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    CATECHESI CON I GIOVANI /3. Quale catechesi con i giovani di oggi?


    Un quadro di riferimento teorico

    Marcello Scarpa

    (NPG 2018-04-38)


    3. Quale catechesi con i giovani di oggi?

    Nella tabella seguente sono riportati alcuni elementi d’interesse catechistico emersi dal percorso storico sulla catechesi e dalle due più recenti indagini sociologiche sui giovani e la fede. Non è nostra intenzione rispondere in maniera esaustiva a tutti gli interrogativi che essi suscitano, né focalizzare l’attenzione sulle modalità concrete di ripensare gli itinerari, gli obiettivi, i contenuti e i metodi propri della catechesi con le giovani generazioni. Più semplicemente, ci collocheremo all’interno dell’orizzonte pastorale tracciato da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, un documento «programmatico e dalle conseguenze importanti» (EG 25) «per il cammino della Chiesa nei prossimi anni» (EG 1), per seguire alcune tracce che possono offrire indicazioni utili per la catechesi con i giovani di oggi.

    dossier scarpa

    Un itinerario di prossimità

    - Quale cultura respirano i giovani di oggi? Diversi studi sul rapporto fra le nuove tecnologie e i processi cognitivi riconoscono che i giovani di oggi tendono a vivere sempre più connessi alla rete web, immersi in un mondo digitale che essi non concepiscono come virtuale ed esterno a sé, ma come prolungamento della propria esistenza reale.[1] Oggi il mondo dei new media «soprattutto per le giovani generazioni è divenuto davvero un luogo di vita».[2] L’attuale pontefice ci ricorda che proprio nella cultura virtuale e disincarnata di oggi, spesso ferita dall’anonimato (cfr. EG 169), si avverte il bisogno di recuperare il senso concreto dell’incontro con la realtà incarnata del prossimo: «Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (EG 87).
    Ogni catechesi giovanile deve far percepire il gusto di un incontro vero, coinvolgente, incarnato nei solchi dell’esistenza quotidiana, dove il giovane percepisca la possibilità concreta d’intessere un dialogo fraterno come percorso comune di vita e di fede. Bisogna prendere sul serio la vita del giovane come sentiero obbligato su cui percorrere insieme i passi, a volta accidentati, della fede. L’attenzione catechistica non può prescindere da una reale prossimità alla vita dei giovani, la fede nel Signore della vita va innestata nel terreno della vita dei giovani. La persona viva del Signore risorto, ci ricorda papa Francesco, va annunciata dando «al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (EG 169).
    - Da dove iniziare oggi un itinerario di fede? Dalle interviste ai giovani è emerso il ricordo positivo di persone percepite come testimoni credibili della fede a causa della loro incondizionata donazione al prossimo povero e sofferente. La sensibilità alle ferite del prossimo tocca i cuori giovanili forse perché, più o meno coscientemente, essi sono portati ad identificarsi con le fragilità che anche essi vivono nella loro esistenza quotidiana. Papa Francesco pare avere chiaro in mente che la condizione di vulnerabilità è la cifra caratteristica del mondo attuale (cfr. EG 99 e 169). Se l’immagine della Chiesa è quella di un grande «ospedale da campo» (AL 291) è perché la vita delle persone, ed anche dei giovani, è segnata da ferite. I giovani fanno fatica a volgere lo sguardo verso l’alto quando sono frenati, o bloccati, dalle proprie fragilità o sofferenze. Anche gli eventi gioiosi, che non mancano, presentano in filigrana presagi di instabilità. Le prospettive luminose di futuro subito sembrano oscurarsi: perché impegnarsi nello studio, quando probabilmente si dovrà fare un lavoro totalmente diverso nella vita?[3] Perché sposarsi quando in tanti, anche subito dopo il matrimonio, non riescono a mantenere gli impegni presi e, incapaci di reggere il peso delle responsabilità quotidiane, alle prime difficoltà divorziano?
    La realtà così come vissuta e sperimentata dai giovani è quella di una vita ferita. I vescovi nel documento preparatorio al sinodo sui giovani hanno ribadito che «non possiamo né vogliamo abbandonarli alle solitudini e alle esclusioni a cui il mondo li espone».[4] Ciò invita non solo a prodigarsi per suscitare le grandi domande di senso della vita, ma anche ad attivarsi, fin da subito, per offrire risposte al senso reale delle ferite e delle fragilità esistenziali, delle incomprensioni e delle contraddizioni quotidiane che i giovani vivono rispetto ai loro ideali, desideri, attese ed aspirazioni. Con un gioco di parole si potrebbe dire che nell’attuale cultura segnata dalla crisi di senso,[5] si sente il bisogno di dare senso alle crisi quotidiane che, nella carenza di valori e di adulti significativi come punti di riferimento,[6] i giovani non riescono più a decodificare, interpretare ed integrare nella propria esistenza.
    Si tratta di farsi prossimo ad ogni giovane, di creare ambienti riscaldati dal fervore della propria donazione, anche di interpretazione di senso della vita, mettendo al centro della cura pastorale non tanto la proposta da portare avanti nell’incontro catechistico, ma l’incontro con la vita del giovane, come terreno su cui spargere il seme vitale della Parola che illumina, riscalda e rimargina le ferite dell’esistenza. L’itinerario di fede va percorso creando spazi di accoglienza, di incontro, per prendersi cura di ogni «situazione di vulnerabilità e di insicurezza»,[7] per rilanciare sogni, progetti, energie e desideri di bene che albergano nei cuori dei giovani.
    Con queste considerazioni, non vogliamo certo dimenticare tutte le dinamiche positive di entusiasmo, disponibilità, fiducia, speranza che attraversano le giovani generazioni. Semplicemente, bisogna realisticamente riconoscere che anche esse sono incarnate nell’umanità ferita dal peccato originale, senza dimenticare che perfino la gioia luminosa del Risorto è segnata dalle piaghe, e che lo stesso Gesù disse a Tommaso di toccarle e di non essere incredulo, ma credente (cfr. Gv 20, 19-31). Partire dai giovani e dalle loro ferite, questo sembra poter essere l’inizio promettente di ogni discorso catechistico che incontri i giovani nella verità della loro realtà quotidiana, soprattutto oggi, quando, ci ricorda papa Francesco, «I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite» (EG 105).

    Il Vangelo per la cura della vita

    Dalle indagini sociologiche è emerso che i giovani continuano a frequentare gli ambienti ecclesiali, e specificatamente gli approfondimenti tipici dei percorsi catechistici, se avvertono che l’itinerario di fede ha una reale prossimità con l’andamento della loro vita. Prima della significatività della proposta di fede in sé, essi ricercano il valore che essa può avere in relazione alla propria condizione esistenziale.
    - A cosa deve iniziare-abilitare un itinerario di fede? Dal punto di vista del cammino di fede bisogna non solo illuminare le situazioni vissute dai giovani con la luce della Parola, ma far loro percepire che il Vangelo è una fonte di vita, pertanto anche di salvezza e di guarigione, accessibile a chiunque vi si accosti con disponibilità per ascoltarlo ed esplorarne le insondabili ricchezze. Le pagine evangeliche possono essere compagne di viaggio lungo un percorso di ricerca che abilita il giovane a riflettere confrontandosi con esse. Quando si sperimenta che il Vangelo è un codice interpretativo che parla alla propria esistenza per toccarla, sanarla e svelarne il senso, allora esso diventa un incomparabile manuale d’istruzione per la propria vita.[8] Bisogna far innamorare i giovani della parola di Gesù facendo in modo che il percorso di fede non si preoccupi solo di iniziare al futuro esercizio della vita cristiana ma renda presente, sin dall’inizio, la Parola salvifica di Cristo che illumina, orienta e sostiene nel cammino della vita.
    Lo spirito riflessivo dei giovani, a volte di sincera ricerca ed altre di giudizio critico, va incanalato lungo un sentiero che faccia gustare il sapore che la novità evangelica sprigiona quando s’intreccia con le luci e le ombre della realtà quotidiana. Si tratta, rimanendo fedeli alle esperienze vissute dai giovani, di scavarle in profondità,[9] per riscaldarle con la luce della Parola che attiva e fa germogliare dall’interno del cuore risorse e potenzialità che danno slancio alla vita, indirizzandola prontamente all’amore di Dio e del prossimo.
    A tale scopo il percorso catechistico deve offrire spazi di dialogo, di riflessione e di confronto in cui i giovani possano esprimere se stessi, il proprio pensiero, le proprie aspirazioni, i propri dubbi e le proprie perplessità, anche di fede, facendole intrecciare e confrontare con la forza rinnovatrice della Parola. Il percorso si snoderà a partire dalla vita, dalla comprensione-appropriazione del messaggio evangelico, dalle risonanze che la Parola suscita nel cuore, dagli interrogativi che essa pone. Tutto ciò va messo in comune, con uno stile fraterno, di condivisione familiare, soprattutto nella società individualista di oggi, quando, ci ricorda papa Francesco, la «sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. […] È necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori. Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste» (EG 91).
    Pertanto, è importante iniziare i giovani al gusto dell’ascolto di Dio non solo a partire dal libro della Scrittura ma anche dal libro della creatura, ovvero di quanto Dio può comunicare attraverso le esperienze di vita e di fede del prossimo. Si tratta di creare tempi di condivisio fidei[10] dove nella comunione con Dio e con il fratello trova spazio l’inattesa ed imprevista presenza del Signore che continua a guidare la sua Chiesa. È quanto viene affermato dai vescovi nel documento preparatorio al prossimo Sinodo sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale: «Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr. 1Sam 3,1-21) e Geremia (cfr. Ger 1,4-10), ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».[11]
    - Cosa narrare? Quale salvezza? Se la narrazione della storia della salvezza, come è emerso dalla precedente rassegna storica, è un aspetto importante della catechesi, viene spontaneo chiedersi: cosa è più opportuno narrare ai giovani? Da dove iniziare la grande narrazione del Vangelo?[12] Un percorso fruttuoso deve snodarsi a partire dagli eventi della storia della salvezza inaugurata da Gesù che, vivo e presente in mezzo al suo popolo, ancora oggi, come un buon samaritano, vuole sciogliere i nodi dei cuori giovanili versando sulle loro ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza.[13] Non si tratta, perciò, di narrare la vita di Gesù come un evento esterno o anteriore all’esistenza dei giovani, ma di mettersi in atteggiamento di ascolto dei passi salvifici che Gesù vuole compiere nella vita di tutti.
    La narrazione terrà presente in maniera particolare quelle scene evangeliche in cui Gesù, che è la Parola, tocca, sana e guarisce i bisognosi del suo tempo, liberandoli non solo dalle malattie fisiche, ma anche, gradualmente e con pazienza, dalle incomprensioni del messaggio evangelico e dalle loro durezze di cuore (cfr. Lc 24,25). Siamo invitati a narrare l’essenziale salvifico della bella notizia di Gesù che è venuto per prendersi cura di quanti oggi sentono su di sé le ferite della vita che possono ispessire i cuori, quali l’incomprensione, il senso di abbandono, l’incertezza del futuro, la conflittualità delle relazioni, la precarietà del lavoro, il bisogno di essere amati e riconosciuti, e così via. Non sarebbe difficile trovare nelle pagine evangeliche episodi in cui queste dinamiche sono presenti e potrebbero diventare punto di contatto per intercettare la vita concreta dei giovani.
    La presenza di Gesù nella Scrittura nutre e sostiene la fede dei giovani in un percorso che non è solo intellettuale, ma vitale, perché germoglia e fiorisce proprio a partire dai solchi feriti dell’esistenza che diventano, in tal modo, delle vere fratture creative,[14] attraverso cui irrompe la novità di Dio che guarisce e cura, facendo sbocciare novità di vita e di fede che si illuminano e sostengono a vicenda. In tal modo viene restituito al Vangelo il suo valore curativo, che è dato dal Buon Pastore che si prende cura delle sue pecorelle (cfr. Lc 15, 1-7), cioè della vita delle persone e, nel nostro caso particolare, dei giovani.

    Una fede relazionale

    Le ultime ricerche sociologiche hanno evidenziato come i giovani riconoscano il valore aggiunto degli ambienti ecclesiali che offrono spazi di accoglienza, di ascolto e di dialogo per la maturazione dei cammini di fede. L’importanza delle dinamiche relazionali è sottolineata anche da papa Francesco quando afferma che «L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali. […] Noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci “a portare i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2)»: (EG 67). Similmente, nel documento preparatorio al prossimo sinodo sui giovani, i vescovi riconoscono il loro «bisogno di occasioni di interazione libera, di espressione affettiva, di apprendimento informale, di sperimentazione di ruoli ed abilità senza tensioni e ansie».[15]
    Quale relazionalità stabilire? I giovani ricordano volentieri gli ambienti ecclesiali in cui hanno fatto esperienza di un clima relazionale caldo e familiare. Sebbene non sia il ruolo del terapeuta quello che deve essere svolto dal catechista-accompagnatore,[16] è bene tenere presente che se i giovani non si sentono compresi e valorizzati, cioè se percepiscono di non essere accompagnati nel loro cammino di crescita personale, facilmente abbandonano i percorsi ecclesiali. Pertanto, comunità gioiose e relazionalmente “calde” costituiscono la condizione di possibilità perché il seme della Parola attecchisca nel terreno dei cuori dei giovani. Nonostante ciò, è da tenere presente che il germoglio della fede può appassire non solo per il troppo freddo di alcuni ambienti pastorali (cfr. EG 83), ma anche per l’eccessivo calore di comunità a forte componente affettiva, che cioè vivono dinamiche relazionali ripiegate in piccoli gruppi di élite, chiusi ed intraecclesiali (cfr. EG 95). A ciò, bisogna aggiungere il rischio, sempre presente, di strumentalizzare l’affettività relazionale in vista della successiva accoglienza della proposta di fede.[17]
    La relazione, invece, ha valore in sé, in quanto è il luogo dove può sbocciare l’incontro con Dio che con la sua presenza «accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita»: (EG 71). Nel tessuto di relazioni che s’intrecciano nel grembo ecclesiale accade l’evento di salvezza che si rivela in Gesù, l’«affacciarsi di Dio è profondamente legato alla relazione interpersonale e al contesto ecclesiale in quanto contesto vivo di relazioni; potremmo dire che avviene nella relazione interpersonale».[18] Dio parla non solo nei cuori dei singoli che hanno accolto la sua Parola e la meditano nel cuore, ma anche tra i cuori di quanti, alla luce della sua Parola, si relazionano nel suo Nome (cfr. Mt 18,20). Pertanto, la fede si struttura non solo nel rapporto personale con Dio ma anche nei legami con il prossimo, che sono da considerare come un “luogo teologico” in cui si inserisce la verità di un “Altro” che entra nei dinamismi relazionali per comunicare se stesso. Quando i due discepoli di Emmaus parlavano della loro esperienza, più oscura che luminosa, degli eventi della croce avvenuti a Gerusalemme, Gesù stesso si fece presente in persona per spiegare le Scritture cioè, potremmo dire oggi, per catechizzare i due viandanti sul mistero della sua Pasqua, aggiungendo un tassello di comprensione al mosaico che avevano già realizzato vivendo con Lui lungo le strade della Palestina (cfr. Lc 24,26-27).
    Quale testimonianza offrire? I giovani, come visto, sono attratti da testimoni affascinanti, concreti e fattivi, che con le loro opere mostrano la bellezza della fede. Ma quale deve essere il contenuto della testimonianza? Cosa testimoniare? Testimoniare è diverso che illustrare o presentare qualcosa di esterno a sé; nella testimonianza è richiesto di coinvolgersi personalmente, di toccare gli affetti ed il cuore con l’evidenza della vita, prima ancora che con l’eloquenza delle parole. In particolare nella testimonianza di fede bisogna coinvolgersi in prima persona, riandando alle radici della propria esperienza col Signore, mostrando la bellezza di una vita fedele al Vangelo (cfr. EG 168), donando le motivazioni del proprio agire cristiano, annunciando con la vita lo splendore di una gioia profonda che non solo non si smarrisce di fronte alle prove (cfr. EG 167), ma si rinnova risorgendo dalle ferite della vita. Papa Francesco ci ricorda che c’è bisogno di donare la Grazia da cui si è stati toccati e guariti, le sorprese disseminate da Dio lungo il corso della propria esistenza, «tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita. Il tuo cuore sa che la vita non è la stessa senza di Lui, dunque quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dà speranza, quello è ciò che devi comunicare agli altri»: EG (121).
    Nella testimonianza va donata la comprensione personale ed esistenziale che si è avuta del Vangelo con particolare attenzione ad alcune parole che in principio hanno parlato al cuore sorprendendolo e rinnovandolo, e che pertanto sono state significative per la propria vita. Va donata e bisogna ritornare alla propria storia d’amicizia col Signore di cui ognuno ricorda l’ora del primo incontro, le luci spirituali ricevute, la ricchezza di ogni novità «da Dio stesso misteriosamente prodotta, quella che Egli ispira, quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi»: (EG 12). Essere testimoni vuol dire mettersi in gioco in prima persona lasciando spazio e parola a Gesù che è la Parola e che, ancora oggi, vuole farsi misteriosamente, ma realmente, presente tra i giovani.

    Il protagonismo della fede giovanile

    Come può la fede ritornare ad essere protagonista della vita dei giovani? La fede si rivitalizza quando ritorna con la memoria sui luoghi delle sue origini, quando, abbeverandosi alle fonti sorgive degli inizi, essa si conferma e si rafforza, esprimendosi creativamente con rinnovata originalità. Su questo tema, papa Francesco afferma «che la memoria è una dimensione della nostra fede», che «la gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata» e che «il credente è fondamentalmente “uno che fa memoria”»: (EG 13). Gesù stesso fece memoria della storia della salvezza con i due discepoli lungo il cammino di Emmaus (cfr. Lc 24,27), e la celebrazione eucaristica è memoria della sua cena pasquale (cfr. Lc 22,19-20). L’apostolo Giovanni ricordava con chiarezza l’ora del primo incontro con Gesù, le quattro del pomeriggio (Gv 1,39), ed anche Maria custodiva nel cuore le meraviglie che Dio aveva operato nella sua vita (cfr. Lc 2,19). La cultura moderna, invece, anche per la facilità di accesso ai supporti di memorie digitali, non è molto sensibile all’esercizio della memoria. Eppure la memoria è una cifra significativa della vita cristiana.
    Ed oggi cosa ricordare? Etimologicamente ricordare vuol dire (re: indietro; cor: cuore, perché il cuore era ritenuto la sede della memoria), “richiamare alla propria memoria, o quella altrui”.[19] Concretamente con i giovani, sensibili sia agli aspetti affettivi che riflessivi della fede, si tratta di far risuonare nel cuore il calore di un sentimento, l’emozione di un affetto, la gioia di un incontro, la forza di un’intuizione, lo stupore di una sorpresa inaspettata. Non per nostalgia, ma per riscaldare il tempo presente e rilanciare il cammino futuro. Cosa è importante che i giovani ricordino di un percorso catechistico perché esso possa fare da volano nella loro vita di fede? Nel cammino di formazione del catecumenato antico si consegnavano le parole del Simbolo della fede e del Padre nostro, nel medioevo la memoria faceva perno intorno alle contrapposizioni duali (bene/male, etc.) e al numero sette, mentre i catechismi dei secoli successivi miravano a far memorizzare le verità di fede attraverso la formula didattica di domanda/risposta. Ed oggi cosa è importante far imprimere nel cuore dei giovani?
    Se la fede si struttura relazionalmente, ricordare è ritornare al primo incontro, al primo annuncio ricevuto, alle “parole” del Vangelo che hanno toccato il proprio cuore, alla luce che ha fatto compiere un salto di fede, uno scatto dell’anima. Sono momenti significativi, in cui il Signore è stato presente e continua a farsi presente quando ne doniamo l’esperienza agli altri. La fede, infatti, quantunque abbia carattere personale, ha sempre un valore comunitario. È per noi, ma non è solo per noi. È a beneficio di tutti, e si rafforza quando viene donata.[20] Pertanto va trafficata, messa in circolo, in un dialogo comune che sappia porsi in ascolto di tutte le voci. Negli incontri catechistici va facilitata la possibilità di spazi di confronto in cui si fa memoria della presenza del Signore nella propria vita, e ciò diventa un dono per tutti. Ciò che ai giovani dovrebbe rimanere in cuore è la bellezza di dialoghi profondi che coinvolgono la propria interiorità. La nostalgia di incontri reciprocamente arricchenti nella fede alimenta la voglia di ricercare, di approfondire, di non interrompere il dialogo con la Parola, per ritornare insieme ai fratelli intorno al pozzo d’acqua viva che è Gesù (cfr. Gv 4,12-14), l’«evangelizzatore per eccellenza» (cfr. EG 209).
    Quale dialogo instaurare? Lo stile con cui entrare in un dialogo di fede con i giovani è ben descritto dalle parole di papa Francesco quando, in riferimento al ministero della Parola, afferma che «il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, […] che si condivide con un atteggiamento umile e testimoniale di chi sa sempre imparare, con la consapevolezza che il messaggio è tanto ricco e tanto profondo che ci supera sempre» (EG 128). Inoltre, continua il pontefice, «un dialogo è molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo» (EG 142).
    Il dialogo, dunque, è un bene in sé, che possiede una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio e il prossimo (cfr. EG 272). «Dialogare, nel senso più profondo», affermava il cardinale Bergoglio a Buenos Aires, significa «avvicinare l’anima dell’uno a quella dell’altro, al fine di mostrare e illuminare la sua interiorità. Quando si riesce a raggiungere una dimensione di dialogo così profonda, ci si rende conto delle somiglianze con l’altro. Le stesse problematiche esistenziali, con le rispettive domande e molteplici soluzioni. L’anima dell’uno si riflette in quella dell’altro. I soffi divini che entrambi posseggono riescono allora a riunirsi per formare un vincolo indissolubile».[21] Il reciproco arricchimento che accade nel dialogo, non può lasciare indifferente l’ambito della catechesi con i giovani in cui «se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi. […] Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene» (EG 246).
    Nel dialogo catechistico con i giovani più che trasmettere nozioni dottrinali o intellettualistiche, bisogna attrarre alla persona viva di Cristo creando un clima di reciprocità, in cui anche i giovani possano giocare un ruolo attivo condividendo la propria esperienza di fede. Con l’espressione “protagonismo della fede giovanile” vogliamo proprio intendere che i giovani devono poter esprimere non solo le potenzialità tipiche della loro età, ma devono essere presi sul serio anche nella loro dimensione di fede. Solo facendola emergere, essa potrà essere nutrita, illuminata, purificata, nonché diventare fonte di ulteriore ricchezza per sé e per gli altri.

    Per concludere…

    La catechesi con i giovani, di fatto, si articola a partire da una varietà di presupposti, prospettive, pratiche, intuizioni, metodologie, certamente non schematizzabili in un unico quadro descrittivo. Nei paragrafi precedenti abbiamo semplicemente presentato alcune considerazioni generali, un primo abbozzo di riflessione, che abbiamo appunto definito “un quadro di riferimento teorico”. Da parte nostra, l’impegno di presentare, in una prossima rubrica su “Giovani e catechesi”, le esperienze più significative maturate a seguito della riflessione postconciliare. Ai lettori il compito di continuare il lavoro, delineando il profilo catechistico più adeguato alla propria realtà giovanile, con l’ulteriore sforzo di pensare come collocarsi all’interno della cornice pastorale consegnataci da papa Francesco di una Chiesa, e dunque anche di una catechesi, che sappia porsi “in uscita” verso le periferie esistenziali del prossimo.

    NOTE

    [1] Cfr. G. Riva, Nuovi media e identità: l’impatto delle nuove tecnologie sulla soggettività dell’individuo, in: C. Pastore – A. Romano (edd.), La catechesi dei giovani e i new media. Nel contesto del cambio di paradigma antropologico-culturale, LDC, Leumann (TO) 2015, 71-81.
    [2] Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 63.
    [3] Cfr. U. Lorenzi, Gioia e fatica del nuovo nella pastorale con i giovani, 97.
    [4] Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 39.
    [5] Cfr. B. Forte, I giovani e la fede, Queriniana, Brescia 2017, 11-17.
    [6] Cfr. A. Matteo, L’adulto che ci manca. Perché è diventato difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014.
    [7] Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 29.
    [8] P. Bignardi, Conclusioni, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 179.
    [9] Cfr. U. Montisci, Giovani e catechesi, in: Istituto di Catechetica – Facoltà di Scienze dell’Educazione – Università Pontificia Salesiana – Roma, Andate e insegnate. Manuale di Catechetica, LDC, Leumann (TO) 2002, 276.
    [10] Cfr. U. Montisci, La catechesi e i new media: resistenze e opportunità, in: C. Pastore – A. Romano (edd.), La catechesi dei giovani e i new media, 90-91.
    [11] Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 23.
    [12] Sull’opportunità di affidarsi ancora oggi alle “grandi narrazioni”, cfr. R. Sala, Il segno della comunità educativo-pastorale. Profezia di fraternità nello spirito e missione salesiana, in: Cisi – Conferenze Ispettorie Salesiane d’Italia, Atti del Convegno Nazionale sulla comunità educativo-pastorale, (Roma, 16-19 febbraio 2017), p. 49-50.
    [13] Cfr. Prefazio Comune VIII. Gesù Buon Samaritano, in: Conferenza Episcopale Italiana, Messale Romano. Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da papa Paolo VI, LEV, Città del Vaticano 22011, 375.
    [14] Cfr. L. Bressan, Prove di cristianesimo digitale. La fede dei giovani, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 5-6.
    [15] Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazio
    nale, 33-34.
    [16] Cfr. U. Lorenzi, Gioia e fatica del nuovo nella pastorale con i giovani, 102.
    [17] Cfr. S. Currò, Il giovane al centro. Prospettive di rinnovamento della pastorale giovanile, Paoline, Milano 1999, 39.
    [18] Ibidem, 64.
    [19] M. Cortelazzo – P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1989, IV vol., 1068.
    [20] Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio. Lettera enciclica circa la permanente validità del mandato missionario, (7 dicembre 1990), n. 2.
    [21] J. Bergoglio – A. Skorka, Il cielo e la terra. Il pensiero di Papa Francesco sulla famiglia, la fede e la missione della Chiesa nel XXI secolo, Mondadori, Milano 2013, 4.22.


    T e r z a
    p a g i n A


    NOVITÀ 2024


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano
    nella letteratura


    I sogni dei giovani x
    una Chiesa sinodale


    Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una
    "buona" politica


    Sport e
    vita cristiana
    rubrica sport


    PROSEGUE DAL 2023


    Assetati d'eterno 
    Nostalgia di Dio e arte


    Abitare la Parola
    Incontrare Gesù


    Dove incontrare
    oggi il Signore


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    alla vita cristiana


    Passeggiate nel
    mondo contemporaneo
     


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    Di felicità, d'amore,
    di morte e altro
    (Dio compreso)
    Chiara e don Massimo


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    rubrica studio


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    Voci dal
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    Quello in cui crediamo
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    per i giovani oggi


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    A cura del CGS


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    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani Etty


    Semi e cammini 
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    Il senso nei frammenti
    spighe


    Note di pastorale giovanile
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    00181 Roma

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