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    Una fronda che va coltivata


    Federico Plazzi - Liliana Silva

    (NPG 2014-06-70)


    Quale via ha seguito la nostra vocazione? In quale modo l'intuizione di don Bosco ha influenzato ed avvolto tante nostre scelte personali e di coppia? Si può parlare di evoluzione di una vocazione? La parola evoluzione vuol dire tante cose diverse, a seconda del contesto in cui la si usa: basti ricordare qui che quando parliamo, per esempio, di evoluzione biologica o di evoluzione stellare stiamo parlando di due fenomeni completamente diversi, che poco hanno in comune, per quanto riguarda in primis determinismo e prevedibilità. Crediamo che ancora diversa sia l'evoluzione vocazionale, cioè la storia di una vocazione.
    Mai come in questo caso, forse, la parola si avvicina al suo significato etimologico, con cui la interpretiamo: e-volvĕre, appunto. Potremmo tradurlo con s-rotolare fuori, svolgere; l'idea è scopertamente quella di un gomitolo che viene fatto rotolare da un gatto fino ad ottenere un filo di lana disteso in tutta la sua lunghezza, oppure quella della fronda di una felce che si distende a partire dal germoglio primaverile a forma di testa di violino. Allo stesso modo, la storia di una vita è all'inizio tutta avviluppata inestricabilmente su stessa e solo anno dopo anno acquista la sua linearità, che pure è sempre stata presente, in nuce, fin dal gomitolo originario, solo in attesa del gatto (e con la speranza di non finire troppo ingarbugliata!).
    Questa è anche la nostra storia: una vocazione che da testa di violino diventa fronda stagione dopo stagione, uno s-viluppo scritto da Dio ed orchestrato da don Bosco: gli anni del fidanzamento e dell'impegno da animatori e formatori in Oratorio; il giorno santo del matrimonio e, un mese dopo, il giorno benedetto della promessa da Salesiani Cooperatori; il lavoro da educatori ed insegnanti nelle scuole e nei CFP delle case di don Bosco e di Madre Mazzarello; recentemente, un'ulteriore primavera con la meravigliosa chiamata ad essere genitori cristiani.
    Ogni fase del ciclo vitale della nostra storia vocazionale è frutto di quella precedente e prepara immancabilmente quella successiva, seguendo ed assecondando quel "Qui con voi mi trovo bene" di don Bosco che ha ispirato tutte queste scelte. Partendo da un generico interesse per il mondo giovanile (le estati sotto il sole a giocare nei cortili), abbiamo deciso via via di aderire da laici in modo sempre più integrale alla proposta salesiana nella sua totalità: oltre l'allegria, l'educazione cristiana e la formazione di onesti cittadini (la scuola e l'insegnamento; i bambini).
    È scontato aggiungere qui che questo insieme di scelte e di vie di sviluppo vocazionali non avrebbe avuto senso senza i giovani stessi? È scontato ricordare che non si può essere insegnanti senza allievi, né genitori senza figli? In tempi in cui – nella migliore delle ipotesi – si fa l'insegnante per il solo amore di una disciplina così da poterla ruminare per tutta la vita, dimenticando che oltre a ed attraverso quella (condizione necessaria, ma non sufficiente) un insegnante deve essere un educatore ed un educatore alla fede, specialmente nelle case di don Bosco; in tempi in cui si sceglie di (o si finisce per) essere genitori come si sceglierebbe di (o si finirebbe per) comprare una costosissima macchina nuova che richieda una grande cura; in tempi come questi, non è scontato ricordare che vocazioni come queste esigono i giovani e che soltanto grazie ai giovani queste felci attecchiscono e verdeggiano.
    La presenza dei giovani richiede ovviamente un orientamento dell'attività verso di essi, un orientamento che qualifica il lavoro di insegnante e genitore e che deve essere un carattere diagnostico degli ambienti salesiani. Non è questo il luogo per trattare del sistema preventivo, né abbiamo noi le competenze per farlo da queste pagine; possiamo però indicare, tra le qualità che sentiamo debbano fiorire necessariamente, la faticosa dote dell'elasticità e dell'apertura mentale.
    A quante altre, però, deve essa accompagnarsi! Chi può coltivarle? Quale giardiniere potrà mai seminare, sarchiare, innestare, potare su queste piante? Naturalmente, quel Giardiniere è il Gatto che ha fatto srotolare il gomitolo della nostra vita, con tutti i suoi aiutanti – Don Bosco dal Paradiso, certamente, ma qui è anche troppo facile, sebbene non fuori luogo, richiamare quel toccante "è Lei che ha fatto tutto" di don Bosco verso la fine della sua vita... Possiamo quindi, in chiusura, parlare del giardiniere di Valdocco come parla Dante del grande predicatore del XIII secolo:

    Domenico fu detto; e io ne parlo
    sì come de l'agricola che Cristo
    elesse a l'orto suo per aiutarlo.
    (Paradiso, XII, 70-72)


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