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    Con, per, di... L'oratorio e la famiglia


    Laboratorio dei talenti 2.0 /8

    Carlo Rocchetta

    (NPG 2019-02-54)


     

    Con la sua lunga e importante tradizione, l’oratorio si colloca al punto d’incontro di due fondamentali ambiti: la pastorale giovanile e la pastorale familiare. Da una parte, è l’oratorio a richiedere un’alleanza educativa con la famiglia in ordine all’accoglienza e alla formazione delle nuove generazioni (fine comune); dall’altra, è la famiglia ad aver bisogno dell’oratorio, come di ogni Centro giovanile, quale luogo di accompagnamento e crescita dei figli verso l’età adulta (corresponsabilità educativa).[1] Entrambe le realtà, famiglia e oratorio, sono chiamata a porsi tra loro in un rapporto di sinergia profonda, sia in ordine alla maturazione umana dei fanciulli/ragazzi che al loro graduale e sempre più consapevole inserimento nella società e nella Chiesa. Da questo punto di vista, la relazione oratorio-famiglia si configura come un “laboratorio di vita” quanto mai fecondo per il futuro della pastorale tout court, in un percorso dialettico che va dalla famiglia all’oratorio e dall’oratorio alla famiglia.

    Dalla famiglia all’oratorio

    La famiglia è la prima comunità di vita e di amore ed è l’originaria scuola di umanità, afferma il Concilio Vaticano II: senza una famiglia che attua il mistero di grazia che porta in sé non può esserci pieno sviluppo dei figli.
    Spiega con forza il Concilio Vaticano II:
    "Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare" (GS 47).
    Gli fa eco la FC:
    “L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia” (FC 83).
    La famiglia costituisce il primo soggetto sociale, prima dello Stato e della società civile, come ribadiva Giovanni Paolo II nel 1994, anno dedicato dall’ONU alla famiglia, e come ha illustrato di recente papa Francesco:
    “Il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa” (AL 31)
    La famiglia è un dono per la Chiesa, la Chiesa un dono per la famiglia: è nella famiglia infatti, in essa e attraverso essa, che la comunità ecclesiale realizza la sua missione salvifica nel mondo e si inserisce nel cuore dell’umanità, secondo quanto spiega la Familiaris consortio in un testo di importanza capitale:
    “La Chiesa trova nella famiglia, nata dal sacramento del matrimonio, la sua culla e il luogo primario nel quale essa può attuare il proprio inserimento nelle generazioni umane e queste, reciprocamente, nella Chiesa” (FC 15).
    L’oratorio fa parte della Chiesa; come tale, non rappresenta e non può rappresentare una realtà estranea alla comunità familiare, ma un suo prolungamento, di cui ricalca lo stile e il clima. Questo è tanto più necessario oggi, in una società in cui la famiglia conosce molteplici problematiche, fino ai conflitti e alle innumerevoli separazioni.
    Secondo il progetto di Dio, la famiglia rappresenta la culla dove si trasmettono il senso della comunione, il dono della vita, la responsabilità, la dimensione vocazionale dell'esistenza, l'apertura al mondo. Cinque dimensioni essenziali caratterizzano infatti la comunità familiare: comunione, accoglienza, vocazione, fraternità, testimonianza; dimensioni che dicono in pari tempo l'identità fondamentale dell'oratorio. In un tempo in cui le famiglie non sempre riescono a manifestarsi secondo queste dimensioni, l’oratorio può rappresentare uno spazio vitale di notevole significato esistenziale, dove i fanciulli/ragazzi/giovani possono vivere l’esperienza di “una seconda famiglia”, con le sue dimensioni costitutive.

    Dalla comunione alla comunità amicale.
    La famiglia rappresenta oggettivamente il luogo per eccellenza della comunione di vita di un uomo e di una donna (nuzialità) e di scambio genitori-figli (genitorialità). In quanto tale, essa rimanda all’oratorio come a spazio di comunione amicale; una comunione che include e valorizza la differenza e si esprime nella capacità di altruismo e condivisione; esattamente il contrario di quelle contrapposizioni odierne che degenerano in esclusione, solitudine, bullismo, abbandono.

    Dall’accoglienza alla donazione.
    Come luogo dell’accoglienza dei figli, la famiglia è il luogo primario dell'esperienza della vita come un dono ricevuto da ri-donare (sponsalità del corpo); luogo nel quale si sperimenta la fiducia che l’esistenza di ognuno è un bene inestimabile e un talento da moltiplicare, non da nascondere. Un dono - la vita - che, una volta accolto, va condiviso con gli altri per diventare ricchezza per tutti e seme di una nuova civiltà, la civiltà dell’amore.

    Dalla responsabilità alla vocazione.
    La comunità familiare si presenta come una comunità in cammino, dove il dono della vita si apre alla responsabilità, guarda al futuro e edifica la società giorno dopo giorno. In essa, ognuno impara a rispondere alla propria esistenza vocazionale e progetta il suo futuro (“Ogni vita è vocazione”).[2] Non è lo stesso per l’oratorio? Esso si offre come spazio comunitario dove ognuno è educato a discernere la propria vocazione nel mondo e impara a realizzarla nel confronto con gli altri.

    Dalla fraternità all’apertura al mondo.
    La famiglia è il primo spazio di fraternità con l’altro da sé e di esperienza del mondo, con la possibilità di condividere e aprirsi alla società. E tale è il senso della comunità familiare: educare ad amare, cominciando da se stessi e dal rispetto di ogni fratello e sorella (fraternità). Un’educazione che non si realizza attraverso principi astratti o teorie accademiche, ma come relazione vissuta in prima persona. L’oratorio si colloca in un medesimo orizzonte e suppone un’analoga esperienza.

    Dall’esperienza fraterna alla testimonianza.
    La fraternità a cui la famiglia orienta non è mai una fraternità passiva, ma attiva, chiamata a diventare formazione ai valori evangelici, proposta positiva e coscienza critica del mondo (missione). Una fraternità dunque che è al tempo stesso maturazione etica, testimonianza di vita e profezia nel cuore della società. L’oratorio ricalca gli stessi tratti. Il suo compito è di far crescere i fanciulli/ragazzi in una reale assunzione di corresponsabilità missionaria sulle strade del mondo.

    Dall’oratorio alla famiglia

    Il movimento a questo punto si inverte. L’oratorio si offre come spazio vitale in cui si attua e si dispiega la trasmissione della fede e lo stile cristiano della vita. Un compito che si svolge sotto un triplice orizzonte, esprimibile con altrettante espressioni latine: intro-ducere, e-ducere, tra-ducere; espressioni che riassumono molto bene la molteplice valenza educativa dell’oratorio e il suo ruolo peculiare nella comunità ecclesiale.

    Intro-ducere.
    L’oratorio si contrassegna come uno spazio iniziatico; iniziazione alla vita, alla socializzazione, al servizio degli altri, alla fede, luogo generativo. In caso contrario perderebbe il suo significato essenziale. “Intro-ducere” significa “condurre dentro” e “far sperimentare” l’esistenza cristiana attraverso la vita quotidiana e i suoi gesti. Prima delle catechesi vere e proprie, è il clima spirituale-ecclesiale che conta; è in esso che il ragazzo cresce, respirando il vissuto cristiano e assume uno sguardo sulla vita in linea col messaggio evangelico. Il contesto oratoriano diventa allora un grembo in cui si è aiutati a nascere all’esistenza e da cui si trae la linfa vitale per diventare integralmente persone. Nell’esperienza comunitaria si trovano infatti fusi tra loro valori umani, comunità e opzioni personali.

    E-ducere.
    La seconda dimensione consiste nel “condurre fuori”, nel far emergere la vocazione di ognuno all’amore e alla grazia, e ciò a partire dalle domande, dai desideri, dagli affetti, come dalle fatiche e dagli stessi sbagli, per far maturare le ricche potenzialità di ogni ragazzo e guidarlo gradualmente verso la sua scelta di vita e una sempre maggiore maturità cristiana. Secondo l’etimo, il termine e-ducere significa “tirar fuori” quanto sta dentro, sviluppando le migliori risorse del giovane e più specificamente la sua vocazione ad amare ed essere amato (FC 11). Ogni essere umano nasce con questa attesa e vuole divenire capace di amare e riconoscere Dio-Amore; ora, se ciò suppone un quadro di relazioni familiari, implica in pari tempo una comunità affettiva come quella dell’oratorio, con la presenza di figure maschili e femminili, degli amici e degli educatori; una comunità di crescita e di scambio.

    Tra-ducere.
    La fede s’incarna in simboli, linguaggi, gesti e figure. Il termine tra-ducere rimanda a un accadimento di ordine culturale in grado di far passare i valori del vangelo nell’auto-coscienza personale dei ragazzi, rendendoli capaci di decodificare quegli stessi simboli, linguaggi, gesti e figure e assumerli consapevolmente. Un percorso che suppone la formazione della coscienza morale e rende capaci di leggere la realtà con attitudini sapienziali, andando oltre il conformismo imperante. La preoccupazione primaria di quanti operano in campo educativo, come spiega papa Francesco, è quella di mettere in atto dei “processi di maturazione della libertà dei giovani, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia” (AL 261).
    “L’educazione comporta il compito di promuovere libertà responsabili, che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza; persone che comprendano senza riserve che la loro vita e quella della loro comunità è nelle loro mani e che questa libertà è un dono immenso” (AL 262).

    L’oratorio tra autonomia e patto educativo con la famiglia

    La pastorale giovanile dice l’azione educativa attraverso cui tutta la Chiesa genera all’età adulta della fede; ma una tale azione non è realizzabile senza un coinvolgimento effettivo e affettivo delle famiglie.
    Non manca chi rivendica un’autonomia educativa dell’oratorio rispetto alla famiglia. Da sempre, esso ha costituito un ambiente qualificato, con una propria metodologia operativa e ha richiesto fiducia e libertà rispetto alle altre istituzioni. È chiaro tuttavia che una simile autonomia non può mai essere assoluta o tanto meno sganciata dalla comunità familiare e da un fondamentale patto educativo con essa.
    La comunione di vita e di amore dei coniugi è un bene unico e totale, generativo in se stesso, non solo della procreazione naturale dei figli, ma della custodia della loro identità personale e della loro avventura nel mondo. È questo il dono della famiglia, “piccola Chiesa” nella grande Chiesa. Paolo VI, in occasione del suo pellegrinaggio in terra santa, lo espresse con parole di rara bellezza:
    “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi che cos'è la famiglia, cos'è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro inviolabile; ci faccia vedere come è dolce e insostituibile l'educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell'ordine sociale”.[3]
    “La famiglia è il luogo privilegiato dell’esperienza dell’amore, oltre che della trasmissione della fede”.[4]
    Tutte le altre “agenzie formative” - a cominciare dalla scuola e dalla parrocchia e dallo stesso oratorio - hanno bisogno della famiglia e fanno riferimento ad essa: è anzitutto nella famiglia che il fanciullo impara a diventare persona ed è educato a crescere verso l’età adulta della fede (AL 84-85). A riguardo, papa Francesco spiega come ogni coppa di genitori sia chiamata a farsi una domanda decisiva: dove sono i nostri figli? E non si tratta solo di chiedersi dove sono fisicamente, ma dove sono esistenzialmente, dove sono nel loro cammino di vita.
    “Pertanto il grande interrogativo non è dove si trova fisicamente il figlio o con chi sta in questo momento, ma dove si trova in un senso esistenziale, dove si sta posizionato dal punto di vista delle sue convinzioni, dei suoi obiettivi, dei suoi desideri, del suo progetto di vita” (AL 261).
    Un compito di vigilanza amorevole che suppone una presenza attiva dei genitori per essere in grado di guidare i figli nella giusta direzione, aiutandoli a non cadere in situazioni sbagliate o addirittura pericolose.
    “I genitori devono orientare e preparare i bambini e gli adolescenti affinché sappiano affrontare situazioni in cui ci possano essere, per esempio, rischi di aggressioni, di abuso o di tossicodipendenza” (AL 260).
    L’oratorio si colloca in continuità con questo contesto familiare ed è chiamato a prolungarlo. Da sola la famiglia, specialmente oggi, non è più in grado di assolvere a questo compito; ha bisogno di spazi educativi adeguati, come appunto l’oratorio; spazi “in uscita”, capaci di proporsi a tutti gli ambienti di vita e alle stesse periferie esistenziali.
    Alla ricerca di un nuovo volto di Chiesa in un mondo che cambia, appare sempre più necessario riprendere la tradizione delle nostre comunità che hanno visto negli oratori un luogo speciale di formazione, ma con il coraggio di immaginare nuove forme di missione che infondano loro uno slancio inedito, in grado di farli uscire dagli stretti ambiti ecclesiali e renderli prossimi ai giovani, là dove essi sono e vivono. Un’attitudine a cui molti oratori stanno già guardando o verso cui si stanno orientando con spirito profetico. Ed è questo un segno dei tempi che richiede grande creatività, in costante ascolto dello Spirito Santo che guida le nostre comunità.

     

    NOTE 

    [1] Come è noto, il termine “oratorio” rimanda a una realtà complessa e diversificata, da regione a regione, e in continua evoluzione, seppur con un denominatore comune: costituirsi spazio di incontro, di formazione e di condivisione per i fanciulli/ragazzi. Noi lo assumiamo in questa ampia accezione.
    [2] PAOLO VI, Populorum progessio, Roma 1967, n.15.
    [3] PAOLO VI, Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964.
    [4] CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, Roma, 29 giugno 2001, n. 52.


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