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    Janusz Korczak e l’ascolto profondo dei piccoli


    SULLE SPALLE DEI GIGANTI /6

    Isabella Tres

    (NPG 2019-02-68)


     

    Henryk Goldszmit, passato alla storia con lo pseudonimo Janusz Korczak, nacque a Varsavia (Luglio 1878 – Agosto 1942) e ivi trascorse la maggior parte della sua vita, formandosi nell’ambito medico e imponendosi successivamente sulla scena sociale del tempo come scrittore, educatore e pedagogista devoto ai più piccoli. Veniva da un’agiata famiglia ebrea, ben integrata nella realtà polacca della città di Varsavia. Il nonno era medico e il padre un importante avvocato che garantì alla propria famiglia un buon livello economico fino al momento in cui una grave malattia mentale lo strappò alla famiglia. Janusz aveva 18 anni e fin da quel momento cominciò a prendersi cura della madre, impartendo da studente liceale, qualche lezione privata.
    Intrapresi gli studi di medicina all’università di Varsavia, approfondì parallelamente i propri interessi: nell’estate del 1899 si recò a Zurigo in Svizzera per poter conoscere più da vicino l’opera e l’attività pedagogica di Pestalozzi. Nel 1905, ottenuta la laurea in medicina, fu mobilitato per la guerra russo-giapponese. Tra il 1903 e il 1912 lavorò come pediatra presso l’Ospedale ebraico Berson e Bauman. Eseguiva i suoi compiti in maniera esemplare, lavorando anche nei quartieri proletari della città. Curava gratis i pazienti poveri, ma non esitava a richiedere ai ricchi onorari elevati. Il 1911 fu un anno cruciale perché venne approvato il suo progetto per la Casa degli Orfani, in linea con i più moderni modelli pedagogici e principi sociali. Solo l’anno seguente avrebbe lasciato l’ospedale per assumerne la direzione.
    A questo momento della sua vita, risale la rinuncia a formarsi una famiglia: sempre più propenso all’idea di non possedere quelli che chiamava i bambini privati, considerava suo ogni bambino che curava o educava. L’attività successiva avrebbe confermato questo atteggiamento: analoghe convinzioni altruistiche lo spinsero anche a non privilegiare alcun gruppo di ragazzi a lui affidati. Non riteneva la famiglia tradizionale il principale anello della catena sociale, anzi rifiutava il ruolo a essa attribuito sia dai settori conservatori cristiani, sia da quelli tradizionalisti ebraici. Del resto, poteva ben essere considerato, da sé stesso come dagli altri, come il padre dei circa duecento orfani della Casa che dirigeva e di altre varie centinaia, che nei decenni di sua attività pedagogica e sociale sarebbero passati per i suoi orfanotrofi[1]. Riteneva che il bambino dovesse stare in compagnia dei coetanei e non ritirato in casa. Desiderava che i bambini “scontrassero” pareri e idee al loro primo germogliare. Si sarebbero così sottoposti a un processo di socializzazione che attraverso un’accettazione reciproca li avrebbe preparati alla vita adulta, ben lontana dall’idillio o dal “quieto cantuccio domestico”. Cercò al tempo stesso di garantire ai bambini un’infanzia spensierata, ma non priva di obblighi, che li conducesse per una strada diritta, senza imporre loro limiti superflui. Malgrado la grande differenza di età, prendeva molto sul serio i ragazzi, con cui conduceva un dibattito aperto. Credeva che il bambino dovesse arrivare da solo a comprendere e sperimentare emotivamente le varie situazioni, traendone conclusioni ed eventualmente trovandovi rimedio, invece di venir semplicemente informato dall’educatore sui fatti e le loro conseguenze.
    Nello scenario culturale del tempo, il Dottor Korczak si era imposto con pubblicazioni per l’infanzia, libri di avventura, lettura e testi teatrali. Nell’orizzonte della produzione letteraria si può mettere in luce come egli preferisse rivolgersi direttamente ai bambini, utilizzando un linguaggio semplice che potesse intercettare i bisogni e gli interessi di genitori ed educatori. Nonostante questo, egli seppe comporre testi di rilevante valore scientifico nel campo pedagogico: “Il diritto del bambino al rispetto” e “Come amare il bambino”.

    Il diritto del bambino al rispetto

    “Cresciamo con l’idea che grande sia più importante che piccolo.”[2]
    In questo libretto snello e conciso, scritto nel 1929, Korczak pone le basi del proprio approccio pedagogico, mettendo in relazione la propria idea di bambino con il concetto di diritto. Innanzitutto, egli mette in luce l’errore più comune compiuto dagli adulti cioè quello di credere che il bambino sia fondamentalmente un sottomesso perché, dipendente materialmente dagli adulti stessi, egli non sa niente, non conosce le difficoltà e le complicazioni della vita, va assistito, accompagnato ed educato. Secondo Korczak, in realtà, il bambino ha in sé una serie di risorse e di capacità su cui l’adulto non deve intervenire modificandole o correggendole, egli crede che il bambino abbia l’atteggiamento del ribelle giusto, libero nelle azioni e nei pensieri. Coltivando anziché sopprimendo nel bambino le caratteristiche di sensibilità ed emotività, si potrà avviare il processo di rivincita dell’uomo nuovo, forte nella delicatezza del sentimento. In questo processo l’adulto deve divenire complice del mondo dei bambini, capace di essere con loro, dimenticando l’egoismo cronico tipico dell’età adulta. Korczak potenzia questa riflessione sulla figura adulta, declinando i comportamenti che l’educatore deve mettere in atto per diventare complice dei bambini e dei ragazzi. Secondo l’autore non basta l’ascolto dei pensieri, dei sentimenti e delle problematiche degli educandi, essi riconoscono la verità o meno con cui l’adulto si rapporta a loro e per questo egli è chiamato ad essere autentico, non diffidente o mal disposto. Per occuparsi in modo adeguato dei bambini, l’educatore non deve rivolgersi ad esperti sul tema, non deve imparare qualcosa di più su di loro o sul come coinvolgerli, deve essere con loro[3].
    Questo atteggiamento complice degli adulti, è esplorato a fondo quando Korczak, in conclusione al testo, tratta il tema dei diritti del bambino: il diritto al rispetto e il diritto del bambino ad essere com’è. Il dottore sostiene che i grandi debbano rispettare, prima di tutto, l’ignoranza dei bambini: essi sono come degli stranieri in una città sconosciuta di cui non conoscono la lingua, i costumi e le vie. L’adulto deve astrarsi da un’ottica di assistenzialismo educativo e accompagnare il bambino nella ricerca della propria conoscenza, rispettandone i tempi e le modalità. L’educatore non deve mai intervenire nel flusso di conoscenza del bambino, mai anticipare l’adulto che verrà. Quest’opera si conclude così:
    “Attenzione: la vita moderna deve la sua forma a una bestia feroce: l’homo rapax. È lui che detta le leggi. Le concessioni che fa ai deboli non sono che un’illusione, gli omaggi resi ai vecchi, l’emancipazione della donna, la benevolenza verso i bambini di cui fa mostra, sono tutti simulacri. Il sentimento vaga senza tetto, come Cenerentola. I principi del cuore sono proprio i bambini, questi poeti e pensatori. Rispetto, se non umiltà per la bianca, la candida, l’immacolata, la santa infanzia”.[4]

    Come amare il bambino

    Questo libro venne composto da Korczak nel 1914, ma nel 1929 egli lo ricompose aggiungendo riflessioni circa ciò che gli pareva cambiato, dentro e fuori di sé. Il libro è diviso in 4 parti: il bambino in famiglia, l’internato, le colonie estive, la casa degli orfani.
    Nella prima parte egli dà delle indicazioni circa i primi anni di vita dei bambini, soprattutto mettendo in luce come i genitori non debbano pretendere nulla circa la salute, l’intelligenza e la bellezza dei loro figli, essi comprendono tutto, sentono e sanno tutto del sentimento ospitale o meno che gli viene riservato. Egli crede fermamente che il bambino conosca già tutte le cose riguardanti i bisogni primari, che sappia sempre cosa gli serve, che comprenda per esempio quando deve mangiare e quando deve dormire. La soluzione è che il genitore segua il bambino e impari a fidarsi di lui. All’interno di questo primo capitolo Korczak richiede la costruzione di una Magna Charta Libertatis dei diritti del bambino. Secoli dopo questa sua intuizione, verrà composta la Carta Internazionale dei diritti del Bambino che prenderà le mosse da alcuni dei diritti da lui affermati[5]. L’autore afferma l’esistenza di tre diritti fondamentali di ogni bambino: il diritto alla morte, il diritto alla sua vita presente, il diritto del bambino ad essere quel che è.
    Il diritto del bambino alla morte può apparire “stravagante” ma se approfondito, questo assunto appare rivoluzionario. Korczak, assumendo un diverso punto di vista, pone l’attenzione sul tema della morte come pericolo che conduce gli adulti ad opprimere il bambino, a negargli l’infanzia come momento di vita presente e la possibilità di vivere come desidera o come è capace di farlo, richiamando in concatenazione, gli altri due diritti fondamentali del bambino.
    “Per timore che la morte possa strapparci il bambino, strappiamo il bambino alla vita: per impedire che muoia non lo lasciamo vivere”.[6]
    Da queste considerazioni, discende la definizione di Korczak di un ambiente educativo che non dev’essere dominato dal non detto degli adulti, dal dogma maturato nell’esperienza, ma da un clima di fiducia, costruito dall’amore, come condizione per crescere nella libertà. Questa libertà non diviene non curanza o mancanza di limiti ma possibilità per il bambino di conoscere le idee degli adulti attraverso regole e divieti che tempreranno la sua volontà ma gli consentiranno, allo stesso tempo, lo sviluppo di un pensiero critico e creativo.
    Le indicazioni per l’educatore proseguono nella parte del testo dedicata all'internato e alle colonie estive, situazioni in cui lo stesso è coinvolto in scene di vita quotidiana ma proprio per questo, lamenta l’impossibilità di dedicarsi all’osservazione dei bambini per conoscerli meglio, perché impegnato e a più riprese richiamato da questi. Korczak sprona l’educatore:
    “Sii te stesso, cerca la tua strada. Cerca di conoscere te stesso prima di voler conoscere i bambini. Renditi conto di che cosa sei capace prima di delimitare la sfera dei diritti e dei doveri dei bambini.”[7]
    Il monito all’educatore è quindi quello di essere saldo in sé stesso, autogovernarsi e conoscersi prima di poter essere il giusto riferimento per i bambini, sono infatti essi i protagonisti del processo educativo. Nella vita quotidiana, per esempio, nei giochi e nei litigi che accadono tra i bambini, l’educatore deve essere mediatore, intervenendo laddove lo ritiene necessario ma le soluzioni sorgeranno sempre dalle parole stesse dei bambini. Il controllo deve essere esercitato con delicatezza e cautela, in alternativa, divenendo protagonista e accentratore l’educatore creerebbe distanze insanabili tra i bambini che non sarebbero più capaci di abitare la convivenza e lavorare in collaborazione.
    La Casa degli Orfani, narrata come sistema, nell’ultima parte di questo testo, nacque nel 1911 e l’esperienza di vita all’interno di essa, continuò per 200 bambini fino al 5 agosto 1942, quando tutti gli ospiti dell’orfanotrofio, gli educatori e il Dottor Korczak vennero deportati dal ghetto ebraico di Varsavia verso il campo di sterminio di Treblinka.
    La conduzione della casa era affidata ai bambini, dal più piccolo al più grande, ognuno aveva una sua mansione. C’erano gruppi misti, maschi e femmine, metà e metà. Il gruppo si regolamentava tramite un codice di comportamento che, se trasgredito, incorreva nelle pene decise dal Tribunale dei ragazzi. Korczak, nell’impostare il regolamento della casa, non lasciò nulla al caso, definì dei pilastri fondamentali della struttura, all’interno della quale i bambini e i ragazzi erano liberi di sperimentare l’autogestione. Tra questi fondamenti vale la pena citare l’esistenza di: un albo, esposto alla parete con avvisi, annunci e disposizioni; la cassetta delle lettere per la comunicazione tra educatori e bambini; la mensola per mettere a disposizione un vocabolario, un’enciclopedia, giochi e antologie; la vetrina degli oggetti ritrovati e il negozietto, dove ogni bambino poteva richiedere ciò di cui avesse bisogno; il posto per ogni strumento utile per il mantenimento della Casa. Ognuno di questi fondamenti, introdotti da Korczak nel regolamento, aveva finalità educative molto significative: la cassetta delle lettere insegnava, per esempio, ai bambini ad attendere la risposta, a distinguere i contenuti della richiesta tra quelli più e quelli meno importanti, insegnava a pensare e motivare e anche a sapere e volere; al negozietto, invece, esisteva un quaderno su cui veniva annotato quando, da chi e che cosa veniva preso, permettendo così di monitorare l’uso che ogni bambino ne faceva. Ognuno di questi strumenti acquistava ancora più significato perché gestito su turnazione dagli ospiti della casa che, di conseguenza, avevano la possibilità di sperimentarsi in ogni ruolo: tutti facevano tutto e se ogni compito corrispondeva ad un ruolo, il ruolo era per ogni bambino sinonimo di importanza.[8]
    Il funzionamento della convivenza nell’orfanotrofio era assicurato dalle riunioni, in cui i bambini parlavano ed esponevano i propri pensieri ma sempre con finalità operative perché essa era la sede in cui gli ospiti dell’orfanatrofio prendevano le decisioni più importanti collettivamente.
    Il punto di partenza per la parità dei diritti del bambino era il Tribunale Interno, composto da bambini piccoli e grandi che lo presiedevano a turno e che componevano la giuria, lo mantenevano sempre in funzione. Le denunce si sporgevano attraverso l’iscrizione su una lavagna dei nomi del denunciante e del denunciato, che poteva essere chiunque anche il direttore. Il Tribunale non induceva nei bambini la mania di processarsi ma, secondo Korczak, il lavoro di quest’organo serviva per la presa di coscienza, da parte dei bambini, delle condizioni e delle leggi della vita comunitaria, un allenamento alla vita adulta perché si comprendesse il valore dei regolamenti nel dare giustizia.
    Quando cambiò la sede dell’orfanotrofio, nell’autunno del 1940, con lo spostamento dello stesso all’interno del ghetto di Varsavia, la vita al suo interno non subì modifiche, vennero mantenute le regole e le attività di sempre. Durante la permanenza nel ghetto, Korczak rifiutò più volte le offerte di liberazione dei concittadini polacchi, non volendo lasciare i suoi ragazzi[9].
    Fu portato via con i 200 ospiti dell’orfanatrofio e gli educatori rimasti, la mattina del 5 agosto 1942. L’ultima marcia di Korczak è stata raccontata con toni diversi in numerose testimonianze ma tutte condividono il racconto di un gruppo ordinato di bambini, sotto la bandiera della Casa, vestiti con i loro abiti migliori, accompagnati dai loro educatori.
    La mia vita è stata difficile, ma interessante. Proprio di darmi una vita del genere pregavo Dio quando ero giovane". Questa frase di Korczak sembra il miglior motto per iniziare il racconto sul Vecchio Dottore. È stata scritta pochi giorni prima di morire, il giorno precedente il suo sessantaquattresimo compleanno. È significativo che parli di sé usando già il tempo passato. Solo una persona dalla grande forza morale può delineare un compendio altrettanto stoico del proprio destino, ignorando l’inferno all’intorno”[10].

    L’attualità nel pensiero di Janusz Korczak

    “Riformare il mondo significa riformare l’educazione.”[11]
    Molti sono gli spunti che la vita e l’impegno di Janusz Korczak offrono oggi a chiunque ricopra un ruolo educativo, in famiglia, a scuola, negli oratori e nelle agenzie educative presenti sul territorio. Se ad oggi, fortunatamente, nel nostro paese, non esistono più realtà come quelle degli orfanatrofi, diverse sono le situazioni in cui bambini e ragazzi condividono spazi e tempi e in cui sono chiamati ad una convivenza significativa e collaborativa. Questa “chiamata” alla vita comune assume un valore fondamentale se pensiamo con attenzione alle difficoltà di convivenza che caratterizzano oggi i gruppi classe delle nostre scuole: preadolescenti che non vogliono partecipare alle gite di classe per non stare con i compagni, adolescenti che non tollerando conflitti e discussioni e ricorrono troppo facilmente alla violenza.
    In questo senso forte è il bisogno di nuovi modelli educativi che possano suscitare ambienti positivi e significativi per la crescita dei ragazzi. L’educatore può compiere nel suo piccolo una grande rivoluzione, agendo su due fronti distinti ma complementari.
    Ogni giovane o adulto impegnato in educazione, può e deve coltivare la consapevolezza e la convinzione ferma che il bambino non vale meno dell’adulto, solo perché piccolo. Ogni bambino o bambina conosce i suoi bisogni, le sue aspirazioni ed emozioni e a partire da queste vive la propria realtà e muove per conoscere il mondo intorno a sé. Ciò che il bambino ancora non comprende o che ancora non conosce, lo rende “ignorante” ma in questo suo essere sfornito, egli deve essere rispettato. Se l’adulto accetta questo stato del bambino e lo rispetta, si mostra capace di comprendere che tante sono le situazioni e le persone attraverso cui i più piccoli conoscono il mondo e che questa conoscenza è possibile oltre e non solo attraverso di noi. Il valore più alto nella costruzione e nello svolgimento della relazione educativa è rappresentato quindi dalla libertà concessa all’educando di conoscere le idee, le esperienze e l’autenticità dell’educatore e da esse, scegliere poi con pensiero critico, in che cosa credere e chi essere.
    Per raggiungere questa consapevolezza ed educare alla libertà di scegliere e di esercitare un pensiero critico, è importante che l’educatore si presenti come persona autentica cioè capace di mostrarsi nella propria effettiva consistenza, di là da qualsiasi falsificazione. Nella relazione umana, occorre essere non sembrare. Il giovane o l’adulto che ricoprono un ruolo educativo hanno infatti la responsabilità di impegnarsi in un processo di autovalutazione, dando significato alla propria dimensione umana e spirituale e solo dopo aver imparato a conoscere sé stessi, saranno in grado di costruire relazioni educative serene e rispettose delle richieste dell’educando.
    Per l’esplicarsi efficace della funzione educativa, è necessario che l’autenticità porti con sé, nell’animo adulto, queste consapevolezze: in primis l’accettazione della propria realtà personale perché se si sono riconosciuti e accettati i propri limiti e le proprie risorse, questo permette di accompagnare con maggior efficacia, comprensione e rispetto i piccoli che ci sono affidati.
    L’altro fronte di riforma dell’educazione che l’educatore può percorrere è rappresentato dall’affermazione del diritto alla conoscenza per ogni bambino e fanciullo. Per diritto alla conoscenza si intende la facoltà che ogni bambino possiede di sapere ciò che accade nella realtà in cui vive e nel mondo. Lo spunto offerto da Korczak, in questo senso, è rappresentato dalla trattazione che egli realizza con i bambini, sul tema della morte, affinché essi conoscano questa fase conclusiva del ciclo di vita, ne abbiano consapevolezza con la finalità educativa ultima di saper convivere con essa. Questo aspetto è ciò che più colpisce la logica educativa contemporanea che vorrebbe i bambini protetti da tutte le “cose brutte” della vita e del mondo perché possano crescere sereni, senza traumi. Questo atteggiamento perpetrato nelle fasi della crescita, protegge i bambini e i ragazzi ma non li sostiene in una reale conoscenza del mondo e nasconde un’idea degli stessi, probabilmente inconscia nella mente dell’adulto-educatore, come incapaci di comprendere od elaborare ciò che riguarda il dolore o il male presenti nella vita di ogni individuo e nella società intera. In questo modo però il bambino non è rispettato nella sua “ignoranza” ma escluso da una conoscenza completa della realtà. A sostegno di questa tesi, è sufficiente confrontarsi con i preadolescenti di oggi, perché essi raccontino un profondo bisogno di ascolto, alimentato dalla sensazione sempre più forte che a casa, nei momenti dei pasti o nelle conversazioni di mamma e papà si parli sempre di altro, cioè di argomenti o temi che non li riguardano, che non conoscono o che non possono capire. L’imbarazzo dell’educatore nel non sapere che parole usare, condividendo con i più piccoli realtà o eventi difficili come la morte o il dolore, deve essere vinto in favore di una nuova consapevolezza del bambino come soggetto dotato del diritto di conoscere.

     

    NOTE

    [1] Cfr. D. Arkel, Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak, Milano, Atì, 2009.
    [2] J. Korczak, Il diritto del bambino al rispetto, Luni Ed. Milano, 1994, p. 29.
    [3] Cfr. D. Arkel, Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak, Milano, Atì, 2009, p. 41.
    [4] J. Korczak, Il diritto del bambino al rispetto, Luni Ed. Milano, 1994, p. 74.
    [5] Cfr. G. Limiti, I diritti del bambino. La figura di Janusz Korczak. Milano, Proedi editore, 2006.
    [6] J.Korczak, Come amare il bambino, Luni Ed., Milano, 1996, p. 59.
    [7] J.Korczak, Come amare il bambino, Luni Ed., Milano, 1996, p. 167.
    [8] Cfr. A. Rodowicz, M. Rodowicz - Heninger, J. Lach, Catalogo della mostra Janusz Korczak re dei bambini, Traduzione di Laura Quercioli Mincer. Torino, 2012.
    [9] Per integrare si veda: La signora dello zoo di Varsavia (The Zookeeper's Wife) di Niki Caro, Film, 2017.
    [10] Joanna Olczak-Ronikier, Janusz Korczak. Un tentativo di biografia, Warszawa, 2011.
    [11] A. Rodowicz, M. Rodowicz - Heninger, J. Lach, Catalogo della mostra Janusz Korczak re dei bambini, Traduzione di Laura Quercioli Mincer. Torino, 2012.


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