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    Per una nuova pastorale della scuola


    Ernesto Diaco

    (NPG 2018-08-47)


     

    «Se da una parte la Chiesa viene già nelle scuole e nelle università sparse in tutto il mondo per incontrare molti di noi, vorremmo vederla presente in questi luoghi in modo più convincente ed efficace. Le risorse investite in questi campi non sono mai sprecate: si tratta dei luoghi in cui molti giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo e spesso si confrontano con persone di diversa estrazione sociale ed economica»[1].
    Bastano queste parole dei giovani che hanno partecipato alla Riunione pre-sinodale, riportate testualmente anche nell’Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi, a far percepire il valore che riveste la presenza ecclesiale nei contesti educativi e formativi. Si tratta di una richiesta proveniente dai ragazzi stessi; merita dunque la massima considerazione.
    Spesso si sente ricordare come, a differenza di quanto ormai avviene nelle parrocchie e negli oratori, la scuola offra la possibilità di incontrare la quasi totalità degli adolescenti. L’osservazione è corretta; non è però questa la ragione principale per cui la pastorale è chiamata a considerare la scuola – come “luogo” antropologico ed esistenziale oltre che fisico e istituzionale – con un’attenzione privilegiata, investendo in essa nuove e qualificate energie.
    La pastorale della scuola, prima di ogni altra considerazione, è uno dei terreni su cui si misura la capacità della comunità cristiana di affrontare la sfida lanciata da papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, quella cioè a “porre tutto in chiave missionaria”[2] e “arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi”[3]. Una sfida che – secondo lo stesso pontefice – “si può intendere solo in questo senso: fare in modo che [le strutture ecclesiali] diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di ‘uscita’ e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia”[4].
    La dimensione missionaria propria della pastorale della scuola – come hanno mostrato gli articoli del presente Dossier – si articola in diverse direzioni: dalla testimonianza della vita e il “primo annuncio” del vangelo all’elaborazione culturale cristianamente ispirata, dall’accompagnamento dei processi di crescita alla collaborazione educativa, dal dialogo in un contesto di pluralismo religioso e culturale al contributo nella costruzione del bene comune.

    Saper stare “fuori”

    Nel testo che sintetizza i diversi contributi inviati dalle diocesi sui temi del documento preparatorio del Sinodo, i vescovi italiani inseriscono un’interessante osservazione sulle esperienze diffuse di pastorale giovanile e sulla loro efficacia. “Se rimane vivo soltanto il modello di Chiesa che vorrebbe andare a prendere i giovani per portarli ‘dentro’ – si riconosce – la grande quantità di attività pastorali non sembra oggi produrre gli effetti sperati. Ma se immaginiamo una Chiesa che si fa prossima ai giovani nella loro vita quotidiana e soprattutto se immaginiamo queste iniziative con l’obiettivo di portali a entrare nel complesso mondo degli adulti, è necessario sospendere il giudizio”[5].
    Queste poche righe contengono diverse provocazioni. In primo luogo, spicca la constatazione che l’educazione alla fede non può prescindere dal vissuto delle persone a cui si riferisce. Come insegnano gli stessi racconti evangelici degli incontri di Gesù, il messaggio cristiano è una proposta per la vita, nella sua interezza e profondità. È nella quotidianità, con le sue problematiche, che la fede si affaccia, si sviluppa, agisce e trasfigura. Di conseguenza, non è possibile rivolgersi ai più giovani – e in verità neanche agli adulti – senza considerarli all’interno dell’intero percorso della loro vita, né è lecito separare la fede da un’interpretazione complessiva dell’esistenza. La fede porta con sé un modo di interpretare e vivere la vita, la realtà, il tempo. Ed è così legata ai gesti, alle parole e alle scelte della vita da essere difficilmente riconoscibile senza di essi.
    È questo il motivo per cui educazione ed evangelizzazione sono inscindibili, e la pastorale non può ignorare il mondo vitale della scuola. La vita – e dunque la crescita – delle persone avviene per la maggior parte in ambienti diversi da quello ecclesiale; lo stesso cammino di fede non ha luogo solo “dentro” gli spazi specificamente religiosi, ma “fuori” di essi, in una pluralità di situazioni e contesti, compresi quelli della propria formazione umana, culturale, affettiva, professionale. Sono spesso decisive le persone e le esperienze che vi si incontrano.
    Risulta molto significativo, a questo proposito, che gli educatori alla fede vengano sempre più spesso descritti come accompagnatori, figure esperte nell’arte di accompagnare non solo nella vita spirituale bensì in tutte le esperienze umane che incidono nella formazione della coscienza e della libertà.
    La capacità di “stare fuori” con i giovani è inoltre segno del profondo interesse e della vera gratuità che caratterizza la comunità cristiana nei loro confronti. E uno stimolante criterio di verifica: “Non è che tendiamo ancora a pensare la fede più come una serie di pratiche e di concetti piuttosto che come un incontro personale con Gesù dal quale nasce, con consapevolezza e libertà, un modo di vivere più autentico? Non è che nella pastorale siamo ancora più impegnati a gestire spazi e a organizzare eventi e percorsi comunitari anziché favorire l’incontro personale e l’ascolto reciproco, in tutti i luoghi nei quali quotidianamente viviamo?”[6].

    Chiesa nella scuola e scuola nella Chiesa

    Un simile approccio mette in luce che la scuola, per la comunità cristiana, non è tanto un settore pastorale fra gli altri, con propri operatori e programmi. Sono certamente necessarie persone che vi si dedichino intenzionalmente, così come progetti specifici, ma con l’esplicito proposito di coinvolgere l’intera comunità, tenere desta la sua attenzione sulla scuola e la realtà dell’educazione, sostenere le diverse espressioni della sua responsabilità educativa. La pastorale della scuola è “Chiesa nella scuola e per la scuola” tanto quanto è far entrare la scuola nella Chiesa, con le sue istanze, i suoi limiti, le sue insostituibili prerogative.
    Tradizionalmente, la pastorale della scuola ha comportato soprattutto offrire momenti spirituali e formativi agli insegnanti cattolici e agli studenti dei gradi superiori. La vita scolastica, con la sua complessità, tocca però numerosi altri aspetti verso cui la comunità cristiana è attenta e coinvolta. Si possono citare, in questo senso, ambiti quali la famiglia, la cultura, la vocazione, il lavoro, la fragilità umana, il dialogo intergenerazionale, il pluralismo religioso, l’immigrazione e altre problematiche sociali.
    La scuola provoca la Chiesa in una pluralità di modi diversi. Soggetto di una pastorale attenta alla scuola è perciò tutta la comunità cristiana, a partire dalla parrocchia, la cui identità e missione sono strettamente legate al territorio e alla vita delle persone. Allo specifico livello diocesano spetta un compito di promozione e coordinamento, sostegno e formazione. L’attività formativa e culturale propria delle scuole cattoliche e dell’insegnamento scolastico della religione, inoltre, hanno molto da offrire all’intero contesto ecclesiale, soprattutto se considerati per le loro finalità proprie e non tanto in modo strumentale ad altro.
    Il mondo della scuola e dell’educazione contiene dunque opportunità preziose per dare forma a quella “integrazione pastorale” fra differenti soggetti e ambiti di impegno oggi molto invocata e che forse ha le migliori chances di realizzarsi proprio nell’uscire della comunità ecclesiale da se stessa e giocarsi nei luoghi della vita.

    Un ampio ventaglio di proposte “integrate”

    Ne sono una conferma alcune esperienze che vanno sempre più diffondendosi. Si pensi ad esempio alle numerose proposte di alternanza scuola-lavoro che vedono protagonisti enti ecclesiali quali musei e beni culturali ecclesiastici, settimanali diocesani, Caritas e associazioni di volontariato, realtà educative e sportive delle parrocchie. Che le opere delle comunità cristiane aprano le loro porte agli studenti per attività formative condotte in collaborazione con le scuole è prezioso per entrambi. Lo stesso vale per i tanti “doposcuola parrocchiali” e le varie iniziative di sostegno allo studio promosse da diverse associazioni e movimenti.
    Un ulteriore esempio è il lavoro di formazione e accompagnamento dei genitori impegnati negli organismi scolastici avviato di recente dal Forum delle associazioni familiari: un valido contributo da parte ecclesiale al bisogno di maggior dialogo e corresponsabilità tra scuola e famiglia.
    Tutte queste esperienze mostrano quanto la pastorale della scuola sia prima di tutto un “luogo” di incontro e di condivisione, al di là di prassi consolidate e divisioni interne. Un’ulteriore riprova di quanto ricordava papa Francesco ai delegati del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze: “Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”[7].

    NOTE

    [1] Sinodo dei Vescovi – XV Assemblea Generale Ordinaria, Documento finale della Riunione pre-sinodale (Roma, 19-24 marzo 2018), n. 13.
    [2] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013, n. 34.
    [3] Ivi, n. 74.
    [4] Ivi, n. 27.
    [5] CEI, Sintesi delle risposte diocesane al questionario di preparazione al Sinodo 2018 su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, “Note di pastorale giovanile”, 2018, 1, p. 37
    [6] Cf. C. Stercal, Giovani “senza fede”? No, c’è una sete nuova, “Avvenire”, 4 luglio 2018, 3.
    [7] Francesco, Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.


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