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    Elephant in the room


    Silvano Petrosino

    (NPG 2019-06-13)


     


    Silvano Petrosino è un filosofo. L’immagine del filosofo nella nostra mente rievoca quelle persone che dal passato attraversano il tempo e hanno detto cose che rimangono. Vederne uno in carne e ossa è invece rendersi conto che ci sono ancora e sono vicini a noi.
    Gli abbiamo chiesto di parlarci di quelle cose di cui si fa più fatica a parlare. Il titolo è un po’ strano: “Un elefante nella stanza”. È un modo di dire inglese che mentre ci svela una verità scomoda, fa sorridere. “In questa stanza c’è un elefante, non lo vedete?”. Strano, perché è abbastanza evidente. Vorremmo fare la prima mossa e dire: “Possiamo parlare dell’elefante nella stanza?”. Possiamo parlare dei nostri giovani, di dove effettivamente sono?
    - La frammentazione familiare
    I giovani sono figli sempre più unici con genitori che non formano (o disgregano) una famiglia. Fanno così esperienza di legami fragili, inconsistenti, isolanti, fondati sull’affermazione del sé (e dei selfie) a discapito del noi.
    - La questione ecologica
    I giovani lo sentono che manca poco all’esaurimento delle scorte del pianeta, non riescono a fare gli struzzi come continuano a fare gli adulti.
    - I nuovi catarismi
    Ce n’è di ogni tipo e la rete sembra la migliore propagatrice di teorie assolute circa il controllo dell’esistenza. Le forme di estremismi in fuga dalla complessità confusa e prepotente dell’oggi sono sempre più in crescita. “Se mi sento aggredito (e chi non si percepisce tale al giorno d’oggi?) trovo pochi sodali e faccio guerra al resto del mondo, perché io ho la mia verità che mi difende da tutto il resto”.
    - Le migrazioni dei disperati
    Alla lunga non ci saranno muri, né mari a fermarli quando l’ondata sarà piena. Perché sono troppe le persone che soffrono per denutrizione, mancanza d’acqua, povertà estrema. E in questa globalizzazione mediatica loro vedono la nostra opulenza, mentre noi voltiamo volentieri lo sguardo.
    - I consumi sempre più consumanti
    Si possiede per consumare (o per lasciar che le cose vengano consumate dal tempo), si possiede per possedere. Perché possedere è essere, anzi, di più, è apparire. E per apparire come si vuole si è disposti a tutto: ciascuno ha un prezzo per raggiungere il proprio oggetto del desiderio. Si acquista sempre più il superfluo perché è accessibile e perché non possiamo farne a meno. Sono riusciti a venderci il superfluo come indispensabile! I brand, le griffe suscitano vere e proprie venerazioni religiose. È questa la pienezza (degli armadi) di cui fanno esperienza i giovani?
    Abbiamo inviato queste provocazioni al professore. E gli chiediamo cosa ne pensa…

    (D. Michele Falabretti)

     

    Cercherò di sviluppare una logica di quanto dico, partendo da quello che per me è la questione della realtà, dell’adesso. Se si dovesse dire che cos’è l’adesso (che può essere affrontato da tanti punti di vista, economico, politico, ecc.), e affrontarlo dal punto di vista che mi sembra più interessante, direi che l’adesso è caratterizzato dal fatto che tutti parlano: tutti parlano di tutto.
    Non è sempre stato così. Una volta l’accesso alla parola era proprio di alcune figure, per esempio il filosofo, il prete, il magistrato, l’insegnante... Già questa è una cosa molto interessante: ogni volta che si parla, si configura un mondo e questa configurazione del mondo era il "fine" di alcune persone. Oggi invece tutti parlano; e di che cosa? Non di calcio o di moda; ma dell’amore, della verità, della felicità. Avete sentito parlare gli sportivi? Non parlano mai di sport, ma di lealtà, di amicizia. E così l’economista, la velina: ti dicono cos’è l’amore, la famiglia... In un'intervista un allenatore di calcio diceva che lui, nel suo DNA, non ha la parola “sconfitta”. Questo non è possibile, non è vero: il processo di umanizzazione avviene attraverso l’esperienza del limite, della sconfitta e della sofferenza.
    Permettetemi una piccola riflessione a latere. Qualcuno che dice che la difesa è sempre legittima. Ma dietro al problema della difesa, ci sono tremila anni di riflessione: noi lo dovremmo sapere. Lamech (in Genesi) dice “Io ho ucciso un ragazzo perché mi ha fatto un livido” e “Se uno fa male a Lamech, Lamech si vendicherà sette volte”. E quando Gesù risponde che bisogna perdonare settanta volte sette, a chi sta rispondendo? A Lamech. Su cosa bisogna, allora, riflettere? Che dentro di noi si muovono delle cose strane, per esempio un’irriducibile tendenza alla vendetta. Per cui, quando si è iniziato ad affrontare il tema della difesa, si è subito iniziato a pensare: “Sì, ma: Occhio per occhio, dente per dente", che è il tentativo di dire “ferma un attimo”, altrimenti c’è Lamech. E invece si sente dire al bar (al bar!), che la difesa è sempre legittima. Rendiamoci conto che le cose stanno così!
    Il tormentone estivo dell’anno scorso, Despacito, ha avuto sulla rete più di cinque miliardi di contatti. Tutto il mondo! E il sito di papa Francesco? Trecento milioni. Questo è l’oggi. Puoi avere 2000 anni di storia, costruito le cattedrali, ma non possiamo più far riferimento a niente: è uno dei grandi effetti della globalizzazione. Noi, dopo 2000 anni di storia abbiamo un grande juke-box. Vuoi parlare della morte, su Agostino, sui Padri della chiesa: vuoi saperne qualcosa? Mettili dentro al juke-box e ti viene fuori qualcosa. Abbiamo risposte per tutto. Quando, a lezione in Università Cattolica, dico: “Questa è la struttura giovannea della comunicazione”, i ragazzi sgranano gli occhi e il più coraggioso chiede: “Ma chi è questo Giovanni?”. Non migliore sorte per Agostino: “Agostino chi?”.

    Il mondo del “carino”

    Di che cosa stai parlando, quanto parli e parli della carità? Parli dell’amicizia, ciò che si dà e che si chiede; ma alla fine dello scambio oggi ti senti chiedere: “Quanti like hai?”. Stiamo vivendo nel mondo del "carino", abbiamo sostituto il to love col to like. Come diceva Roland Barthes, si tratta di un sentimento medio: “carino”!
    Una volta ho dato da leggere a una studentessa Genealogia della morale di Nietzsche; dopo un mese me l’ha restituito. “E allora?”. “È carino, professore”, mi ha detto. Avrebbe potuto dire qualsiasi cosa, ma non carino! Nietzsche “carino”! E tu, ti eri eccitato, come professore: “Io educo un ragazzo… gli do Nietzsche”… e questo dice: “Carino”!
    A gennaio-febbraio scorso si è svolta una grande iniziativa per gli sport paraolimpici, dei diversamente abili. E gli hanno dato un titolo che era l’unico che non dovevano dare: I limiti non esistono. Allora uno esplode perché dice: “Come, i limiti non esistono?”. È proprio questa tutta la questione del limite: puoi tutto tranne tutto. Puoi mangiare tutti gli alberi, tranne uno. L’umano non è il superamento del limite, ma l’abitare il limite. Per questo Dante mette Ulisse nell'Inferno. È molto di più abitarlo che superarlo.
    Questa è la situazione: uno può entusiasmarsi per le cose più belle e di valore, ma non importa niente a nessuno! Ciò che è veramente "cattolico", universale è la Coca Cola, riconosciamolo! Prendiamo il mondo digitale: lì tutti parlano di tutto, dell’amore, del sesso, del piacere, del dolore. Adesso si fa un gran parlare di cibo: non si chiamano maestri, i cuochi? Masterchef. Preparano il risotto, ma mica vogliono nutrire il corpo, questo è banale: vogliono nutrire l’anima! Tutti ce l’hanno con l’anima! Non nutrono lo stomaco! Le parole più belle: anima, spirito, sono quelle che a loro piacciono di più. Dio: c’è Dio dappertutto. Basta guardare le pubblicità: tutte piene di simboli religiosi. E così i film! La Chiesa si è sbagliata quando ha avuto paura di una società materialista, non è materialista questa società, è "spiritica".
    Ora, che cosa fare? Ci sono due alternative: una è tirarsi fuori da tutto, chiamarsi fuori (magari in una malga dove faccio il taleggio e mi porto Nietzsche); l'altra è restare dentro. Ma, come? In Atti 4,8 narra l'episodio in cui Pietro e Giovanni guariscono un paralitico, vengono arrestati; e a un certo momento il Sinedrio dice: “Però adesso basta, non parlatene più”. Non dice: “Non vi arrestiamo perché non siete cattivi”, ma dice una cosa molto interessante: rendendosi conto che erano "persone semplici e senza istruzione”, il Sinedrio dice: “Non vi facciamo niente perché non avete fatto niente. Però tacete”. E loro rispondono: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”. Ora, per me il problema è questo: cosa dobbiamo fare? Beh, dobbiamo parlare di ciò che abbiamo visto e ascoltato.

    Cosa abbiamo visto e ascoltato?

    Qual è il problema? Che cosa hai visto e ascoltato! Noi, dopo duemila anni, cosa abbiamo visto? cosa dobbiamo fare? Non “dobbiamo” fare niente. La missione non è un dovere. La missione è la conseguenza naturale di un incontro. Il problema è che forse non abbiamo visto niente!
    Insisto con la mia domanda: che cos’è che abbiamo visto e ascoltato? Di fronte a chi dice che lui la sconfitta non la conosce, che i limiti non esistono, che la difesa è sempre legittima, noi cosa diciamo? Si può tirare in ballo il parroco, l’educazione. Ma cosa vogliamo dire a queste persone?
    Sempre in università, durante la lezione, facevo un’affermazione "da zio". Dicevo che può succedere di ubriacarsi, non è grave, però dicevo anche: “Bisognerebbe non ubriacarsi”. E vedevo la classe zitta, poi la risposta: “Ma noi lo facciamo tutte le settimane”. Soprattutto le ragazze, che in certi giorni entrano in discoteca gratis: “Ma noi ci ubriachiamo, dov’è il male?”. La cosa è talmente naturale che a Roma hanno un’app con cui si può prenotare il ritorno al casa dalla discoteca, dato che è sicuro che ci si ubriacherà. Si può fare un discorso sulle ragazze che vanno rispettate, che non ci si ubriaca, che la droga non va bene? Siamo in questo mondo e noi cosa diciamo?
    Dovremmo dire quello che abbiamo visto e ascoltato, e cioè? Questa è la questione di Emmaus. Gesù fa solo un rimprovero, in tutti i Vangeli: quello di Emmaus (ma non riguarda solo quella situazione): “Voi leggete e non capite niente! Voi continuate a leggere e non capite”. Allora Gesù si mise a spiegare loro le Scritture, cioè il Primo Testamento. Gesù è un uomo-racconto, dice Beauchamp: Gesù cita continuamente, ma poi fa una affermazione molto interessante, diciamo teoricamente interessante e illuminante: “Ma voi non capite, leggete e non capite!” ponendo la distinzione tra significato e senso: “Voi vi fermate al significato, ma non cogliete il senso”.

    Dal significato al senso: c’è “dell’altro”

    Gesù è la Parola che mette fine alle parole su Dio, al "pettegolezzo" su Dio, perché Gesù – scandalo per un fariseo – è colui che interpreta la Legge. Ma la legge non si interpreta, la legge si applica, alla legge si obbedisce, perché per l’Ebreo ortodosso Dio si è rivelato – o incarnato - nella Torah, nella Legge. Ed è per questo che all’interno dell’Ebraismo poi si è potuta sviluppare la dimensione mistica della Kabbalah, perché essa è l’affermazione che se è stata usata quella lettera, quella lettera è Dio. Quindi alla legge si obbedisce: è questo il senso dell’Alleanza.
    Gesù dice “no”: la Legge si interpreta, cioè bisogna passare dal significato al senso. È impressionante allora e anche oggi, perché per noi sarebbe più facile ridurre tutta la questione all’obbedire alla legge. Obbedire è molto semplice, non è cogliere il senso che è drammatico e dunque si può sbagliare, perché l’obbedire chiama in causa una decisione personale, da adulto.
    Ritorno sulla vicenda di Emmaus: “Voi continuate leggere, a citare, a frequentare, andare a Messa, ma non cogliete il senso!”. Ora, che cosa abbiamo visto e ascoltato? Cos’è che dovremmo dire a noi stessi, agli altri, all’interno di questa grande storia? La prima cosa che dobbiamo dirci e dire è che c’è “dell’altro”. L’uomo è colui che fa esperienza che “c’è dell’altro”. Potrei anche usare la parola “mistero”. In un mondo in cui si dice “tutto gira intorno a te”, "ascolto tutti, ma vado avanti per la mia strada" (dunque non sono disposto veramente ad ascoltare, o magari a cambiare), noi affermiamo: c’è “dell’altro”.
    Per me questa è la definizione minima dell’uomo: è il vivente che fa esperienza che c’è dell’altro. Cosa sia quest’altro non lo sa, forse non c’è neanche, ma “c’è dell’altro”.
    E questo in tutti i modi dobbiamo saperlo dire ai bambini, ai ragazzi, a noi stessi - soprattutto attraverso l’arte, che per me è la strada principale - che “c’è dell’altro”, che “non è tutto intorno a te”.
    Non intorno al tuo delirio, per esempio il delirio dell’eccellenza. Chi può pretendere l'eccellenza, la perfezione? La vita è talmente complicata, difficile. Con l'eccellenza, con l’idolatria della professione si stanno distruggendo i ragazzi, i giovani. Il lavoro non è la professione, è molto più ampio. Ero a un convegno delle Acli sul lavoro, e si finisce con le testimonianze. E una ragazza racconta: è di un piccolo paese della Calabria, viene al Nord a studiare Economia alla Cattolica, i suoi genitori hanno fatto tanti sacrifici (ecco, quasi sempre così, testimonianze che virano sul depressivo…). Quindi continua: “per tre o quattro anni ho lavorato a Milano. Ero contenta, autonoma, avevo un piccolo appartamento, poi mi hanno licenziata. Per un anno, un anno e mezzo ho tentato di trovare un posto di lavoro, ma non l’ho trovato, e non ce l’ho più fatta, sono ritornata al paese. Ora ho trentacinque anni, accudisco i miei genitori, ho trovato un lavoro part-time e faccio volontariato in parrocchia, ma ho capito che la mia vita è un fallimento”. Ma come! Fallimento rispetto a che cosa? Al fantasma che si era creata! Perché una donna che fa volontariato, lavora e accudisce i genitori, sente di aver fallito? Bisogna per forza essere un designer, uno chef stellato, un primario o un chiarissimo professore? La signora che prepara le mense, la maestra di scuola elementare è una fallita? Certo, nel momento in cui si idolatra la professione, è chiaro che - come dice la canzone - “Uno su mille ce la fa”. Ma ci hanno sempre raccontato la storia che tutti ce la faremo. Non uno, tutti. Ecco, proprio in questo mondo noi dobbiamo dire che “c’è dell’altro”.
    C’è un prete vicino a Scampia che organizza il torneo di calcio. Perché lo fa? E come lo fa e come si fa per dire che lo si fa bene? Ci vogliono le magliette, con dietro scritto il grande calciatore, bisogna che il campo sia segnato bene, fare la partita seria, non la partitella! Bisogna essere seri nel piccolo, perché solo così abbiamo qualche speranza che si sarà seri nel grande. E noi si è seri con la partita di calcio! E poi bisogna fare la classifica, i capicannonieri e l’arbitro dev’essere vestito di nero. Seri, fin da quando i bambini hanno sei anni! Ecco perché poi il ragazzino dice: “Adesso vengo sempre qui”. Perché? “A me piace il calcio, vorrei diventare come Maradona”. E allora il prete deve dire: “Vieni, che forse lo sei”. E così lo tira fuori dalla strada. Ma deve fare anche un’altra cosa, difficilissima: deve dire al bambino che “c’è dell’altro”, che c’è una cosa più importante dell’essere Maradona. È il diventare se stesso, cosa che è oltre l'idea dell’eccellenza. Perché se al bambino non dici che c’è dell’altro succederà questo: che siccome lui non è e non sarà mai Maradona, quando a quindici anni se ne accorgerà, sarà accostato da alcuni che gli diranno: “tu non sei Maradona, è evidente, ma puoi vivere come Maradona. Per esempio facendo il sicario per noi”. La camorra i sicari li paga tre quattro mila euro al mese.
    “C’è dell’altro”: difficile, ma è tutto qui.

    Cos’è spirituale?

    L’uomo è un essere spirituale perché fa esperienza che “c’è dell’altro”. Io sono di origine meridionale (noto che la filosofia è nata in Meridione, grazie al predominio dell'otium sul negotium, tipica del Nord. Al Sud cosa fai se lavoro non ce n’è? Passeggi e inizi a parlare: “per te l’essere che cos’è?”). Da meridionale sto dicendo cosa vuol dire che “c’è dell’altro”.
    Al Nord, prima di iniziare a mangiare si dice: “Buon appetito”. Ma questo è ciò che dicono i lupi intorno alla preda, i barbari prima di Costantino. Che cosa dicono al Sud, prima di mangiare? “Favorite!”. Tuo figlio arriva alle due del pomeriggio a casa, distrutto da una giornata a scuola terribile, si fionda sulla pastasciutta e tu dici: “no, aspetta. Fai un segno di croce, e anche se non ci credi quel segno di croce è dire grazie alla mamma che l'ha preparato. Ecco, prima del rapporto fra te e il cibo c’è dell’altro. Questo intendevo dire parlando della struttura giovannea. A Giovanni chiedono: “sei tu?” E Giovanni risponde: “è lui”. Questo è l’umano! Sei tu e lui.
    Ecco, mangi, spezzi il pane e lo dai, lo condividi: “Favorite” è questo. Dobbiamo ripensare la categoria dello Spirito, che vuol dire, fiato, aria. È grandiosa la risposta di Pietro alla domanda di Gesù: “volete andarvene via?”. “Ma come possiamo andare via di qui? Solo qui respiriamo. Parole di vita eterna. Solo qui respiriamo.”
    Ma è vero che noi respiriamo? Che cosa abbiamo visto e ascoltato? Abbiamo respirato? Spirituale è respirare, è l’aria! È bello quando nel Vangelo Maria sparge tutto il profumo e improvvisamente in tutta la casa quel profumo esplode, e lo si respira!
    Tu incontri persone, leggi libri, guardi dei quadri: con alcuni respiri e con altri non respiri. Se un marziano venisse per vedere e capire cos’è l’uomo e si fermasse a fotografare l’uscita da Messa, direbbe: “No, non è qui”. E se fotografasse le facce direbbe: “Non può essere così, non può essere qui”. Umano è dove puoi respirare, non dove c'è solo qualcosa di “carino”.

    L’altro è “bene”

    “C’è dell’altro”. E questo altro è “bene”. In modo misterioso, strano, attraverso le guerre, le malattie, le morti premature… è bene. Questo è quello che dice Gesù quando afferma che Dio è Padre. Non giudice, padre. Incredibile: questo è il cristianesimo, il giudice è il nostro difensore! Non dobbiamo aver paura! Il giudice è nostro padre. Notate la differenza quando parla Satana nella Bibbia e quando parla Dio. Quando parla, Satana dice sempre: “Sei sicuro?” E ti viene l’angoscia. Quando Dio inizia a parlare inizia sempre con “Non temere”, l’opposto di “sei sicuro?”.
    Ora, qual è la volontà del Padre, di un padre che sia padre? È una parola sola: è “bene”.
    Anche un padre o una madre per i loro figli non vogliono questo o quello, vogliono il bene, che sia felice. Ma quale sia il bene del figlio non lo sa neanche il padre. Perché il bene del figlio, essendo sua, non può costituirsi senza la risposta del figlio. Bisogna togliere l'equivoco alla parola “progetto”. Non c’è un progetto di Dio se non “il” progetto: il progetto di Dio è il bene. E basta. Dio non occupa mai tutta la scena. Dio lascia spazio, in una grandiosa dinamica che ci rende autori del nostro bene! Lo dico con una terminologia forse un po’ più chiara: la creazione è perfetta ma non compiuta. Perché se fosse compiuta sarebbe imperfetta. E perché non è compiuta? Perché attende la risposta di ogni figlio, di ogni essere umano. Quando tento di spiegarlo penso a quei poveretti delle nozze di Cana. Noi li definiremmo sfortunati perché tra gli invitati c’è Gesù, e se tra gli invitati c’è Gesù non si parla altro che di lui. E forse proprio per questo Gesù era un po’ restio a fare il miracolo, per non mettersi in scena, ma Maria insiste e Gesù trasforma l’acqua in vino e poi... scompare, proprio come farà a Emmaus: sparisce. E il cerimoniere si complimenta con gli sposi! Un Dio così, un Dio così è credibile! È uno che ti lascia spazio.
    Questo nel testo biblico è detto in modo chiarissimo, e la Chiesa corre questo rischio, di non dirlo, di pensare che bastano i fatti senza le parole. Ma il fatto, senza la parola si scioglie! I fatti vanno detti. Ed è nel dirlo che si costituiscono come fatto.

    Rifrangere non riflettere

    La creazione è perfetta ma non compiuta perché attende la tua risposta. È la parabola dei talenti: restituisci solo quello che hai ricevuto? Quando restituisci quello che hai ricevuto, l’hai perso. Bisogna smetterla di dire che noi siamo in debito con Dio e dobbiamo restituire quello che ci ha dato: non devi restituire niente, devi fare molto di più che restituire. Penso a Picasso, una mia passione. Picasso a dieci anni dipingeva come Raffaello, ma lui non era Raffaello, Raffaello c'era già stato. Picasso era nato per fare il Picasso. E quando inizia a fare dipinti con due nasi, orecchie storte... ha paura, non sa se venderà, se piacerà. Ma Picasso è stato serio col talento che ha ricevuto.
    Ho scritto un libro che s’intitola Piccola metafisica della luce. Alla presentazione di questo libro, alla fine interviene un frate e dice: “Non capisco. A me hanno insegnato che Dio è luce e noi dobbiamo riflettere la luce di Dio”. Io ho detto: “Beh, sì, giusto. Ma poi? Non maltrattiamo questo Dio quando continuiamo a rimandargli la sua immagine? Lui ha fatto Modigliani e Picasso. Noi non dobbiamo riflettere la luce di Dio, dobbiamo rifrangerla. La rifrazione è la restituzione del fascio di luce secondo un angolo che è tipico della sostanza attraversata. Picasso, Modigliani, Dostoevskij, ciascuno di noi! È per questo che la luce entra bianca ed esce colorata! È quello che succederà in Paradiso! Tutto diverso, tutta rifrazione! Questo nel testo biblico è detto in un modo molto serio, quando Dio prese tutti gli esseri viventi e disse all’uomo di dare loro il nome. E si mise a guardare, a guardare come l’uomo avrebbe dato il nome. La Bibbia dice che qualsiasi nome l’uomo avesse dato alle cose, agli animali, quello sarebbe stato il loro nome.
    I teologi parlano, giustamente, in proposito, di una creazione secondaria. L’uomo è capace di creazione. Di mettere del nuovo. Per questo la vita è affascinante! Siamo capaci di nuovo, di novità. Ognuno di noi. Per questo per me la vocazione è una meraviglia. Ma la vocazione non è la risposta a un ordine già predefinito. La vocazione è la risposta che costituisce l’ordine. La vocazione è la risposta che istituisce l’appello. Ecco appunto: la rifrazione.

    NB! Abbiamo mantenuto il carattere narrativo della conversazione (trascritto dalla registrazione) di Silvano Petrosino. Il testo pertanto ne mantiene il carattere particolare.

     


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