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    Periferie giovanili


    Eugenia Lalario

    (NPG 2014-06-68)


    Da ottobre 2013 lavoro come impiegata amministrativa nell’oratorio Salesiano San Luigi Gonzaga a Torino, in pieno San Salvario, a due passi dalla stazione di Porta Nuova, crocevia di mondi, strade e persone. Così vicino al centro di Torino, eppure così periferia, luogo di passaggio e di approdo e allo stesso tempo di permanenza e progettualità. Secondo oratorio fondato da don Bosco, come recita la scritta sulla facciata, ma il primo nel quale il Santo è stato chiamato dai giovani, perché venisse lì dove essi già si trovavano, ragazzi provenienti dalle campagne e colline, partiti in cerca di cibo e lavoro, ma spesso costretti a confrontarsi con povertà, violenza e soprusi. E la storia si ripete: ieri dal Monferrato e Astigiano, oggi dai paesi più diversi di Asia, Africa, America, vengono a Torino seguendo un grande sogno che, se non viene coltivato e custodito, rischia di restare soffocato nei pochi bagagli che hanno portato con sé o perdersi per strade di devianza e criminalità.
    Collocato in un quartiere così multietnico e multiculturale, che vede convivere, a pochi isolati di distanza, una chiesa cattolica, una protestante, una sinagoga e un centro di preghiera musulmano, l'oratorio lavora quotidianamente per tenere vivo e acceso questo sogno, per dargli futuro e contorni definiti, partendo dall'accogliere i giovani, vicini e lontani, che bussano alla sua porta e si presentano ai suoi cancelli. E per ognuno di essi si progetta e condivide un percorso di crescita e maturazione, specifico e singolare, che passa attraverso le attività più varie: da fare i compiti a giocare in cortile, dal partecipare ai gruppi formativi a frequentare le attività sportive.
    Quando però non sono i giovani a recarsi da lui, occorre sia l’oratorio a muoversi verso di loro, ed ecco che allora esso perde la sua connotazione di semplice luogo geografico, abbatte le sue mura ed estende i suoi confini, fino a perderli, per “riversarsi” nelle vie e piazze cittadine, attraverso le attività di educativa di strada. Allo stesso modo, esso perde i limiti temporali, perché si sa “la notte è giovane” e i giovani amano la notte: così anche la sera, la notte e il buio diventano luoghi e tempi di evangelizzazione, grazie alla "movida" notturna e all’apertura della chiesa ogni sabato sera per pregare, confessarsi, scambiare due parole con un sacerdote, ma anche solo entrare e sostare qualche minuto in silenzio davanti all’altare.
    Per alcuni giovani, poi, l’oratorio diventa una vera e propria Casa che accoglie: sono i minori stranieri non accompagnati che abitano all’ultimo piano dell’edificio, ragazzi partiti dai loro Paesi in cerca di un futuro migliore per sé e le loro famiglie, arrivati attraverso viaggi difficoltosi e spesso clandestini e che qui hanno trovato una nuova famiglia, una casa dove trascorrere le loro giornate, frequentare corsi professionali, imparare l'italiano e cercare poi un lavoro che possa assicurar loro la permanenza in Italia, in attesa di riuscire a tornare un giorno dalle loro famiglie.
    Quando penso a come sono arrivata qui, sono fermamente convinta che sia stato don Bosco a chiamarmi, prima, e guidarmi per mano, poi. Dopo un anno di volontariato a Goma, dal quale sono tornata con la testa piena di interrogativi e dubbi e il cuore carico di riconoscenza e commozione per le vite condivise e incontrate, sono ripartita per un’esperienza a Bruxelles, sperando, in qualche modo, di poter dare risposta alle tante ingiustizie e povertà di cui ero stata testimone. Eppure, dopo un anno e mezzo di lavoro, sebbene entusiasmante e appassionante, ho sentito che non mi bastava scrivere progetti per i lontani, per persone che forse non avrei mai visto e conosciuto e, soprattutto, che il vero Progetto poteva essere un altro: coniugare esperienza professionale e passione salesiana, quella che ho incontrato a 7 anni e riscoperto a 15 attraverso l’animazione e poi confermato con una promessa perenne, diventando Salesiana Cooperatrice nel gennaio 2006.
    Ancora non sapevo come, ma sentivo che il primo passo era tornare e, forse, ricominciare da zero.
    E, come spesso è accaduto nella mia vita, Qualcuno ha ascoltato il desiderio del mio cuore, che io neanche vedevo chiaramente, inviandomi e facendomi conoscere questo luogo, prima attraverso un’esperienza estiva di volontariato, prolungatasi per più di un mese, poi proponendomi un vero e proprio impiego. E qui ho ritrovato e riscoperto un luogo dove si pone attenzione al giovane, nella sua integralità, tra ricchezze e povertà, vuoti e solitudini, progetti e futuro condiviso.
    Ogni giorno, tutti i giorni, ognuno può sentirsi accolto per quello che è, non importa il luogo da cui provenga, la storia che lo abbia portato ad approdare alle sponde di via Ormea dopo un viaggio più o meno lungo e travagliato, la religione che professi o la lingua che abbia imparato da bambino. Qui si è giovani, tutti. E tante sono le storie senza lieto fine, complicate, difficili da ascoltare, tristi da leggere negli occhi dei ragazzi che incontro e conosco.
    Ho avuto la fortuna di trascorrere diverse estati in missione, in paesi più diversi e poi, venendo qui, ho ripensato al motto di don Bosco, “esci nelle strade e guardati attorno” e capito che non occorre andare lontano, che la missione può essere molto più vicina di quello che si pensi, a volte basta solo cambiare via, prendere una scorciatoia e, invece di accelerare il passo, avere il coraggio di soffermarsi e vedere, meglio, guardare, anche con gli occhi del cuore.
    Ed in tutto quello che faccio, che prevede anche giornate intere dietro un computer, pratiche burocratiche o freddi calcoli numerici, rapporti difficili, giornate che sembrano troppo brevi per riuscire a farci star dentro tutto, è il sorriso a prevalere, perché so che lì ci sono i giovani ed è per loro che investo tempo, anima ed energie. Occupandomi della segreteria, poi, ho un rapporto molto stretto con le loro famiglie, che spesso sono poi solo le loro mamme. Talvolta esse usano quella sedia davanti a me come momento di sosta dalle corse quotidiane, per tirar il fiato, ma anche come momento di sfogo, di confronto, in cerca di rassicurazioni e sostegno. E mi piace, ci piace pensare che lì sanno di poter trovare sempre orecchi, occhi e cuore pronti ad ascoltare.
    Tanti sono gli insegnamenti di cui quotidianamente faccio tesoro, ma tre in particolare porto nel cuore:
    - siamo stranieri solo quando vogliamo distruggere e rovinare il mondo che ci circonda, ma cittadini quando insieme ci impegniamo e collaboriamo per costruire e migliorare quotidianamente la realtà in cui viviamo;
    - fidati e lasciati guidare, metti tutta la tua energia, il tuo pensiero, il tuo tempo, ma nella serenità e consapevolezza che quello che potrai fare sarà solo una piccola parte e dove non arriverai sarà comunque Lui a completare il cerchio: spesso le tue azioni e i tuoi semi germogliano molto più lontano di dove li hai seminati;
    - i giovani, soprattutto i più poveri possono essere molto difficili, a volte arrabbiati, ribelli, magari scontrosi, pongono interrogativi che lasciano impreparati e insicuri, ma nascondono sempre un punto, sebbene talvolta impervio e quasi invisibile, dal quale passa la via di accesso al bene.
    Piccole lezioni, che già conoscevo, ma che qui sperimento e vivo giorno per giorno, cercando di conformare ad esse il mio cuore e il mio spirito, tra i giovani, per i giovani e con i giovani.


    T e r z a
    p a g i n A


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