosi in coda alla fine per ricevere l’applauso o per lo meno l’approvazione del parroco. Partecipa alla sua messa, sa che bisogna confessarsi sovente e ne approfitta nei pomeriggi feriali, quando bussa alla porta dell’ufficio del don “giovane” che alla fine è sempre svergognato dalla capacità di quell’uomo, che legge in pubblico con fatica ma che sa districarsi con competenza di un mistico tra le pieghe più profonde dell’anima.
    Ogni tanto partecipa a qualche incontro di preghiera eccezionale, ma per il piacere dello stare con Gesù in mezzo agli altri: non avverte il bisogno di “tessere dello spirito”. È cristiano, non serve altro.
    È comunque incapace di polemica, di pettegolezzo, anche solo della frecciatina al bar: sono un veleno per il cuore di cui non avverte il bisogno. Ed è sorridente ugualmente, sa divertirsi senza offendere e prendere in giro. Il don “giovane” che celebra il suo funerale lo riassume con una sola parola che tutti nella chiesa strapiena condividono sorridendo: è un beato. Un cristiano autentico.
    Per chi lo ha conosciuto è stato una spiegazione senza parole dotte, e quindi efficace oltre modo, della pagina delle Beatitudini. Che hanno senso chiaro e significato profondo solo partendo dalla considerazione che è alla base dei tanti Michele in giro per il mondo: Cristo vive!
    La certezza nella fede della Risurrezione trasforma il nostro vivere del mondo, ne alimenta l’armoniosa capacità di saper percorrere questo tratto di strada terreno, camminando con gioia e speranza su un sentiero sicuro e lontano dalle spirali del male.
    Quando San Francesco insegna ai suoi frati la strada della “perfetta letizia” non sta organizzando un corso di “sopportazione camuffata di gioia” della sofferenza. La sofferenza per se stessa non è una cosa accettata da Dio. La sofferenza non è una cosa voluta da Dio. Per Francesco non si perde la serenità anche se si rimane chiusi fuori dal convento di notte e al freddo per il gusto di provare la propria stoica sopportazione delle difficoltà. Ma il suo entusiasmo nasce dal grande senso di libertà che si ha nei confronti delle vicende del mondo in quanto il cuore del cristiano è rivolto all’unica cosa che conta: la compagnia del Risorto nella chiesa e nella propria esistenza. Innamorati di Cristo Vivo non importa più di tanto di un mondo destinato alla dissoluzione e alla morte.
    L’esperienza dell’amore che rallenta il tempo, che fa dimenticare tutto il resto, che rende felice anche un momento difficile è la chiave attraverso cui leggere le Beatitudini evangeliche. Non degli imperativi morali, umanamente insopportabili, ma delle condizioni che si ritrovano nel cuore di chi si è donato sinceramente a Cristo Risorto e si è percepito come ricambiato.
    Le Beatitudini non sono un campionato della propria virtù. Non si possono “esercitare” come disciplina interiore fine a se stessa: sono invece la cartina al tornasole evidente e chiara di quanto apparteniamo a Cristo. Più esse si realizzano nella nostra vita e più le comprendiamo come il vero modo di leggere questo mondo e il significato dell’esistenza, più esse ci confermano di camminare nella strada giusta di una fede pulita e ardente insieme. Le Beatitudini in noi non sono il risultato di un nostro sforzo, ma un dono dello Spirito che ci sta sostenendo sul percorso della vera santità.
    Si tratta di intendere la vita cristiana come naturale conseguenza di un incontro che ha davvero cambiato noi stessi. Di un amore che si prende il posto di tutto il resto. La morale è debole quando è debole la fede. La preghiera è sterile, pesante, oppressiva, incapace di suscitare perdono e carità quando è pratica di autocompiacimento piuttosto che umile apertura al mistero divino.
    Non servono mille pratiche di pietà se poi il cuore vomita bile, invidia e odio sul prossimo: vuol dire che stiamo celebrando noi stessi, e forse è anche per questo che allora ci mettiamo così tanto impegno e cura.
    Servono invece e aiutano le stesse mille pratiche di pietà se insieme ad esse la nostra vita ne diventa la numero 1001 in quanto tutto ciò che facciamo canta la loro stessa melodia di amore: Cristo vive nella Chiesa e in me. E tutto allora diventa bello. Io divento una bella persona, in quanto davvero beato.
    Il cammino cristiano risulta come San Tommaso D’Aquino lo descriveva: essere attratti dalla bellezza del bene per diventare noi stessi bene. Per fare quello che è giusto con la gioia di stare celebrando qualcosa di perfetto agli occhi di Dio. Per vivere le vicende della vita, che possono essere faticose e dolorose, ma senza lasciarci deviare o schiacciare da esse: perché il nostro cuore ha visto il volto di Cristo e altro più non desidera.
    Rileggere le Beatitudini nella loro doppia valenza temporale (alcune descrivono uno stato già attuale, altre una promessa futura) alla luce di questa chiave di lettura, cioè il desiderio di vivere con il Risorto come unico anelito di amore del credente, presenta il confronto combaciante e completo con le vite dei tanti “signor Michele” che la Provvidenza ci fa incontrare per fortificare la nostra fede.

    Note per una… pastorale giovanile e non solo

    - Un’azione educativa fondata sulle Beatitudini intende lasciar stupire i ragazzi della bellezza del Bene piuttosto che porre l’attenzione sullo sforzo personale di un risultato da ottenere. È tipico negli slogan giovanili il “mettersi in gioco”, senz’altro un invito meritevole ma che, senza una prima adeguata conoscenza del risultato positivo che si intende proporre si riduce poi a solo sforzo del singolo per adeguarsi agli schemi comportamentali ed etici di un gruppo: cosa che termina appena non risulta più gradevole o possibile la partecipazione del singolo o si interrompe per qualche motivo l’esperienza comune che si sta vivendo (vado a Messa perché ci vanno i miei amici e gli animatori del gruppo oratoriale che mi contattano. Terminata questa esperienza si chiude anche il discorso della frequentazione domenicale…). È invece l’esempio convinto che suscita emulazione convinta. I modelli non vanno solo additati, ma soprattutto incontrati: l’educatore non è riuscito nel suo compito quando chi gli è affidato vuole essere come lui (plagio adolescenziale) o fa le cose che lui gli dice (situazione di controllo) ma solo nel momento in cui l’educando vuole vivere come vive l’educatore perché ne ha visto i benefici oggettivi dalle ricadute stesse evidenti nell’esistenza della sua guida.
    - Nelle omelie, nei discorsi di gruppo, nelle conferenze è troppo veloce in alcune occasioni il passaggio dal cosa stiamo contemplando al cosa dobbiamo fare. Questo secondo passaggio in realtà non dovrebbe nemmeno sentirsi perché spinto a nascere nel cuore degli ascoltatori in forma spontanea dal primo annuncio del discorso: sentire parlare in maniera così autentica di Cristo da far venire il desiderio di volerlo incontrare, imitare, gustare con semplice spontaneità. Trovo invece da annotare come critici gli interventi che spingono ad evidenziare la distanza tra l’educato e l’ideale del Signore, per far notare quanto cammino resta da fare e rimarcare così gli errori commessi. Questo modo di fare si propina come un sottile ricatto morale perché gioca sul dimostrare la nostra inadeguatezza rispetto a quello che dovremmo essere e riduce l’educazione ad un discorso di puro sforzo personale risultato insufficiente e quindi da aumentare con una disciplina più rigida. Ottimo metodo forse per la palestra fisica, ma pessimo per una educazione positiva e liberante, perché il più delle volte rende cupo il cuore, produce autoritarismo, fa credere che tutto funzioni solo nella uniformità dell’ambiente educativo, dove sono prese di mira come errori da correggere tutte le sfumature e le caratterizzazioni personali.
    - La via delle Beatitudini colloca il centro dell’azione educativa nello Spirito Santo: che sa convincere i cuori con la bellezza dei suoi frutti e lasciando intatta la libertà del singolo di aderire o meno e in che maniera a quello che poi concretamente è richiesto nella propria vita.
    Ad un don “giovane” che iniziava il suo ministero come incaricato di un oratorio il saggio vescovo che lo aveva ordinato gli disse: “non cercare di averli tutti, i giovani. Cerca soprattutto di avere i migliori”. Ben sapendo che il clima positivo, autentico, accattivante che con costoro avrebbe potuto costruire sarebbe stato di invito anche per tutti gli altri.
    Si tratta di rendere bella e accogliente la casa descritta all’inizio di queste righe, dove il padre e i due figli stanno vivendo. Dove si può respirare un amore libero e impegnativo proprio per questo, ma per lo stesso motivo autentico e illuminante.
    E questo riporta infine il discorso a noi formatori. A come sia necessario ricordarci di seguire per primi la via delle Beatitudini: la nostra gioia per la certezza nella fede di camminare con Cristo Vivo sarà il cammino già tracciato per i nostri ragazzi che lo imboccheranno per ammirazione, sicurezza e voglia di verità seppur negli anni complicati e a volte contraddittori della crescita.
    Educatori santi, educatori beati sono il percorso educativo evangelico già formato e compilato. Ci tocca… essere Beati per fare bene il nostro ministero. Ci tocca essere Santi perché trasformati dalla grazia del Risorto e quindi luce per i nostri giovani: “… luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Mt 5,15-16)


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