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    La forza degli oratori


    Rubrica: Laboratorio dei talenti 2.0 /2


    Michele Falabretti

    (NPG 2018-02-50)


    Capita, nella vita, di utilizzare una parola per dire esperienze diverse tra loro. È così anche per l’oratorio: nasce a Roma con san Filippo Neri, viene portato a Milano dai Borromeo; visitato da don Bosco in Lombardia viene da lui rifondato attraverso il suo originalissimo carisma che – a sua volta – influenzerà non solo la storia degli oratori lombardi, ma di tutti gli oratori italiani.

    E così oggi ci ritroviamo a parlare di questa particolare esperienza educativa della Chiesa italiana che ha le più disparate colorazioni e sfumature per come viene vissuto nelle varie regioni e diocesi. Potremmo dire che, in un certo senso, l’oratorio c’è ovunque; anche dove non si pensa di averlo. In tutte le parrocchie italiane ci sono due ambienti per fare catechismo e qualche piccolo spazio per giocare: il cuore dell’oratorio sta proprio qui, nel credere che l’educazione avviene in un contesto di relazioni.
    Cerchiamo di non rinunciare, però, alla ricerca dei tratti che accomunano tutto ciò che sta dietro a questa parola: esperienze diverse continuano a raccontare una passione, quella educativa, che da sempre abita il cuore degli uomini. Occuparsi della crescita di bambini e ragazzi, adolescenti e giovani non significa semplicemente (come spesso si dice con un po’ di retorica) pensare al futuro. Di più: è l’unica possibilità che abbiamo per consegnare a questo mondo e alla nostra storia tutto ciò che di bello e di grande (e quindi prezioso) portiamo nel cuore perché possa essere consegnato alla vita di chi viene dopo; perché a loro volta ne facciano ragioni di vita, di fede, di speranza.

    Oratorio: il senso della cura restituita e condivisa

    Quando siamo venuti al mondo ci è capitato di fare l’esperienza fondamentale della vita: due braccia ci hanno accolto, lavato e vestito; qualcuno ci ha dato da mangiare. È l’esperienza della cura nella quale abbiamo sperimentato la certezza di non essere soli, abbandonati a noi stessi. La cura che abbiamo ricevuto è stato il primissimo segno che il nostro non è un destino di buio e di morte: la vita non sarà una fatalità e dietro ogni gesto di cura ricevuto c’è il segno della tenerezza di Dio che non abbandona l’uomo.
    L’esercizio pastorale verso i giovani deve essere totalmente allineato sullo stile vissuto da Gesù e nella linea dello stile del Padre Celeste come Gesù ce lo ha presentato: verso le persone e dentro gli avvenimenti ci viene chiesto di vivere con sentimento di tenerezza. La tenerezza è una qualità che ci viene donata dall’alto, indica l’amore che si fa accogliente, perché di quella persona non siamo sollecitati per quanto essa riesce a ridonarci, ma per quei germi di novità assolutamente personali e caratteristici che in essa nascostamente stanno già germinando e che presto o tardi diventeranno doni espliciti e manifestativi dell’originalità propria di quella stessa persona. Saper riconoscere il nascosto e invisibile che ognuno sta ospitando in sé, questa è la tenerezza.
    L’origine dell’oratorio è la stessa origine delle tante azioni che i cristiani hanno compiuto nei confronti dei poveri e dei piccoli: l’Amore appassionato del Padre, testimoniato dal Figlio e comunicato dallo Spirito. L’oratorio è un luogo che la comunità offre ai più giovani per sostare e dove sceglie di stare con i propri figli. Avere intorno dei ragazzi, con il rischio che si perdano, che non colgano la vita come dono e sfida irripetibile, e pensare di dare loro un posto dove stare per incontrarsi insieme, è ciò che sta all’origine di quella istituzione che ormai da secoli chiamiamo “oratorio”. L’oratorio è l’espressione storica, limitata, ma specifica, della cura che la comunità cristiana, nella figura di alcuni uomini e donne, offre ai propri figli. Una cura che è innanzitutto slancio e passione prima che ragionamento e deduzioni.
    Da questa intuizione che accomuna i sacerdoti, religiose e laici che vivono l’oratorio, deriva tutta una serie di attenzioni, di scelte e di riflessioni particolari che ogni tempo cambia e chiede di riaffrontare e mettere in discussione affinché sia possibile essere nell’oggi sale della terra. Compiere un’azione educativa in oratorio significa rendere testimonianza al Vangelo dando un volto alla prossimità di Dio che le parole annunciano e che i gesti svelano presente. Facendo oratorio si edifica l’intera comunità cristiana sulla testimonianza della carità, perché, anche se l’educazione delle nuove generazioni ne è un’espressione particolare, essa trae senso e slancio dal cuore vitale della comunione dei fratelli in Cristo.
    Per questo l’oratorio non è faccenda di qualcuno, ma è compito della comunità cristiana: attraverso questa esperienza si cerca di mettere accanto ai ragazzi dei testimoni: come diceva Paolo VI oggi è più necessaria la presenza di testimoni che di maestri.

    Oratorio: un’educazione del fare

    Non è lontano il tempo, dove la preoccupazione fondamentale era quella di insegnare. Era il tempo in cui l’educazione funzionava apparentemente con più facilità perché si ragionava a partire da un mondo dove il consenso attorno a idee e valori era fortemente condiviso.
    Oggi viaggiamo su binari diversi: i messaggi che arrivano si sono moltiplicati e sono diversi tra loro, spesso addirittura contraddittori. Appare chiaro, dunque, che per fare educazione è necessario occuparsi della globalità della persona, perché la frammentazione è forte e c’è bisogno di offrire la possibilità di fare sintesi di sé, della propria storia, del proprio contesto.
    Tutto questo può avvenire anche attraverso la trasmissione di contenuti. Ma non può dimenticare il livello dell’esperienza. In parole più semplici è necessario mostrare – più che dimostrare – che la vita cristiana rende più umana, più bella la vita di tutti. E questo può avvenire solo se tutta la persona ne viene coinvolta.
    L’oratorio punta a costruire esperienze, a far toccare con mano la possibilità di una vita buona. Per questo è oggi più che mai necessario alla vita della chiesa: perché ciò che viene celebrato ogni domenica nell’eucaristia sia poi sperimentato nella vita, e ciò che viene vissuto possa essere a sua volta celebrato.

    Oratorio: dalla cura ricevuta alla cura donata

    L’oratorio è luogo dove si passa dall’essere “oggetti” di cura a “soggetti” di responsabilità che crescono un po’ per volta. Per imparare ad essere responsabili è necessario mettere al centro la persona: l’altro, verso il quale vanno le attenzioni di animatori ed educatori. Ma anche le persone che si sperimentano nell’educazione.
    E qui nasce il tema del protagonismo: adolescenti e giovani non sono più disponibili a essere perennemente gli spettatori della loro storia. Nel costruire le proprie biografie, sentono una forte esigenza di esserne i protagonisti. Difficilmente oggi il mondo degli adulti è disposto a concedere loro degli spazi: si preferisce parcheggiarli in una panchina prolungata che li tenga lontani dal vivo del gioco. Si fa presto a dire male dei giovani: ma quanta disponibilità c’è far loro spazio, magari lasciando che in questo loro sperimentarsi ci siano anche margini di errore? Perché gli adulti hanno dimenticato così in fretta che nessuno nasce imparato e che per imparare bisogna anche sbagliare?
    L’esperienza di un protagonismo responsabile che l’oratorio offre soprattutto agli adolescenti e ai più giovani, permette ai ragazzi di sognare e sperimentare qualcosa di importante per se stessi.

    Oratorio: progettare e costruire la comunità

    L’oratorio presenta di solito una “filiera educativa”. Da chi è piccolo (i bambini e i preadolescenti), si passa a chi inizia qualche esperienza di aiuto (gli adolescenti), si arriva infine ai giovani e agli adulti. Questo significa mettere insieme età ed esperienze diverse, dove la progettazione di attività, tempi e modi permette alla comunità di raccogliersi e di sentirsi unita nell’unico obiettivo di educare e far crescere.
    È ormai chiaro a tutti che occuparsi della crescita dei piccoli, significa spesso incrociare anche la vita dei loro genitori e degli adulti. Facendo oratorio si raccoglie e costruisce la comunità cristiana, ci si interroga sul senso delle regole, si lavora insieme per costruire legami di vita. Tra l’altro questo significa togliere i piccoli e i giovani dalla solitudine a cui sembrano condannati dalla rete e dai social. Se è vero che hanno la possibilità di connettersi rapidamente con il mondo intero, è pur vero che in questa rete rischiano di rimanere impigliati: il gioco è sempre più virtuale, allo schermo si affidano le confidenze più intime e i pensieri più forti. Dimenticando però che la relazione ha bisogno del corpo, dei gesti, delle espressioni del viso.
    L’oratorio è il luogo dell’impegno della comunità per servire i suoi figli che sono visti come coloro che avranno la responsabilità futura della comunità. Deve essere il luogo di incontro generazionale, non come luogo separato dal resto della comunità, ma dove la comunità si incontra, si confronta e si esercita a costruire una rete forte di relazioni, riconoscendo questo come momento importante al servizio dei suoi figli. Qui c’è il capitolo importante dei rapporti tra oratorio e famiglia.

    Oratorio: il legame con il territorio

    Oggi l’oratorio ha il compito e la responsabilità di essere un punto importante attorno al quale si costruisce il territorio. La Chiesa non rappresenta più “tutta” la società, ma continua a farne parte. Costruire reti di collaborazione e di sostegno, è espressione di carità verso la storia degli uomini di oggi, ma è anche strategia intelligente per continuare a condividere in modo significativo l’avventura di educare e far crescere.
    L’oratorio deve mantenere oggi più che nel passato la caratteristica di essere una zona di frontiera; è molto importante capire che l’oratorio diventa esemplare nella comunità sull’importanza del saper crescere insieme.
    In una società multietnica e multiculturale l’oratorio può diventare una palestra di convivenza e luogo in cui si possa vivere un ecumenismo ordinario. L’oratorio come straordinaria zona di frontiera che non ha paura di incontrare diventa esemplare per la Chiesa: non ha paura di incontrare colui che è in dubbio, in difficoltà, in resistenza nei confronti della fede facendolo comunque sentire a casa sua; così come non ha paura di incontrare colui che è aperto, in ricerca di una dedizione più radicale.
    L’oratorio è un confine, è una soglia che si apre dall’esterno verso l’interno, ma anche dall’interno verso l’esterno. Potremmo pensare all’oratorio come ai polmoni: il polmone è il primo che risente dell’inquinamento che c’è attorno, è il primo che paga l’inquinamento; ma il polmone è in genere la sentinella del nuovo che sta arrivando. La cura verso l’oratorio significa portare all’interno della comunità questi segnalatori di novità che sta sopraggiungendo.
    Un ultimo passaggio: l’oratorio che - diventando luogo - non si ferma al suo spazio. Sono molti i luoghi nei quali un ragazzo trascorre una grossa parte del suo tempo e vive, incontra e rimuove messaggi, cerca rassicurazioni e subisce sbandate. Sono i luoghi istituzionali come la scuola o l’associazionismo sportivo. Ma sono anche i luoghi delle vasche, dei locali, della discoteca…
    L’immagine più bella dell’oratorio che si espande verso il territorio creando reti di collaborazione potrebbe essere quella della tenda: si sposta e si adatta in ogni luogo, non è carica di cose, è aperta e chi sta dentro sente le voci di chi sta fuori e viceversa.
    Esige però un lungo esercizio di collaborazioni pazientemente tessute con il proprio territorio. Dove non si guarda ai ragazzi come a una potenziale clientela da spartirsi, ma come al cuore del proprio agire in veste di educatori. I ragazzi appartengono a se stessi: lo si dice spesso ai genitori quando si chiede loro di lasciare che vadano verso la vita. Lo dovrebbe tenere ben presente chi accanto alla famiglia per dovere istituzionale o per vocazione si assume un compito educativo.

    Per chiudere

    Sogno un oratorio che divenga nelle sue espressioni un’icona forte e viva dell’amore, della gratuità e della fiducia. L’oratorio non ci permette di godere di sconti: credo che la fuga di preti e laici, molte volte camuffata nel “inutile perdere tempo nel gioco, bisogna predicare il vangelo!”, dipendano dall’incapacità o paura di vivere queste esperienze. L’oratorio necessita di una disponibilità che deve avere radici profonde e punte di passione missionaria. Altrimenti sarà un fuoco di paglia che dura poco.
    Credo che sia l’atteggiamento dei profeti: sono quelli che hanno preso sul serio i loro sogni, sono sempre stati disposti a pagare il prezzo che la fedeltà ad essi chiedeva loro e ad impegnarsi sul serio alla loro realizzazione.


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